A 18 anni il primo check-up per l’uomo

Una visita andrologica dopo la pubertà per verificare la salute dell’apparato riproduttivo maschile e, se serve, intervenire tempestivamente

di Alessandro Malpelo

La fertilità maschile è in declino. Lo si vede dalla conta degli spermatozoi, la concentrazione nel liquido seminale si è dimezzata in 50 anni, due milioni gli italiani adulti che possono andare incontro a problemi. Quindi, se il bambino tanto desiderato non arriva, potrebbe essere dovuto a stili di vita scorretti e disturbi trascurati, dal varicocele alle malattie infettive sessualmente trasmesse, sempre più diffuse, cui si sommano incertezze o complessi legati ai primi approcci fisici con la donna. Oggi per questo si raccomanda una visita dal medico specialista, e nel dubbio uno spermiogramma, dai diciotto anni in poi, per verificare la salute dell’apparato riproduttivo maschile. Un check-up della salute sessuale dopo la pubertà è il modo migliore per intervenire prima che si siano instaurati problemi poi difficili da risolvere: lo hanno sottolineato gli esperti della Società Italiana di Andrologia (SIA). «In una coppia infertile su due le difficoltà dipendono dal maschio – spiega Alessandro Palmieri, presidente degli andrologi, cattedra di urologia all’Università Federico II di Napoli – la sedentarietà, le diete scorrette, il sovrappeso e il fumo impattano negativamente sulla fertilità». A questo si aggiungono malattie che colpiscono fin dalla prima infanzia, ai testicoli. In adolescenza può comparire un varicocele. Anche un’infiammazione cronica delle vie seminali, indotta da una malattia infettiva di pertinenza dell’urologo, potrebbe compromettere la possibilità di avere figli. Queste condizioni sono facilmente diagnosticabili con una visita andrologica dopo la pubertà, una sorta di tagliando che possiamo raccomandare anche ai giovani. Ultimamente a complicare le cose ci si è messo il Coronavirus. «L’isolamento a cui ci costringe la pandemia da Covid- 19, se da una parte può condurre alla ricoperta del partner, dall’altra può creare l’ansia da prestazione – aggiunge il professor Palmieri – fino a determinare un calo del desiderio, problemi di disfunzione erettile, eiaculazione precoce. Ulteriori difficoltà possono insorgere anche per le coppie che stanno seguendo procedure di procreazione medicalmente assistita per avere un figlio che non arriva e hanno dovuto interrompere i trattamenti, che, per esempio, possono essere assalite da paure e indecisioni su come gestire le terapie avviate». Proprio per fornire consigli a chi già soffre di disturbi sessuali ma anche informazioni per vivere in sicurezza l’intimità, gli andrologi italiani, su proposta del consigliere Michele Rizzo, hanno attivato il numero telefonico con risponditore, basta chiamare lo 02-50043133 e seguire le istruzioni per ottenere un consiglio gratuito personalizzato.


Prostata infiammata e infertilità
Non trascurare le terapie precoci

L’ipertrofia della ghiandola può verificarsi anche prima dei 50 anni

La prostata ingrossata è il cruccio degli uomini che, con gli anni, avvertono più spesso lo stimolo a correre in bagno, e altre seccature. Anche la vita sessuale della coppia viene condizionata dalla prostata. Ma questa ghiandola, crocevia del tratto urinario e regista dell’orgasmo per lui, soffre a causa di più fattori che si sommano nel tempo, infezioni e infiammazioni, abitudini alimentari sbagliate, nonché la progressiva ipetrofia, talvolta riscontrabile agli esordi anche prima dei cinquant’anni. Ecco che una prostata malata, una prostatite trascurata da giovani, può comportare infertilità. Da qui la tendenza a una pratica sconsigliata: la cosiddetta home insemination, fecondazione con il seme fresco di un donatore che si propone sul web. «Noi medici – ha scritto Salvatore Sansalone, professore aggregato di Andrologia all’Università di Roma, Tor Vergata – guardiamo con preoccupazione a queste pratiche, una zona d’ombra anche dal punto di vista legale in cui nessuno è tutelato. Dobbiamo ricordare che la procreazione con seme donato è a tutti gli effetti un atto sanitario, per cui è bene rivolgersi esclusivamente allo specialista».

A.M.


Donne in app per alzare il velo sull’infertilità

Connegs è un luogo virtuale di condivisione
«Non banalizziamo la gravidanza che non arriva»

di Letizia Cini

Un tempo era un segreto di famiglia, una soluzione di ripiego della quale vergognarsi. La domanda più temuta: «Ma quando lo fate un bambino?». «Oggi le cose sono cambiate e ricorrere alla Pma (Procreazione medicalmente assistita) per la maggioranza delle coppie non è più un problema, si tratta di una scelta ormai sdoganata» spiega sorridendo Claudia Livi, direttrice del Centro Demetra di Firenze che opera nel campo della procreazione medicalmente assistita, ginecologa-pioniera che da quasi 40 anni cerca di rendere felici persone alle prese con problemi di infertilità. Le stime: secondo il ministero della Salute, in Italia una coppia su 5 ha difficoltà ad avere figli. Con conseguenze pesanti sotto il profilo psicologico: per gli aspiranti genitori ’incapaci’ di procreare naturalmente la fecondazione assistita rappresenta un’opportunità. «Le cause dell’infertilità possono essere molteplici – sottolinea Claudia Livi –. Tra queste le più frequenti sono i danni tubarici, i problemi del liquido seminale, l’endometriosi, una riserva ovarica scarsa». Nel 2017, anno a cui si riferisce l’ultimo report dell’Istituto superiore di sanità, le coppie che hanno fatto ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita sono state 78.366. «Le gravidanze ottenute invece sono più di 18mila – riprende la ginecologa –. Ben il 3% dei bambini nati nello stesso anno (458.151) è stato concepito con un ciclo di procreazione medicalmente assistita. Una percentuale che ormai fa media». La diagnosi di infertilità – intesa come l’incapacità di concepimento entro due-tre anni di rapporti non protetti – investe vari ambiti della vita degli aspiranti genitori e diverse sono le emozioni che si susseguono all’interno della coppia, sentimenti che spaziano dalla rabbia alla delusione, dall’esaltazione al senso di sconfitta. «Quando ho scoperto che non riuscivo ad avere un figlio ho vissuto anni pieni di solitudine, perché il problema viene spesso sminuito da amici e parenti», racconta Steffi Pohlig, 37 anni, tedesca trasferitasi in Italia da 20 anni, madre di due bambini nati grazie a tecniche di Pma, che ha dato vita a Conneggs, il primo social network sulla fertilità. «Da quella sofferenza è nata l’idea creare un luogo virtuale in cui le donne con problemi di infertilità possano parlarsi, ascoltarsi, confrontarsi, e in cui il problema della gravidanza che non arriva non venga banalizzato». «Le persone che soffrono di problemi di infertilità vedono stravolta la loro vita e hanno assoluto bisogno di una condivisione con altre persone che come loro stanno vivendo o hanno già vissuto queste esperienze», spiega Cecilia Mencacci, medico specialista in endocrinologia presso l’European Hospital di Roma. A Conneggs ci si può iscrivere gratuitamente sia scaricando l’app dall’App Store e da Google Play, sia registrandosi su www.conneggs.com. Una volta iscritte le utenti creano il proprio profilo anonimo e possono leggere tutti i post pubblicati su temi come monitoraggio dell’ovulazione o inseminazione intrauterina. Buone notizie anche sul fronte Covid-19 e Fase 2: dal 12 maggio le coppie che con il lockdown erano state costrette a interrompere le cure – circa 7-8mila coppie, per un totale di circa 1.500 nascite ogni mese – hanno potuto riprendere i trattamenti di fecondazione assistita. «Un piccolo esercito di donne e uomini che negli ultimi due mesi si erano sentiti abbandonati – conclude la ginecologa Claudia Livi – e che hanno vissuto con grande sofferenza l’ansia del tempo che scorre (oltre il 30% delle partner femminili che accede alla Pma ha più di 40 anni) e il timore di perdere definitivamente le proprie chance riproduttive ».


PROCREAZIONE ASSISTITA

L’orologio biologico ritarda causa Covid

C’è un il limite di età per l’accesso alla fecondazione assistita. In Toscana, ad esempio «si possono avere 43 anni più sei mesi, e per l’eterologa 46 anni più sei mesi». Termine che la regione ha prolungato di sei mesi, fino al 31 dicembre 2020, per l’impossibilità di effettuare le prestazioni programmate a causa dell’emergenza Covid-19. «Una scelta doverosa – afferma, Claudia Livi, ginecologa responsabile del Centro Demetra di Firenze – per non aggravare l’angoscia delle coppie in questo momento difficile per tutti».


I gameti vengono dall’estero, l’Italia dona poco

Tutti i centri di fecondazione e le banche garantiscono la ’tracciabilità’degli ovociti

Un vuoto durato 14 anni, che ha costretto tante coppie a viaggi oltre confine per avere un figlio ricorrendo alla fecondazione eterologa. «Il 2015 è stato l’anno della liberalizzazione in Italia, dopo il divieto della legge 40 nel 2004», spiega Alfonso Maria Irollo, ginecologo specializzato in tecniche che prevedono il ricorso a un donatore di spermatozoi o di cellule uovo. Un tema difficile tornato alla ribalta dopo l’inchiesta trasmessa da Report su Raitre. «Attualmente tutte le banche ed i centri europei, italiani compresi, sono sottoposti a controlli e verifiche periodiche da parte delle Asl e di una sezione qualificata del Centro nazionale trapianti – chiarisce il medico –. Ogni donazione è corredata da un codice che identifica l’atto e il momento della donazione, la donatrice e il centro in cui sono stati prelevati gli ovociti». Di questi gameti che spesso arrivano dall’estero per la carenza di donatori italiani, si conoscono le indagini genetiche e infettivologiche.

L. C.


La menopausa abbatte l’ultimo tabù

Dopo i 50 anni, la donna ha una vita sessuale a pieno regime e il desiderio può addirittura aumentare

di Chiara Bettelli

Menopausa è una parola tabù. Anzi Il Grande Tabù delle donne, titolo dell’interessante e utile guida scientifica per questa fase della vita femminile, scritta dal ginecologo Carlo Flamigni (Mondadori). Infatti, anche le donne che sembrano non farci caso, spesso confinano il termine ai margini di un discorso, sostituendolo con giri di parole. Colpa dell’antropologia: nell’antichità questo cambiamento nella vita femminile – oltre che alla fine della funzione riproduttiva – corrispondeva alla perdita di attrattiva, alla vecchiaia, addirittura alla morte. E, nel più recente ‘800, la vita sessuale e l’attività riproduttiva erano sinonimi. Il riconoscimento del piacere femminile forever è una conquista recentissima. Oggi, se l’ipotesi di un deterioramento della propria vita sessuale è una delle angosce che accompagnano la donna che si avvicina alla menopausa, le problematiche eventuali sussistono più a livello psicologico e antropologico-culturale che fisiologico. Del resto occorre farsene una ragione e pensare positivo perché – con le nuove aspettative di vita – le donne, nella maggior parte dei casi, devono convivere per più di trent’anni con la menopausa. Le condizioni sono mutate (tra l’altro la possibilità di procreare, con la fecondazione assistita, non corrisponde più all’età biologica) e, insieme ad un aspetto giovanile e ad una pienezza di ritmi lavorativi e sociali, per le nuove over 50 anche la sessualità è a pieno regime. Anzi, le ultime ricerche – confermate dalla Fiss, Federazione italiana sessuologia scientifica – dimostrano che i piaceri del sesso non dipendono dall’età. Al contrario, con il passare del tempo, la donna può superare molti problemi del passato e diventare più disponibile e disinibita. Lo sottolineava la scrittrice Erica Jong nel suo romanzo autobiografico Paura dei cinquanta scritto, 25 anni fa, in occasione di quel fatidico compleanno. Effettivamente, durante questa fase della vita femminile, avvengono raramente significative modificazioni della sessualità. Dal punto di vista fisiologico non è dimostrata una correlazione tra carenza ormonale e desiderio sessuale – stimolato da molti altri fattori psichici e biochimici – anzi, con la menopausa il desiderio può addirittura aumentare per il venir meno della funzione antagonista degli estrogeni nei confronti degli androgeni. Tra l’altro il clitoride non subisce variazioni in menopausa, anzi nelle più anziane si può riscontrare una leggera ipertrofia per il prevalere dell’attività ormonale del surrene, ghiandola che funziona per tutta l’esistenza. Occorre invece considerare altri fattori che possono produrre un calo della libido: il timore di essere meno attraente, una scarsa autostima e, se la cinquantenne è in coppia, una sua eventuale crisi sessuale può essere influenzata da quella del partner. L’unico cambiamento riscontrabile fisiologicamente in menopausa rispetto al periodo fertile, e che può inibire i rapporti sessuali, è un’eventuale secchezza vaginale causata dalla carenza estrogenica. Si può attenuare con l’uso continuativo di un idratante specifico o con una terapia ormonale locale, e con un lubrificante in occasione della penetrazione. Però «il desiderio e la fantasia possono mantenersi per tutta la vita» afferma Carlo Nonnis-Marzano, psicologo e ginecologo del Centro Italiano di sessuologia di Bologna, rivalutando il ‘sesso d’argento’. Al progressivo aumento della longevità la sessualità può funzionare anche in età avanzata. Infatti, dove non siano presenti problemi organici o malattie, è la psiche la regina della sessualità: se la mente si mantiene vivace il sesso continua ad essere una fonte di piacere. Anche per gli over 70. È necessario cambiare punto di vista, non considerando più la menopausa come una malattia e la fine della femminilità, ma come un cambiamento che può riservare piacevoli sorprese. Soprattutto se – invece di rimpiangere la giovinezza – si continua a sognare e ad emozionarsi, anche attraverso il sesso.


RITOCCHI AI GENITALI

Ringiovanimento con cosmetica e chirurgia intima

Per chi vive con disagio il cambiamento dell’aspetto dei propri genitali, esistono le soluzioni della cosmetica, della medicina estetica e della chirurgia intima. Si può procedere, ad esempio, con la tintura (utilizzando colorazioni ad hoc) e il rinfoltimento dei peli pubici, con la lipostruttura delle grandi labbra per rimpolparle e la labioplastica per la riduzione delle piccole e grandi labbra che possono cambiare dimensioni con l’invecchiamento. Poi esistono il lifting del Monte di Venere e la vaginoplastica che combatte il rilassamento dei tessuti vaginali. La tonicità genitale si riacquista anche con la ‘ginnastica’, allenando la muscolatura pelvica con gli esercizi di Kegel (serie di contrazioni volontarie dei muscoli del pavimento pelvico). Per l’atrofia vaginale esiste la Re-Vagination, rigenerazione effettuata tramite la stimolazione laser della mucosa endovaginale; migliora anche l’incontinenza urinaria di tipo lieve.

c. b.


Quando il tessuto ovarico viene dal freddo

A Bologna l’archivio più ricco di campioni crioconservati: «Arrivano donne da tutta Italia per fini riproduttivi o per preservare gli ormoni»

di Donatella Barbetta

Avere un figlio grazie a un reimpianto di tessuto ovarico, congelato per anni mentre si cura una malattia oncologica e si affrontano cicli di chemioterapia, sembra ancora fantascienza, eppure a Bologna è già accaduto. «Siamo il centro italiano con il maggior numero di campioni di tessuto ovarico crioconservati – spiega il professor Renato Seracchioli, direttore dell’unità operativa di ginecologia e fisiopatologia della riproduzione umana del Sant’Orsola – perché ne abbiamo stoccati nell’azoto liquido, a meno 196 gradi, ben 900, circa l’80% provengono da fuori regione, di cui 700 appartengono a pazienti adulte e 200 in età pediatrica. Sono donne che arrivano da tutta Italia e anche in questi mesi di pandemia ne stiamo ricevendo in media due a settimana. Poi, quando saranno guarite dal tumore, chi vorrà potrà chiedere il trapianto a fini riproduttivi o per ritardare la menopausa e le conseguenze che comporta. A quel punto i campioni saranno scongelati e reimpiantati». Eppure si guarda già più in là. «Si punta sulla liofilizzazione dei tessuti. Lo scorso febbraio al congresso sulla preservazione della fertilità organizzato da noi – prosegue Seracchioli –, è intervenuto il professor Pasquale Patrizio, responsabile della medicina della riproduzione all’università di Yale: ci ha presentato le sue tecniche di liofilizzazione, ossia di essiccazione, su tessuto ovarico bovino e di topi. Speriamo di poter collaborare con lui per proseguire la ricerca sull’uomo. In futuro possiamo immaginare che, togliendo la parte acquosa dai tessuti, non serviranno più i contenitori di azoto liquido, ma sarà sufficiente conservare i campioni di tessuto a meno 4 gradi, in un normale frigorifero, e a quel punto, sotto forma di piccole compresse, potranno anche essere riconsegnati alla paziente, che li riporterà a noi nel momento del trapianto». Dal 2002, ossia da quando è iniziata l’attività di congelamento, sono stati eseguiti 28 reimpianti su 19 pazienti. Con quali risultati? «Sono già nati due bambini e attualmente stiamo seguendo le gravidanze di due donne, una appena iniziata, l’altra al settimo mese», osserva Raffaella Fabbri, responsabile del laboratorio di crioconservazione di tessuto ovarico e colture cellulari, dove i campioni vengono trattati. La biologa riassume il procedimento che segue l’intervento chirurgico: «Eliminiamo la parte midollare dell’ovaio per lasciare quella corticale, dove sono contenuti i follicoli cosiddetti ‘dormienti’, quelli che, una volta reimpiantati, sono responsabili della riattivazione dell’ovaio. Si tratta di tessuti molto delicati che vengono sottoposti a un congelamento lento, di due ore e mezza, durante il quale la temperatura viene abbassata di un terzo di grado al minuto. Poi i campioni, una volta arrivati a meno 150 gradi, vengono trasferiti nell’azoto liquido, dove rimarranno a meno 196 gradi fino al momento dell’utilizzazione».


Lunga lista d’attesa per i figli del gelo
«Ora i donatori sono certificati non Covid-19»

Eleonora Porcu guida il centro di procreazione assistita dell’Ospedale Sant’Orsola: dal 1997 sono nati 4000 bambini

«Dal 1991 nel nostro centro di infertilità e procreazione medicalmente assistita sono stati eseguiti oltre 20mila cicli di trattamenti e sono nati oltre 4mila bambini»: con Eleonora Porcu, la mamma dei bebè venuti dal gelo, direttore della struttura del Sant’Orsola, ripercorriamo le tappe più importanti. Quali sono stati i successi più emozionanti? «La prima nascita al mondo, nel 1997, di Elena, ottenuta con ovociti congelati e inseminazione della cellula attraverso microiniezione di un solo spermatozoo, seguita da quella di Giovanni, con ovociti congelati e spermatozoi congelati nel 2000 e poi la prima nascita internazionale con ovociti congelati in una paziente con cancro». Gli uomini sono stati trascurati? «No, dal 1991 sono stati eseguiti oltre 900 cicli di preservazione della fertilità maschile, il 22% per motivi oncologici, e oltre 400 cicli di scongelamento di spermatozoi con una percentuale di gravidanza del 30%». Quando le coppie ricorrono alla donazione? «Se all’interno della coppia uno o entrambi i partner sono affetti da una condizione di sterilità assoluta. In Italia si può ricorrere alla donazione anche nei casi di più fallimenti di procreazione omologa o di malattie genetiche che possono essere trasmesse al feto». Quali sono le percentuali di gravidanza? «Circa il 32% per la fecondazione omologa e nelle donne di 30 anni può arrivare al 50-60%». Quante sono le coppie in lista d’attesa? «Duemila per la fecondazione omologa e circa 500 per l’eterologa, quando o l’ovocita o lo spermatozoo vengono donati, o entrambi». Le cellule sessuali vengono conservate nella Banca dei gameti? «Sì. Stiamo importando i gameti da Banche estere, con gestione centralizzata della Regione Emilia Romagna. Al momento, causa pandemia, siamo fermi con gli arrivi dall’estero. È necessario, infatti, che la Banca estera certifichi che chi ha donato i propri gameti dopo dicembre 2019 non abbia contratto l’infezione da Coronavirus». Nei prossimi mesi come proseguirà l’attività? «Il centro in questi mesi ha sempre tenuto le porte aperte, continuando l’attività di preservazione della fertilità per i malati oncologici. E ora, soprattutto per chi è lontano, le prime consulenze verranno effettuate a distanza in telemedicina».

Donatella Barbetta


PER TUTTI I BEBÈ

Il futuro dipende dai primi mille giorni

I primi mille giorni, dal concepimento in poi, decidono gran parte del nostro futuro. Così gli specialisti dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma descrivono il periodo, che abbraccia l’epoca della gestazione e i primi due anni di vita. Un lasso di tempo nel quale “l’ambiente influisce tanto quanto la genetica” secondo la teoria dei primi mille giorni. Lo stile di vita dei futuri genitori influisce sugli ovociti della mamma e sugli spermatozoi del papà, che a loro volta regolano il funzionamento dei geni del bambino. Gli stimoli esterni continuano a influenzare il feto attraverso l’utero della madre e, dopo la nascita, direttamente dall’ambiente in cui vive il neonato, le persone che lo circondano. Anche gli stimoli psicologici sono in grado di regolare il funzionamento dei geni.


Il centro dove nasce la speranza di un figlio

La Clinica Eugin affronta l’infertilità a tutto campo con percorsi di procreazione assistita o di crioconservazione e supporto psicologico

di Gloria Ciabattoni

La Clinica Eugin rappresenta una speranza per molte persone che desiderano avere un figlio. Ce ne parla il professor Mario Mignini Renzini, referente medico per gli aspetti clinici dei centri Eugin in Italia e responsabile del Centro di procreazione medicalmente assistita della Casa di Cura La Madonnina di Milano, parte del Gruppo San Donato, che opera in partnership con Clinica Eugin (www.eugin.it, tel. Milano: 800 688 599; tel. Modena: 800 688 595; tel. Taranto: 800 688 799).
Quali pazienti-tipo si rivolgono a Clinica Eugin?
«Presso Clinica Eugin offriamo trattamenti di procreazione assistita omologa ed eterologa – con la donazione di gameti – e i pazienti che si rivolgono a noi sono coppie che, generalmente dopo sei mesi, massimo un anno di rapporti non protetti, non riescono a concepire un figlio in maniera naturale. I casi di infertilità femminile possono essere legati a problemi ginecologici quali l’endometriosi, i difetti dell’ovulazione o le problematiche connesse alla funzione delle tube, o a un’età che supera i 35 anni. Nel caso dell’uomo l’infertilità può essere dovuta a una scarsa quantità e mobilità di spermatozoi contenuti nel liquido seminale. E si rivolgono a noi anche uomini e donne che devono sottoporsi a trattamenti oncologici che possono ridurre la fertilità, per preservare la loro fertilità grazie alla crioconservazione dei gameti».
Perché l’età della donna è un fattore critico quando si desidera avere un figlio?
«La fertilità femminile declina rapidamente dopo i 35 anni e le chance di avere un figlio, ad esempio per una donna di 43 anni, sono bassissime: a quell’età circa il 50% delle gravidanze, a causa della qualità degli ovociti, esitano in un aborto. Purtroppo sono ancora molte le donne che ignorano questo dato e talvolta anche medici e ginecologi tendono a minimizzare il problema. Da un recente studio scientifico emerge che il 56% dei ginecologi italiani che lavorano in strutture ospedaliere pubbliche e private ritengono non rara la possibilità di avere un figlio spontaneamente e senza aborto dopo i 44 anni e fino ai 50 e solo il 44% dei medici sa come calcolare la riserva ovarica di una donna, ovvero la quantità di ovociti disponibili nelle ovaie per iniziare una gravidanza. Questi medici, piuttosto che suggerire ai propri pazienti che non riescono a concepire di continuare a fare tentativi, dovrebbero indirizzarli verso centri specializzati in medicina della riproduzione, per definire se vi sono cause fisiche risolvibili legate all’infertilità o se è invece necessario ricorrere alla procreazione medicalmente assistita. Alle donne che non possono programmare una maternità entro i 35 anni, suggeriamo di valutare la possibilità di crioconservare i propri ovociti per poterli utilizzare più avanti nel tempo».
Cosa può offrire Clinica Eugin a uomini e donne che hanno già appurato di non potere risolvere il loro problema di infertilità?
«Il desiderio di tutte le coppie che si affidano a un centro di Pma dopo avere appurato di non potere concepire in maniera naturale, è quello di realizzare il sogno di una gravidanza, preferibilmente con i gameti – ovociti e spermatozoi – della coppia. Tuttavia questo non è sempre possibile. In questi casi Eugin propone trattamenti di fecondazione assistita con accesso alla donazione di gameti, la cosiddetta fecondazione assistita eterologa. Grazie ad un programma di donazione transnazionale unico in Italia, mettiamo in condizioni le coppie di ricevere trattamenti secondo i migliori standard internazionali senza andare all’estero e senza lunghe liste di attesa»
Quale iter seguono le coppie che si rivolgono a voi?
«L’iter inizia con il primo consulto, durante il quale raccogliamo una dettagliata anamnesi familiare e personale di entrambi i partner; valutiamo la documentazione relativa a procedure chirurgiche e diagnostiche precedenti e, se necessario, prescriviamo ulteriori approfondimenti. Arriviamo così a sviluppare una diagnosi e un percorso di trattamento personalizzato. Alle coppie che ne sentono la necessità, viene offerto anche un supporto psicologico per affrontare l’intero percorso o solo alcuni momenti e scelte particolari».


Pillole di benessere in zona ’anta’
Il portale delle donne svela segreti

VediamociChiara è il luogo delle domande al femminile
Rispondono gli specialisti della salute in rosa

La menopausa è un tema molto complesso. In passato andare in menopausa, coincideva più o meno con l’età di uscita dal mondo del lavoro e l’entrata nel mondo dei nonni. Qualche chilo di troppo, qualche filo d’argento in più tra i capelli e qualche acciacco a completare il quadro: se guardiamo le foto delle nostre nonne o delle nostre mamme a 50-60 anni, notiamo subito che sono immagini di donne in ritirata strategica. Oggi non è più così. Oggi a 50 anni alle donne viene chiesto di essere fresche come le trentenni: una sfida estetica e soprattutto di salute. Si vive fino a 90 anni e oltre e questo impone una buona qualità, consapevoli che il modo per puntare verso quota 90 si decide a 50 anni, se non prima. L’allungamento della nostra esistenza consacra di fatto la menopausa come la fase più lunga della vita delle donne: per questo è uno dei temi centrali di VediamociChiara, portale di salute e benessere al femminile. Diventano indispensabili uno stile di vita sano, un’attività fisica adeguata e una vivacità intellettuale che mantiene le signore pronte e scattanti, ancora nel pieno dell’attività lavorativa, divise tra figli arrivati oltre i 30 anni e genitori sempre più anziani. È evidente quindi, che la prevenzione, l’abitudine a prendersi cura di se stesse, a mantenere il giusto peso e a seguire i consigli degli specialisti della salute sono la chiave per vivere sane e bene i ‘secondi 40 anni’. Sul portale ampio spazio è riservato alle domande che più stanno a cuore alle utenti, da girare a voci autorevoli sulla salute femminile: Rossella Nappi, Alessandra Graziottin, Roberta Rossi, Emmanuele Jannini, Maria Luisa Brandi, Edoardo Guastamacchia, Antonio Lanzone solo per citare qualche nome. Uno spazio importante è dedicato alla vita di coppia over 50, all’osteoporosi e a tutte le patologie legate al passare del tempo: dal diabete ai disturbi della tiroide, dalla salute della pelle alle problematiche cardiovascolari da sempre troppo sottovalutate dalle donne. In questo periodo di vita con il Covid, in cui ancora si trascorre a casa più tempo del solito, le utenti di VediamociChiara stanno intensificando gli accessi per approfondire diversi temi. Tra le ricerche più frequenti di soluzioni nutraceutiche o farmaceutiche, ci sono tutte quelle che riguardano la salute femminile, i rimedi per aumentare le difese e per stimolare il sistema immunitario, gli integratori di vitamine e sali minerali e quelli per il sostegno dell’organismo in caso di stanchezza, stress, irritabilità e insonnia. Quindi, in attesa di tornare agli incontri dal vivo, il portale è un punto di riferimento, aperto a tutte le donne in zona ’anta’.

G. C.


Bollicine antipatiche su mani e piedi

Le verruche sono causate dal virus del Papilloma umano. Se trascurate, possono diventare molto fastidiose

di Antonio Alfano

Comunemente sono definite volgari, e sono frequenti nei bambini, negli adolescenti un po’ meno negli anziani. Le verruche sono piccole lesioni della pelle, escrescenze rialzate o piatte, solitamente benigne, spesso molto fastidiose e contagiose. È stato calcolato che ne soffra circa il 7-10% della popolazione. L’affezione è originata da un virus, quello del papilloma umano (HPV Human Papilloma Virus) che fu collegato alle verruche alla fine del ‘900, la cui presenza fu confermata definitivamente nel 1931 con l’utilizzo del microscopio elettronico. Questo microrganismo può penetrare nella pelle tramite traumi o macerazione, diffondendosi da una parte all’altra del corpo o da una persona all’altra. A mediare il contagio interumano possono essere squame di pelle infetta, che può avvenire in posti pubblici come, ad esempio, palestre o piscine. Le verruche solitamente non causano nessun tipo di complicazione. Essenziale non trascurarle ed effettuare un trattamento adeguato da parte del dermatologo, anche per evitare la diffusione in altre parti del corpo e il contagio ad altre persone. «Nella maggior parte dei casi – sostiene James G. H. Dinulos, professore di chirurgia dermatologica presso la Geisel School of Medicine at Dartmouth USA – le verruche non sono pericolose, ma possono essere molto fastidiose. Le eccezioni sono rappresentate da alcuni tipi di verruche genitali, dovute a tipi di HPV in grado di causare il tumore della bocca, della gola o dei genitali». Particolare attenzione da parte dalle persone che soffrono di diabete e problemi circolatori, in quanto è possibile il rischio di formazione di ulcere o infezioni, che come si sa diventano poi una ulteriore complicazione, delicata da trattare. Gli specialisti ritengono che, dal momento del contagio, possano passare circa 30 giorni prima che compaia una verruca. Di solito, si presentano come piccole escrescenze dure della pelle piatte, rigonfie o di forma conica che possono comparire sulle mani o sui piedi; la loro dimensione può andare dalla capocchia di uno spillo alla dimensione di un pisello. Le verruche possono essere di vari tipi. Le più frequenti sono le così dette verruche volgari che si presentano come piccole aree della cute sollevate, di solito di colorito grigio – giallastro, evidenti soprattutto sul dorso della mano o sulle dita, in particolare intorno alle unghie con una dimensione che può essere meno di 1 millimetro a più di un centimetro, spesso unite tra loro. Comuni anche le verruche plantari, piccole protuberanze cutanee che compaiono in qualsiasi zona della pianta dei piedi oppure solo sulle dita, tendono a penetrare in profondità e possono essere molto dolorose, arrivando a provocare provocare serie difficoltà nel camminare. «Per la diagnosi e il trattamento delle verruche – afferma Franco Marsili, Direttore dell’Unità Opertiva, Dermatologia dell’Ospedale della Versilia – è opportuno affidarsi al giudizio dello specialista dermatologo. È indicata l’asportazione. Possono essere utilizzati prodotti topici, come creme o vari acidi. A secondo dei casi, è utilizzata la crioterapia con azoto liquido o il laser con CO2. Bisogna considerare – continua Marsili – che in molti casi, dopo l’asportazione, possono presentarsi delle recidive. È necessario quindi prevedere successivi controlli, con possibili altre applicazioni terapeutiche ».


LE DIFFERENZE

Calli e tilomi si riconoscono per la cute indurita

Tiloma, callo, o verruca? I segni sono spesso simili: ispessimento della cute con fastidioso dolore sulle dita o sotto la pianta del piede, ma la causa può essere diversa. «La verruca – conferma il dermatologo Franco Marsili – è inserita nel contesto della cute e non interrompe le linee. Il tiloma e il callo sono invece dei veri e propri ispessimenti. Nel tiloma, il dolore soprattutto se interessa la pianta del piede, può essere più tardivo rispetto a quello della verruca. Si ha anche la sensazione di avere un sassolino nella scarpa o una puntura viva quando si appoggia».


PREVENZIONE

Evitare l’umidità e mai scambiare le ciabatte in piscina

Considerando l’elevato livello di contagiosità delle verruche, è importante adottare delle semplici ma importanti misure di prevenzione. Può essere l’umidità a sostenere lo sviluppo delle verruche, soprattutto ai piedi. Ecco perché il contagio è più frequente in un ambiente umido come la piscina. Le scarpe troppo strette e non adatte si dimostrano un favorevole motivo perché il papilloma virus che causa le verruche, si diffonda più facilmente. «Opportuno non trascurare mai le verruche – sostiene Franco Marsili, Direttore dell’Unità Opertiva Dermatologia dell’Ospedale della Versilia – perché non solo si dimostrano difficili da eliminare radicalmente, ma possono presentare un alto rischio di recidiva». Riservare particolare attenzione all’igiene dei piedi tenendoli sempre puliti e asciutti. Evitare di camminare a piedi nudi in posti pubblici come i bordi delle piscine, parchi acquatici palestre, ecc. Necessario indossare sempre ciabatte, sandali o infradito ed asciugare bene i piedi prima di rimettere le scarpe. Nel caso siano presenti verruche plantari e dovendo nuotare in piscina, bisogna coprirle con un idoneo cerotto protettivo proprio per evitare di trasmetterle ad altre persone. Fare anche attenzione a non condividere, inavvertitamente, con altre persone oggetti personali, come asciugamani, accappatoi e oggetti per la cura delle unghie, ecc., che possono contribuire indirettamente ad aumentare il pericolo di diffusione. Gli specialisti dermatologi raccomandano una specifica cura dell’igiene della pelle: l’ eventuale presenza di infezioni cutanee può facilitare l’ingresso del Papilloma virus, mentre una pelle sana, bene idratata e priva di ferite resiste più facilmente all’attacco virale. Le verruche per la loro sensibilità e la rapida capacità di trasmettersi non devono assolutamente essere mai grattate o graffiate in quanto può aumentare il rischio di infezione. Anche in questi casi, le mani vanno lavate spesso ed accuratamente.

Antonio Alfano


Quando il prurito è a fior di pelle

La dermatite atopica colpisce più i bambini, quella da contatto è molto comune. E la rosacea ha un identikit

di Maurizio Maria Fossati

Pelle arrossata, irritazioni cutanee diffuse, gonfiore, prurito, piccole eruzioni: potrebbe trattarsi di dermatite atopica, ma deve essere il dermatologo a visitare il bambino e a fare diagnosi. La dermatite atopica è la patologia della pelle più diffusa tra i bimbi. Ne parliamo con Luigi Gnecchi, specialista in dermatologia e venereologia all’Asst ospedale San Gerardo, Monza.
Che cos’è la dermatite atopica?
«È una dermatite cronica, ad andamento ‘capriccioso’ e recidivante ».
Da cosa dipende?
«È l’espressione di uno stato di iperattività del sistema immunitario cutaneo che si manifesta con secchezza della pelle e prurito, ma non è un’allergia».
Quando può fare la sua comparsa?
«A partire dal terzo mese di vita del neonato, e può affliggere i bambini fino all’età scolare o all’adolescenza. E ha un andamento stagionale con miglioramento durante l’estate».
Quali sono le zone del corpo solitamente più colpite?
«La dermatite atopica del lattante colpisce in prevalenza il volto con lesioni di tipo eczemato-vescicolose, pruriginose. Nel fanciullo (1-5 anni) le lesioni si manifestano a tronco e arti con chiazze eczematose che, in età scolare e nell’adolescenza, possono interessare le pieghe degli arti».
Che consigli possiamo dare?
«Bisogna cercare di preservare il manto lipidico cutaneo idratando la pelle, più volte al giorno, con una crema emolliente. Il bagnetto al bambino deve essere rapido e fatto con acqua tiepida, usando detergenti delicati e oli da bagno. Nella vita quotidiana è sempre buona regola indossare indumenti di cotone, evitando quelli in fibra sintetica».
Quali le cure?
«Il trattamento differisce a seconda delle cause. Sono disponibili in commercio prodotti lenitivi di automedicazione, in grado di alleviare momentaneamente l’infiammazione e il prurito, tra cui le creme all’ossido di zinco e magnesio silicato. Sotto stretto controllo del dermatologo, può essere utilizzata una crema cortisonica per brevi periodi e su aree limitate. Nelle fasi di mantenimento, si può ricorrere agli immunomodulatori topici. Un nuovo farmaco biologico (anticorpo monoclonale) viene impiegato per curare i pazienti adulti anche gravi».
Dermatite da contatto, ci spieghi.
«È molto diffusa. Le dermatiti più frequenti sono a nichel, cobalto, profumi e conservanti. Spesso preceduta da una fase irritativa, la dermatite da contatto è l’espressione di una sensibilizzazione dovuta alla stimolazione del sistema immunitario da parte di antigeni che sono entrati nell’organismo attraverso la cute. L’irritazione della pelle (arrossamento, eczema e vescicole che causano prurito nei casi acuti) può apparire anche in aree diverse da quelle dove è avvenuto il contatto. Ovviamente la prima cosa da fare è allontanare la fonte dell’allergia».
Come si cura?
«Si utilizzano topici cortisonici e antistaminici per via orale».
Pelle e occhi chiari, capelli rossi o biondi, età superiore ai 35 anni e sesso femminile. È l’identikit della paziente affetta da rosacea?
«Sì. La rosacea è una patologia infiammatoria cronica, anche questa capricciosa e recidivante, dovuta a un disturbo vasomotorio del microcircolo a cui si è sostanzialmente predisposti. Si distinguono tre fasi: la fase del rash cutaneo (la vampata in occasione di stimoli emozionali, sforzi fisici o esposizione diretta a fonti di calore), la fase caratterizzata dalla dilatazione dei vasi sanguigni superficiali (la classica couperose), e la fase pustolosa, che colpisce solitamente la fronte, gli zigomi, il naso, il mento».
Come possiamo curarla?
«La terapia deve tenere conto di un’attenta fotoprotezione perché l’esposizione al sole può peggiorare il quadro clinico. I trattamenti topici comprendono brimonidina contro il rash, ivermectina, metronidazolo per la forma papulo-pustolosa. E antibiotici sistemici (tetracicline) nelle forme più gravi».


Placche e squame biancastre
È la fotografia della psoriasi

Compare a qualsiasi età
È utile la fototerapia con raggi ultravioletti

Placche in rilievo di colore rosso acceso, rivestite da squame biancastre. È questa la manifestazione della psoriasi. Un disturbo cutaneo che può comparire a qualsiasi età e interessare qualsiasi parte della cute. La psoriasi è un disordine di crescita e di attività dei cheratinociti, ad andamento cronico recidivante. In pratica è una patologia infiammatoria caratterizzata da lesioni eritematose e desquamative che colpiscono il cuoio capelluto, i gomiti, le ginocchia e la regione lombo-sacrale. Riguarda solo la cute e non ha un riscontro negli esami del sangue. Esistono forme complesse: psoriasi invertita, ungueale, artropatica, che richiedono la collaborazione del reumatologo. La prevalenza della psoriasi nella popolazione generale è stimata tra l’1 ed il 3%. In generale, un terzo dei pazienti sviluppa la prima manifestazione di psoriasi già in età infantile o adolescenziale. Nelle forme lievi si cura usando prodotti topici steroidei combinati con derivati della vitamina D, cheratolitici (come urea, acido salicilico, vaselina salicilica). Nei casi più gravi si impiega la terapia sistemica: metotrexate, ciclosporina e farmaci biologici. Utile la fototerapia con raggi ultravioletti.

M. M. F.


L’ACNE GIOVANILE

Spuntano i brufoli
Cure e igiene richiedono pazienza

Si stima che in Italia siano circa 4 milioni gli adolescenti colpiti da acne, un’infiammazione dei follicoli pilosebacei che si manifesta con il cosiddetto brufolo. L’acne giovanile compare al momento dello sviluppo sessuale. Può guarire o perdurare nell’adulto. I fattori che concorrono allo sviluppo dell’acne possono essere numerosi: iperplasia delle ghiandole pilo-sebacee accompagnata da seborrea, alterazione della crescita follicolare, colonizzazione dei follicoli da parte del batterio propionibacterium acnes, infiammazione e conseguente risposta immunitaria. L’acne colpisce principalmente il volto e la parte alta del tronco e si manifesta con lesioni non infiammatorie e infiammatorie come papule e pustole. Nei casi più gravi, cisti e noduli. Poiché è una patologia cronica che richiede un trattamento a lungo termine, il paziente va adeguatamente istruito dal dermatologo sulle cure e le modalità igienico-cosmetiche da adottare. Le linee guida dell’American academy of dermatology raccomandano per molte forme di acne l’associazione di retinoide topico (come l’adapalene o la tretinoina) e il benzoile perossido come terapia di attacco. L’antibiotico orale rappresenta, invece, la prima scelta per il trattamento delle forme moderate e severe. Va evitato l’utilizzo di antibiotici topici per periodi prolungati.

Maurizio Maria Fossati