«Diamo un aiuto a chi soffre, e a chi cura»

A Bologna è nata da pochi mesi la Fondazione Sant’Orsola: imprenditori e cittadini a ianco della sanità pubblica

di Donatella Barbetta

RICERCA, acquisto di macchinari, assistenza più confortevole, terapie di supporto: sono gli obiettivi principali della Fondazione Sant’Orsola, nata la scorsa primavera grazie all’impegno di un gruppo di imprenditori che si sono schierati accanto alla sanità pubblica per creare un’alleanza tra la città e l’ospedale. «Abbiamo dato vita a una Fondazione di partecipazione, un ente di diritto privato – spiega il presidente Giacomo Faldella, neonatologo – che costruisce progetti e trova i soldi per realizzarli con il coinvolgimento delle persone e, a di erenza delle fondazioni bancadi Donatella Barbetta rie, il nostro destinatario è uno solo, il Sant’Orsola, o ancora meglio quanti operano nella struttura e i malati di Bologna, ma anche i tanti che provengono da tutta Italia per la riconosciuta qualità dell’assistenza. Il 100% di quello che sarà donato da cittadini e imprese per un progetto avrà solo quella inalità, perché la Fondazione non tratterrà nulla». Ai primi sette benefattori che hanno promosso la Fondazione, entrando nel consiglio di amministrazione, recentemente se ne sono aggiunti altri e due. Ecco chi sono: Paolo Angiolini di Banco di Credito Cooperativo Felsinea; Francesco Bernardi di Illumia; Marc Buisson di Day; Gianpiero Calzolari di Granarolo; Renzo Ferrari di Iema; Annamaria Finguerra di Iba; Roberto Lippi di Open Group cooperativa sociale; Stefania Atzori di Sirio; Andrea Moschetti di Faac. Per Chiara Gibertoni, direttore generale del Sant’Orsola, «la crescita della Fondazione è un segnale forte per il Policlinico e per tutta Bologna, è un’alleanza, sotto il segno della generosità, che incoraggia i professionisti della nostra comunità». ‘Lo spazio che cura’ è il primo progetto che, prima di Natale, darà un nuovo volto all’Oncologia medica diretta dal professor Andrea Ardizzoni, la più grande dell’Emilia-Romagna, dove nel 2018 sono stati ricoverati 910 pazienti: erano previsti investimenti per le dotazioni strumentali e l’accoglienza, l’acquisto di 17 letti elettrici e 12 poltrone di ultima generazione per le terapie e la realizzazione di due nuove sala d’attesa per i famigliari e i pazienti che ogni giorno frequentano il day hospital. Ma grazie alle tante donazioni arrivate è stato possibile ampliare il piano originario. La Fondazione interverrà sostituendo controso itti, illuminazione, porte e corrimano, riverniciando le pareti, acquistando nuovi arredi per gli ambulatori, creando spazi verdi sui balconi. «Qui in cinque anni abbiamo lanciato oltre 100 sperimentazioni cliniche. Ora, grazie anche alla generosità dei bolognesi – spiega Ardizzoni – potremo far vivere l’eccellenza della cura in un ambiente adeguato, garantendo ai nostri pazienti anche tutte quelle terapie di sostegno che costituiscono ormai parte integrante dell’oncologia moderna». Nasceranno, infatti, anche altri servizi: uno sportello- laboratorio sulla nutrizione, un supporto isioterapico per favorire il mantenimento dell’autonomia personale, un ra orzamento del supporto psicologico per pazienti, familiari e personale. Una curiosità: al progetto sono arrivati anche i fondi ricavati dalla serata beneica in cui sono state messe all’asta le luminarie di via D’Azeglio, nel centro della città, con le frasi della canzone “L’anno che verrà” di Lucio Dalla. Insomma, il cuore dei bolognesi batte forte per la Fondazione. Lo dimostrano anche i novanta volontari che in pochi giorni si sono già messi a disposizione per un altro progetto: accogliere i malati ai 18 ingressi del Policlinico e accompagnarli a una visita o a pagare un ticket nei 31 padiglioni del complesso.


Le molecole ‘check point’
fermano le cellule maligne

Una combinazione di nuovi farmaci contro i tumori di rene e polmone

“DUE È MEGLIO DI UNO”. Recitava così una pubblicità di successo di qualche tempo fa, ed oggi questa semplice regola si può adattare anche alla medicina, quando si parla di immunoterapia del cancro. La combinazione dei farmaci che “potenziano” le difese dell’organismo nei confronti del tumore, stando agli studi clinici, si rivela infatti valida non solo per il melanoma ed il tumore del rene, ma anche per quello al polmone. In particolare, i dati relativi all’associazione tra nivolumab e ipilimumab ha portato ad una sopravvivenza globale a cinque anni al 52 per cento per il melanoma, al 60 per cento a due anni nel tumore al rene e al 40 per cento per il tumore del polmone, sempre a due anni, nella forma più comune, cioè quello non a piccole cellule. Insomma, si può dire che l’unione fa la forza come conferma Paolo Ascierto, direttore dell’Unità di Oncologia, Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto Pascale di Napoli. «La scelta di combinare le due molecole immunoterapiche si sta rivelando vincente – dice l’esperto. Ognuno, infatti, “sblocca” un freno della risposta immunitaria: ipilimumab agisce sul recettore CTLA-4 e nivolumab sul PD-1. Utilizzandole insieme possiamo moltiplicare l’azione sul sistema immunitario perché vengono liberati due freni contemporaneamente». L’elemento chiave di questo approccio, quindi, è stata la scoperta dei check-point, molecole che entrano in gioco nei meccanismi che permettono al tumore di evadere dal controllo del sistema difensivo dell’organismo. In pratica queste proteine, che si trovano sulla supericie delle cellule del cancro, funzionano come uno “stop” e quindi non consentono alle difese di distruggere le unità maligne.

F. M.