Marche

Marche 2019-04-03T14:56:02+00:00

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L’export mette il turbo alla crescita

Le esportazioni registrano un +9,5%, il triplo rispetto alla media nazionale

di MARCO PRINCIPINI

QUINDICI denominazioni per un mega-vigneto di 7.500 ettari tra Ancona, Macerata, Pesaro-Urbino e Fermo. E un fil rouge dato da una parola: autoctono. Che contraddistingue il terroir, l’uva e il valore dei vini delle Marche, dal Verdicchio (dei Castelli di Jesi e di Matelica) fino alle denominazioni con minori volumi come quella del Bianchello del Metauro, al 50° compleanno come Doc ma con una storia molto più lunga, di oltre 2.000 anni. Una squadra di 472 aziende, quella messa insieme dall’Istituto marchigiano di tutela vini (Imt), che sta contribuendo in modo determinante alla crescita del sistema vino regionale: 150 milioni di euro il fatturato complessivo e +9,5% (a 57 milioni di euro, record storico) l’export enologico marchigiano stimato da Istat lo scorso anno. Quasi il triplo rispetto alla media nazionale grazie all’exploit nei Paesi terzi, in primis negli Usa (+40%) che hanno superato la Svezia al primo posto tra i buyer, ma anche in Svizzera (+170%), Canada (+17%), Russia (+32%), e Cina. Paesi questi, oggetto di un’azione di promozione che ha riguardato parte dei 22 milioni di euro del budget comunitario investito al 50% da parte delle aziende tra 2010 e il 2018.

«IL VINO è uno dei motori del made in Italy in grado di fare la differenza – ha detto il presidente di Imt, Antonio Centocanti – ma la competizione è sempre più globale e la parola Italia non è più un passe-partout come lo era un tempo. Per questo è importante Vinitaly ed è importante proseguire nella positiva azione di promozione internazionale».

AL VINITALY di Verona (Padiglione 7, Stand C6-C9), dal 7 al 10 aprile saranno presenti oltre un centinaio di aziende Imt sotto il claim regionale ‘Marche, bellezza infinita’. Nello spazio collettivo di oltre 1.000 mq, una mega-terrazza dedicata agli assaggi liberi e un programma di degustazioni e convegni. B2b, gusto, networking ma anche mercato, con la presentazione – domenica 7 aprile alle ore 14 – dell’indagine Nomisma sui trend di mercato negli ultimi anni, anche in relazione alle attività di promozione sin qui realizzate. Partecipano, tra gli altri, l’assessore all’Agricoltura e vicepresidente della Regione Marche, Anna Casini, il responsabile di Nomisma Wine Monitor, Denis Pantini, e i vertici dei 2 consorzi marchigiani: l’Istituto marchigiano di tutela vini e il Consorzio vini piceni.


BUONE PERFORMANCE IN ASIA

Verdicchio e Piceni, boom in Cina

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LA CINA ha scoperto l’agroalimentare marchigiano. Con il vino, soprattutto il Verdicchio, ma anche i Piceni autoctoni come il Pecorino e la Passerina, a fare da traino a un settore in costante crescita. Secondo un’analisi di Coldiretti Marche su dati Istat le importazioni della tigre cinese, per il settore agroalimentare, sono cresciute del 424% negli ultimi 10 anni. Il 2018 si è chiuso con un export marchigiano che ha superato i 4 milioni di valore. La maggior parte, l’88%, è rappresentato dal vino che trova i suoi alfieri nelle province di Ancona, terra del Verdicchio, e in quella di Ascoli Piceno. Il dato percentuale marchigiano è superiore alla media italiana che segna un +254% dell’export, come rilevato da Coldiretti in occasione della visita del presidente cinese Xi Jinping in Italia. Con l’apertura dei cinesi agli stili di vita occidentali, si potrebbe fare molto di più per incrementare ulteriormente l’export.

«A FRENARE le spedizioni agroalimentari Made in Italy sono le barriere tecniche ancora presenti per le produzioni nazionali – fa notare Maria Letizia Gardoni, presidente di Coldiretti Marche –. Se infatti è stato rimosso nel 2016 il bando sulle carni suine italiane e nel 2018 le frontiere si sono aperte in Cina per l’erba medica italiana, al momento per quanto riguarda la frutta fresca l’Italia può esportare in Cina solo kiwi e agrumi, mentre sono ancora bloccate le mele e le pere oggetto di uno specifico negoziato».


«Il vino è simbolo della nostra regione»

Mazzoni (Imt): «Legame sempre più stretto con cibo, cultura e turismo»

di GIUSEPPE CATAPANO

«IMPEGNIAMOCI ancora di più per fare attività di incoming, per portare persone nelle Marche. Un vino va gustato dove si produce, non dove arriva». Alberto Mazzoni, direttore dell’Istituto marchigiano di tutela vini, non ha dubbi. È questa la mission: portare le Marche nel mondo, certo, ma anche portare una parte sempre più consistente del mondo nelle Marche.

Mazzoni, come sta il vostro vino?

«Bene e meglio di quello di altre regioni, questo dicono i numeri. Noi abbiamo sempre puntato sul territorio, sui vitigni autoctoni, sul nostro ecosistema che è particolare, perché da noi in meno di un’ora si può andare dalla montagna al mare. Ecco, il territorio esprime vini caratterizzati da tutto questo».

Qual è l’obiettivo?

«Abbiamo un’ampia massa di denominazioni, se ragioniamo esclusivamente guardando al mercato può essere anche penalizzante se c’è poca massa critica. Ma, con l’aggregazione e con l’attività consortile, siamo in grado di testimoniare meglio all’esterno la nostra biodiversità. Quindi l’obiettivo è continuare a stare insieme, fare squadra per andare in posti che altrimenti alcune realtà difficilmente raggiungerebbero. Non dimentichiamoci che c’è sempre più la ricerca di qualcosa di unico e non riproducibile altrove. Il vino come simbolo d’identità di un territorio. Anche nelle Marche…».

Il vino, ma non solo.

«Infatti. Il vino assieme al cibo, alla cultura, al turismo. Sono leve fondamentali per fare promozione, meglio se utilizzate in maniera organica».

C’è difficoltà da questo punto di vista?

«Con la Regione si è già impostato un lavoro di questo tipo. Alla fine, anche a noi, ciò che interessa è promuovere il brand Marche in un panorama internazionale, in modo da distinguerci e farci conoscere meglio. Per i vini, consideriamo che la qualità è medio-alta ed è cresciuta: offriamo una vasta gamma con ampia possibilità di scelta».

Colpisce il balzo in avanti dell’export, con picchi di crescita negli Usa, in Russia e in Svizzera. Si spiega anche con l’attività del consorzio?

«Se non ci fosse stato il consorzio con il suo ruolo di collettore dei fondi Ocm, poche aziende marchigiane avrebbero avuto la capacità di investimento per raggiungere certi mercati. Noi non facciamo progetti istituzionali, ma diamo alle imprese la possibilità di confrontarsi col mercato. Ognuno così trova il suo spazio».

Uno spazio che evidentemente c’è e va conquistato.

«Noto che c’è la volontà, sempre più diffusa, di voler apprezzare qualcosa di diverso dallo standard. Noi possiamo offrire questa possibilità. E riteniamo che i dati siano addirittura sottostimati».

Perché?

«Essendo le Marche una piccola regione, non sempre la merce parte da qui. Si fanno groupage altrove e nel conteggio viene rilevata la regione in cui si parte».

Quali sfide d’ora in poi?

«Ritengo che le buone performance siano il coronamento del lavoro di dieci anni svolto insieme a produttori e Regione. Il consorzio aggrega, i produttori ci hanno creduto dal 1999, siamo partiti in 17 e oggi siamo in 500. La Regione ha aiutato tantissimo, le organizzazioni professionali e gli altri attori della regione ci sono stati vicini. Ora la sfida è creare un rapporto sempre più stretto tra vino, cibo e turismo. I prodotti vanno apprezzati sul luogo di produzione, perché così si creano ricordi indelebili».


IL DIRETTORE DELL’ISTITUTO MARCHIGIANO DI TUTELA

«È il momento dei piccoli produttori»

ALBERTO Mazzoni, direttore Imt, ritiene che le Marche del vino siano sottostimate, soprattutto all’estero?

«In anni di abbondanza arriviamo a un milione di ettolitri, in altri ci fermiamo a 700mila. È evidente che le Marche non possano essere confrontate con le grandi regioni italiane produttrici. E consideriamo che i venti milioni di bottiglie di Verdicchio sono un sassolino nell’oceano in un mondo globale. Detto questo, essere piccoli non significa non essere capaci di presentarsi bene. Semplicemente serve più tempo a essere scoperti. Io voglio che le aziende partano, che non stiano dentro casa, altrimenti poi non verrà a trovarci nessuno. Bisogna attirare le persone qui per permettere di scoprire tutto ciò che di buono abbiamo ».

Un concetto espresso anche da Riccardo Cotarella: bisogna cercare di far scoprire il vino italiano in Italia.

«È determinante. Una fotografia fatta dagli occhi non ha eguali. Vista, olfatto e gusto vanno ‘esercitati’ dove si produce, non dove arriva la merce».

Quali sono le vostre aspettative in vista del Vinitaly?

«Per noi è la fiera più importante. Ci proponiamo con 1.000 metri quadrati e una terrazza con degustazione di oltre 250 vini. Si può avere una buona panoramica della produzione marchigiana. Importanti sono anche i due convegni. In generale, il nostro obiettivo è incrementare il prezzo medio della bottiglia che oggi è basso, dobbiamo insistere perché cresca. Poi c’è il discorso longevità: vogliamo che i nostri vini diventino più interessanti col passare del tempo. La longevità come tratto distintivo».

g. c.


Lacrima di Morro d’Alba,
rubino che ha fatto la storia

È protagonista nelle Marche da secoli

FRUTTO dell’antico vitigno semi- aromatico e imparentato, secondo alcune ricerche genetiche, con l’aleatico, la Lacrima di Morro d’Alba è protagonista nelle Marche da secoli. Si narra che fosse il vino preferito da Federico Barbarossa quando, durante l’assedio d’Ancona, aveva preso possesso del castello di Morro d’Alba. Il rischio d’estinzione dell’attuale Doc è stato scongiurato grazie alla lungimirante opera di alcuni viticoltori della provincia di Ancona, culla originaria del vitigno. Oggi la denominazione si estende per 230 ettari tra i comuni di Morro d’Alba, Belvedere Ostrense, Monte San Vito, Ostra, San Marcello e Senigallia, per una produzione che nel 2018 ha sfiorato 1,9 milioni di bottiglie.

LA LACRIMA di Morro d’Alba è un vitigno esigente, che predilige le esposizioni collinari e ben ventilate con suoli di natura argillosa, ricchi di minerali. In passato era spesso coltivato secondo l’usanza della vite maritata agli alberi. Una consuetudine che ormai ha lasciato il campo a sistemi più moderni e razionali di allevamento. I suoi grappoli sono di media grandezza, gli acini hanno un colore blu scuro, con una buccia spessa ma così delicata da rompersi facilmente nel corso della maturazione, dando luogo alla caratteristica lacrimazione. Il vino, che per rientrare nella Doc deve essere realizzato da Lacrima per almeno l’85% con l’aggiunta di vitigni a bacca nera non aromatici nella misura del 15% massimo, si presenta nel bicchiere con un colore rosso rubino intenso assieme a notevoli ed evidenti sfumature violacee. La struttura è abbastanza corposa e il gusto asciutto, con un tannino evidente ma mai spigoloso e pungente. Proprio per le caratteristiche dei suoi aromi, si preferisce l’affinamento in acciaio, che conserva tutta la fragranza dei profumi. A tavola, la lacrima di Morro d’Alba si accompagna molto bene a prodotti tipici marchigiani, come il salame lardellato di Fabriano e il ciauscolo, o a primi piatti al ragù con animali di basso cortile e piatti a base di carni bianche. Per la sua delicatezza e tannicità vellutata viene accostato anche ad antipasti marinati a base di pesce azzurro, per esempio, o al brodetto di pesce all’anconetana.


Bianchello, 50 anni di Doc
e oltre duemila di ‘vita’

Convegno e degustazioni al Vinitaly

CELEBRA 50 anni dall’approvazione del disciplinare, ma in realtà vanta una storia millenaria (2.226 anni) che risale ai tempi dei Romani e anche gesta gloriose. È il Bianchello del Metauro, autoctono bianco delle Marche e prima Doc ad essere approvata nella provincia di Pesaro Urbino (1969), da sempre conosciuta per la piacevolezza e bevibilità. Doti queste, che pare abbiano avuto un ruolo chiave per la vittoria di Roma contro le truppe cartaginesi e galliche nella storica battaglia del Metauro (207 a.C.). Stando a quanto scritto da Tacito infatti, alla vigilia dello scontro le truppe nemiche guidate da Asdrubale si sarebbero ubriacate proprio con questo vino, consegnando così la vittoria nelle mani di Gaio Claudio Nerone e delle sue legioni. E si parlerà anche di questo lunedì al Vinitaly (ore 10,30–12 terrazza stand Marche padiglione 7 stand C6-C9) nel focus sulla storia denominazione ‘50 anni di Doc e 2.226 anni di storia’ organizzato dall’Istituto marchigiano di tutela vini (Imt). Un evento che si inserisce nel quadro dei festeggiamenti per il cinquantesimo e che sarà seguito da un tasting di 12 etichette alla scoperta delle espressioni più tipiche del Bianchello, dalle bollicine al bianco fermo più giovane, fino alle versioni più evolute.

CON 200 ettari di vigneti distribuiti nel Nord delle Marche, la denominazione Bianchello del Metauro ha superato nel 2018 il milione di bottiglie. Una realtà di dimensioni contenute ma che negli anni ha saputo evolversi, passando dall’immagine di vino semplice e di grande bevibilità a un prodotto di maggiore personalità e longevità. Una sfida che da anni impegna i produttori in vigna e in cantina, anche attraverso il supporto e la promozione dell’Imt.


Verdicchio, il bianco fermo
più premiato dalle guide

Le Doc Matelica e Castelli di Jesi trainano l’export

ALLE SPALLE i cinquantesimi delle Doc Matelica e Castelli di Jesi e un 2018 con oltre 20 milioni di bottiglie prodotte e un effettotraino sulla crescita dell’export vinicolo marchigiano (+9,5%). Il Verdicchio ha aperto la stagione 2019 sui pedali della Tirreno Adriatico, storica competizione del ciclismo internazionale, che gli ha dedicato un’intera tappa, la sesta (18 marzo), con la Wine Stage da Matelica a Jesi. E dopo la pedalata, si appresta a raggiungere il Vinitaly, dove le denominazioni Matelica e Castelli di Jesi saranno rappresentate nello stand Marche assieme alle altre eccellenze enoiche regionali (padiglione 7 stand C6-C9) e oggetto di una degustazione dedicata alla straordinaria capacità di invecchiamento del grande autoctono marchigiano. Dieci etichette per un tasting guidato dell’esperto e autore di Vinous, Ian d’Agata e dal direttore dell’Istituto marchigiano di tutela vini (Imt), Alberto Mazzoni. «Quello della longevità – ha detto Mazzoni – è un percorso che da oltre 15 anni impegna i produttori in vigna e in cantina e che vede coinvolto il consorzio in azioni promozionali finalizzate a elevare la percezione del Verdicchio da parte di consumatori, media e operatori nazionali e internazionali». E i risultati sono arrivati, con una svolta qualitativa che per 4 anni ha assegnato al Verdicchio il ruolo di bianco fermo più premiato dalle guide italiane e che è stata rilevata anche a livello internazionale con 15 etichette superiori ai 90/100 tra i risultati dei Decanter World Wine Awards 2018.

«ADESSO si prosegue dando continuità alle campagne fin qui avviate, dalla partecipazione alle fiere e a Collisioni fino alle azioni di incoming – ha proseguito il direttore di Imt –. Gli obiettivi sono quelli che ci siamo posti a Collisioni Jesi, a partire dalla necessità di elevare il brand territoriale, e per quanto riguarda il prodotto la sfida dei prossimi 50 anni sarà anche quella di incrementare il prezzo medio alla bottiglia». Con una superficie vitata di oltre 2.300 ettari (oltre 2mila per Castelli di Jesi e 235 per Matelica), il Verdicchio ha superato nel 2018 i 20 milioni di bottiglie prodotte (oltre 19 milioni per la Doc Castelli di Jesi e 2 milioni per la Doc Matelica) e sfiorato i 150mila ettolitri certificati (più di 130mila per il Verdicchio dei Castelli di Jesi e 13mila per quello di Matelica).


BELISARIO

Diversificare e puntare sull’export
«Noi, cooperativa al passo coi tempi»

UN MERCATO sempre più difficile, un contesto complicato e incerto. È questa la situazione che le aziende italiane del vino si trovano ad affrontare. Anche se si chiamano Cantine Belisario, coop storica del territorio marchigiano, circa 100 soci e 300 ettari di vigne: oggi non si limita a produrre vino, in primis il Verdicchio di Matelica Doc, ma è anche imbottigliatore e ha tre enoteche. L’idea è quella di diversificare e offrire un valore aggiunto: «Non siamo una coop vecchio stile – rivendica Antonio Centocanti – abbiamo cercato di precorrere i tempi in base alle esigenze». Cambiamenti strutturali, in un contesto che vede scendere il numero di soci perché le aziende sono sempre più strutturate: «Oggi il ‘metalmezzadro’ che lavorava la vigna da meno di un ettaro nel weekend non c’è più – spiega Centocanti –. E la nostra mentalità sta cambiano, perché il socio vive del vigneto e in questa crisi industriale, soprattutto per noi che siamo una zona terremotata, la viticoltura è fondamentale». Oggi Cantine Belisario fattura 4 milioni all’anno e conta 18 dipendenti a tempo indeterminato, a cui si aggiungono i lavoratori stagionali. Le sfide da affrontare sono quelle che riguardano molti operatori del settore: «C’è abbondanza di prodotto e forte concorrenza dei produttori, soprattutto europei – spiega Centocanti –. Quindi stiamo investendo più sui nuovi mercati, Russia, Brasile, Cina». Oggi la quota export vale il 25% dei ricavi, ma i margini non mancano. E anche per questo Belisario, che al Vinitaly si presenta con uno stand suo, crede nei mercati esteri. «Bisogna ricordare sempre che entrare lì significa anche far crescere la cultura del posto – ammonisce Centocanti –. Non bisogna andare lì solo per vendere, ma capire che bisogna fare un percorso. E dev’essere un lavoro continuativo. È fondamentale avere sul posto un partner affidabile, qualcuno che sposi la nostra causa».

Riccardo Rimondi


GRAFICHE FEDERIGHI

Dove nascono i biglietti da visita dei vini
«Ci cercano da Giordania e Israele»

L’ABITO non farà il monaco, ma la prima cosa che salta all’occhio guardando una bottiglia di vino, spesso, è l’etichetta. A stampare alcune delle più ricercate sul mercato è Grafiche Federighi, con sede a Camerata Picena, in provincia di Ancona. Un operoso laboratorio che, fondato da Carlo Federighi nel 1969 insieme con la moglie Carla, festeggia quest’anno il cinquantennale, con gli ultimi tre decenni spesi, come dichiara il presidente e ad Massimo Federighi, «per il 90% nell’indotto del vino, accompagnando la crescita del comparto anche fuori dai confini regionali e nazionali». Se per i primi vent’anni, infatti, Federighi si era occupata di «cancelleria, documenti, atti e altre produzioni tradizionali», il vero balzo lo ha fatto grazie alle creazioni enologiche «nostrane e, fatto quasi casuale, mediorientali », diventando un’impresa da 4 milioni di fatturato che occupa 30 persone. Se non stupisce quanto siano richieste dai viticoltori italiani le realizzazioni in carta pregiata, ecologica, plastiche ed altri materiali, del resto, «ha colpito anche noi – racconta il titolare – scoprire come sia più semplice fare impresa in Paesi come la Giordania o Israele rispetto a nazioni europee ogni tanto un po’ troppo scioviniste in materia di vino». L’export cresce e i mercati di nicchia già incidono per il 5% sulle vendite totali e che hanno richiesto «un’azione ancor più radicale sugli investimenti in innovazione ». In un 2019 che si prospetta, per Federighi, «come un anno di ulteriore svolta », sono infatti già alla più assoluta avanguardia i mezzi dei quali l’azienda dispone, con macchinari buoni per impressioni a caldo in diverse colorazioni, cold foil, rilievi, stampa e verniciature serigrafiche anche a spessore, verniciature flexo, e fustellature particolari. «Solo le copertine dei libri hanno bisogno di lavori di tale qualità – chiude Federighi – ma per il momento ci limitiamo al meglio del mondo del vino».

Lorenzo Pedrini


«Puntiamo sulla vendemmia bio»

La Cantina Colognola porterà a Verona il suo primo prodotto ‘verde’

di RICCARDO RIMONDI

LA SCOMMESSA relativamente recente di una famiglia con solide tradizioni nell’agricoltura, in una piccola frazione da cui la cantina prende il nome, nel Maceratese. È la storia, molto in breve, della Cantina Colognola, nell’omonima località nel comune di Cingoli. Rilevata dalla famiglia Darini nel 2010, da allora fa parte della Tenuta Musone. Una scelta dettata dalla passione: «Ci siamo innamorati del posto e abbiamo deciso di comprare», spiega Serena Darini, responsabile del marketing. Da lì sono partiti gli investimenti e le ristrutturazioni. Oggi alle vigne sono dedicati 33 ettari sui 75 di terreno, per l’85% a Verdicchio e per il resto a Montepulciano. E l’anno scorso l’azienda ha festeggiato la sua prima vendemmia certificata biologica, dopo aver completato l’iter di tre anni per ottenere il riconoscimento.

GIORNO dopo giorno, la famiglia Darini – il padre Walter, titolare, e le due figlie Maria Grazia (ad) e Serena (responsabile del marketing), oltre a Matteo Bordoni, marito di Serena – si fa spazio in un mondo che spesso vede storie lunghe generazioni. «Se si ha una lunga tradizione è sempre bello, affascinante – riflette Serena Darini –. Ma la cosa bella di iniziare in un’azienda che nasce con te è che sei parte di un progetto in cui puoi assistere ai cambiamenti, alle evoluzioni, agli sviluppi. Si crea un bellissimo lavoro di squadra. Qui continuano a lavorare le persone che c’erano quando abbiamo rilevato l’azienda, ho avuto ottimi insegnanti».

LA PRODUZIONE, affidata all’enologo Gabriele Villani, è variegata e in continua evoluzione. E concentrata, appunto, soprattutto sul Verdicchio: «Partiamo dagli spumanti Doc, con due prodotti come il Musa, fresco e di grande facilità di beva, e il Darini, firmato da mio padre, che ha un affinamento di 48 mesi in bottiglia anche se stiamo lavorando per arrivare a 60». Quello di allungare i tempi è un terreno su cui l’azienda si sta muovendo: «Vogliamo vedere fin dove può arrivare il Verdicchio, in una zona molto indicata per la spumantizzazione». Tra i fermi ci sono tre tipi di classico superiore: il Via Condotto, il Ghiffa e una new entry, l’Incauto, che è il primo vino ufficialmente biologico prodotto dalla cantina. E poi c’è la Docg Riserva, il Labieno, una vendemmia svolta in un solo giorno per ottenere una produzione limitata. Sempre il Verdicchio poi dà il passito Cingulum, mentre dal Montepulciano vengono un rosé e due rossi.

IN TOTALE, si parla di una produzione annua di circa 120mila bottiglie, di cui il 40% lasciano l’Italia per dirigersi in Europa (Gran Bretagna, Belgio, Germania, Danimarca e di recente Francia), Canada e Cina. Una scelta inevitabile per un’azienda che mette al lavoro una dozzina di persone, spiega Serena Darini: «Le aziende di medie o grandi dimensioni sono sempre portate a cercare mercati fuori da quello interno. E dato che con gli anni la cantina è cresciuta abbiamo cercato di esportare». ORA, questa giovane ma ambiziosa azienda familiare si prepara a mettersi in vetrina al Vinitaly, nel Padiglione 7 (Stand F7): «Porteremo tutti i nostri vini e presenteremo l’Incauto biologico, uscito da pochissimo». Ma l’Incauto avrà anche un altro momento di gloria, il 7 aprile: nella degustazione che le Donne del vino hanno organizzato su otto prodotti creati da otto vignaiole under 40 c’è anche lui. La strada è ancora lunga e i progetti non mancano: «La strada è ancora lunga, noi vogliamo evolvere sulla qualità», promette Darini.


I PRODOTTI DEBUTTA IL MONTEPULCIANO D’ABRUZZO BIO CENTOVIE, IN DEGUSTAZIONE PLENIO E CÙMARO

Umani Ronchi ancora nel club dei 100

Per l’ottavo anno di seguito all’OperaWine con il Verdicchio Vecchie Vigne 2016

di MARCO PRINCIPINI

SE IL VINITALY si prepara all’edizione numero 53, Umani Ronchi aggiorna il pallottoliere delle sue presenze allo stesso numero. L’azienda marchigiana con sede a Osimo, in provincia di Ancona, è una presenza fissa negli stand della fiera veronese. E, anno dopo anno, si è ritagliata un ruolo da protagonista. Lo dimostra il fatto che sarà tra i 103 produttori italiani selezionati da Wine Spectator per partecipare a Opera Wine 2019, l’‘antipasto’ di ciò che sarà il Vinitaly.

QUEST’ANNO, il tema del Grand Tasting che anticipa l’apertura della manifestazione veronese è ‘L’arte che genera l’arte’: il vino, cioè, inteso come espressione artistica, incanto di un capolavoro che prende vita dall’esperienza e dalla dedizione dei produttori. Il 6 Aprile, al Palazzo della Gran Guardia, Umani Ronchi sarà dunque tra i protagonisti del Finest Italian Wines per l’ottavo anno consecutivo. Questa volta il cavallo di battaglia dell’azienda marchigiana è il Verdicchio Vecchie Vigne 2016.

IL SALONE internazionale del vino, invece, prenderà ufficialmente il via il 7 aprile. E sarà un concentrato di vini, territori, annate, che stanno facendo o faranno la storia dell’enologia mondiale, a portata di buyer, sommelier, enologi, tecnici, giornalisti e operatori del settore. Quest’anno Umani Ronchi punta a raccontare l’Abruzzo, partendo dalla presentazione in anteprima di un nuovo prodotto: il Montepulciano d’Abruzzo Bio Centovie, un vino che nasce dalla selezione delle migliori uve della tenuta di Roseto degli Abruzzi. Questo vino rientra nel progetto Centovie e va a completare idealmente il percorso intrapreso con il Pecorino e il Rosato dopo diversi anni di studi e di sperimentazione.

«CENTOVIE è un luogo dell’anima, con vista Gran Sasso davanti al quale molti anni fa la nostra famiglia ha immaginato e poi realizzato un progetto di valore per il territorio e per le sue varietà ampelografiche più significative – racconta Michele Bernetti, che oggi porta avanti l’attività di famiglia –. L’obiettivo era ed è molto semplice: lavorare con dedizione, coerenza e rispetto per contribuire a lasciare una traccia nella storia enologica di un comprensorio straordinario. Il Montepulciano d’Abruzzo Bio Centovie è un vino che non c’era e che non cerca emulazioni. Un’interpretazione personale e sartoriale di un vitigno e di una terra e debutterà proprio in occasione del Vinitaly».

NON È FINITA QUI. Perché il Verdicchio Vecchie Vigne 2016, oltre che all’Opera Wine, sarà al centro delle degustazioni del Vinitaly: da The DoctorWine Selection di Daniele Cernilli ‘La stupefacente qualità dei bianchi del centro’, all’edizione Speciale dei Tre Bicchieri 2019 di Gambero Rosso.

ANCHE quest’anno Umani Ronchi sarà presente presso la Terrazza dello stand Marche per la Degustazione permanente dei vini marchigiani, assieme a Verdicchio riserva Plenio 2016 e Conero riserva Cùmaro 2014.

INSOMMA, ricapitolando il calendario completo degli eventi e l’elenco dei vini in degustazione sono di tutto rispetto. Si parte il 6 aprile, al Palazzo della Gran Guardia di Verona, con Opera Wine, dove verrà presentato il già citato Verdicchio Vecchie Vigne 2016. Lo stesso vino tornerà protagonista il 7 aprile, al padiglione 10 nello stand A4/B4 alle 16,30, dove si terrà Vinitaly Tasting – The DoctorWine Selection: ‘La stupefacente qualità dei bianchi del centro’. Lo stesso giorno, alla Sala Argento 1 del PalaExpo, all’ingresso A2 (piano -1), dalle 11,30 alle 16,30, sempre il Verdicchio Vecchie Vigne 2016 sarà presente al Tre Bicchieri 2019 Vinitaly Special Edition. E tutti i giorni, dal 7 al 10, alla Terrazza Stand Marche, alla degustazione permanente dei vini marchigiani Umani Ronchi avrà in degustazione il Plenio 2016 e il Cùmaro 2014.

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