Toscana

Toscana 2019-04-03T13:18:55+00:00

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FOCUS DOPO I PROBLEMI DEL 2017 LA REGIONE RIPARTE: E IL CHIANTI PUNTA CINA E SUDAMERICA

Un anno alla conquista dei mercati esteri

Volano le quotazioni per i terreni del Brunello, Bolgheri ottiene l’aumento delle vigne

di PAOLO PELLEGRINI

IL CHIANTI alla conquista della Cina e del Sudamerica. Il Sassicaia che spopola sulle classifiche delle bibbie mondiali, e intanto Bolghereaux chiede e ottiene l’aumento delle vigne da destinare ai ‘vini della rivoluzione’ costiera perché i suoi 8 milioni di bottiglie ormai non bastano più, cresce la domanda di rosso e impazza quella del Vermentino, il bianco più amato per gli aperitivi. Il Brunello che vede passare di mano i terreni a prezzi da capogiro, dopo le recenti acquisizioni – Banfi, Collemassari e Illy si sono ampliati – un ettaro di viti da Brunello sfiora i 900mila euro, e la media comunque non va sotto i 600mila. La Maremmashire, ormai lontanissima dall’immagine di terra ‘amara’, paludosa e fitta di briganti, nel mirino delle grandi griffe che ci investono in rossi e bianchi.

IL DISASTRO dell’annata 2017 sembra superato, nel Vigneto Toscana. Anche se il presidente (ormai scaduto, ma hai visto mai) del Consorzio Chianti Docg, Giovanni Busi, riparte all’assalto con la richiesta alla regione di accordare la sperimentazione per le viti resistenti ai funghi e alle crittogame, con il rischio di restare indietro, rispetto alle regioni del Nord che si sono già mosse, «in un aspetto fondamentale – dice – della coltivazione della vite quindi della produzione vinicola dei prossimi decenni, un prodotto di qualità che risponde a standard ecologici elevatissimi per garantire così il produttore e il consumatore finale». Del resto le aziende vitivinicole toscane non stanno a guardare: il 45% dei vigneti sono stati rinnovati, e negli ultimi dieci anni la cifra sfiora il 25%, vale a dire 15mila dei 60mila ettari complessivi di vigne lavorati da 23mila aziende. Tra l’altro, di questi, ormai oltre un quinto – più di 13mila ettari – sono certificati biologici, e moltissimi altri in fase di conversione, senza contare un buon trend per il biodinamico. Numeri destinati a crescere: la recente concessione di 190 ettari (120 a rosso e 70 a bianco) per la doc Bolgheri va di sicuro anche in questa direzione. Investimenti che fanno il pari con le campagne di promozione attivate grazie ai fondi europei, in due anni 11 milioni e mezzo di euro per sostenere 38 progetti.

DEL RESTO, l’export è trainante, per il Vigneto Toscana, che vale il 6,3% dell’intera produzione nazionale in volume – 2,4 milioni di ettolitri, insomma 320 milioni di bottiglie, un po’ sotto la media degli ultimi cinque anni ma ben il 44% oltre il disgraziatissimo 2017 – ma ben l’11% in valore, circa 926 milioni di euro sugli 8,3 miliardi complessivi, e precisamente 743 milioni per i vini a dop (11 docg e 41 doc) e 183 milioni per gli Igp; denominazioni che significano soprattutto grandi rossi, per l’88% con il predominio assoluto dei vini da uva sangiovese che pesano il 62% del totale, lasciando solo l’8% al merlot, il 6% al Cabernet Sauvignon e il 5% al Trebbiano toscano, prima delle uve bianche. SONO 110 milioni di bottiglie in giro per il mondo, solo quelle partorite dalle zone di eccellenza, a più alta qualità. Numero che significa tanto. Vuol dire che una bottiglia di vino italiano su cinque, in giro per il mondo, è targata Toscana: 35 milioni solo dal Chianti, la denominazione più vasta con i suoi 15mila ettari di viti in sette sottozone. La più estesa ma non quella che, almeno in percentuale, esporta di più: il primato se lo giocano le tre grandi denominazioni dei rossi, il Brunello con il 70% dei suoi 8 milioni di bottiglie, il Chianti Classico con il 77% (ma la produzione complessiva si aggira sui 36 milioni) e il Nobile di Montepulciano con il 78%. Chianti docg e Morellino di Scansano vanno forte invece in Italia, con il Chianti che fattura 71 milioni nella grande distribuzione: ha perso il 2,3% in volume, ha guadagnato il 2,4% in valore. Anche la Toscana comincia a farsi rispettare: bere bene, e tutti i giorni, certo. Ma pagarlo il giusto a chi ci lavora. E cioè soprattutto tante donne. E anche questo è un record.


Il vino toscano incanta la Germania

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Il Paese compra da solo l’8% della produzione del Gallo Nero

di MARCO PRINCIPINI

IL MOMENTO d’oro del vino italiano, che sorpassa la Francia in volumi di vendite e che viene incoronato d’alloro dalla critica, è anche quello dell’unione. Al Pro- Wein, una delle fiere di settore più importanti al mondo, i produttori toscani si sono presentati insieme: sotto l’ombrello di Promovito, l’associazione che unisce i Consorzi di Tutela del comparto vitivinicolo regionale, c’erano dieci Consorzi, 29 vini a denominazione e oltre 200 produttori. L’iniziativa è stata realizzata con il sostegno della Regione Toscana e con il contributo dell’Unione Europea. «È una grande soddisfazione vedere l’Italia fortemente presente a ProWein, soprattutto la Toscana, che si presenta unita nel padiglione 16, con un’immagine coesa di grande impatto: un segnale forte di unione che arriva dal mondo vitivinicolo toscano, eccellenza del Made in Italy», ha commentato il presidente dell’associazione Promovito, Sergio Zingarelli, vice presidente del Consorzio Vino Chianti Classico.

QUESTI i consorzi aderenti all’iniziativa: Consorzio Vino Chianti Classico, Consorzio del Vino Brunello di Montalcino, Consorzio Vino Chianti, Consorzio per la Tutela dei Vini Bolgheri Doc, Consorzio del Vino Vernaccia di San Gimignano, Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano, Consorzio Tutela Valdarno di Sopra, Consorzio Tutela Vini della Maremma Toscana, Consorzio Tutela Vini Montecucco, Consorzio a Tutela del Vino Morellino di Scansano Docg.

NELLA FIERA di Düsseldorf, 25esima edizione, l’Italia era il Paese più rappresentato con 1.700 aziende vinicole, il 29% degli espositori. Tra queste il ministro delle Politiche agricole Gian Marco Centinaio ha incontrato il presidente del Consorzio Chianti Classico, Giovanni Manetti, allo stand consortile. Per il Mipaaft il prodotto vino è essenziale, ha spiegato Centinaio, motore trainante e fiore all’occhiello dell’agricoltura italiana, che ha sottolineato come il prodotto vino abbia come caratteristica intrinseca la capacità di emozionare e affascinare, raccontando una storia e un territorio. Tema che si lega all’enoturismo, molto caro a Centinaio, potenziato e tutelato con una legge specifica di solo pochi giorni fa.

APERTURA al ‘nuovo mondo’, ma anche sguardo ai mercati maturi. La strategia del Consorzio Vino Chianti Classico si rivolge non solo alla domanda emergente nei paesi dell’Estremo Oriente, con la partecipazione nei prossimi mesi a fiere di settore come la ProWein Shanghai a novembre e a VinExpo Hong Kong a maggio 2020, ma presidia e rafforza la sua presenza anche sui mercati storici, come la Germania. Il mercato tedesco nel 2018 ha assorbito 8% della produzione del Gallo Nero, e l’obiettivo adesso è la crescita, in particolare nel settore dell’alta ristorazione. In questi giorni a ProWein, una delle fiere di settore più importanti del mondo, il Chianti Classico, che partecipa dal 1998, si presenta con 45 aziende e 198 etichette (Halle 16 H50). Le prime impressioni sono molto positive: soddisfazione dei produttori per la qualità del pubblico della fiera (professionisti del settore e stampa specializzata). Agli stand del Gallo Nero i visitatori si dividono tra extra europei ed europei, con una lieve prevalenza di questi ultimi. Importante la presenza di wine buyer dei ristoranti e di distributori specializzati in ristorazione. Momento clou della fiera è la premiazione del Gran Premio internazionale del Vino Mundus Vini, organizzato da Meininger Verlag e giunto alla sua ventiquattresima edizione. In gara circa 7.200 vini di 156 tenute diverse, da cui l’Italia è uscita vincitrice con il maggior numero di riconoscimenti. A livello nazionale, la Toscana si è aggiudicata il secondo posto, trainata dai Chianti Classico (un’etichetta premiata su quattro è firmata Gallo Nero), confermando l’apprezzamento per i vini della denominazione.


La Via della Seta beve Brunello

Il dono di Mattarella a Xi Jinping, mentre le aziende puntano la Cina

di PAOLO PELLEGRINI

LA VIA della Seta 2.0 si apre per l’Italia anche nel segno del Brunello. Aveva con sé tre bottiglie del pregiato nettare di Montalcino, il presidente cinese Xi Jinping, quando ha lasciato il nostro Paese dopo la firma dell’accordo. Tre bottiglie di Brunello, dono del presidente italiano Sergio Mattarella: evidentemente, anche il Quirinale sa bene su cosa puntare quando c’è da mettere l’accento sull’eccellenza.

E DEL RESTO a Montalcino hanno capito bene l’importanza del mercato cinese. E la strategia per aggredirlo, che passa sì per gli accordi commerciali con partner tipo AliBaba, ma ha bisogno anche di un supporto particolare. «Stiamo studiando come far comprendere l’importanza del Brunello e investiremo nella formazione dei soggetti che si avvicinano al mondo del vino», annuncia Giacomo Pondini, direttore del Consorzio del Brunello. «Si tratta – spiega – di organizzare eventi non solo per gli operatori di mercato, ma di coinvolgere sommelier e retail, insomma chi deve proporre il vino ai consumatori. Poi seguiranno le opportune campagne di comunicazione. Un programma che punta sulla Cina ma anche sul resto dell’Asia, salvo il Giappone dove in realtà la consapevolezza c’è già».

PROGETTI ambiziosi, del resto in linea con un territorio che sta conoscendo successi quasi impensabili solo pochi decenni fa. Nel 1967, quando è arrivata la Doc ed è nato il Consorzio i soci erano una quindicina, oggi sono 258 (di cui 208 imbottigliatori), cioè tutti i produttori del territorio; le bottiglie di Brunello prodotte erano 13mila contro i 9,5 milioni di oggi (più 4,5 milioni di Rosso, 400mila di Sant’Antimo e 40mila di Moscadello), da 3.500 ettari contro gli appena 115 dell’inizio; l’export copre il 70% della produzione e il valore complessivo del giro d’affari vitivinicolo si aggira sui 160 milioni di euro.

PER NON parlare del valore dei terreni. Impressionano le cifre scaturite da una analisi di winenews. it, uno dei più attivi siti di riferimento nel mondo del vino. Nel 1967, infatti, anno di nascita del Consorzio, un ettaro di terreno vitato e/o vitabile (fabbricati annessi) valeva 1,8 milioni di lire, pari a 15.537,15 euro (cifra ottenuta con il calcolo dei coefficienti Istat per l’attualizzazione dei valori al 2006); nel 1977 si sale già a 3,5 milioni di lire (fabbricati e vigne vecchie incluse), grosso modo il doppio. Ma già nel 1987 siamo a 50 milioni di lire (50.140,22 euro con gli stessi coefficienti), per triplicare a 150 milioni nel 1997. Con l’euro, nel 2007 si sale a 350mila nel 2007, per arrivare al milione di euro registrato nella transazione più recente: l’acquisizione dell’Azienda agricola Il Paradiso da parte di Gogu Cacuci, imprenditore leader della sanità privata in Romania.

UN’ALTRA BANDIERINA su un terroir che si presenta a Vinitaly forte dei suoi numeri, che vedono in crescita anche il ‘fratello minore’ del Brunello, il Rosso, a segno con un +10% negli ultimi tre anni. «Molto apprezzato – dice Pondini – per l’immediatezza e per le più spiccate caratteristiche di frutto del Sangiovese, ma anche perché più trasversale, più vicino a chi cerca prezzi più abbordabili ». Ce n’è tanto, nell’annata 2017 che si presenta a Verona dopo il battesimo di Benvenuto Brunello, più del fratello maggiore: il 2014, annata delle meno facili, ha prodotto poco più di sei milioni e mezzo di bottiglie. Un problema? Per carità. Come chiosa Alessandro Regoli, fondatore e direttore di winenews.it, «se tutto il mondo del vino avesse i problemi di Montalcino, avrebbe risolto ogni problema ».


FOCUS AL VINITALY CON UNO STAND DA 300 METRI QUADRATI E OLTRE 200 ETICHETTE IN DEGUSTAZIONE

Il Gallo Nero tra mercati e innovazione

Il Consorzio del Chianti Classico guarda l’Estremo Oriente e interroga i soci

di PAOLO PELLEGRINI

IN LIVREA settecentesca, come un gentiluomo di stampo antico che domina le sue campagne e sembra uscito da un dipinto di Zais o di Ricci o di un grande pittore vedutista. Oppure in giacca a quadri, cravatta e pochette in parure, come un elegante dandy. Il protagonista è sempre lui, il Signore del Chianti Classico. Il Gallo Nero che nel recente restyling del marchio aveva poggiato bene i piedi per terra, e aperto altrettanto bene il becco. Per cantare forte.

MAGARI anche sui social. Per svecchiare un’immagine forse un tantino paludata: è quello che il Consorzio chiede in un questionario appena inviato ai suoi soci, 523 aziende (di cui 315 imbottigliatori) che nei 7.200 ettari di vigne iscritte all’albo del Chianti Classico (sui 10mila totali del vigneto racchiuso in otto comuni delle province di Siena e Firenze) producono in media ogni anno 270mila ettolitri di questo ‘nettare’ composto da almeno l’80% di uva Sangiovese: sono 35-38 milioni di bottiglie che viaggiano per il 77% all’estero, in 130 paesi, con gli Stati Uniti che da soli coprono il 34% delle vendite, dunque più del mercato interno.

E PROPRIO sui mercati si concentrano gli sforzi e l’attenzione anche nelle iniziative di promozione e nella partecipazione alle fiere. Reduce da Prowein – dove tutti i produttori toscani si sono presentati uniti ai 60mila operatori presenti, sotto l’ala dell’associazione Promovito – con un rinnovato impegno per crescere anche in un mercato pur consolidato come quello tedesco, il Chianti Classico si presenta a Vinitaly con una doppia strategia: l’interesse per il ‘nuovo mondo’ e per la domanda emergente nei paesi dell’Estremo Oriente, e il mantenimento e la crescita nei mercati ‘maturi’, appunto la Germania e gli Usa ma anche il Canada.

LA ‘CASA’ veronese sarà uno stand di quasi 300 metri quadri allestito proprio con la grafica della campagna ‘Il Signore del Chianti Classico’. Lo spazio sarà suddiviso in tre aree: una zona dedicata alle aziende con spazio autonomo (ce ne saranno 10), l’area centrale dedicata alla degustazione consortile con 105 aziende partecipanti per un totale di oltre 200 diverse etichette di Chianti Classico in degustazione (su prenotazione) e un’area dedicata a seminari e workshop. Il Chianti Classico, incoronato dalla critica internazionale nel 2018, è la denominazione più rappresentata della Toscana nella Top 100 Italian Wines di Wine Spectator, in degustazione a Opera Wine 2019. Nove le etichette selezionate dalla redazione della prestigiosa rivista americana, che preannunciano un’anteprima di Vinitaly davvero nel segno del Gallo Nero.

UNA CURA particolare per masterclass e seminari: dalla Gran Selezione (ultima tipologia creata al vertice della piramide di qualità) del Tricentenario, il 2016, alla comunicazione del territorio con la carta dei vini, dall’olio al vinsanto, dal pecorino al momento di gioco con il calice- quiz.

E INTANTO il Consorzio lavora a fotografare la situazione delle aziende e del territorio. Oltre al quesito sulla presenza nei social, infatti, il questionario punta su sostenibilità e viticoltura biologica; innovazione in vigna e in cantina; offerta enoturistica, considerata la crescita continua degli spostamenti da parte del popolo dei wine lovers. E sullo sfondo, poi, l’impegno più pressante che attende il neopresidente Giovanni Manetti e il board del Consorzio: la creazione delle menzioni aggiuntive. Saranno comunali, saranno di microzone famose (vedi Panzano o San Donato in Poggio), quel che è certo che il mercato ormai lo chiede. Chianti classico sì, ma da dove.


MORIS FARMS

Un Rosé è la novità per il Vinitaly
«Ha il sapore della nostra terra»

SI TINGE di rosa, il futuro dei Signori del Morellino. Rosa come il target da raggiungere: un vino per le donne, e magari anche per il pubblico più giovane o per il grande pianeta della piacevolezza degli aperitivi, e che colore potrebbe avere se non il rosa? Sarà un Rosé la novità che accompagna Moris Farms, una delle cantine storiche nel territorio del Morellino, al Vinitaly. Storica, già: «Duecent’anni orsono la famiglia Moris partì dalla Spagna per raggiungere la Maremma toscana, terra divina e di vino », è l’incipit della home page nel sito web dell’azienda. Due secoli di amore e di passione, alla Fattoria Poggetti di Cura Nuova, località nei pressi di Massa Marittima dove l’azienda ha il cuore, con un’appendice a Poggio alla Mozza, una decina di chilometri da Grosseto, dove nasce solo Morellino di Scansano. Si chiamerà Rosamundi, il nuovo rosato da Sangiovese vinificato in bianco, «bello fresco e profumato, buono al cento per cento perché sa della nostra terra, una vera e propria novità», dice Ranieri Moris, che conduce l’azienda col cugino Giulio Parentini: due 40enni laureati in economia ma prestati alla cantina, «e sono fiero – dice Ranieri – di essere entrato nel 2008, in piena crisi, e di avere lavorato con coraggio e passione». Conducono un gioiellino da 76 ettari (sui 472 totali del corpo della tenuta: ci sono anche cereali e bosco, oltre a 4 ettari di olivi) che produce 300-350mila bottiglie l’anno con la consulenza dell’enologo Attilio Pagli. Zoccolo duro il Morellino, e poi c’è la gemma di famiglia, l’Avvoltore, Supertuscan da 30mila bottiglie prodotto con la stessa ricetta dal 1998: 75% Sangiovese, 20 Cabernet Sauvignon, 5 Syrah. Il 65% del prodotto totale va al mercato italiano, il resto all’estero, prima Usa poi Svizzera e Regno Unito. «E ora – dice Ranieri – sotto con le rotte nuove. Ma con lo stesso vino per tutti, senza ‘tagli’ specifici per nessuno. Moris è uno».

p. pe.


CONSORZIO VERNACCIA DI SAN GIMIGNANO

Obiettivo: riposizionarsi sul mercato
«Puntiamo a un livello superiore»

UN BIANCO diverso. Speciale. Lo dice Wine Spectator. Non uno dei soliti bianchi appiattiti sui soliti aromi e carichi di legno, insomma. Del resto, non è mai stato un vino ‘banale’, la Vernaccia di San Gimignano, che arriva al Vinitaly con la benedizione di una delle più prestigiose ‘bibbie’ di riferimento per gli appassionati di vino, benedizione impartita ai suoi 5 milioni e mezzo di bottiglie e alla sua storia. È stata la prima docg italiana, negli anni Sessanta, ma lo è da molto prima: se ne parlava già nel Duecento e nel Rinascimento le corti e i signori più potenti facevano a gara per assicurarsene fiaschi. Storia, ma anche presente. Quello di un vino di nicchia che è a caccia di un upgrade sul mercato, e dell’immagine giusta per rispondere al crescente interesse per i vitigni particolari. «Con questa specificità che nasce dalla nostra storia e dalle particolarità del nostro territorio vogliamo affrontare un mercato nel quale puntiamo ora a riposizionarci», spiega Stefano Campatelli, direttore del Consorzio Vino Vernaccia di San Gimignano. Doppio traguardo, Campatelli non ha difficoltà ad ammetterlo: «Spuntare prezzi più alti e portare il prodotto a un livello superiore, di qualità ma anche di immagine, pure se in realtà questa in gran parte non è vera». Le aziende di San Gimignano – 170 di cui 70 imbottigliatrici che operano sui 1.900 ettari di vigneto dei quali 720 a Vernaccia, 450 alla Doc San Gimignano con rossi, rosé e vinsanti, mentre il resto è Chianti e Igt – non ci stanno a vedere la Vernaccia legata al turismo mordi e fuggi. E il Consorzio cerca di catturare l’attenzione con le wine experience alle quali è destinata la Rocca del borgo, «che è già alla terza stagione di un bellissimo lavoro, non è un’enoteca ma regala percorsi sensoriali, emozionali, di divulgazione e di assaggio, e ha catturato già 100mila dei tre milioni e mezzo di turisti che ogni anno affollano la nostra città».

p. pe.


Un classico per la Casa Bianca

Colle Bereto scelto per il presidente Usa. Le proposte a Verona

di PAOLO PELLEGRINI

UN CLASSICO per la Casa Bianca. E che classico: dalla zona- clou del Gallo Nero, Radda in Chianti, in pratica dove la storia dice che tutto ebbe inizio. E da un singolo vigneto, insomma un vero e proprio cru, roba che solo in Borgogna, o comunque con pochi altri esempi. Capita a Colle Bereto, azienda che la famiglia fiorentina Pinzauti ha acquistato negli anni Settanta per farla crescere come un giardino, con la villa-fattoria al centro e le vigne tutt’intorno.

CAPITA a New York, dove si celebra il Restaurant Show. E dove Colle Bereto porta i suoi vini (con i formaggi di un’altra azienda toscana, Il Palagiaccio dal Mugello). E capita che allo stand si presenti un signore grande e grosso, con una giacca che non lascia spazio a dubbi: è Guy Mitchell, Guest Chef at the White House and Vice President’s Residence. Ha cucinato per cinque presidenti, oggi è chef onorario. Ma porta nell’edificio più potente del mondo la Gran Selezione di Colle Bereto, il vino fatto con uve Sangiovese in purezza che nasce dalla Vigna del Convento, proprio sotto la Casa del Chianti Classico a Radda. «Una bella emozione – commenta il direttore di Colle Bereto, Bernardo Bianchi – e un bell’onore riceverlo, e sapere poi che verrà a trovarci in Toscana in ottobre per conoscere le nostre realtà e vedere dove e come vengono fatti i nostri prodotti».

ARRIVA con questo bel ‘colpo’ l’azienda dei Pinzauti nel padiglione 9 di Vinitaly, la ‘casa’ del Vigneto Toscana. E non è il solo. C’è anche un’altra chicca in bottiglia, che verrà proposta per la prima volta nei giorni della kermesse veronese. Non un Chianti Classico, per una volta. Sarà affidata a un Pinot Nero la celebrazione della ‘Selezione di Famiglia’, con la ‘spremuta’ delle uve dalle viti più vecchie, piantate nel 1980. Si chiama Cenno, e nasce dall’uva, il Pinot Nero, che dà vita ad altre due etichette: il Colle B, spumante rosé metodo classico che arriva alla sboccatura dopo 30 mesi sui lieviti, e va fortissimo sulle tavole di tanti ristoranti, e il Cenno di annata, 6.600 bottiglie da una vigna piantata nel 2006.

MA NATURALMENTE i circa 20 ettari di vigne sono vocati in maniera più netta – 12 ettari – al Sangiovese per il Chianti classico nelle tre tipologie, annata, riserva e appunto Gran Selezione, vini pluripremiati e con caratteristiche specifiche, «uva dalla buccia più spessa – spiega Bianchi – che dà un vino più concentrato che nasce in alto, e quindi è meno soggetto a sofferenze ». C’è Il Tocco, un vigneto del 1983 che dà un Merlot in purezza, c’è un po’ di Colorino, e poi Chardonnay e Pinot per Albo, il vino bianco. La gamma si completa con olio extravergine da 2mila piante, un aceto aromatico invecchiato sette anni, due grappe. E quell’immagine della fattoria con le vigne intorno, che pare un quadro.


I punti di forza del Doc Maremma

«Abbiamo grandi differenze di terreni e di clima. E un territorio pulito»

I FILARI di viti che sembrano specchiarsi fino a tuffarsi nelle acque limpide dell’Argentario, che ammantano le dolci colline come un fitto vello o si inerpicano fin sotto le pendici dell’Amiata. Qua e là i borghi, le ville, i campanili, e poi i resti di storie antiche. Eppure era ‘Maremma amara’, terra malsana di paludi, fino alla bonifica da cui emerse una terra sì ancora aspra, ma dai colori affascinanti, che è stata pascolo, poi granaio e orto, e oggi è vigneto. Terra di conquista di grandi griffe del vino: ci sono i Mazzei e gli Antinori, i Frescobaldi e l’accoppiata Panerai- Rothschild, Zonin e il gruppo Santa Margherita. Nomi e cantine importanti per fare dell’ex palude un po’ la Napa Valley di Toscana. «È il concetto che ha ispirato la Doc Maremma nata nel 2012: tante tipologie di vitigno ammesse dal disciplinare, 18 tra rossi e bianchi, grazie a un territorio vasto che si presta a tante cose, con alcune regole ma senza obblighi varietali stretti», dice Francesco Mazzei, presidente del Consorzio Tutela Vini della Maremma Toscana. Classe 1959, Mazzei – guida col fratello Filippo la Tenuta Belguardo – è figlio di una delle più antiche dinastie del vino: tra gli antenati, ser Lapo che per primo a fine Trecento utilizzò il termine Chianti, e Filippo che introdusse la viticoltura negli Stati Uniti con Thomas Jefferson. SEI MILIONI di bottiglie a Doc sul mercato da 1.800 ettari di vigne dei 312 soci del Consorzio, dei quali 90 ‘verticali’, attivi nell’intera filiera dalla vigna alla bottiglia. «Doc Maremma – spiega – che è figlia dell’Igt Maremma, ma è più spendibile perché da un lato impone qualche regola in più nell’attività, e dall’altro raffigura meglio un territorio con tante vocazioni fra turismo, storia e cultura». Varietà e articolazione che «sono un punto di forza, perché abbiamo grandi differenze di terreni e di clima e grandi escursioni termiche per una pluralità di tipicità, ma con un grande vantaggio rispetto ad altri territori vinicoli: senza industrie e inquinamento, la pulizia di un ambiente che altrove non c’è». Un biologico naturale, insomma, su cui anche il Consorzio sta lavorando. E poi i vini. Rossi, bianchi, rosé, perfino qualche spumante. «Ma si delineano – dice Mazzei – due linee chiare: da un lato gli autoctoni, in testa il Sangiovese ma compresi anche vitigni come l’Alicante che qui è di casa e il Ciliegiolo ottimo per i rosé; dall’altro i Cabernet, Sauvignon e Franc, e gli internazionali. Inoltre, il boom esponenziale del Vermentino tra i bianchi, con il Viognier che lo può completare ma che esprime un suo carattere come altro vino di territorio». E la Maremma vola. Altro che amara.

Paolo Pellegrini


Così il Morellino diventa grande

L’attività della Fattoria Mantellassi di Magliano: cresce e sperimenta

di PAOLO PELLEGRINI

LABOR omnia vincit. Cioè, la fatica vince ogni cosa. O meglio: se ti dai da fare, puoi ottenere qualsiasi risultato. Lo conoscono bene, il verso di Virgilio che è diventato il motto dello stato dell’Oklahoma, alla Fattoria Mantellassi di Magliano in Toscana, gente che il lavoro l’ha sempre avuto nel sangue e nelle mani da quando, era l’anno dello Sbarco dei Mille di Garibaldi, calarono dal Pistoiese nella Maremma appena bonificata a fare i ‘potini’ e gli ‘innestini’. «In famiglia c’è sempre stato entusiasmo, abbiamo imparato a correre senza rilassarsi, ma così va il mondo, i risultati non arrivano se stai a casa a guardare la tv»: semplice quanto efficace, la filosofia che guida Giuseppe Mantellassi, con il fratello Aleardo (sei anni più grande) a capo dell’azienda fondata nel 1960, giusto un secolo dopo lo… sbarco in Maremma, dal nonno, anche lui Aleardo, e dal padre Ezio. Con quel motto, scelto subito, tanto per sgombrare l’orizzonte da prospettive troppo facili. La fatica, darsi da fare.

E I RISULTATI sono arrivati. Oggi la Fattoria Mantellassi si stende su 100 ettari di filari in quattro vigneti, tutti nella zona di Magliano in Toscana, non lontani dal mare. Ognuno con le proprie specificità, così belli e ordinati da essere stati scelti tra le immagini- claim del Consorzio Tutela Vini Maremma, magari però ce n’è uno che ha qualcosa in più da raccontare, la Vigna Vecchia dove si raccoglie Alicante da viti che ormai si avviano ai sessant’anni. L’età dell’azienda. Sessant’anni nel 2020, sessant’anni portati bene. Da quei vigneti nascono 1 milione e 100mila bottiglie che vanno principalmente (70%) al mercato nazionale, «anche alla grande distribuzione – ammette serenamente Giuseppe – perché è un canale dove il Morellino va molto, e assicura la costanza di risultati per costruire la crescita». Già, il Morellino di Scansano. Quasi il 70 per cento della produzione, con 700mila bottiglie, e i Mantellassi vanno fieri di aver contribuito in modo determinante alla Doc, nel 1978, e di essere considerati tra i produttori più prestigiosi. Delle 15 etichette complessive messe sul mercato – 9 rossi, 3 bianchi, un rosato, un passito, uno spumante – il Morellino ne copre cinque, «le uve – spiega Giuseppe – vengono da vigne sparse, cambiano i terreni e quindi cambiano i prodotti, e gli assaggi vengono fatti in cantina con il nostro enologo Marco Bernabei».

E UNA DI QUESTE etichette la dice lunga sulla voglia dei Mantellassi di crescere anche sperimentando, fianco a fianco con la scienza. Un Morellino senza solfiti aggiunti, si chiama Il Mago di O3 ma si potrebbe leggere tranquillamente anche Il Mago di Oz, in fondo cambia poco, «quell’O3 – spiega ancora Giuseppe – è la formula dell’ozono, grazie al quale, con un procedimento studiato con l’università di Viterbo che parte dalla raccolta a mano e prosegue con il passaggio delle uve in una cella frigo in ozono a 4 gradi, si sanano al massimo le uve che non avranno più bisogno, quindi, di anidride solforosa». Idea ‘verde’, ma d’altra parte i Mantellassi le pensano di tutte per ridurre le emissioni di anidride carbonica, dal sistema di calcolo qualitativo GreenCare che permette di migliorare l’impatto ambientale di ogni bottiglia fino ai tappi di ultima generazione prodotti da materie prime derivate dalla canna da zucchero. La fatica, certo, ma anche l’ingegno.

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