Sardegna e Sicilia

Sardegna e Sicilia 2019-04-03T15:46:15+00:00

Nessun banner da visualizzare

SARDEGNA

Piccoli, ma forti in tutto il mondo

Tipicità e bio aiutano l’isola a varcare i confini nazionali e attirano i giovani

di LUIGI MANFREDI

IL MARE e il vento avvolgono le viti della Sardegna e imprimono un timbro inconfondibile al vino dell’isola. Ed è proprio sulla tipicità – con un’attenzione particolare al biologico e alla riscoperta di vitigni piccolissimi a rischio di scomparsa – che punta forte un settore, quello vitivinicolo, che in Sardegna, pur uscendo da due anni difficili segnati da eventi atmosferici avversi (nel 2017 la siccità e le gelate di metà aprile, nel 2018 la troppa pioggia) con una sensibile diminuzione dei volumi produttivi (nel 2018 la produzione sarda, oltre 400mila ettolitri in grandissima parte Doc e Igt, ha rappresentato l’1% di quella complessiva italiana), vive un momento di grande vivacità, caratterizzato dal mélange di artigianalità e conoscenze tecniche di alto livello.

PER DIRE: non è un caso che le cantine stiano aumentando e che i giovani – a differenza ad esempio di quanto sta accadendo nell’allevamento – continuino a coltivare le vigne. La produzione di vino sardo – circa 26mila ettari di superficie vitata, 39mila aziende viticole, con una media delle dimensioni aziendali, secondo una stima Coldiretti, di 0,7 ettari e il 47% della superficie inferiore a un ettaro e il 2,1% superiore ai 5 ettari – ha un valore stimato in 63 milioni di euro, circa il 2% di quello complessivo italiano. «Ecco perché – commenta Luigi Usai, funzionario della Regione Sardegna referente per il Vinitaly – non possiamo produrre vini (sia rossi come Cannonau e Carignano, sia bianchi come Vermentino e Nuragus) omologati agli altri. Saremmo perdenti in partenza. La nostra possibilità di entrare in un mercato nazionale e internazionale è quella di diversificare, di produrre vini che siano immediatamente individuabili e collegabili alla nostra terra. Vini che sappiano di mare, molto particolari rispetto ad altri».

VINI che guardano oltre l’isola e il continente. Oltre il 60% della produzione infatti viene esportato: il 60% in Europa (la Germania è il primo mercato), il 30% negli Stati Uniti. Se alcune varietà sono conosciutissime fuori regione (le cinque principali tipologie sono Vermentino, Cannonau, Nuragus, Monica e Carignano), l’isola si caratterizza per una ‘marea’ (per stare in tema) di uve autoctone, magari di piccolissima produzione, oltre che per vitigni internazionali. Sotto il profilo delle certificazioni, la Sardegna conta una sola Docg (il Vermentino di Gallura, brand straconosciuto nel mondo), 17 Doc e 15 Igt.

PRESSOCHÉ tutta la Sardegna è votata alla coltivazione della vite (la maggior parte dei vitigni si trova nelle zone collinari) con alcune specificità: il nord (la Gallura) è la culla del Vermentino, il centro (la Barbagia di Nuoro) è votato al Cannonau, il sud (Cagliari) al Nuragus e al Monica. E come accennavamo, accanto ai ‘top brand’ (eccellenze assolute che compaiono fra i cento migliori vini italiani) e ad autentiche perle come la Vernaccia di Oristano e la Malvasia di Bosa, si punta adesso anche sulla riscoperta di vitigni piccolissimi, di nicchia. Ad esempio andando a riscoprire tipologie di Cannonau per lavorarle in purezza. O cercando di mantenere in vita l’Arivisionadu, un antichissimo vitigno bianco autoctono che un piccolo gruppo di appassionati di Benetutti – borgo nel Goceano, media montagna in provincia di Sassari – sta strappando all’estinzione. Un vino antico, difficile come lo è questa terra, quasi da meditazione. Un vino «disposto a concedersi solo a chi aspira alla sua anima oltre che al suo corpo». Lo scriveva 50 anni fa il celebre enologo Luigi Veronelli.


LE AZIENDE GLI OBIETTIVI DI MASSIMO RUGGERO, AD DELLA CANTINA DI LUOGOSANTO

Siddùra punta sull’export:«Cuore sardo e anima internazionale»

Nessun banner da visualizzare

STATI UNITI e Germania. Usa ed Europa. Partendo da Luogosanto, valorizzando lo slogan ‘Cuore sardo e anima internazionale’, la cantina Siddùra ha deciso, anche per il 2019, di puntare sull’export. Quello più lontano e, a suo modo, complesso risulta essere il mercato nord americano, dove Siddùra è presente in gran parte della California e in Canada con trattative avanzate negli Stati Uniti e in Texas. Si parla di alcune migliaia di bottiglie all’anno, numeri ancora piccoli ma che confermano la valenza strategica del mercato Usa. I dati dello Us Department of Commerce del 2018 confermano come l’Italia resista al secondo posto nell’export di vino dopo la Francia. L’andamento resta divergente, caratterizzato da un valore delle importazioni che ha superato i 6,2 miliardi di dollari, con una crescita del 4,9%, mentre le quantità hanno subito una contrazione di -4,6%. Un dato che si spiega con l’aumento del prezzo medio da 4,9 a 5,4 dollari al litro. In questo senso Siddùra ha scelto di puntare ancora una volta sulla qualità dei suoi vini, mantenendo un livello dei prezzi conforme a quello del mercato italiano, investendo molto su Nudo, il suo rosato da uve cannonau.

«UNO degli obiettivi di Siddùra è quello di portare il marchio Sardegna nel mondo, promuovendo l’unicità del suo terroir capace di generare vitigni autoctoni con caratteristiche peculiari – sottolinea Massimo Ruggero (foto), amministratore delegato della cantina gallurese -. Vermentino di Gallura, Cannonau e Cagnulari sono sempre più apprezzati dalla critica internazionale. Sono certo che un’adeguata promozione dei vitigni sardi possa accendere i riflettori a livello mondiale sulla nostra Isola. In questo senso Siddùra cerca di dare il proprio contributo, esportando vini di assoluta qualità». Così l’export diventa sempre più un’esigenza per la cantina di Luogosanto. In questi anni i vini destinati all’export hanno raggiunto il 20% della produzione di Siddùra, con un focus europeo che vede la Germania in cima, subito dopo la Svizzera, tra i Paesi del Vecchio Continente.


SICILIA

Il boom delle piccole aziende

Crolla la quotazione per la troppa produzione, ma l’isola non dà più solo vini sfusi

di MARCO PRINCIPINI

UN’ANNATA fin troppo abbondante, il 2018, per il vino da tavola, soprattutto al nord. E questo ha portato un crollo dei prezzi per il vino siciliano, che fatica a trovare sbocchi di mercato. L’allarme è della Cia. «Nelle cantine dell’isola – spiega un comunicato – c’è oltre un milione di ettolitri di vino comune, una volta identificato dalla normativa come ‘vino da tavola’ mentre il prezzo, ad esempio dei bianchi, è sotto i due euro per ettogrado, circa 20 centesimi al litro. Lo scorso anno veniva invece venduto a 40-45 centesimi, prezzo sempre inferiore rispetto alla media dell’Ismea (54 centesimi) ». Non va diversamente per gli altri prodotti derivati dall’uva, come i mosti concentrati, utilizzati per elevare il grado alcolico: «Sono sempre meno – insiste la Cia – quelli che partono dall’isola alla volta di quelle regioni dove, per condizioni climatiche, è difficile arrivare alla gradazione alcolica minima prevista dalla legge». Insomma, i prezzi sono il problema più urgente da affrontare per gli operatori della filiera nell’isola: «Con questi prezzi è impossibile rientrare dai costi – taglia corto il presidente della Cia di Mazara del Vallo Maurizio Scavone –. Nelle province di Palermo e Trapani, che da sole producono quasi il 70% di vini e mosti siciliani, crisi di mercato e prezzi bassissimi non consentiranno a tutte le cantine sociali di coprire i prestiti per le anticipazioni ». Per gli agricoltori lo stato di crisi trova conferma nelle preoccupazioni dell’Irvo, l’Istituto regionale del vino e dell’olio. «Per superare questo momento bisogna trovare dei possibili ‘strumenti’ che permettano di ammortizzare, nel lungo periodo, le annate in cui ci sono state produzioni eccessive – ammonisce il direttore dell’istituto Vincenzo Cusumano –. Ma guardando oltre bisogna anche intervenire strutturalmente sul tessuto imprenditoriale siciliano, fatto soprattutto di micro imprese». Per l’Irvo le sfide principali sono due: studiare meccanismi per distribuire al meglio gli utili lungo la filiera e spingere le cooperative a innovarsi per emergere sul mercato internazionale. «Sono reduce dal Prowein di Dusseldorf – sottolinea Cusumano – e c’è tutt’oggi una forte domanda per il brand Sicilia ». Se le criticità non mancano, il vino siciliano sta comunque vivendo un periodo di forte trasformazione. La Sicilia non è più solo una terra di vini sfusi, ma una regione con i suoi prodotti inconfondibili. Ed è questo il volto con cui la regione si presenta al Vinitaly numero 53, in programma dal 7 al 10 aprile. La crescita qualitativa è evidenziata anche dai numeri assoluti che emergono dai dati del Consorzio Doc Sicilia, a partire dalle quasi 900 aziende vitivinicole imbottigliatrici siciliane, oltre 250 in più dal 2010. A dominare la classifica delle province sono Trapani (293 aziende), e Catania con oltre 200 aziende, anche in virtù della presenza sul territorio dell’Etna. Nel 2018 la Doc Sicilia ha superato gli 80 milioni di bottiglie prodotte, cioè 51 milioni in più rispetto al 2017: significa una crescita verticale del 173%. I due vitigni principali della Doc Sicilia restano Grillo e Nero d’Avola. Ma cresce anche l’imbottigliamento di altre varietà, a partire dal Merlot siciliano e dal Syrah. Il boom ha incentivato il consorzio a prevedere, dal 2021, l’introduzione del contrassegno di Stato su tutte le bottiglie Doc Sicilia. Ora, l’isola punta a mostrare il suo nuovo volto. Ed è con questo spirito che si presenterà al Vinitaly: nel Padiglione 2 della manifestazione veronese avrà a disposizione uno spazio espositivo di circa 3.000 metri quadrati e nel Salone Vite la regione è rappresentata da 190 cantine e dalle loro nuove etichette.


FOCUS NICOLA D’AURIA: «LE CANTINE APERTE ORMAI SONO ANCHE UNA VOCE IMPORTANTE DEI FATTURATI»

«Sogniamo la crociera dei prodotti italiani»

Il Movimento turismo vino pensa in grande: «Ormai siamo un punto di riferimento»

di RICCARDO RIMONDI

L’ULTIMO SOGNO, per far volare un comparto che attira sempre più turisti, è quello di una crociera ad hoc. Un viaggio in sei tappe lungo la penisola, con un porto diverso in cui sbarcare ogni giorno, per permettere ai viaggiatori di conoscere i prodotti di casa nostra. Nicola D’Auria, presidente del Movimento turismo del vino, ci sta lavorando da qualche mese: «Ho preso dei contatti, speriamo di farcela. Credo che sarebbe una cosa unica al mondo. Puntiamo al 2021». La formula è semplice, ma molto ambiziosa: «L’idea sarebbe spostarsi di notte: di giorno la nave attraccherebbe nei porti e da lì, con i pullman, in un’ora-un’ora e mezza si potrebbero raggiungere le cantine».

MENTRE si lavora per rendere l’utopia qualcosa di concreto, l’associazione nata nel 1993 da Donatella Cinelli Colombini e un gruppo di vignaioli guarda alla strada percorsa: oggi le cantine associate, sparse tra tutte le regioni dalla Valle d’Aosta fino alla Sicilia, sono «circa 850», calcola D’Auria. I numeri sono in costante crescita: nel 2016 le ricerche calcolavano un 21% di italiani in viaggio interessati al turismo enogastronomico, percentuale salita al 30% nel 2017 e volata al 45% di turisti italiani che negli ultimi tre anni hanno svolto un viaggio con questa motivazione. I dati emergono dal Rapporto sul turismo enogastronomico italiano 2019, curato dalla docente universitaria Roberta Garibaldi, e saranno approfonditi anche al Vinitaly. E intanto è arrivata la legge sull’enoturismo varata nelle scorse settimane: «È molto positiva, perché detta regole certe su come si può fare – commenta D’Auria –. Finora era molto difficile vendere il pacchetto di visite in azienda, questa norma ci permetterà di lavorare al meglio. Le cantine potranno migliorare le attività di accoglienza, possiamo e dovremmo lavorare al meglio ».

CON IL MINISTERO delle Politiche agricole alimentari, forestali e del turismo i rapporti sono buoni: «Abbiamo aperto una collaborazione in occasione del Fitur (la borsa del turismo) di Madrid a gennaio, stiamo diventando sempre più un punto di riferimento del turismo italiano». La collaborazione con il Ministero continuerà, racconta D’Auria, anche in occasione del Vinitaly: «Avremo un desk, per fare un minimo di accoglienza e confrontarci con il mondo produttivo, presso il Ministero. Martedì 9 avremo una conferenza stampa congiunta con il ministro Gian Marco Centinaio per la presentazione di Cantine aperte 2019». Un format, Cantine aperte, che ormai ha raggiunto il ventisettesimo anno di vita, con un format molto tradizionale che però non smette di dare soddisfazioni ai produttori che decidono di aderire. Anche perché ciascuna ha il modo di lasciare la propria impronta: «Ogni cantina personalizza l’evento, con degustazioni particolari e visite ai vigneti, ma anche spettacoli teatrali e musicali. E ormai siamo cantine aperte tutto l’anno».

TANTE LE AZIENDE che hanno investito, vedendo nell’apertura delle proprie porte un’opportunità per crescere: «Le cantine più grandi si sono strutturate con il personale: oggi fare accoglienza significa avere persone che parlano più lingue, che possono gestire una degustazione e un giro della struttura. Le cantine si sono fatte belle, ormai sono cattedrali». Anche perché questa non è solo una strada per pubblicizzare i propri marchi, ma anche una vera e propria opportunità di business: «Quelle che hanno investito – assicura D’Auria – ormai fanno un fatturato che molte volte è quasi il 30/40% della vendita del vino, a volte ci sono ingressi a pagamento e liste d’attesa di qualche mese ». I progetti non sono finiti. Il più grosso è quello della nave. Ma l’attività promozionale continua tutti i giorni, contando soprattutto sull’autofinanziamento: «Essendo associazione nazionale – spiega D’Auria – non possiamo usufruire di finanziamenti regionali. E questo per certi versi è un problema».


FOCUS RILEVATA MANGILLI-CANTINE E DISTILLERIE FRIULANE, ATTIVA FIN DAL 1800 E NOTA PER LE SUE GRAPPE

Caffo, acquisizioni e pioggia di premi

Il gruppo dell’Amaro del Capo al Vinitaly dopo il riconoscimento di Distilleria dell’anno

di MARCO PRINCIPINI

Un periodo d’oro. La Distilleria Fratelli Caffo Srl, nota in tutto il mondo per l’Amaro del Capo, si prepara a sbarcare al Vinitaly forte di un triennio in crescita e del successo ottenuto alla sesta edizione dell’Annual Berlin International Spirits Competition. Nella rassegna tedesca l’azienda ha vinto il premio come Miglior distilleria italiana 2019. A incoronarla è stata una giuria di esperti, che ha valutato oltre 300 specialità provenienti da 19 paesi di tutto il mondo. Tra i prodotti Caffo, il Limoncino dell’Isola conquista la medaglia d’oro mentre a Liquorice ed Heritage Brandy Riserva del 1970 vanno le medaglie d’argento e a Sgnape dal Fogolar va quella di bronzo.

INSOMMA una pioggia di riconoscimenti, nonostante il gruppo Caffo 1915 non abbia presentato in concorso i suoi marchi più celebri come Vecchio Amaro del Capo o Borsci S. Marzano, preferendo scommettere su prodotti meno conosciuti. «Questi riconoscimenti rappresentano per noi una grande soddisfazione e una conferma dell’impegno costante nella ricerca di prodotti di alta qualità e in grado di soddisfare anche i palati più esigenti – afferma Nuccio Caffo, ad dell’azienda –. Il premio come miglior distilleria italiana è indubbiamente motivo di orgoglio, ma anche una grande responsabilità perché ci rende portatori del gusto italiano nel mondo».

INTANTO il gruppo incassa l’acquisizione di Mangilli-Cantine e distillerie friulane, storica realtà friulana attiva fin dal 1800 e famosa per il suo assortimento di grappe. Caffo porta sotto la propria ala distillerie storiche per tutelare l’eccellenza della produzione liquoristica nostrana e per preservare tradizionali sistemi di lavorazione. «Questa strategia rientra nella storia delle acquisizioni del gruppo – afferma l’ad – da sempre impegnato a sostenere e dare vita alle realtà made in Italy». Grazie all’acquisizione, poi, Caffo entra nel mondo del prosecco con il Prosecco Mangilli.

UN MOMENTO d’oro, quindi, per un gruppo che produce e distribuisce bevande alcoliche dal 1915, con il Vecchio Amaro del Capo (oltre 30% di quota di mercato presso la Gdo) come cavallo di battaglia in un catalogo di diverse ricette. Oggi Caffo è in tutta Europa, negli Usa e in Australia. E adesso il gruppo si prepara a tornare al Vinitaly. L’8 aprile, alle 17, ci sarà un incontro dedicato all’assaggio dei migliori prodotti della distilleria tra cui i vincitori dell’Annual Berlin International Spirits Competition: tutti sono stati realizzati integralmente nella sede storica di Limbadi in Calabria ad eccezione di Sgnape dal Fogolar, prodotta nella filiale friulana di Caffo specializzata nella distillazione di grappe e acquaviti e nel loro invecchiamento.

ECCO le caratteristiche dei prodotti premiati a Berlino. Il Limoncino dell’Isola è preparato rispettando la tradizionale ricetta del sud Italia, con l’infuso di scorze dei migliori limoni calabresi appena raccolti. È l’ideale digestivo dopo un pranzo mediterraneo e un ottimo ingrediente per personalizzare long drink e cocktail. Va servito ghiacciato a -20°C. Dalla liquirizia, i cui benefici effetti sono noti fin dall’antichità, nasce invece il Liquorice. Heritage Brandy Riserva del 1970 è un’acquavite di pregiati vini dell’Italia meridionale e rappresenta l’eredità dei distillatori del secolo scorso, un periodo storico che ha visto protagonista il brandy italiano. Sgnape dal Fogolar è una grappa che nasce dalla selezione di pregiati distillati di vinaccia, lasciati maturare naturalmente in fusti di rovere per oltre 18 mesi.

Nessun banner da visualizzare