Toscana

Toscana 2018-04-16T15:45:09+00:00

Un’annata di vini buoni, ma a caro prezzo

La regione si presenta a Verona con circa 800 stand nel padiglione 9

LA SOLITA carica degli ottocento, stand più stand meno, a occupare un intero padiglione, il 9, ormai la casa del Vigneto Toscana a Vinitaly, più una serie di ‘‘big’ sparsi in altre aree della Fiera, più la Maremma confinata per motivi di spazio nella solita piccola struttura attigua. Più, naturalmente, la gran fioritura di biologici, naturali e biodinamici che si affacciano con piccoli banchi o sotto cartelli comuni nelle aree dedicate, il ViViT e il Vinitaly Bio. Ottocento tra aziende e Consorzi, con il solito entusiasmo, perché in fondo ‘Toscana’ è un brand che si vende ancora bene sui mercati (salvo, magari, scoprire poi che il Chianti, il rosso che più di ogni altro significa proprio ‘Toscana’ se non addirittura Italia nel mondo intero, perde 200 milioni di euro per colpa di 2mila venditori che online trafficano Chianti tarocco, il più delle volte preparato con le magiche ‘polverine’, una recente indagine ne ha scoperti ben 39 kit diffusi sul web), idea confermata anche dai passaggi al recente ProWein di Dusseldorf. Ma con una drammatica consapevolezza: l’annata 2017, appena passata, probabilmente regalerà vini anche molto buoni. Però
costa, secondo le stime di Confagricoltura, qualcosa come 480 milioni di euro in termini di crollo di produzione vendibile. Gelate tardive a primavera, e poi la grande siccità: se si sono bruciati qualcosa come 1 milione di ettolitri di vino, da 2,6 a 1,6 milioni, cioè almeno 130 milioni di bottiglie da immettere sui mercati, 215 milioni in luogo di
una media che si aggira intorno ai 345-350. Problema che si traduce nel naturale rialzo del prezzo, oggi lo sfuso viaggia intorno agli 800 euro al quintale per Sua Maestà Brunello di Montalcino, il più costoso, ma un giorno o l’altro si farà sentire l’effetto, cioè la mancanza del prodotto da vendere.
DETTO QUESTO, il Vigneto Toscana non si arrende. Forte comunque dei numeri: dei suoi 59mila ettari di viti, di cui ben 43mila – il più alto rapporto in Italia – a denominazione. Sono tante, ben 58: secondo i vecchi schemi di classificazione (oggi da semplificare in Dop e Igp) si contano 11 Docg (la prima al Brunello, nel 1980), 41 Doc (la
prima alla Vernaccia di San Gimignano, nel 1967, la prima in assoluto in Italia) e 6 Igt.

IL PANORAMA
Questo territorio conta su 59mila ettari di viti, di cui 43mila a denominazione

A lavorarle, 15mila delle 22mila aziende agricole totali in genere medio-piccole: numerose quelle che conferiscono le uve alle 20 cantine sociali della regione, il cui prodotto non è comunque trascurabile, arrivando al 13 per cento del totale. E poi ci sono
i big. Un poker d’assi, nel Vigneto Toscana: ecco Marchesi Antinori, gruppo da 25 milioni di bottiglie e 200 milioni di fatturato, aziende in tre continenti; ecco Ruffino, oggi passata in mani americane (è di proprietà di Constellation
Brands), 350 ettari, 100 milioni di euro con 26 milioni di bottiglie; ecco Frescobaldi, 100 milioni di euro con 15 milioni di bottiglie; e poi Castello Banfi, re di Montalcino, 10 milioni di bottiglie da quasi mille ettari.

VALORE AGGIUNTO
Il vino dà una mano anche al turismo richiamando visitatori

E dietro, un bel numero di medie aziende, ma con nomi famosi come Folonari, Ricasoli, Cecchi, Carpineto, Chianti Geografico: tutti alle prese principalmente con vini rossi, che rappresentano l’88 per cento del totale, su un 93 per cento complessivo a denominazione, contro il 56 della media nazionale. Anche se cresce il movimento dei bianchi, e cresce la voglia di spumanti.
VINO che in Toscana significa anche turismo. Un bel valore aggiunto per l’indotto: il Movimento per il turismo del vino stima un movimento di 14 milioni di enoturisti, per un valore di 2,5 miliardi di euro. Solo a Montalcino i visitatori sono 1 milione e mezzo in un anno, e nella piccola San Gimignano – la ‘Manhattan del Trecento’ – arrivano a 3 milioni. A Montepulciano, il Consorzio del Vino Nobile stima una ricaduta del 70% sull’indotto
locale. Comunità e produttori si attrezzano: nascono i distretti rurali, i produttori si associano anche a livelli ultralocali, ecco l’Unione dei produttori di Panzano, la ‘piccola Borgogna’ del Chianti o Classico Berardenga, ancora nel Chianti Classico, ecco Cortona e Bolgheri che affidano al vino oltre che all’arte e alla poesia e all’ambiente un appeal irresistibile.


SORRISI
La vendemmia del Chianti e, sotto, una degustazione di vini toscani

Il 63% degli italiani vuole esperienze enogastronomiche

NELLO scegliere la meta del proprio viaggio il 63% dei turisti italiani valuta come importante la presenza di esperienze enogastronomiche, il 52% presta attenzione ai prodotti agroalimentari e vinicoli di qualità, il 40% a quelli biologici, e il 42% è interessato a strutture ecosostenibili e a un turismo più ‘green’. Emerge dal primo rapporto realizzato dall’Osservatorio nazionale del turismo enogastronomico, presentato a Gaiole in Chianti (Siena), alla tenuta Barone Ricasoli. Il rapporto è stato illustrato nel corso di una tavola rotonda organizzata da Repower e Seminario permanente Luigi Veronelli.