Innovazione & Ricerca

Una speranza contro la fibrosi cistica

È la più ‘comune’ fra le malattie rare: in Italia ne soffrono 5000 persone

Federico Mereta

IN ITALIA ne soffre un bambino ogni 3000-3500. Nel 2014, secondo gli ultimi dati disponibili del Registro Italiano Fibrosi Cistica, le persone affette dalla patologia sono 4.981. Oggi viene considerata la più comune tra le malattie genetiche rare, ma la ricerca sta offrendo risultati importanti in termini di risultati di cura e di speranze per il futuro. Un esempio? E’ in sperimentazione un farmaco “made in Italy”, realizzato nell’ambito del progetto strategico Task Force for Cystic Fibrosis promosso dalla Fondazione per la Ricerca sulla fibrosi cistica in sinergia con Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) e Istituto Giannina Gaslini di Genova.  La speranza è che il medicinale possa essere disponibile non solo per gli adulti, ma anche per i neonati, consentendo quindi di iniziare la lotta alla malattia fin dalla più tenera età.

GIÀ OGGI, comunque, gli studi e l’organizzazione consentono di ottenere risultati importanti in questo ambito. «Un approccio di cura multidisciplinare ha contribuito significativamente ad innalzare l’aspettativa e la qualità di vita di chi è affetto da questa patologia. In passato i pazienti non superavano i dieci anni, mentre oggi più della metà raggiunge l’età adulta, fino a raggiungere una sopravvivenza media di quarant’anni circa. Inoltre, gli ultimi dati ci dicono che, nel 2025, il numero di pazienti adulti crescerà del 75 per cento – spiega Rosaria Casciaro, del Centro di Riferimento per la fibrosi cistica dell’Ospedale Giannina Gaslini di Genova».

MA QUALI sono le caratteristiche della patologia? La malattia interessa diversi ambiti dell’organismo, ma la svolta nelle cure è arrivata con la scoperta delle origini genetiche della malattia, che portano al malfunzionamento della proteina CFTR (Cystic Fibrosis Transmembrane Regulator). Grazie a quello studio si è passati dalla diagnosi standard basata sui sintomi alla diagnosi precoce grazie all’utilizzo dello screening neonatale che ha permesso un progressivo miglioramento della prognosi e una maggiore sopravvivenza dei pazienti.

ATTUALMENTE le terapie standard sono orientate a correggere precocemente il danno d’organo a carico dell’apparato respiratorio attraverso non solo la terapia farmacologica, ma anche un insieme di terapie di supporto. Oltre alle terapie antibiotiche e antinfiammatorie, i pazienti devono eseguire aerosol e fisioterapia respiratoria più volte al giorno e, nelle fasi avanzate della patologia, devono ricorrere anche all’ossigenoterapia e a supporti come la ventilazione non invasiva, fino ad arrivare nei casi più gravi al trapianto di polmoni. Sui 144 trapianti di questi organi effettuati in Italia nel 2017 il 30 per cento circa ha interessato malati di fibrosi cistica. «Questa opzione terapeutica coinvolge soggetti affetti da fibrosi cistica con un’età inferiore ai 50 anni, e con una sopravvivenza al trapianto che a 5 anni dall’intervento è superiore al 50 per cento – precisa l’esperta. Ma le nuove frontiere terapeutiche offrono grandi speranze ai malati di poter ritardare il più possibile questo esito. Un approccio sempre personalizzato unito a una presa in carico multidisciplinare garantisce al paziente la possibilità di costruire un progetto di vita qualitativamente buono. Ciò si esprime in un miglioramento della funzionalità respiratoria, dello stato nutrizionale e nella riduzione degli episodi di riacutizzazione infettiva che impattano negativamente sulla progressione della patologia».


METABOLISMO. UN DEFICIT DI ENZIMI CAUSA LE PATOLOGIE DA ACCUMULO

Quando la cellula non ‘smaltisce i rifiuti’

QUANDO l’immondizia si accumula, vivere in casa diventa impossibile. Se nelle nostre abitazioni la spazzatura in eccesso crea sicuramente un disagio, per l’organismo umano può diventare una vera e propria minaccia. La prova viene da alcune patologie rare che nascono proprio per un accumulo di rifiuti nell’organismo legato alla carente funzione di piccoli organi presenti all’interno della cellula, i lisosomi. Le malattie da accumulo lisosomiale sono rari errori congeniti del metabolismo causati dal deficit di enzimi deputati alla degradazione di specifici metaboliti all’interno di organi intracellulari chiamati lisosomi. La carenza o la completa assenza di queste proteine, causata da una mutazione genetica a carico di specifici geni, determina l’accumulo progressivo dei prodotti di rifiuto del metabolismo cellulare, con conseguente danno e morte cellulare. Ovviamente i quadri patologici non sono gli stessi in tutti i malati. Ad esempio la malattia di Gaucher, legata ad un deficit di glucocerebrosidasi, enzima coinvolto nella degradazione di particolari grassi (sfingolipidi), provoca un accumulo di rifiuti soprattutto a carico di milza, fegato e midollo osseo, sebbene altri organi possano essere coinvolti. Nel caso della malattia di Fabry, invece, l’immondizia si accumula anche nelle cellule muscolari del cuore, del rene, della cornea, e addirittura del sistema nervoso, provocando un danno progressivo a moltissime strutture dell’organismo. Poi si può avere il coinvolgimento del sistema nervoso centrale, dell’apparato cardiovascolare e renale. Se fino a qualche anno fa si puntava soprattutto a controllare i sintomi, oggi sono disponibili per diverse forme di patologie da accumulo nei lisosomi farmaci che operano una sostituzione dell’enzima mancante.


ALL’AVANGUARDIA. IL CNMR DELL’ISTITUTO SUPERIORE DI SANITÀ

Il network per i casi mai diagnosticati

DARE UN NOME alle malattie genetiche sconosciute, decifrarle per arrivare presto a curarle: è questo l’obiettivo degli specialisti che in tutto il mondo indagano su un ventaglio di affezioni ancora da comprendere. L’Italia è avanti in questo campo, il Centro Nazionale Malattie Rare dell’Istituto Superiore di Sanita (ISS), diretto da Domenica Taruscio (nella foto), è una delle istituzioni che hanno fondato il Network Internazionale sulle malattie senza diagnosi. «Abbiamo riunito istituzioni, ricercatori, associazioni di pazienti e clinici accomunati dall’impegno nel fare progredire le conoscenze – spiega la dottoressa Taruscio, del direttivo dell’Undiagnosed Diseases Network International (UDNI) – dopo 4 anni dal primo incontro organizzato a Roma dall’ISS, il numero di nazioni coinvolte nella rete internazionale è triplicato, segno di una necessità urgente e condivisa». La rete riunisce esperti dei cinque continenti: grazie alla condivisione di dati e al confronto delle analogie tra casi analizzati in diverse parti del mondo è possibile arrivare a capire patologie rarissime per affrontarle al meglio. Info su www.udninternational.org e su www.irdirc.org. L’Istituto Superiore di Sanità, per altri versi, è coordinatore di importanti attività all’interno del nuovo progetto European Joint Program on Rare Diseases, finanziato dalla Commissione europea (www.erare.eu).

L’ANNO SCORSO il network delle malattie non diagnosticate si era riunito all’Istituto Telethon di genetica e medicina (Tigem) di Pozzuoli per la sesta edizione del meeting organizzato in collaborazione con l’Istituto superiore di sanità, i National Institutes of Health statunitensi e la Wilhelm Foundation. L’istituto partenopeo diretto da Andrea Ballabio si avvale delle tecniche più evolute di sequenziamento del Dna. Centri di riferimento per sindromi complesse sono distribuiti sull’intero ambito nazionale, mentre il consorzio interuniversitario Cineca di Bologna è coinvolto per l’analisi integrata dei dati, in questo modo i centri sono aggiornati in simultanea e possono disporre delle stesse conoscenze sulle cure. I viaggi della speranza all’estero sono inutili e sconsigliati.

Alessandro Malpelo


Car-T, il futuro della terapia genetica

Un frammento di Dna viene re-inserito nella cellula per ‘correggere’ gli errori

IMMAGINARLO è difficile. Le cellule dello stesso malato, opportunamente trattate e “rinforzate”, diventano uno strumento di cura per controllare la patologia. Sembra impossibile, eppure è vero. Succede grazie alla terapia “Car-T”. Il malato viene sottoposto a un prelievo di sangue da cui vengono isolati i globuli bianchi, fra cui le cellule T, particolari linfociti. Attraverso una sofisticata tecnologia di laboratorio viene inserito nelle cellule T un frammento di Dna che riproduce sulla loro superficie delle molecole chiamate tecnicamente Chimeric antigen receptors o Cars. Si tratta di recettori cosiddetti chimerici, in quanto costituiti da due parti: la prima per il riconoscimento dell’antigene espresso dalle cellule tumorali, la seconda per l’attivazione delle cellule T. In questo modo le cellule Car-T possono riconoscere le cellule tumorali attraverso l’anticorpo e poi attivare una serie di meccanismi che portano alla morte delle cellule tumorali. Una volta trasformate in laboratorio, le cellule T ingegnerizzate vengono moltiplicate (espanse) e quindi reinfuse nel paziente, che è stato in precedenza reso immunodepresso per favorirne l’espansione e il corretto funzionamento anti-tumorale. La capacità di queste cellule di proliferare e di continuare a essere attive all’interno dell’organismo anche a distanza di mesi dall’infusione fa della terapia Car-T un “farmaco vivente”.

SE AVETE avuto la sensazione di fare un viaggio nel futuro sappiate che stiamo parlando di una realtà che appare di grande interesse, anche per la cura di alcuni tumori rari. Un esempio? Pensate solo alla Leucemia Linfoblastica Acuta, considerata uno dei tumori del sangue più aggressivi e difficili da trattare: è una forma rara (0,4 casi per 100.000 abitanti) di leucemia che colpisce per lo più adolescenti e giovani adulti. Per la forma a cellule B sta per arrivare in Italia la terapia “Car-T”. In pratica ogni paziente diventa “l’officina” cellulare per costruire il farmaco che verràusato solo da lui. La terapia cellulare Car-T èquindi un esempio di medicina personalizzata: ogni dose viene prodotta individualmente e sviluppata per un singolo paziente, utilizzando un processo complesso per modificare le sue stesse cellule. Protagoniste di questo approccio sono le cellule T, un tipo specifico di globuli bianchi, in prima linea nel combattere le aggressioni esterne, come le infezioni o i tumori, che colpiscono l’organismo.

LA STRATEGIA, che nelle sperimentazioni cliniche ha offerto risultati significativi, sta per essere applicata anche in altre forme di tumore. E’ il caso ad esempio del trattamento di pazienti adulti con linfoma diffuso a grandi cellule B e con linfoma primitivo del mediastino a grandi cellule B, ovviamente quando le comuni terapie non hanno funzionato. Si tratta di due forme particolarmente aggressive di linfoma non Hodgkin. Come spesso accade, infine, dalle malattie rare l’approccio può passare anche a patologie più comuni. Solo qualche giorno fa in Italia una terapia con cellule Car-T, è stata utilizzata nel mieloma multiplo. E’ successo al policlinico Sant’Orsola di Bologna, dove un paziente è stato dimesso e sottoposto a regolari visite di controllo. Anche in questo caso i linfociti T sono stati raccolti, geneticamente modificati per riconoscere le cellule neoplastiche e poi reinfusi per colpire selettivamente il tumore. Siamo ancora nell’ambito della sperimentazione ma la via del futuro appare tracciata.

Federico Mereta


SU E GIÙ PER LO STIVALE. LE SCOPERTE DEL CONSIGLIO NAZIONALE DELLE RICERCHE

Il giro d’Italia dei Cnr cura i nostri geni
Terapie mirate: dalla distrofia alla Fabry

CNR È SINONIMO di Consiglio nazionale delle ricerche, la più grande struttura pubblica in Italia per il coordinamento della ricerca scientifica. Innumerevoli progetti sono stati promossi dal Cnr in tema di salute e malattie rare, coinvolgendo università, fondazioni, industrie biomedicali e farmaceutiche, istituzioni europee e internazionali.

DISTROFIA muscolare. Per la Duchenne, patologia muscolare ereditaria, una speranza viene dall’Istituto di chimica biomolecolare del Cnr di Pozzuoli. Fabio Iannotti, in collaborazione con Università Federico II, Cnr-Igb, Fondazione Santa Lucia, Tigem e Gaslini, ha appurato che farmaci regolatori dei cannabinoidi endogeni possono far recuperare parte delle funzioni motorie.

PROGERIA. Si chiama progeria, sindrome di Hutchinson-Gilford, la rarissima mutazione che causa invecchiamento precoce, portando i bimbi ad avere l’aspetto e i guai di una persona anziana. «La condotta terapeutica varia da caso a caso – spiega Giovanna Lattanzi, Istituto di genetica molecolare del Cnr di Bologna, con sede presso l’Istituto ortopedico Rizzoli – non esiste a oggi una cura risolutiva (e su questo lavoriamo) ma si può agire sui sintomi. Fondamentale la diagnosi precoce». L’istituzione del primo network italiano sulle laminopatie ha reso più efficace lo scambio di nozioni.

MALATTIA di Fabry. L’Istituto di biomedicina e immunologia molecolare del Cnr di Palermo, guidato da Giovanni Duro, ha siglato cinque anni fa, a Modena, la partnership con Sanofi Genzyme per il trattamento della sindrome di Anderson Fabry, rara malattia genetica ereditaria, causata da una mutazione che induce difetti enzimatici e anomalo accumolo di scorie lipidiche nelle cellule, causando danni a livello di nervi, occhi, pelle, reni, cuore, intestino e arterie.

INCONTINENTIA Pigmenti. Matilde Valeria Ursini e l’Istituto di genetica e biofisica Adriano Buzzati-Traverso del Cnr di Napoli hanno scoperto inediti meccanismi di trasmissione della malattia genetica: anche i padri possono trasmettere il difetto, a causa del mosaicismo che caratterizza il Dna maschile. Lo studio eseguito con l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma e l’Università di Ferrara, uscito su Pediatrics, delinea nuove prospettive di diagnosi molecolare.

Alessandro Malpelo


Più colpite le donne

Iniezione sottopelle per combattere il Lupus eritematoso

COLPISCE una persona ogni 2000-5000. Basta leggere l’ampiezza di questa forbice, descritta in base ai dati statistici da Andrea Doria, Direttore della Reumatologia dell’Ospedale di Padova, per capire la complessità del Lupus Eritematoso Sistemico o LES. In Europa la prevalenza è di circa 15-50 casi ogni 100.000 abitanti, mentre l’incidenza va da 2 a 8 casi per 100.000. Si tratta di una patologia di genere. La frequenza è maggiore nel sesso femminile, con un rapporto di 9 a 1. Il rapporto si riduce però a 2 a 1 nei bambini (circa il 20 per cento dei casi si manifesta in età pediatrica) e in età postmenopausale, a conferma del ruolo dei fattori ormonali nello sviluppo della malattia. Anche per questo, l’esordio della malattia è più frequente tra i 15 e i 44 anni. La patologia tende a interessare soprattutto articolazioni e pelle, ma è in grado di creare potenzialmente problemi anche a cuore, reni, polmoni e altro. È questo l’identikit del Lupus Eritematoso Sistemico o Les.

OLTRE ALLA predisposizione genetica, anche stimoli ambientali come infezioni virali, raggi Ultravioletti, sostanze tossiche, steroidi sessuali, prolattina, possono agire da fattori scatenanti per le anomalie immunitarie alla base della patologia. Il risultato è che ad un certo punto si producono “autoanticorpi” che si scatenano, sbagliando, contro strutture stesse dell’organismo favorendo la comparsa di infiammazione. La patologia va riconosciuta per tempo per poi pensare alla terapia. «Su questo fronte, nelle situazioni più complesse è disponibile un anticorpo monoclonale, l’unico per questa patologia – precisa Doria –. Oggi è disponibile in una nuova, possibile via di somministrazione con una semplice iniezione sottocutanea settimanale e non solo attraverso un ricovero in day-hospital durante il quale viene somministrato il medicinale attraverso un’iniezione endovenosa mensile».

f.m.


Contrordine, Internet salverà il cervello

Nuovi studi dimostrano che i demonizzati pc e cellulari nutrono l’intelligenza

di ROBERTO BALDI

TELEVISIONE e computer sono ladri di tempo e di salute – ci avevano spiegato – adducendo mille motivazioni fra cui quella fondamentale di una demolizione delle relazioni personali. Tutto discutibile, secondo studi recenti che al navigare su Internet attribuiscono anzi una sorta di potere salvifico dell’intelligenza anche in tarda età. «Non ho paura dei computer, ma della loro eventuale mancanza», ha commentato a questo proposito Isaac Asimov, scrittore e scienziato. Un’indagine condotta dagli studiosi americani dell’Ucla (Università della California a Los Angeles) su un gruppo di adulti e anziani al pc, pubblicata sull’American journal of geriatric psychiatry, spiega che navigare online accenderebbe alcune aree chiave che nel cervello controllano le decisioni e i ragionamenti complessi, migliorandone le performance cognitive.

LO STUDIO, il primo a indagare con la risonanza magnetica funzionale l’effetto di Internet sulla mente umana, è firmato dal team di Gary Small del Semel institute for neuroscience and human behaviour dell’ateneo. «Questi risultati sono incoraggianti. Le nuove tecnologie computerizzate possono avere effetti fisiologici e potenziali benefici per le persone di mezza età e per gli anziani», commenta Small. «Le ricerche su Internet – dice lo studioso – richiedono una complicata attività cerebrale che può aiutare ad allenare e migliorare le funzionalità del cervello». Gli esperti americani hanno ‘fotografato’ il cervello di 24 volontari tra 55 e 76 anni, nella metà dei casi esperti di pc e web. Tutti sono stati impegnati in sessioni di navigazione sul web e ricerche online, e quindi in esercizi di lettura di un libro. Poi i ricercatori hanno confrontato l’effetto di queste attività delle ‘cavie umane’, scoprendo che nella fase di lettura il cervello mostrava un’attività significativa, localizzata nelle regioni che controllano linguaggio, lettura, memoria e abilità visiva. L’uso di Internet, però, attiva diverse aree cerebrali in più rispetto alla semplice lettura, soprattutto quelle frontali e temporali, sedi decisionali del cervello e fulcri del ragionamento complesso.

UNO STUDIO ancora più recente dell’autorevole Royal college of pediatrics and child health (Rcpch), pubblicato sulla rivista Bmj Open per la promozione della salute dei bambini, sostiene che «telefoni, computer e tablet sono un ottimo modo per esplorare il mondo e il loro impiego non influisce negativamente sul sonno dei piccoli, sulla loro attività fisica e sul tempo che trascorrono serenamente in famiglia». Gli schermi, del resto, hanno sempre fatto parte della nostra vita: il genio è uscito dalla lampada di Aladino, che era il nostro tablet di allora, e noi non possiamo rimandarlo, altrimenti non si realizzano i sogni. Come nella favola famosa.

IN SINTESI, si può ragionevolmente affermare che i mass media hanno notevoli effetti sul modo di pensare degli individui. È certamente opportuno orientare l’attenzione a messaggi e modelli che effettivamente trasmettono esempi positivi, prosociali e creativi. Ma resta la loro utilità di fondo, purché adeguatamente impiegati secondo criteri di utilizzo da sorvegliare con discrezione da parte degli adulti nei confronti dei giovanissimi. La preoccupazione di impieghi abnormi in definitiva non dovrebbe indurre, salvo casi particolari, alla proibizione di tali strumenti, che costituisco ormai un salvacondotto ineliminabile per una sana crescita in una società dove ai più giovani in particolare è richiesto un adeguamento rapido ai nuovi criteri di insegnamento e di apprendimento.


L’ABUSO DEI SOCIAL È L’UNICO RESPONSABILE DEI DANNI

Ma gli iperconnessi sono a rischio
Depressione e obesità in agguato

COME OVVIARE alle problematiche che si determinano, in casi particolari, da abuso di socialsoprattutto nei giovani. Sulle stesse riviste favorevoli a tablet e simili appaiono alcuni studi che rilevano come le ragazze abbiano il doppio delle probabilità di mostrare sintomi depressivi legati all’ uso eccessivo dei social media rispetto ai ragazzi; alcuni pediatri sottolineano l’associazione tra l’ uso di schermi, obesità e depressione. Ma aggiungono subito dopo che non è l’uso in sé e per sé dei social a creare il danno, bensì l’abuso in orari incongrui, soprattutto nell’ora prima di coricarsi, perché è scientificamente provato che la loro luce blu stimola il cervello e può disturbare la secrezione dell’ ormone del sonno, la melatonina. Così come danni produce il distacco dalla famiglia per eccesso d’impiego dei dispositivi e la riduzione dell’attività motoria, fondamentale per chi vive in casa con stanze di quattro metri per quattro scarsamente illuminate e aerate, senza concedere tempo all’indispensabile esercizio fisico.

SI È ANCHE osservato criticamente che i mass media condizionano l’attività immaginativa: se da un lato promuovono i sogni ad occhi aperti fornendo alla persona un supporto informativo che può essere utilizzato a questo scopo, dall’altro inibiscono l’immaginazione creativa, ossia la capacità di generare idee nuove e originali, poiché guardare la tv è un’attività che sottrae tempo all’immaginazione. Ma anche questa è un’obiezione che mira a considerare gli eccessi d’impiego, fermo restando che telefoni, computer e tablet sono un ottimo modo per esplorare il mondo.

I GIOVANI in contatto con questi mezzi di comunicazione ampliano l’orizzonte delle curiosità e delle conoscenze, attivando meccanismi di migliore partecipazione alla vita di società e allo studio stesso, preparandosi a un futuro lavorativo in cui l’esperienza maturata con i social potrà consentire un modo nuovo, efficace ed originale per promuovere i propri lavori e raggiungere persone in ogni parte del mondo. Si può concludere che l’uso di strumenti della comunicazione va dosato a seconda della capacità percettiva del giovane, evitando in ogni caso gli abusi. In medio stat virtus, ovvero la verità sta a mezza strada secondo l’insegnamento dei latini: l’uso moderato di computer e tv attiva l’intelligenza. Il troppo uccide la fantasia e sovraccarica la mente.

r. b.

2019-01-29T12:13:41+00:00 Categories: DONNA|Tags: |