Le aziende sanitarie

«Etica e innovazione, la nostra forza»

Il Policlinico San Donato di Milano è il primo centro in Italia per interventi

Patrizia Tossi

GRANDI investimenti tecnologici, equipe mediche riconosciute a livello internazionale, laboratori di ricerca che guardano al futuro. Conosciuto come l’Ospedale del cuore, l’IRCCS Policlinico di San Donato è il primo centro di cardiochirurgia in Italia per numero e complessità degli interventi, centro di eccellenza per le patologie cardiache congenite. E i numeri lo dimostrano. Ogni anno qui arrivano circa 8mila persone malate di cuore da tutta Italia, dal bacino del Mediterraneo e dall’Europa dell’Est: quest’anno quasi 1.400 fra adulti e bambini sono stati sottoposti a interventi di cardiochirurgia, oltre 3.600 afferiscono al reparto di elettrofisiologia, 760 vengono curati in emodinamica, mentre le procedure di cardiologia interventistica sono state quasi 4.500. A spiegare la visione del Policlinico è Lorenzo Menicanti (nella foto a destra), direttore scientifico del Policlinico San Donato e responsabile della cardiochirurgia.

Trent’anni fa è stato tra i primi medici che hanno scommesso San Donato, oggi siete un’eccellenza nella cardiochirurgia: come avete fatto la differenza?

«È un sogno che si è avverato, una scommessa fatta nell’88 dal professor Giuseppe Rotelli per fermare i viaggi della speranza verso la Francia e dare la possibilità ai malati di curarsi in Italia. È stata una visione nuova, ci sono stati investimenti di risorse umane e tecnologiche, in pochi anni siamo diventati un motore di innovazione per il nostro Paese. Le nostre regole auree sono: la visione, l’etica, il rispetto assoluto del paziente e la fiducia con cui le persone ci ricambiano».

Quali sono i reparti più innovativi?

«L’elettrofisiologia è tra i reparti più evoluti al mondo, la cardiochirurgia ha raggiunto livelli assoluti che fanno del Policlinico un ospedale appetibile. Puntiamo sull’appropriatezza delle cure, con una grande attenzione ai costi di gestione. Ci occupiamo di casi molto complessi, collaboriamo con i ministeri di Paesi che hanno difficoltà a trattare le patologie gravi e congenite».

Oggi anche in medicina il focus tecnologico è sulla robotica e l’Intelligenza Artificiale: dove stiamo andando?

«La tecnologia è uno strumento importante che va di pari passo con il progresso, ma non potrà mai sostituire il fattore umano. Nella cardiochirurgia i robot non sono molto usati perché aumentano enormemente le ore di intervento e i costi, la tecnologia va usata correttamente e non bisogna mai dimenticare che dietro a un robot ci sono le mani del chirurgo. Siamo in un periodo storico particolare, è importante riflettere sulle implicazioni legati all’etica e sui reali vantaggi sui pazienti».

La stampa 3D può aiutare?

«Nei nostri laboratori di medicina computazionale ci sono progetti di stampa 3D con il Politecnico di Milano, stampiamo modelli che servono per studiare come intervenire nel modo più efficace nella cura delle patologie congenite. La tecnologia continuerà ad avere un impatto forte, soprattutto nella lettura automatica delle lastre e delle immagini degli esami diagnostici, anche se è un approccio che non può prescindere dall’esperienza e dalla capacità medica».

Qual è il futuro della cardiochirurgia?

I grandi vantaggi della tecnologia saranno le conoscenze che ci permetteranno di capire i meccanismi patologici. La ricerca genetica sta lavorando sulle cause delle malattie, ad oggi ci sono aspetti sconosciuti che regolano i ricettori genetici delle arterie, portano un paziente ad ammalarsi di arteriosclerosi o di tumore».

Qualche consiglio sul fronte della prevenzione?

«La prevenzione migliore è avere uno stile di vita sano, un’alimentazione equilibrata, tenere sotto controllo i fattori di rischio e monitorare la pressione che è un killer silente».


«Professionisti internazionali per un continuo aggiornamento»

Gli ospedali GVM con centri di cardiochirurgia sono in 9 regioni

LA STORIA di GVM Care & Research ha inizio nel 1979 con quella che ora è Maria Cecilia Hospital, scelta per dare vita al primo polo cardiochirurgico privato in Italia, legando a questo centro il nome di molti operatori di fama internazionale, tra cui i francesi Carpentier, pioniere della chirurgia valvolare, Neveaux e Lessana, lo statunitense King, gli svizzeri Senning e Turina, gli inglesi Yacoub e Wright, l’olandese Bos, pioniere dei trapianti cardiaci in Europa, lo svedese Byork, inventore dell’omonima valvola cardiaca. «Questo progetto – spiega il presidente di GVM Care & Research Ettore Sansavini (nella foto a destra) – ha portato il Gruppo, negli anni, a formulare un modello ospedaliero in cui professionisti di fama internazionale vengono affiancati da giovani talenti italiani in grado di assorbirne le competenze, assicurando la trasmissione di un prezioso know how. Oggi GVM Care & Research è una rete europea di strutture sanitarie orientate con determinazione verso approcci a ridotto impatto anatomico nel trattamento delle patologie cardiovascolari, un network che si fonda su innovazione e ricerca, capace di creare e trasmettere questo know how alle nuove generazioni di professionisti». In tutto questo un ruolo importante è legato allo sviluppo tecnologico. «La continua evoluzione tecnica e tecnologica – aggiunge Sansavini – che ha coinvolto sin dall’inizio la Cardiochirurgia di GVM ha permesso nel tempo di minimizzare il trauma psicofisico di molti interventi. Le procedure mininvasive, al centro delle scelte operatorie dei cardiochirurghi del Gruppo, necessitano di un continuo aggiornamento professionale ed è per questo che GVM redige uno specifico Piano Strategico per la verifica della qualità dei propri risultati. Cardiochirurgia e Cardiologia Interventistica trovano oggi molti punti di contatto in quella che viene definita la chirurgia ‘ibrida’. La compresenza in una sala operatoria – opportunamente attrezzata – di cardiochirurghi ed emodinamisti ha permesso l’ulteriore sviluppo di procedure che mirano ad integrare – in condizioni cliniche valutate preventivamente – le rispettive conoscenze e competenze. Inoltre all’interno dell’attività cardiochirurgica del Gruppo, un focus specifico è dedicato alle patologie della valvola mitrale. «Ogni anno in Italia vengono eseguiti migliaia di interventi chirurgici per la patologia mitralica, ma sono tantissimi ancora i casi non diagnosticati» spiega il dott. Giuseppe Speziale, Cardiochirurgo e Coordinatore delle Cardiochirurgie di GVM Care & Research. «Di fatto è una delle patologie valvolari più diffuse al mondo, anche se sottostimata. Una diagnosi tempestiva è infatti fondamentale per non incorrere in danni irreversibili a livello cardiaco. L’obiettivo è ridurre l’impatto operatorio sulla salute del paziente, favorendo dei tempi di recupero più rapidi rispetto alla chirurgia tradizionale». Gli Ospedali GVM che al loro interno dispongono di Centri dedicati all’attività di Cardiochirurgia sono distribuiti nelle 9 regioni italiane in cui il Gruppo è presente e, per l’esecuzione di bypass aortocoronarici e valvuloplastiche o sostituzioni di valvole cardiache, hanno assorbito, nel corso del 2015 circa un terzo della casistica privata italiana e circa il 14% dell’intera casistica nazionale di pubblico e privato (dati Agenas).

Lorenzo Tazzari


«Curiamo l’aritmia ‘a raggi zero’»

L’unità operativa di Cardiologia dell’ospedale Santa Maria Nuova, a Firenze

di ILARIA ULIVELLI

NON È UNA COSA che conoscono in molti. Ma le radiazioni prodotte per motivi sanitari costituiscono la principale causa di irraggiamento per la popolazione: sia per i pazienti, sia per il personale sanitario. Buona parte di queste radiazioni viene somministrata durante le procedure di cardiologia interventistica. Anche se una recente direttiva europea impone un cambio di passo, con l’introduzione di norme sulla protezione contro il rischio radiologico, per notare gli effetti positivi bisognerà aspettare ancora. In questo panorama, c’è chi parte avvantaggiato. Ormai da dieci anni al laboratorio di Elettrofisiologia dell’ospedale di Santa Maria Nuova, a Firenze, vengono effettuati interventi per diagnosi e terapia delle aritmie cardiache con procedure a ‘raggi zero’. La struttura, guidata da Marzia Giaccardi (nella foto a sinistra) – che fa parte dell’unità operativa di Cardiologia ed elettrofisiologia diretta da Massimo Milli – è uno dei centri di riferimento in Italia per chi vuol risparmiarsi una generosa dose di radiazioni ionizzanti.

Dottoressa Giaccardi, siete stati fra i pionieri in Italia delle tecniche di ablazione cardiaca senza raggi: un’esperienza importante.

«Noi siamo partiti nel 2009, quindi siamo al decimo anno di utilizzo di tecniche di mappaggio nelle procedure di ablazione di aritmie che permettono di usare al minimo la fluoroscopia e per un buon numero di non utilizzarla proprio».

Che cos’è la fluoroscopia e quali rischi comporta per la salute di pazienti e operatori?

«La fluoroscopia è la tecnica radiologica che consente di ottenere immagini in tempo reale dell’anatomia interna del paziente. L’utilizzo di radiazioni ionizzanti consente all’operatore di visualizzare sullo schermo gli elettrocateteri che raggiungono il cuore tramite vie venose o arteriose. È oramai arcinoto che i raggi si accumulano per effetto stocastico ed è documentato scientificamente che i raggi hanno un effetto cancerogeno. Sappiamo anche che quando facciamo una radiografia al torace se ne irraggiano 0,02 millisievert. Ecco, fare un’ablazione cardiaca sotto uso di fluoroscopio, equivale a somministrare un quantitativo di raggi pari a 800 radiografie del torace. Un’eccessiva esposizione al rischio di tumore sia per i pazienti, sia per gli operatori».

Come riuscite a guidare la procedura al computer in una zona tanto delicata senza la fluorescenza?

«Utilizziamo tecniche di mappaggio: una serie di speciali cerotti sul torace permette di ricostruire un campo elettromagnetico entro il quale siamo in grado di visualizzare i nostri elettrocateteri per le ablazioni».

È un sistema altrettanto sicuro dal punto di vista della riuscita dell’intervento?

«Posso dire che lo è di più. Senza utilizzare la fluoroscopia siamo in grado di ricostruire una mappa in tre dimensioni con colori che hanno significati particolari. Abbiamo addirittura informazioni in più sul substrato aritmico e lavoriamo in sicurezza, quindi con potenziali minori complicanze».

Per quali aritmie viene indicata l’ablazione transcatetere?

«Secondo le ultime linee guida internazionali, l’ablazione è in classe 1A, cioè la terapia d’elezione, per tutti i substrati aritmici: insomma è la terapia risolutiva rispetto al farmaco che oltre a essere un palliativo può anche avere l’effetto paradosso di favorire l’insorgenza di aritmie».

Quante sono le percentuali di successo?

«Dipende dal tipo di aritmia. In generale le percentuali di successo sono molto alte, si attestano intorno al 90% per la fibrillazione atriale parossistica: una percentuale che scende in base al grado di compromissione dell’atrio. Il successo sale al 95-97% per le tachicardie parossistiche sopraventricolari da rientro nodale e per il flutter atriale».


FIRENZE IL DOTTOR NASPETTI, DELLA CLINICA VILLA DONATELLO: «METODO A MISURA DI PAZIENTE E MENO RISCHI»

«L’endoscopia è il futuro della ricostruzione chirurgica»

L’ENDOSCOPIA è il futuro della chirurgia non solo demolitiva, ma anche ricostruttiva. Ne è sicuro il dottor Riccardo Naspetti (foto a destra), chirurgo generale specialista in endoscopia digestiva chirurgica nella clinica Villa Donatello di Firenze.

Dottor Naspetti, l’endoscopia è la nuova frontiera della chirurgia digestiva?

«È la forma di approccio più mini invasiva a disposizione. Questa metodica sta conquistando sempre più campo rispetto alla chirurgia col bisturi. Ha cambiato l’approccio all’intervento in una visione che limita al massimo il danno e il trauma chirurgico, col minimo sacrificio dei tessuti e l’ottimizzazione del risultato finale».

Dove può essere applicata in campo digestivo?

«Dall’apparato digerente superiore fino alle vie biliari. Laddove nel recente passato dovevamo effettuare un taglio vasto, con maggiore invasività, grandi cicatrici, maggior rischio di infezioni, degenze più lunghe, oggi con l’intervento in endoscopia sfruttiamo la strada percorsa dal cibo, senza tagli. Ottimizziamo il risultato, riduciamo al massimo i costi per la comunità e i pazienti che devono sottoporsi a questi interventi».

Finora, soprattutto in campo oncologico, l’endoscopia veniva utilizzata solo per la parte demolitiva.

«Le tecnologie prossimamente in arrivo ci permetteranno finalmente di occuparsi anche della parte ricostruttiva. Tra il 2019 e il 2020 avremo la possibilità di accedere all’apparato digerente con piccolissimi robot, delle ‘manine’ tecnologiche che permettono di ricostruire endoscopicamente. Il mercato è pronto a ricevere questa innovazione che tanto significherà nel nostro settore».

Quali sono i casi più seguiti a Villa Donatello?

«La maggior casistica riguarda i tumori al colon, la seconda neoplasia in Europa con dati in continua crescita. L’endoscopia resta lo strumento essenziale per segnare i confini del trattamento chirurgico e anche nell’approccio diagnostico».

Questa tipologia di approccio è applicabile anche in fase pretumorale?

«Sì, si sta sempre più affermando nel trattamento delle forme iniziali di tumore dell’esofago, legato al reflusso gastroesofageo. È un fenomeno in crescita in occidente. Individuare le lesioni precancerogene ancora prima che si creino, permette una risoluzione fondamentale. Cerchiamo anche di risolvere il problema stesso del reflusso, che ha appunto una ricaduta negativa in occidente: viene sempre meno trattata per via farmacologica per tutte le conseguenze che comporta il trattamento cronico. Puntiamo sempre più attenzione ai trattamenti mini invasivi anche in questo caso».

E sulle vie biliari?

«Un tempo si trattavano per lo più chirurgicamente e solo in maniera residuale con endoscopia. Oggi l’approccio è ribaltato: la via endoscopica è il primo trattamento, a partire dalle calcolosi biliari e le loro conseguenze».

Quali sono i vantaggi dell’approccio endoscopico?

«Oltre alla riduzione dei rischi infettivi e cicatriziali, questo metodo è controllato sulla persona, a misura di paziente. Trattiamo senza dolore: il paziente è sottoposto a sedazione con assistenza dell’anestesista. Ad esempio nel tumore del retto, esce dalla sala endoscopica vigile, senza dolori. Non usiamo più l’aria compressa per distendere l’intestino, ma l’anidride carbonica, un gas inerte che viene assorbito senza lasciare disagi né l’addome gonfio. Il trattamento consente dimissioni molto veloci, anche il giorno successivo».

Manuela Plastina

2019-01-02T12:35:59+00:00 Argomento: DONNA|Speciale |