Il cardiochirurgo Gaetano Gargiulo
«Salvare un bambino l’emozione più grande»

Dirige il centro di cardiochirugia pediatrica dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna: trecentocinquanta interventi all’anno, tra cui trapianti e cuori artificiali

di DONATELLA BARBETTA

«SONO GIÀ passati oltre trent’anni da quando abbiamo dato vita alla cardiochirurgia pediatrica a Bologna e da allora abbiamo percorso una lunga strada. Un dato su tutti: all’inizio solo il 25% dei bambini affetti da cardiopatie congenite complesse arrivava all’età adulta, ora sono più dell’85%». Gaetano Gargiulo, 64 anni, nato in Calabria, a Siderno Marina, è il cardiochirurgo che su suggerimento del suo maestro, Angelo Pierangeli, da giovane è andato a Parigi, per perfezionare la sua formazione accanto ai professori Yves Lecompte e Pascal Vouhé, due luminari della cardiochirurgia pediatrica. Al rientro sotto le Due Torri si sono poste le fondamenta del centro d’avanguardia che da tre anni è ospitato nel gioiello del Sant’Orsola: il nuovo polo cardio toraco vascolare, un investimento da 91 milioni di euro.

Professor Gargiulo, quali sono le più frequenti cardiopatie congenite complesse?

«Le cardiopatie congenite complesse sono tutte quelle malformazioni in cui l’anatomia e il funzionamento del cuore sono completamente sovvertite. Molte sono incompatibili con la vita e richiedono di essere trattate nei primi giorni o settimane di vita. Tra le più frequenti, la trasposizione dei grossi vasi, le patologie ostruttive del cuore sinistro e i cuori univentricolari».

Quanti bambini nascono con questo difetto cardiaco?

«L’8 per mille dei nati vivi ogni anno in Italia, circa 4.500, di questi almeno 1.200 soffrono di una cardiopatia congenita complessa».

Qual è il numero degli interventi che si eseguono in cardiochirurgia pediatrica?

«Trecentocinquanta all’anno, e un terzo dei neonati arriva da tutt’Italia. Siamo un centro di riferimento nazionale, in particolare per le patologie complesse neonatali come la trasposizione dei grossi vasi e la patologia dell’arco aortico. Nella maggior parte dei casi, quando dalla diagnosi fetale comprendiamo che il bambino ha una cardiopatia che deve essere trattata subito dopo la nascita, la mamma viene a partorire al Policlinico, e noi prendiamo in carico immediatamente il bimbo evitando, così, i rischi di un viaggio. Il miglior posto per fare viaggiare un bimbo con una cardiopatia congenita complessa è il grembo materno».

Si ricorda il primo trapianto di cuore?

«Certo. La paziente era una bambina di appena un anno e mezzo che sentivo già come una di famiglia, perché era ricoverata da oltre due mesi, in attesa del cuore adatto a lei. Soffriva di una cardiomiopatia dilatativa e a quei tempi, era il ‘94, non avevamo a disposizione il cuore artificiale e quindi, per diminuire il lavoro del muscolo cardiaco, potevamo solo sedarla, tenerla addormentata e aiutarla con la ventilazione meccanica. Poi arrivò un cuore dall’Austria e, a causa del lungo viaggio, temevamo che si fosse danneggiato: vederlo ripartire è stata un’emozione fortissima. Quella bimba, rimasta in reparto per quattro mesi, ha avuto una ripresa lunga e difficoltosa: oggi ha 27 anni e ogni sei mesi torna per i controlli, ma sta benissimo».

Quindi i bambini operati restano legati a voi?

«Sì, diventano i nostri Guch, parola che è un acronimo inglese di Grown up with congenital heart defects, persone cresciute con difetti congeniti del cuore. Ogni anno aumentano in modo significativo, perché i neonati operati diventano adolescenti e adulti: oggi nel nostro Paese sono 100mila, noi ne seguiamo 800 all’anno. Il nostro centro, per la sua storia e per i risultati ottenuti, è riconosciuto come centro Guch di riferimento regionale ed è uno dei pochi centri italiani di cardiochirurgia pediatrica che si occupa della diagnosi e cura di questi pazienti, con un percorso ambulatoriale – per visite e controlli – studiato per gli adulti e in particolare per le donne che vogliono avere una gravidanza».

LA CARDIOCHIRURGIA PEDIATRICA e dell’età evolutiva, diretta dal professor Gaetano Gargiulo, «per il numero di pazienti trattati e per la qualità dei risultati ottenuti, si pone come punto di riferimento a livello nazionale ed europeo», si legge nel sito del Sant’Orsola-Malpighi di Bologna. In un anno vengono eseguiti circa 350 interventi – tra cui trapianti di cuore e impianti di cuori artificiali – su neonati, ragazzi e adulti con cardiopatia congenita, seguiti fin da bambini al Policlinico. Nel centro viene svolta anche un’attività di solidarietà verso bambini che arrivano dall’Africa e da altri Paesi e che, con l’aiuto della Regione e di molte associazioni no profit – Piccoli grandi cuori, Caritas di Rimini, CosmoHelp, Abc di Piacenza e Fiorenzuola –, possono essere ricoverati e operati. Ogni anno vengono ricoverati oltre trenta bambini con cardiopatie più o meno complesse, provenienti dallo Zimbabwe o da altri Paesi africani e dall’Est Europa. E, da due anni, il Centro ha instaurato, con la supervisione del Centro nazionale trapianti, un rapporto di collaborazione con alcuni centri di cardiochirurgia in Grecia, per poter ricoverare e trapiantare a Bologna bambini sofferenti di cardiopatie congenite complesse. Inoltre, Piccoli grandi cuori contribuisce ad assicurare alle famiglie e ai bambini assistenza e sistemazione nel Polo dei cuori, spazio gestito dall’associazione.


ROMA, L’OSPEDALE PEDIATRICO IN TV

Dottori in corsia, la docufiction
Casi clinici del Bambino Gesù

SI INTITOLA «Dottori in corsia» la docu-fiction Rai che racconta in dieci puntate il lavoro quotidiano nei reparti del Bambino Gesù di Roma, l’ospedale pediatrico più grande d’Europa. Tra le storie più toccanti citiamo quella di Teodora. La ragazza affrontava in ospedale un periodo molto delicato, dopo il trapianto di cuore c’erano valori modificati, che non consentivano la dimissione dall’ospedale, ed è un racconto a lieto fine. Sempre nel reparto Cardiologia viene ricoverato Edoardo, un ragazzo di 14 anni con malformazione a una valvola cardiaca. Il cardiochirurgo si prepara con il team per intervenire con una tecnica sperimentale. Samuele invece è un bambino di nove anni affetto da tachicardia nodale. Sarà operato in endoscopia, una tecnica mininvasiva che gli permette di risolvere una volta per tutte i suoi delicati disturbi. L’hashtag sui social è #Dottoriincorsia. Si tratta di un format Stand by me, prodotto in collaborazione con Rai Fiction.


AL FEMMINILE

«Tanto impegno e passione: i sogni si realizzano»

MAMMA di Tommaso da sette mesi, Emanuela Angeli (nella foto), 45 anni, originaria di Pesaro, ha un primato: è l’unica donna cardiochirurgo pediatrico del Sant’Orsola. «È una professione impegnativa – ammette –, ma alle giovani donne medico vorrei dire che, se ci sono passione e impegno, i sogni si realizzano e gli obiettivi si raggiungono».


Un cuore sano da piccoli
La madre fa la differenza

I cardiologi: cautele nei prematuri in gravidanza

PENSARE alla salute del cuore del quando si è adulti potrebbe essere troppo tardi. Perché già durante lo sviluppo fetale e negli anni dell’infanzia si determina il grado di efficienza del muscolo cardiaco. Essere sedentari prima dei diciotto anni si associa a un maggior rischio di malattie cardiovascolari da adulti, ma anche nascere da mamme che hanno trascurato la dieta e il movimento durante la gravidanza potrebbe rappresentare uno svantaggio. Gli specialisti puntano così alla cosiddetta prevenzione primordiale, dal concepimento alla pubertà. «L’attività fisica – ha annunciato Giuseppe Mercuro, presidente in carica della Società Italiana di Cardiologia, in occasione del congresso celebrato a Roma – ha un ruolo importante, in molti casi addirittura superiore alla terapia farmacologica nella prevenzione e trattamento delle malattie cardiovascolari, che in larga parte sono provocate proprio dalla sedentarietà: il 9% delle morti premature è attribuibile alla scarsa attività fisica, un peso simile a quello del fumo».

PER AVERE un effetto tonico sul cuore, l’esercizio fisico va praticato in modo regolare. L’Italia tuttavia è tendenzialmente pigra. Gli studi scientifici indicano che solo il 30% dei bambini e adolescenti raggiunge nell’arco della settimana una media di 60 minuti di attività fisica giornaliera, grazie ai giorni in cui si pratica sport per più di un’ora consecutiva; tuttavia, se si va a vedere quanti fanno almeno 60 minuti di esercizio moderato ogni giorno, la percentuale crolla al 3% con i maschi un po’ più attivi (5,5%) e le femmine molto sedentarie, visto che solo l’1,2% si muove quotidianamente a sufficienza». Nel periodo fra 6 e 17 anni è importante che bambini e adolescenti siano coinvolti negli esercizi che rinforzano muscoli e ossa, e lo facciano almeno tre giorni alla settimana, meglio ancora sarebbe giocare e allenarsi almeno un’ora tutti i giorni. Fattori di rischio come l’obesità, la resistenza all’insulina che predispone al diabete, l’ipertensione, l’aumento dei grassi nel sangue possono instaurarsi anche in tenera età: un regolare esercizio è fondamentale per la prevenzione. I campioni del cuore si formano da ragazzi. La prevenzione deve iniziare durante la gestazione, specialmente nei bimbi prematuri o con basso peso alla nascita, che hanno in teoria un maggior rischio di sviluppare malattie cardiovascolari da adulti. Occorre seguire i consigli dello specialista per eliminare questo svantaggio che li rende vulnerabili.

«IN GRAVIDANZA è essenziale mantenere uno stile di vita sano, una dieta adeguata, fare esercizio fisico, astenersi da fumo e alcol: le abitudini materne possono portare a modifiche nell’espressione dei geni del figlio che si associano a un aumentato rischio cardiovascolare successivo», afferma Ciro Indolfi, designato alla presidenza della Società Italiana di Cardiologia per il prossimo mandato. «Pensare per tempo alla salute del cuore dei propri figli riguarda tutti, a maggior ragione se la nascita è prematura. I bimbi venuti al mondo prima della 37ª settimana, a basso peso, hanno una maggiore tendenza a sviluppare disturbi cardiovascolari. Vanno perciò evitate le condizioni materne che favoriscono la prematurità o il basso peso, come una dieta materna insufficiente o un basso peso della mamma, le disfunzioni della placenta, il fumo, la dipendenza da sostanze o farmaci».

GIÀ OGGI gli adolescenti nati prematuri o di basso peso sono il 5-10% della popolazione e la percentuale è destinata a salire grazie ai progressi che consentono di far sopravvivere neonati sempre più piccoli. «L’impatto di tutto ciò sulla prevalenza delle malattie cardiovascolari sarà visibile in futuro, ma consapevoli dei rischi dobbiamo fin d’ora considerare la prematurità come un fattore di rischio cardiovascolare, proteggere mamma e feto e occuparci di più dei nati pretermine, spiega il professor Indolfi, annotando i dati di nascita nelle schede cliniche e seguendo i prematuri con controlli cardiologici specifici anche in adolescenza e quando saranno giovani adulti».

Alessandro Malpelo