Piemonte e Lombardia

Piemonte e Lombardia 2019-04-03T15:24:17+00:00

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PIEMONTE

FOCUS TRA BAROLO E BARBARESCO LA RIVINCITA DEL BARBERA. E IL 2019 È L’ANNO DEL DOLCETTO

Regione leader tra classici e grandi ritorni

Innovazioni nei dolci e spumanti: ecco l’Asti Secco e il Brachetto in versione rosato dry

di MICHELE MEZZANZANICA

UN VASTO territorio che scende dalle vette alpine per propagarsi quasi a ridosso del mare, una varietà di terreni e condizioni climatiche che danno vita a numerose tipologie di vini, come testimonia l’infinito elenco di Doc e Docg che vanta questa regione. Se, forse, a livello di punte massime d’eccellenza un paio di rossi toscani possono considerarsi superiori, ci sono tuttavia pochi dubbi che il Piemonte per varietà di uve, alta qualità della produzione generale e conoscenze tecnico-scientifiche in cantina, sia la regione guida della vitivinicoltura italiana. Rossi, bianchi, spumanti, dolci: qui si trova di tutto e tutto mediamente molto valido.

PUNTA di diamante della produzione sono senza dubbio Barolo e Barbaresco, ai quali si potrebbe affiancare il Barbera, finalmente tornato agli antichi splendori dopo anni in cui questo nobile vitigno veniva denigrato e bistrattato, non senza responsabilità anche da parte di alcuni produttori, più attratti da un mercato facile e low cost che dalla ricerca della qualità. Non a caso l’ultima Docg piemontese, formalizzata lo scorso febbraio dopo il via libera dell’Unione europea, riguarda proprio un vino 100% Barbera: il ‘Nizza’, dal nome del comune nel cuore del Monferrato in cui viene prodotto (e in altri 17 comuni limitrofi). Discorso simile al Barbera quello legato al Dolcetto, reduce da un paio di buone annate dopo anni difficili, tanto che la Regione Piemonte, insieme ai consorzi di tutela e alle enoteche, ha stabilito che il 2019 sarà l’anno del Dolcetto, con eventi ad hoc per la promozione di questo vino. A

LIVELLO di vitigni non bisogna poi dimenticare Freisa, Grignolino e Ruché, il gioiello del Monferrato. Merita infine un discorso a parte sua maestà il Nebbiolo, capace di esprimersi su ottimi livelli anche senza ‘trasformarsi’ nei rinomati Barolo e Barbaresco. In purezza, come nelle Doc Carema e Canavese, o come uvaggio principale di rinomati blend quali Boca, Ghemme e Gattinara. «I nostri rossi stanno bene – gongola Filippo Mobrici, presidente di Piemonte Land of Perfection, l’associazione che riunisce i principali consorzi della regione – Barolo e Barbaresco hanno avuto ottime annate, ad eccezione del 2014 in cui tutto il Nord Italia ha avuto alcuni problemi, riuscendo a tenere alta la qualità che è la vera sfida per vini di questo tipo. Siamo particolarmente contenti della riscoperta del Barbera, sia d’Asti che d’Alba, tornato a far registrare ottime performance e ottenere riconoscimenti internazionali, così come di quella del Dolcetto, che probabilmente ha sofferto un po’ le tante denominazioni che hanno creato un po’ di confusione, soprattutto in termini di comunicazione del prodotto».

TANTA quantità e qualità nei rossi finisce per fare ombra ai bianchi, che invece vantano una varietà e una tipicità espressiva da fare invidia a molte regioni italiane. «In Piemonte anche i bianchi vanno a gonfie vele – spiega sempre Mobrici – con il rilancio di alcuni vitigni storici come Nascetta e Timorasso ma soprattutto con la stabilizzazione delle superfici a vigneto, avvenuta negli ultimi 2-3 anni dopo l’emorragia del recente passato».

SE CON bianchi e rossi vince la tradizione, fra mostri sacri e riscoperta dei vitigni autoctoni, nel camparto dolci e spumanti del Piemonte la parola d’ordine è innovazione. «Cambiano i gusti, cambia il mondo – spiega Mobrici – bisogna saper diversificare». Quest’anno ad esempio ha esordito sul mercato l’Asti Secco, una diversificazione resasi necessaria anche per il ridimensionamento del celebre Moscato d’Asti, uno dei vini italiani che ha più ha sofferto l’embargo commerciale contro la Russia. Anche un altro dolce celebre come il Brachetto viene ora prodotto in versione rosato dry mentre per quanto riguarda gli spumanti, accanto all’Alta Langa che, da Pinot Nero e Chardonnay, si pone in concorrenza con Franciacorta e Trento Doc, alcuni produttori stanno sviluppando interessanti metodo classico da Nebbiolo e Barbera. A proposito di innovazione e diversificazione…


LOMBARDIA

L’assalto ai mercati internazionali

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La regione incassa il boom dell’ultima vendemmia e cerca di sfondare nell’export

di PAOLO GALLIANI

CONTERANNO, certo, le parole, l’arte della comunicazione, la diplomazia che si stabilisce con i buyer attorno ad un’etichetta in degustazione. Ma è il pragmatismo il tratto fondativo e quasi identitario di una terra come la Lombardia. E abbonderà in un palcoscenico del business come quello di Vinitaly, dove i numeri contano più della retorica e la credibilità sul mercato più della taglia volumetrica sfoggiata. Un’evidenza: nella grande Babele del vino italico ci sarà tutta la Lombardia, potenza vitivinicola del Belpaese a dispetto del suo peso relativo nella produzione nazionale.

METAFORICA la vetrina che Regione e Unioncamere hanno previsto per Verona: un padiglione da 8.500 metri quadrati (4mila quelli allestiti) al secondo piano del PalaExpo, con la presenza di oltre 200 operatori e di una decina di grandi consorzi. Ed è evidente il messaggio che il territorio compreso tra Mincio e Ticino sembra volere lanciare: «Una straordinaria esperienza di gusto», perché se non è la regione che quantitativamente produce più bottiglie (3% del totale), per qualità la Lombardia non è seconda a nessuno (8% del totale di vini certificati) ed è quella – conferma Giuseppe Vaccarini, presidente dell’Associazione Sommellerie Professionale Italiana – che nel prossimo decennio potrebbe sfruttare maggiormente il crescente fenomeno dell’enoturismo, forte anche dei dati più recenti che la danno come la porzione di penisola dove percentualmente i viaggiatori stranieri spendono di più. Come dire: al gotha della viticoltura italiana si paleserà una Lombardia con un’autostima ben diversa da quella che aveva rivelato lo scorso anno, all’indomani di una pessima annata come il 2017, quando il meteo (gelata d’aprile) aveva fortemente penalizzato alcune delle più blasonate aree vitate.

ALTRO umore quello con cui si presenterà ai buyer di mezzo mondo annunciati a Verona. Perché il 2018 ha fatto segnare un boom sorprendente nella raccolta uva (2 milioni e 415mila quintali e un netto +56%) rispetto all’anno precedente e, ancora di più, nella produzione in cantina: 1 milione e 587mila ettolitri di vino, con un complessivo +55% rispetto al 2017 (addirittura un +121% nei Docg) e una sensibile ripresa di aree strategiche come Franciacorta (+149%) e Oltrepò Pavese. Non solo. Il 2018 ha fatto registrare un lusinghiero interesse per il rosé lombardo, il famoso Chiaretto della Valtènesi (sponda bresciana del Garda). Ed è evidente il gradimento del mercato per gli ottimi bianchi doc della Lugana (Garda meridionale) che in una ricerca d’inizio 2019 presentata prossimamente a Vinitaly risultano al primo posto assoluto tra i vini «emergenti» nella grande distribuzione.

SULLO sfondo, la principale sfida del futuro prossimo in una Lombardia dove è esploso anche il numero di addetti nel settore vitivinicolo (+76% tra il 2013 e il 2018): alzare il trend dell’export in un mercato internazionale che non conosce come dovrebbe i grandi vini lombardi, anche se gli ultimi dieci anni consegnano un +54% per nulla disprezzabile. Senza scordare i margini d’incremento anche sul mercato interno, specie nelle enoteche e nei ristoranti della stessa Lombardia, spesso portati ad inserire nelle liste-vini solo etichette di altre aree enologiche. Un paradosso a cui proprio la Giunta Regionale sembra intenzionata a rispondere con decisioni impositive a tutela della produzione locale. Una su tutte: l’approvazione di un decreto che impone agli agriturismi che operano sul suo territorio di offrire e vendere ai loro ospiti solo e unicamente vini lombardi. Per alcuni, una forzatura. Per altri, puro pragmatismo.


FOCUS E I VINI MANTOVANI CON IL LABORATORIO MOBILE DI NEURO MARKETING TESTERANNO LE ETICHETTE

Quattro brand del territorio protagonisti all’Operawine 2019

FARE buona impressione. Ma anche presentare la sorprendente versatilità della Lombardia vitivinicola. Con le grandi aree di produzione a confermarsi tali. Con le più piccole a cercare postazioni importanti sotto i riflettori dell’appuntamento veronese. E con quattro brand lombardi a incassare il giudizio prestigioso dell’autorevole rivista americana Wine Spectator sulle eccellenze enologiche italiane in vista di OperaWine 2019, evento-clou di Vinitaly che offrirà ai buyer l’occasione di confrontarsi con i 100 migliori vini della penisola: il 6 aprile, al Palazzo della Gran Guardia, tra i più belli e buoni del reame ci saranno il Brut Franciacorta La Scala 2013 di Bellavista, il Franciacorta Cuvée Annamaria Clementi Riserva 2008 di Ca’ del Bosco, lo Sforzato di Valtellina Albareda di Mamete Prevostini e lo Sforzato di Valtellina 5 Stelle Sfusat 2013 di Nino Negri.

TRA I protagonisti del Padiglione Lombardia, certamente i Vini Mantovani (Stand B7), con un laboratorio mobile di neuro marketing che testerà le reazioni dei consumatori alle diverse etichette proposte. Non sarà da meno il Consorzio Valtènesi, portavoce di quell’onda rosa (vini rosé) che sembra avere sedotto anche le più blasonate pubblicazioni di settore (come il Gambero Rosso). E se il Consorzio Lugana sfoggerà l’ennesimo trend di crescita (+8,6% del 2018 rispetto al 2017), saranno ancora una volta le icone lombarde a primeggiare, la Valtellina, l’Oltrepò Pavese e certamente la Franciacorta, con i suoi 17,5 milioni di bottiglie vendute nel 2018 e la riconoscibilità indiscussa come «terra eletta delle bollicine ».

P. G.


L’Oltrepò Pavese cerca il riscatto

Terra di grandi tradizioni, ora vuole il rilancio dopo anni difficili

di MICHELE MEZZANZANICA

UNA TERRA in cerca di riscatto, una zona vocata al vino fin dagli albori dell’enologia moderna che negli ultimi anni ha sofferto l’ascesa di altri territori, in un mercato sempre più ricco di competitor. Ora, superato il periodo di crisi e risolte alcune problematiche interne, l’Oltrepò Pavese è pronto a riprendersi quel posto che gli spetta nel panorama vitivinicolo italiano. Qui si produce oltre il 60% del vino lombardo, grazie a 1.700 aziende che lavorano 13.500 ettari di vigneti.

LA PRODUZIONE enologica a indicazione geografica vanta una Docg (Oltrepò Pavese Metodo Classico), 7 Doc (Bonarda dell’Oltrepò Pavese, Buttafuoco dell’Oltrepò Pavese, Casteggio, Oltrepò Pavese, Oltrepò Pavese Pinot grigio, Pinot nero dell’Oltrepò Pavese e Sangue di Giuda dell’Oltrepò Pavese) e una Igt (Provincia di Pavia). Un patrimonio che a Vinitaly, dove sarà presente nel padiglione lombardo, cercherà la definitiva (ri)consacrazione. «Vinitaly rappresenta un’occasione per l’Oltrepò – dice Luigi Gatti, presidente del Consorzio tutela vini Oltrepò Pavese – che vuole sfruttare questa eccellenza per fare valere la sua storia, puntando all’innovazione e al futuro, lavorando sulla qualità, sulla tipicità, sul territorio da valorizzare e salvaguardare in tutte le sue forme e sfumature».

LA RINNOVATA armonia fra Consorzio e distretto, che dopo anni di contrasti hanno siglato un importante accordo con la regia di Regione Lombardia, è una delle chiavi del rilancio. «Vogliamo creare un nuovo messaggio unitario – aggiunge infatti Gatti – un modo di pensare che sia in linea con la bellezza e l’armonia delle nostre colline». Colline che si sviluppano al crocevia di ben quattro regioni, attingendo così caratteristiche e tradizioni dalla Lombardia e dall’Emilia Romagna, dal Piemonte e dalla Liguria.

NON A CASO per rivalutare la Bonarda, il vino simbolo del territorio, si guarda all’esempio del Lambrusco, un vino vivace che ha saputo conquistare i favori del grande pubblico nazionale e internazionale. Centrale nella produzione vitivinicola dell’Oltrepò Pavese è anche il Pinot Nero, sia spumantizzato in metodo classico che vinificato in rosso, con risultati qualitativamente sempre più interessanti. Per quanto riguarda i bianchi, invece, il vitigno principale è il Riesling.

DETTO che da queste parti si produce anche dell’ottimo Moscato, per trovare le vere peculiarità dell’Oltrepò Pavese bisogna tornare nei rossi. Su base Croatina e Barbera, tagliate in misura minore con vitigni locali, nascono infatti Sangue di Giuda e Buttafuoco. Il primo è un vino dolce che può essere prodotto nelle tipologie normale, frizzante e spumante, ottimo accompagnamento dei dessert; il secondo è il ‘grande rosso’ del territorio, da abbinare a selvaggina e cacciagione, affinato in legno per almeno 12 mesi. Nel 1996, per tutelarne immagine e soprattutto produzione, dandosi rigidi criteri di vendemmia e vinificazione, dall’iniziativa di alcuni produttori è nato il Club del Buttafuoco Storico.


Il gigante del Nord-Ovest a Verona

Le novità di Terre d’Oltrepò dopo l’acquisizione di La Versa

UN COLOSSO in grado di vinificare 430mila quintali di uva all’anno, la più grande realtà vitivinicola dell’Italia nord-occidentale. Nata nel 2008 dalla fusione di quelle di Broni e Casteggio, la cantina Terre d’Oltrepò è oggi un punto di riferimento imprescindibile per molti produttori del territorio. Ha dato vita a ben sei collezioni che offrono tutto il ventaglio produttivo della zona. Ci sono la Bonarda e il Pinot Nero, il Riesling e la Malvasia; non mancano Buttafuoco e Sangue di Giuda, fanno capolino anche Barbera e Pinot Grigio. Senza ovviamente dimenticare gli spumanti, qui disponili anche in versione rosata.

UNA PRODUZIONE a 360 gradi con l’imperativo di coniugare qualità e quantità, differenziando la gamma dei prodotti per avere accesso a diverse fasce di clientela. Ma al di là dell’aspetto tecnico e di ciò che Terre d’Oltrepò rappresenta quotidianamente per i circa 800 soci, la ‘cantina dalle due teste’, Casteggio e Broni, è un modello di sviluppo che non ha eguali in Lombardia e non solo. Prova ne è l’acquisto, nel febbraio 2017, della storica cantina La Versa ormai fallita. Grazie all’accordo con la trentina Cavit, Terre d’Oltrepò è riuscita a costituire la newco ‘Valle della Versa srl’, mantenendo così in mani oltrepadane la produzione spumantistica più celebre e antica della zona, fra le primissime in Italia.

L’OPERAZIONE da 4,2 milioni ha permesso di respingere l’assalto della veneta Cantina di Soave, interessata al celebre marchio fondato nel 1905. Proprio dalla Cantina La Versa arriva quella che sarà la punta di diamante di Terre d’Oltrepò al Vinitaly 2019: la cuvée Testarossa 2015, il top di gamma aziendale presentato in anteprima a Milano. Un Pinot Nero metodo classico in purezza, uno spumante dal colore giallo paglierino brillante e dal profumo ben pronunciato. «Un prodotto che ci ha visti impegnati quotidianamente in questi due anni, l’inizio di un grande ciclo per la storica cantina La Versa e per l’Oltrepò Pavese – esulta Andrea Giorgi, presidente di Terre d’Oltrepò –. Per noi il Testarossa 2015 non è solo lo spumante di ottima qualità contenuto nella bottiglia, ma è molto di più. Siamo convinti che abbia una valenza sociale, profonda, quasi sentimentale: permette al consumatore di partecipare direttamente a un progetto davvero grande, rivolto a un intero territorio ». Giorgi sottolinea quindi le sfumature positive che il Testarossa potrebbe avere: «Deve infondere fiducia ai nostri soci, perché è la dimostrazione tangibile che anche una grande cantina cooperativistica, qual è Terre d’Oltrepò, può fare vini di alta qualità». Michele Mezzanzanica

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