Gli errori da non fare sotto il sole

L’esposizione nelle ore più calde è tra le cause dell’aumento dei melanomi: 12.500 casi all’anno tra gli under 50

di Donatella Barbetta

«Sono seicento, ogni anno, i melanomi diagnosticati, tramite esame istologico, al Sant’Orsola- Malpighi di Bologna: un bilancio che ci pone tra i centri italiani con il più elevato numero di identificazioni di questo tipo di tumore cutaneo». Così Emi Dika, responsabile del Centro melanoma del Policlinico. «Arrivare a così tante diagnosi e quindi al successivo percorso chirurgico che vede la collaborazione tra noi, oncologi, chirurghi plastici, generali e maxillo- facciali, ma anche radiologi e otorinolaringoiatri – sottolinea la specialista – può essere dovuto a una maggiore consapevolezza della popolazione e alle numerose campagne di screening effettuate negli ultimi dieci anni». Ma spunta anche l’ipotesi legata alla posizione geografica del territorio. «Un fattore negativo può essere l’esposizione intermittente e saltuaria di gran parte della popolazione della nostra regione al fine di abbronzarsi. Spesso le famiglie – spiega la professoressa Dika, associata di Dermatologia all’Alma Mater –, ma soprattutto i giovani che partono da Bologna per andare il fine settimana nella Riviera romagnola, arrivano al mare all’ora di pranzo e si espongono così ai raggi solari senza rispettare gli orari e le norme consigliate, come evitare di stare al sole nelle ore centrali della giornata e senza ombrelloni protettivi». Quindi, dal momento che l’incidenza dei tumori cutanei è in continuo aumento, diventa sempre più importante tenere la pelle sotto controllo. «I melanomi sono tra i tumori più frequenti al mondo – precisa Dika –. Ormai sono circa 12.300 i nuovi casi diagnosticati ogni anno in Italia e questo tumore è il terzo in pazienti al di sotto dei 50 anni. E sono sempre più numerosi anche altri cancri cutanei, che si manifestano nella stragrande maggioranza dei casi in pazienti di età superiore ai 60 anni, come il carcinoma a cellule squamose e il carcinoma a cellule basali ». Con la ripresa dopo il lockdown, adesso si punta sulla telemedicina. «Il Sant’Orsola e l’Azienda Usl stanno portando avanti un nuovo progetto: una piattaforma telematica di Healthmeeting che permetterà una consultazione multidisciplinare on line dei casi complessi. Il dermatologo – anticipa Dika – si potrà collegare con un team di esperti per confrontarsi e poi prendere una decisione diagnostica – terapeutica per il proprio paziente». E non è tutto, perché sotto le Due Torri si stanno mettendo a punto nuove tecniche per prevedere l’evoluzione di un melanoma. «Le ricerche in ambito oncologico sono in continua evoluzione. Frutto della collaborazione con la biotecnologa Manuela Ferracin, e Mattia Riefolo, specializzando in Anatomia patologica, abbiamo lavorato per determinare la prognosi del melanoma – prosegue la dermatologa –, mettendo a punto un metodo per misurare nel tessuto tumorale i microRna, piccole molecole, le cui alterazioni possono avere conseguenze sui meccanismi di proliferazione cellulare, permettendo di valutare l’aggressività del melanoma. Il nostro lavoro è stato recentemente pubblicato sulla rivista Journal of Investigative Dermatology». La professoressa Annalisa Patrizi, direttore della Dermatologia di Sant’Orsola, Bellaria e Maggiore, sottolinea un fiore all’occhiello della struttura: «Usufruiamo, e siamo tra i pochi in Italia, di un nostro Laboratorio di dermatopatologia, di cui è responsabile il dermatopatologo Cosimo Misciali: vengono effettuati quasi 5mila referti istologici ogni anno, sia per tumori sia per malattie infiammatorie cutanee. In questo modo riusciamo a confrontare al nostro interno la diagnosi clinica-dermoscopica computerizzata della lesione e l’esame istopatologico. Questo approccio è molto utile nella corretta diagnosi delle patologie infiammatorie e neoplastiche ». Ma ci sono anche vantaggi in sala operatoria. «La presenza del Laboratorio nella nostra struttura – aggiunge la specialista, ordinario di Dermatologia all’università – ci permette, inoltre, di analizzare il tessuto tumorale già durante l’intervento, attraverso la tecnica chiamata ’chirurgia microscopicamente controllata di Mohs’, nel caso di asportazione di neoplasie non melanoma localizzate in aree molto delicate come quelle del volto, dei genitali e dell’apparato ungueale. Si creano, così, difetti chirurgici minori e di conseguenza ferite più piccole. Inoltre, abbiamo anche un laboratorio congiunto con la Anatomia patologica della nostra Università per i tumori cutanei più estesi, rimossi in sala chirurgica, in modo da valutarli insieme».


LA CAMPAGNA

Occhio al neo
Sul web il prontuario perché non degeneri

La pelle è il ‘vestito’ più importante che abbiamo, dobbiamo averne cura a qualsiasi età. Perché esistono pratiche di prevenzione (come proteggersi in maniera adeguata quando ci si espone al sole, in tutte le stagioni) e modalità di osservazione (i nei che cambiano aspetto sono campanelli d’allarme) abitudini che devono entrare a far parte della vita quotidiana. Eppure, spesso, un neo che cambia forma o colore viene trascurato o sottovalutato, anche quando passa sotto i nostri occhi. Parte da queste premesse la campagna collegata al sito www.neiparticolari.it estesa ai social media (#NeiParticolari). «Tutti dovrebbero essere consapevoli del rischio melanoma – ha scritto Ignazio Stanganelli, direttore Skin Cancer Unit IRST Istituto Tumori Romagna, professore associato all’Università di Parma – come Intergruppo Melanoma Italiano crediamo profondamente nel valore della prevenzione e dell’informazione».


Dal Patch test alla biopsia: la cute è in analisi

Tutti i metodi diagnostici per appurare se le lesioni nascondono forme tumorali o altre affezioni. Le direttive ‘alfabetiche’ dell’Academy

di Antonio Alfano

La nostra pelle ha bisogno di un’attenzione costante. Utile abituarsi a esaminarla periodicamente e in caso di formazioni sospette, rivolgersi al medico. Fondamentale la prevenzione, soprattutto in ambito oncologico. La visita dermatologica si fonda su una valutazione obiettiva e puntuale della storia clinica del paziente. Indagini più approfondite sono riservate solo ad alcune particolari lesioni. Essere informati e consapevoli può aiutare il medico a capire meglio i problemi. Importante riferire puntualmente la propria storia clinica, personale o familiare, legata ad eventuali malattie dermatologiche, allergie o altre patologie, o particolari abitudini come quelle, di esporsi troppo alla luce solare o ad altri tipi di radiazione. «Un’efficace attività di screening del cancro della pelle – affermano gli specialisti della Societe 􀌁Francaise de Dermatologie – deve prevedere la collaborazione dei medici di medicina generale e degli specialisti dermatologi, per favorire condizioni soddisfacenti per i pazienti». L’American Academy of Dermatology, ha elaborato un sistema, l’ABCDE, utile per riconoscere le caratteristiche di formazioni comuni come i nei. A. sta per asimmetria, cioè irregolarità della forma; B. come si presentano i bordi; C. il colore della lesione differente nelle varie zone; D. le dimensioni, piccole per i nei, più grandi nei melanomi; E. l’evoluzione, della lesione. «I medici – spiega Elizabeth H. Page, professore di Dermatologia della Harvard Medical School – possono riconoscere, osservando la pelle, molte malattie cutanee. Se non è possibile formulare la diagnosi con la semplice osservazione, sono disponibili diversi esami, utili ad identificare le patologie della cute». Ecco, in sintesi, quelli più utilizzati. Patch test, esame allergologico cutaneo, indicato solitamente nel sospetto di dermatite allergica da contatto. La biopsia consiste invece nell’asportazione di un piccolo frammento di cute che va poi esaminato al microscopio. Si esegue con anestesia locale, utilizzando strumenti chirurgici adatti al tipo di lesione. Per la raschiatura si utilizza una piccola lesione, utile a riconoscere infezioni micotiche e della scabbia. La Lampada di Wood (luce nera), aiuta invece a evidenziare l’entità di particolari chiazze cutanee. Il Test di Tzanck è utilizzato, di solito, per diagnosticare patologie virali come gli herpes. La Dermoscopia è un metodo non invasivo, impiegato nella diagnosi precoce del melanoma o di altri tumori della pelle. Infine, la Diascopia è l’osservazione della pelle attraverso una lastrina di vetro. Si esercita una pressione per allontanare il sangue e permettere il rilievo di particolari disturbi.


Quei raggi che possono spegnere lo sguardo
Tra le cause della cecità anche l’irradiazione

Le regole di buon senso suffragate dalla scienza suggeriscono di stare all’ombra e protetti tra le 11 e le 15

Sole e relax all’aria aperta per uscire da questo inverno, veramente difficile per tutti. Attenzione però ad abbronzature “estreme”. L’esposizione ai raggi solari, l’attività all’aria aperta, sia al mare che in montagna, producono innegabili effetti positivi, come la produzione di vitamina D dovuta agli UV, i raggi ultravioletti solari. Occorre però essere moderati. Esporsi troppo al sole può riservare brutte sorprese per la salute. I rischi maggiori riguardano i tumori della pelle, ma non si possono escludere seri problemi per la vista, il sistema immunitario, soprattutto nelle persone che soffrono di gravi malattie croniche. «L’eccessiva esposizione ai raggi del sole – confermano gli esperti dell’Istituto superiore di sanità – può risultare dannosa per la salute, provocando scottature solari, dal semplice arrossamento della pelle alle ustioni gravi. Senza dimenticare la cataratta. La progressiva opacizzazione del cristallino dovuta ad un’eccessiva esposizione ad UV può portare alla cecità. Anche i carcinomi della pelle (basaliomi e spinaliomi) sono provocati dagli UV. Per non parlare del melanoma maligno della pelle, un tumore che può svilupparsi anche a distanza di anni dalla eccessiva esposizione al sole». L’eccessiva esposizione ai raggi del sole è un argomento ricorrente, legato alla prevenzione dei tumori. «Diversi studi scientifici – secondo gli esperti della LILT Lega Italiana per la lotta contro i tumori – confermano che vi è un’associazione tra esposizione ai raggi solari e rischio di melanoma. Il rischio è maggiore se le scottature sono avvenute durante l’infanzia e aumenta con il numero di scottature avvenute nel corso della vita ». Per evitare problemi seri e godersi il sole in tranquillità, occorre adottare semplici ma idonee azioni protettive. L’Organizzazione Mondiale della Sanità consiglia il rispetto di semplici regole durante la tintarella. Innanzitutto evitare di esporsi al sole nelle ore più calde della giornata, tra le 11-15 (ora legale). Perciò, meglio rimanere all’ombra quando la radiazione Uv è più intensa. Indossare abiti e dispositivi utili a proteggersi dal sole, come ad esempio, cappelli a falda larga, abiti leggeri ed ampi, idonei occhiali da sole. Utili anche creme solari con giusto livello di protezione. Occhio, sia al mare che in montagna, alle superfici riflettenti (acqua, neve, specchi) perché aumentano la quantità di radiazioni e il rischio scottature.

Antonio Alfano


INFORMAZIONE

I Quaderni Aiom tracciano la via

Il melanoma cutaneo è sempre più diffuso: ogni anno più di 12 mila italiani scoprono di averlo e iniziano le terapie. La ricerca ha fatto passi avanti, molto dipende anche dalla prevenzione, quindi dalla conoscenza del problema. Per questo Fondazione AIOM ha incentrato uno dei suoi quaderni informativi su questo tema: esposizione solare, fattori di rischio, diagnosi, analisi e caratterizzazione, quali cure si prospettano nello stadio precoce e quali altre cure sono prescritte in caso di malattia avanzata. Tutte nozioni inserite nel ’Quaderno sul melanoma cutaneo’ che dopo la presentazione alla stampa e alle associazioni pazienti, in programma il 24 giugno, sarà consultabile sul sito istituzionale (www.fondazioneaiom.it).

a. m.


Non sottovalutare l’insidia cheratosi attinica

Compare come lesione eritematosa, ma è il primo campanello d’allarme del carcinoma spino-cellulare, pericoloso e invasivo

di Gloria Ciabattoni

Con l’estate alle porte è forte la voglia di sole e di abbronzatura che viene solitamente considerata come sinonimo di salute. Ormai sappiamo tutti che i raggi solari accumulati durante la vita possono essere dannosi, non soltanto dal punto di vista estetico (rughe, xerosi, perdita di elasticità, iper-pigmentazioni), ma possono portare anche alla formazione di tumori. Avverte la dottoressa Maria Luisa Battifoglio (nella foto piccola a destra), specialista in Dermatologia e Venereologia di Vedano Al Lambro, Monza: «Oltre al ben noto melanoma ci sono altri tumori cutanei che, oltre a fattori predisposizione genetica, potremmo definire fotoindotti. Tra questi spicca il carcinoma spinocellulare, che è un tumore invasivo e il suo precursore, la cheratosi attinica, alla quale oggi si dà molta importanza, sia perchè da essa derivano la maggior parte dei carcinomi spinocellulari, sia perchè ha un’incidenza molto alta tra la popolazione caucasica. La cheratosi attinica è più frequente nei soggetti con fototipi chiari e compare nelle aree fotoesposte, si presenta come una lesione eritematosa, desquamante, ruvida, talvolta francamente crostosa». La sintomatologia? «Di solito è asintomatica – spiega da dottoressa –, ma può anche causare prurito o bruciore. Spesso si tratta di lesioni multiple su zone esposte e foto-danneggiate come cuoio capelluto, volto e il dorso delle mani. I soggetti più colpiti sono gli adulti, over 40, e sono il risultato di una cronica e sbagliata esposizione solare: il danno cutaneo è cumulativo, la pelle ha memoria, tutti i maltrattamenti a cui la sottoponiamo si sommano… e prima o poi ci si trova a pagare il conto! Quindi, data la forte possibilità di evoluzione è necessario riconoscere queste lesioni, cercare di prevenirle e trattarle». Utile soprattutto per i soggetti più a rischio è effettuare periodici controlli dermatologici, ma anche e soprattutto è utile per tutti un’educazione all’esposizione solare che deve partire dalla giovane età, con consigli su modalità e tempi di esposizione, evitare abbronzatura artificiale ed utilizzare filtri solari, oggi sempre più specifici, in maniera adeguata. Oggi esistono fotoprotettori che contengono principi attivi in grado di limitare i danni cellulari fotoindotti e, quando richiesto riparare e lenire i tessuti colpiti. E nello specifico? «Per quanto riguarda la terapia delle cheratosi attiniche abbiamo a disposizione trattamenti che devono tenere conto del tipo e numero delle lesioni, del fototipo e dell’età del paziente – precisa la dottoressa Battifoglio –. Di solito, per le lesioni singole si ricorre alla crioterapia con azoto liquido, al curretage o al laser, da soli o in associazione con agenti cheratolitici in preparazione al trattamento. Più frequentemente si preferisce trattare anche la cute circostante alla lesione, solitamente danneggiata e terreno fertile per lo sviluppo di nuove cheratosi, in questo caso si utilizzano farmaci topici che contengono principi attivi diversi. Tra questi ricordiamo il Diclofenac, l’Imiquimod, il 5 Fluorouracile, l’Ingenolo Mebutato: si tratta di creme o gel che hanno tempi diversi di applicazione e risposta e vengono scelti in base al numero e sede delle lesioni e alla compliance del paziente. Per il trattamento di zone ampie (cuoio capelluto in toto, volto) il trattamento più indicato e la Terapia Fotodinamica PDT». Di cosa si tratta? Spiega la dottoressa: «La PDT prevede l’utilizzo di un farmaco topico (ac 5 amminolevulinico o metilaminolevulinato cloridrato), in grado di penetrare e distruggere le cellule danneggiate dopo attivazione da parte di una sorgenza luminosa, che può essere artificiale (trattamento più rapido e doloroso) o naturale con la luce solare (richiede circa due ore di esposizione) con risultati sovrapponibili. Spesso si effettuano trattamenti combinati associando o alternando i topici ai trattamenti fisici. Per concludere direi che il sole e la luce sono fonte di vita, ma talvolta la non conoscenza e l’esagerazione possono portare a spiacevoli conseguenze che si possono prevenire ed evitare o curare».


I gel disinfettano e disidratano
Le mani chiedono una cura extra

Il film idrolipidico cutaneo va ripristinato con creme ricche e aiutato anche con integratori a base di Omega 3 e 6

di Olga Mugnaini

Gel disinfettante dalla mattina alla sera, al lavoro, nei negozi, sugli autobus. E poi la mascherina a coprire naso e bocca, tutto il giorno. La raccomandazione è di non abbassare la guardia e di continuare ad essere prudenti. Ma come proteggere la nostra pelle dalle “protezioni“ anti Covid? La dottoressa Federica Tomelleri, responsabile del servizio di dermatologia all’ospedale Irccs Sacro Cuore di Negrar Verona, ha una parola d’ordine: idratazione. «Per avere un’effettiva capacità disinfettante i prodotti devono avere almeno il 60% di alcol – spiega – e questo crea una disidratazione importante a livello superficiale, che sarebbe bene ripristinare, onde evitare di vedere comparire dermatiti di vario genere o l’aggravarsi di situazioni già esistenti quali eczemi atopici o allergici, da contatto, patologie che in questo momento hanno visto un peggioramento della loro incidenza e gravità ». Ecco allora la necessità di passare dal disinfettante alle creme ad alta capacità “restitutiva“, per recuperare ciò che è stato asportato dall’alcol. E quando le creme non bastano si può persino ricorrere a integratori alimentari che aiutino a fortificarsi con Omega3, Omega 6 e acido ialuronico. «Gli integratori vanno bene, possono essere un sostegno, ma sono più utili in anticipo rispetto all’applicazione di prodotti irritanti e disidratanti – prosegue la dottoressa Tomelleri –. Per risolvere una situazione acuta è fondamentale usare detergenti non aggressivi, con scarso potere schiumogeno, che non vadano a infierire sul disagio a livello cutaneo; e restitutivi idratanti a livello topico locale. Insomma, abbondare con creme idratanti». Per le mani secche e screpolate da guanti e continui lavaggi non si può contare neppure sulla vitamina D, che di solito è un toccasana per l’epidermide, ma per l’idratazione ha pochissima efficacia, anche se resta un alleato per le difese cutanee e un antinfiammatorio naturale. Se nutrire la pelle più volte al giorno è un buon consiglio per tutti, specialmente in questo periodo, l’abbondante uso di creme idratanti è fondamentale per coloro che soffrono, ad esempio, di eczemi, dermatite atopica, psoriasi. «L’eczema è una patologia che crea di suo, dopo la vescicolazione, una reazione desquamativa – aggiunge Tomelleri –, per cui aggiungere sostante irritanti ed essicanti non può che peggiorare le condizioni della dermatosi. E chi ne è affetto in questo periodo sta soffrendo in particolar modo».


La prova bikini induce la corsa al ritocchino

Richiesti dimagrimento e fotoringiovanimento
Boom del laser CO2 frazionato e della tecnica Onda

di Letizia Cini

La pelle è l’organo più esteso del nostro corpo. E anche il più esposto, basti pensare alle aggressioni di raggi solari, inquinamento, insetti, parassiti, allergeni… Anche stile di vita, stress e squilibri neurovegetativi fanno la loro parte. La cura dell’aspetto fisico oggi è diventata una vera esigenza. «Sempre più persone, felici della propria personalità ma insoddisfatte dal punto di vista estetico, si rivolgono a specialisti per migliorarsi», conferma il professor Paolo Bonan (nella foto), medico chirurgo fiorentino specializzato in Dermatologia e venereologia con oltre 30 anni di attività e di esperienza. <
Professor Bonan, rivolgere attenzioni verso il proprio corpo va quindi oltre il semplice esibizionismo…
«Sono gli psichiatri e gli specialisti dell’anima a confermarlo: il benessere più sano non porta al narcisismo, ma a una maggior sicurezza e capacità di autoaffermazione ».
Gli alleati di bellezza spaziano da alimentazione (67%), a un’adeguata beauty routine (59%) fino ai trattamenti estetici (47%), secondo uno studio promosso da Renaissance Trend Lab condotto su circa 900 donne di età compresa tra i 35 e i 75 anni: condivide?
«Pienamente, si tratta di un approccio importante capace di influenzare il nostro quotidiano, trovando la sua realizzazione in quello stile di vita che oltreoceano è stato chiamato Care for Free. L’ambasciatrice di questa tendenza è Jennifer Lopez».
Quali sono i trattamenti più gettonati al momento?
«Se prima del lockdown l’attenzione era focalizzata sul viso, in vista dell’estate, questi mesi di ’reclusione’ hanno fatto sì che le richieste coinvolgano un po’ tutto, dal dimagrimento al fotoringiovanimento ».
Gli ’strumenti’ che possono venire in nostro aiuto?
«Tra le varie tecniche laser di ultima generazione direi il CO2 frazionato, laser chirurgico innovativo ed esclusivo per la medicina estetica e la dermatologia, che introduce per primo l’azione combinata del laser CO2 con la radiofrequenza per combattere molteplici problemi cutanei».
Per il corpo?
«L’ormai consolidata tecnologia di Onda è molto apprezzata e si è diffuso tra i pazienti il modo di dire “fare l’Onda”, soprattutto tra le persone che cercano con microonde selettive e confinate un aiuto nel miglioramento non invasivo di cellulite e lassità cutanea (oltre agli accumuli adiposi localizzati)».
In questi ultimi anni anche l’interesse nei confronti delle stranezze “a fior di pelle“ è cresciuto, come dimostra il successo del programma affidato alla dottoressa Sandra Lee, protagonista su Real Time del programma Dr. Pimple Popper, che le è valso il soprannome di “dottoressa schiacciabrufoli“: quale può essere la spinta di questo “sdoganamento“? E lei lo considera un bene o un male?
«Penso si tratti di una tendenza positiva, ormai certe patologie fanno meno impressione, proprio perché abbiamo cominciato a conoscerle “anche“ grazie ai media. Inoltre i progressi della medicina anche in questo caso sono prezioni».
Ad esempio, professore?
«Le cicatrici auto indotte. Purtroppo un’elevata percentuale di adolescenti oggi pratica il cutting, forma di autolesionismo messo in atto con tagli sul corpo: la pelle è il confine con il mondo, tra l’esterno e l’interno, il corpo è l’unica cosa sulla quale l’adolescente sente di avere pieno potere. Con gravi conseguenze. Il laser permette di intervenire e migliorare con un altissimo livello di soddisfazione le cicatrici su cosce e braccia. Un modo per chiudere con il passato. E al miglioramento esterno, spesso coincide quello dell’anima».


GLI ALLEATI DELLA BELLEZZA

Scegliete i cosmetici privi di formaldeide

Pelle sana a partire dalla routine di bellezza: «Fondamentale che i prodotti siano privi di derivati del petrolio, conservanti o sostanze che liberano formaldeide», si raccomanda Emanuela Bartolozzi, medico fiorentino che ha creato una linea di prodotti formulati usando solo principi attivi ad alta concentrazione e ingredienti naturali (www.emabartfirenze.it). «Per difendersi il metodo migliore è consultare l’Inci, l’elenco degli ingredienti dei cosmetici sulle confezioni».


Da Kasia uno schiaffo al tabù della vitiligine

L’attrice si fa immortalare su Instagram con le macchie della malattia che l’affligge

A inizio anno ha debuttato Barbie: «Inserire una una bambola con vitiligine nella nostra linea più importante permette ai bambini d’immaginare altri scenari sul mondo che li circonda», la spiegazione della Mattel Usa. Nei giorni scorsi, dopo aver postato sul suo profilo Instagram il racconto della sua esperienza con la vitiligine, l‘attrice Kasia Smutniak ha deciso di condividere un messaggio di forza e accettazione con la realizzazione di un filtro Instagram, #Beautyligo, che simula le candide macchie che contraddistinguono la dermatosi cutanea che colpisce l’1% di persone in Italia, caratterizzata appunto dalla presenza di chiazze cutanee bianche dovute alla perdita della melanina per colpa di un processo autoimmune. «Un giorno ho pensato che esistono centinaia di filtri Instagram che ti rendono più bello, più brutto – confida Kasia Smutniak – . Ho pensato, perché non fare un filtro che ti fa vedere come saresti con la vitiligine? Un tema che mi sta molto a cuore».

L. C.


C’è macchia e macchia: a ognuna la sua cura

Gli angiomi dei neonati sono destinati a scomparire spontaneamente, le iperpigmentazioni degli anziani vanno trattate

di Maurizio Maria Fossati

Il bambino nasce con una cosiddetta “voglia” di fragola? Genitori non dovete preoccuparvi. Si tratta di una formazione del tutto innocua che spesso scompare da sola senza cure particolari. Si chiama angioma ed è un disturbo più che altro estetico, destinato a guarire spontaneamente. «Il termine angioma – spiega Marzia Baldi, responsabile della Dermatologia di Humanitas Gavazzeni, Bergamo – indica un’anomala proliferazione di vasi sanguigni, causata da un difetto nel loro sviluppo. Si tratta di un problema che si presenta circoscritto a una zona limitata della pelle. La malformazione può essere congenita, cioè già presente alla nascita, ma può anche comparire successivamente ».
È un disturbo frequente?
«Gli emoangiomi immaturi, macchie rosse, solitamente in rilievo sulla cute, sono presenti nel 10 % circa dei neonati a termine e nel 30% degli immaturi. Almeno un terzo di questi angiomi è già presente al momento della nascita, mentre i due terzi compaiono entro le prime due-tre settimane di vita».
Come si presentano?
«Possono avere contorni e dimensioni diverse: dalla capocchia di uno spillo a lesioni grandi come ciliege o fragole, fino a forme più estese, grandi come un’arancia. Spesso scompaiono nel giro di poche settimane. Solitamente, dopo un’iniziale fase di crescita segue sempre quella di stasi e, nella stragrande maggioranza dei casi, regredisce spontaneamente, in alcuni anni, fino a sparire senza lasciare cicatrici. Se una lesione vascolare, compare in età adulta e cresce di dimensioni nel tempo, merita certamente qualche attenzione in più».
Più diffuse tra gli adulti, e in particolare tra gli anziani, sono le macchie di colore marrone- bruno. Perché?
«Queste macchie, tipiche dell’avanzare dell’età, possono comparire per svariate ragioni tra cui le alterazioni ormonali e si accentuano con l’esposizione al sole».
Da cosa dipendono?
«Sono semplici accumuli di melanina, del tutto innocui per la salute della pelle, ma che risultano antiestetici e trasmettono la sensazione dell’invecchiamento. La principale causa dell’iperpigmentazione è l’azione della luce del sole che stimola la produzione di melanina».
Cosa si deve fare se compaiono?
«Mostrarle subito a un dermatologo per accertarsi della loro natura. E, se sono legate all’invecchiamento cutaneo, possono essere eliminate con facilità. Negli ultimi anni sono emersi molti prodotti che garantiscono di ridurre l’iper-pigmentazione. La maggior parte si basa su sostanze cosmetiche studiate per diminuire la produzione di melanina ».
Ma ci sono anche altri rimedi?
«Certo. Il laser è lo strumento più veloce ed efficace per eliminare le macchie brune dell’età. La macchia viene cancellata in pochi secondi e la pelle dopo alcuni giorni si rigenera completamente. Il procedimento è praticamente indolore, quindi non serve alcun tipo di anestesia».
Ci possono essere alternative ugualmente efficaci?
«Può essere utilizzata la radiofrequenza monopolare focalizzata o la crioterapia. In particolare, con la crioterapia si congela la parte interessata. Successivamente sulla pelle si forma una sottile bolla che dopo qualche giorno si stacca, lasciando una pelle più chiara e senza ombra».
È possibile prevenirne la formazione?
«Per prevenire le macchie o per attenuarle possono essere utili creme o sieri ricchi di glucosamina, fosfolipidi, vitamina C, e naturalmente creme protettive per frenare l’azione dannosa dei raggi UV».
Anche i capillari possono creare inestetismi?
«Certamente. Le lesioni vascolari appaiono di colore rosso acceso, lineari o puntiformi, a volte rilevati, che si localizzano all’altezza di guance, fronte e naso. Sono lesioni benigne provocate da una eccessiva dilatazione dei vasi sanguigni localizzati nella parte superficiale della cute. Le cause sono molteplici: da una predisposizione genetica a fattori ormonali o a un’eccessiva esposizione al sole. Anche in questo caso il laser può risolvere il problema».


Psoriasi, dermatiti, rosacea
Genetica sul banco degli imputati

Tra le patologie più diffuse, non si diffondono per contagio perché la loro origine va ascritta spesso a disfunzioni immunitarie

La psoriasi si manifesta con placche in rilievo di colore rosso acceso e lesioni eritematose e desquamative, cioè rivestite da squame biancastre. Può comparire a qualsiasi età e su qualsiasi parte della cute. Ma non è assolutamente una malattia contagiosa. Perché ci si ammala di psoriasi? Non è del tutto chiaro, ma sappiamo che il sistema immunitario e la genetica hanno un ruolo importante nel suo sviluppo. Nelle forme lievi viene curata con prodotti topici steroidei combinati con derivati della vitamina D, cheratolitici (come urea, acido salicilico, vaselina salicilica). Nei casi più gravi si impiega la terapia sistemica: metotrexate, ciclosporina e farmaci biologici. Utile la fototerapia con raggi ultravioletti. Esistono, inoltre, forme complesse: psoriasi invertita, ungueale, artropatica, che richiedono la collaborazione tra dermatologo e reumatologo.
La dermatite atopica è invece la patologia della pelle più diffusa tra i bambini. «È una dermatite cronica, ad andamento ‘capriccioso’ e recidivante – spiega Luigi Gnecchi, specialista in Dermatologia e Venereologia dell’ospedale San Gerardo di Monza –. È espressione di uno stato di iperattività del sistema immunitario cutaneo, ma non è un’allergia. Può esordire a partire dal terzo mese di vita e affliggere i bambini fino all’età scolare o all’adolescenza. Si manifesta con secchezza della pelle e prurito. Ha un andamento stagionale, migliora in estate».
Cosa possiamo consigliare?
«Cercate di preservare il manto lipidico cutaneo idratando la pelle, più volte al giorno, con una crema emolliente. Sotto stretto controllo del dermatologo, può essere utilizzata una crema cortisonica per brevi periodi e aree limitate. Nelle fasi di mantenimento, si può ricorrere agli immunomodulatori topici».
Un’altra dermatite molto diffusa è quella da contatto.
«Le più frequenti sono quelle a nichel, cobalto, profumi e conservanti. Spesso preceduta da una fase irritativa, è l’espressione di una sensibilizzazione dovuta alla stimolazione del sistema immunitario da parte di antigeni che sono entrati nell’organismo attraverso la cute. La prima cosa da fare è allontanare la fonte dell’allergia. Poi topici cortisonici e antistaminici per via orale».
Pelle e occhi chiari, capelli rossi o biondi, età superiore ai 35 anni e sesso femminile. È l’identikit di una possibile paziente affetta da rosacea?
«È una patologia infiammatoria cronica dovuta a un disturbo del microcircolo a cui si è sostanzialmente predisposti. L’esposizione al sole può peggiorare il quadro clinico. I trattamenti topici comprendono brimonidina contro il rash, ivermectina, metronidazolo per la forma papulo-pustolosa. Tetracicline nelle forme più gravi».

Maurizio Maria Fossati


Ipertensione, un miliardo di malati

Cifre da pandemia per una patologia in crescita esponenziale nel mondo. In Italia 20 milioni di pazienti

di Donatella Barbetta

Professor Claudio Borghi, in Italia il numero delle persone con la pressione alta è stabile o continua a salire?
«I pazienti ipertesi aumentano per il progressivo incremento dell’età media della popolazione e della crescita di altri fattori di rischio come obesità e sovrappeso, ingestione di sale e di cibi confezionati e, probabilmente, stress e inquinamento ambientale. Sulla base delle statistiche ufficiali – risponde il direttore del Centro di eccellenza europeo per l’ipertensione arteriosa e responsabile di una Medicina interna del Sant’Orsola-Malpighi di Bologna –, la prevalenza di ipertensione nei Paesi più industrializzati è cresciuta dal 37 al 41% che vuole dire, in termini assoluti, passare da circa 980 milioni di pazienti a oltre 1 miliardo e mezzo. In Italia le cifre corrispondenti sono da circa 18 milioni di pazienti a oltre 20 milioni».
Manca un’informazione adeguata?
«Sì, ma è un tema che non coinvolge una figura sanitaria in particolare, ma l’eccessiva semplificazione del concetto di malattia. L’ informazione circolante fa immaginare una condizione caratterizzata da un valore misurabile, che può essere ridotto dalla terapia e la cui correzione previene le principali complicanze cardiovascolari come infarto e ictus. Questa è la teoria, ma la sua applicazione pratica richiede una maggiore efficienza».
Servirebbe, quindi, un approccio diverso?
«Sarebbe necessaria l’attivazione di scelte operative incentrate su una chiara politica di educazione, che oggi ancora non si vede, e i risultati degli sforzi sono solo parziali, con un controllo adeguato della pressione inferiore al 50% dei pazienti trattati e conseguentemente un numero elevato di eventi cardiovascolari che potrebbero essere facilmente prevenuti».
La Società internazionale dell’ipertensione ha pubblicato le nuove linee guida, a cui lei ha collaborato. Quali sono le novità?
«Il lavoro è stato diffuso all’inizio di maggio, in piena pandemia da Covid-19. Per la prima volta vengono proposte soluzioni adeguate per popolazioni con diversi livelli di risorse sanitarie, distinguendo per ogni passo indispensabile nella gestione della ipertensione soluzioni ’essenziali’, quindi corrette, ma a basso costo, come gli interventi sullo stile di vita, e ’ottimali che sommano alle precedenti indagini più complesse come il monitoraggio della pressione delle 24 ore e la valutazione ecocardiografica ».
Qual è stato il suo contributo?
«Il mio apporto a queste linee guida si è articolato nella preparazione di due capitoli. Il primo è dedicato all’approccio e al trattamento dei fattori di rischio cardiovascolari che si associano alla ipertensione, come diabete, dislipidemia e sindrome metabolica, mentre il secondo verte sulle co-morbidità cliniche che si osservano nei pazienti ipertesi, da quelle più comuni, come l’insufficienza renale, a quelle di identificazione più recente come artrite reumatoide, broncopneumopatie croniche e malattie psichiatriche che forniscono soluzioni per un numero elevato di pazienti che, ad oggi, erano esclusi dalle linee guida disponibili».
D’ora in poi che cosa cambierà per la popolazione con le nuove pubblicazioni?
«Il cambiamento maggiore sarà una maggiore uniformità nella attuazione di strategie diagnostiche e terapeutiche nella popolazione ipertesa, con conseguente migliore controllo della pressione arteriosa e delle sue complicanze a livello mondiale. Inoltre, è stata anche definita una possibile strategie di crescita progressiva nella qualità del trattamento dell’ipertensione, senza discriminazioni e rispettose delle risorse disponibili e della diversa tipologia di pazienti».


Valori alterati: la terapia
preserva dalle complicanze

«Contro il rischio infarto scompensi cardiaci e renali mantenere le cure in atto»

di Alessandro Malpelo

Grazie alla sanità digitale, rilanciata dall’emergenza Coronavirus, i medici possono essere più vicini ai pazienti, attraverso servizi di teleassistenza e monitoraggio in remoto. Potenziando la specialistica ambulatoriale migliora l’aderenza alla terapia nelle persone che assumono farmaci antiipertensivi (lo stesso discorso vale per antidepressivi, trattamenti per osteoporosi, diabete, ipertrofia prostatica). «È essenziale sensibilizzare i pazienti sull’importanza di continuare a seguire le terapie», ha scritto Guido Grassi, presidente della Società italiana dell’ipertensione arteriosa (SIIA). «La pressione alta non predispone all’infezione da coronavirus. In Italia abbiamo 18 milioni di persone ipertese – precisa Grassi– queste non devono modificare o abbandonare una terapia, che si è dimostrata, nel tempo, in grado di proteggere dal rischio di gravi complicanze, quali possono essere l’infarto miocardico, lo scompenso cardiaco o l’insufficienza renale». Società scientifiche europee e internazionali, oltre all’Aifa in Italia, raccomandano di mantenere la terapia in atto con antiipertensivi nei soggetti ben controllati, perché esporre persone fragili a potenziali nuovi effetti collaterali, o a un maggiore rischio di eventi avversi cardiovascolari, appare ingiustificato.


IN GRAVIDANZA

Neonato sottopeso se la mamma soffre di pressione alta

L’ipertensione arteriosa in gravidanza rappresenta un rilevante problema di salute pubblica per donne e neonati, sia per la frequenza (interessa circa il 10% delle gestanti) sia per la gravità. Può quindi determinare serie conseguenze nella donna (aumento del rischio cardiovascolare), e nel neonato può influire nel basso peso alla nascita. «Di questi temi si parla poco – ha scritto Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe – spesso affrontando solo la punta dell’iceberg, ovvero la preeclampsia, già nota come gestosi, che complica circa il 5% delle gravidanze». Per massimizzare l’efficacia delle strategie preventive, invece, bisogna prendere in considerazione sia l’ipertensione cronica (diagnosticata prima della gravidanza o entro la ventesima settimana di gestazione), sia quella gravidanza-correlata che include preeclampsia e ipertensione gestazionale (altre info sul sito www.evidence.it/ ipertensione-gravidanza). «Caratteristiche e storia naturale dell’ipertensione in gravidanza – dichiara Cartabellotta – dimostrano che questa condizione, spesso sottovalutata, viene trattata quasi sempre solo dal team ginecologico. Al contrario, i medici di famiglia devono giocare un ruolo chiave nella prevenzione, nel trattamento di prima linea e nel monitoraggio in gravidanza e dopo il parto».

Alessandro Malpelo


La ’pillolina’ per la pressione alta

Diuretici e Ace-inibitori sono le principali terapie anti-ipertensive. Vanno sempre prescritte dal medico

di Federico Mereta

Niente fai da te. È questa la regola principe per chi deve fare i conti con l’ipertensione e che controlla i valori con i farmaci indicati dal medico. Non c’è nulla di più sbagliato che fare “vacanza” dalle terapie prescritte, magari perché il clima si è fatto più caldo, così come è fondamentale l’aderenza alle cure. Purtroppo questo secondo obiettivo, che pure rappresenta l’optimum per controllare i possibili rischi legati a quel killer silenzioso che è l’ipertensione, appare difficile da raggiungere. Stando ai dati recentemente resi noti dal Ciat (Comitato Italiano per l’Aderenza alla Terapia), pare che il rapporto tra ipertesi d’Italia e cure non sia proprio ottimale. Solo poco più della metà dei pazienti, siamo intorno al 57 per cento, segue regolarmente le prescrizioni del curante. Proprio il medico, in ogni modo, ha il compito di valutare se per controllare i valori pressori sono necessari farmaci e quali terapie adottare, magari anche combinando principi attivi diversi tra di loro. Anche se si parla sempre di terapie antiipertensive, infatti, non tutti i medicinali agiscono allo stesso modo. In base alle caratteristiche della persona, alla presenza di altre eventuali patologie e al meccanismo d’azione specifico dei medicinali, quindi, si può puntare su un meccanismo o su un altro. O ancora, come spesso accade, sulla combinazione di composti diversi che favoriscono l’abbassamento pressorio, quando è necessario avere un’azione integrata. Ma andiamo con ordine, facendo qualche esempio e partendo dai cosiddetti diuretici che hanno l’obiettivo di migliorare la capacità dell’organismo di eliminare il sodio e i liquidi che possono essere in eccesso e contribuiscono ad aumentare la pressione. Si tratta di medicinali che andrebbero sempre impiegati con attenzione in chi soffre di diabete, in chi ha valori elevati dei grassi nel sangue e in chi soffre di gotta e possono avere effetti che in qualche modo non sono graditi e vanno monitorati, come un calo dei livelli di sodio e potassio nel sangue ed una leggera astenia. Completamente diverso è il meccanismo d’azione dei beta-bloccanti, che vanno ad agire su specifici recettori che sono presenti non solo sui vasi, ma anche in altre aree dell’organismo. In pratica, questi recettori sono un “capolinea” dell’azione delle catecolamine. Questo spiega perché i farmaci di questa classe non andrebbero assunti da chi soffre di asma bronchiale ed altri problemi, come l’insufficienza cardiaca. Nei trattamenti a lungo termine possono comportare una sensazione di freddo a mani e piedi, la difficoltà a sopportare gli sforzi fisici intensi e anche problemi per chi soffre d’insonnia. Gli Ace-inibitori agiscono invece su un sistema di controllo della pressione a livello dei reni. Non andrebbero assunti quando le arterie renali sono eccessivamente “strette” e possono creare ipotensione ortostatica, con calo pressorio quando si sta in piedi e tosse secca. Gli antagonisti dell’Angiotensina II agiscono su recettori di questo composto che ha un ruolo nella regolazione della pressione: sono molto maneggevoli e, a differenza degli Ace-inibitori, non danno la tosse secca come effetto collaterale. I calcio-antagonisti, infine, agiscono sui canali del calcio delle cellule muscolari, e quindi anche sul cuore. Per questo vengono impiegati anche in chi soffre di angina pectoris. Per le controindicazioni, in ogni caso, rivolgetevi sempre al medico.


FARMACI & VIRUS

Non aumenta la ricettività al Covid-19

In tempi di Covid-19 c’è stata grande attenzione ai Recettori Ace, cui si lega il virus Sars-CoV-2. Ma la Società Italiana di Cardiologia, così come la Società Europea, hanno tranquillizzato gli ipertesi in trattamento con Ace-inibitori, sartani, e inibitori del sistema renina-angiotensina- aldosterone. Nei pazienti affetti da coronavirus non sono stati documentati effetti che dimostrino maggior rischio di complicanze se si utilizzano questi farmaci. A mettere in guardia erano stati alcuni studi secondo i quali gli Ace2 (non gli Ace) agirebbero come recettori funzionali del virus. Ma la scienza ha tranquillizzato.


Prevenzione

Fin da piccoli evitare il sovrappeso con alimenti ipocalorici

La lotta al rischio cardiovascolare, e quindi all’ipertensione, comincia con le buone abitudini. E inizia fin da piccoli, con la lotta al sovrappeso. Basti ricordare i risultati di uno studio di qualche tempo fa, il PEP (Prevention Education Program) Family Heart, che ha preso in esame più di 20.000 giovanissimi. Dall’indagine, che ha valutato diversi parametri come la pressione arteriosa, la circonferenza del giro vita e l’indice di massa corporea, emerge che nei bambini e nei teen-agers di peso elevato cresca il rischio di preipertensione. D’altro canto, la scienza dice che nelle forme più lievi di ipertensione perdere pochi chili di peso può bastare a riportare a valori accettabili la pressione. La riduzione delle calorie insieme ad un’attività fisica regolare sono l’arma più efficace per vincere i chili di troppo. Come comportarsi quindi a tavola? Frutta e verdura sono l’alimento ideale da consumare per mantenersi in forma. Oltre a contenere poche calorie e molte fibre, sono ricche di vitamine ad azione antiossidante che combattono il danno delle cellule dei vasi sanguigni. Attenzione va poi prestata ai grassi alimentari, visto che ipertensione e sovrappeso fanno spesso rima con colesterolo elevato. Oltre a controllare le dosi dei grassi conviene privilegiare quelli di origine vegetale, come l’olio extravergine d’oliva, e consumare pesce, ricco di acidi grassi polinsaturi omega 3. Uno dei grandi nemici delle arterie, in ogni caso, è il sale da cucina. Per questo è fondamentale limitarne l’impiego: l’eccesso di sodio tende a mantenere liquidi nel sangue, aumentando quindi la “fatica” che il cuore deve fare per spingere il sangue stesso nell’organismo. Conviene quindi non aggiungere sale agli alimenti e magari limitare il consumo dei cibi che ne sono ricchi, come i formaggi stagionati e i dadi da brodo. Per insaporire, conviene invece puntare sugli aromi. Timo, salvia, origano e rosmarino oltre a rendere gli alimenti più gustosi favoriscono il benessere dell’organismo. Il tutto, ovviamente, combattendo lo stress e facendo una regolare attività fisica.

f.m.


«Gli ambulatori on line non hanno mai chiuso»

L’esperienza del team di Adriana Paolicchi che anche durante l’isolamento ha continuato l’attività visitando con l’aiuto della tecnologia

di Francesca Franceschi

Ricevere cure, consulti specialistici e terapie sanitarie senza muoversi dalla propria abitazione grazie alla telemedicina. Ne hanno beneficiato per tutto il periodo di lockdown i pazienti e i loro familiari del reparto di Anestesia e Terapia del dolore dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana diretto dalla dottoressa Adriana Paolicchi (nella foto). Una vera e propria rivoluzione offerta gratuitamente dal Servizio Sanitario regionale che, specie durante i primi e smarriti giorni della diffusione del Covid-19, ha abbattuto le barriere della distanza fisica e geografica facilitando sia la comunicazione tra medico e paziente sia l’erogazione di diagnosi e controlli da remoto. Efficiente, dinamica e a portata di un click, la telemedicina si è rivelata un prezioso alleato agli albori della pandemia quando il team della dottoressa Paolicchi, per scongiurare l’aumento di contagi e gli accessi al policlinico pisano, ha strizzato l’occhio alla tecnologia offrendo monitoraggi, percorsi diagnostico-terapeutici e l’imprescindibile contatto coi malati.
Dottoressa, quando ha capito che la telemedicina sarebbe stata l’unico strumento per affrontare un’emergenza inedita quale il Coronavirus?
«Ormai da qualche anno io e la mia equipe tocchiamo con mano le straordinarie potenzialità dell’innovazione tecnologica e, più in generale, della robotica medicale e collaborativa. Agli inizi di marzo, poco prima che i decreti ministeriali aprissero la stagione dell’isolamento, mi sono chiesta cosa potessi fare nell’immediato per evitare assembramenti in reparto e garantire al contempo le cure a buona parte dei nostri pazienti, specialmente quelli anziani e affetti da patologie croniche. Nel giro di pochi giorni abbiamo calendarizzato controlli e consulti online effettuando le visite ambulatoriali programmate».
Questo sistema andrà a sostituire la medicina tradizionale?
«Niente affatto. La telemedicina semmai la affianca e la integra con nuovi canali di comunicazione e tecnologie innovative andando ad affinare l’assistenza sanitaria e offrendo alle persone le miglior cure possibili. Infatti, poco dopo aver avviato questo percorso, si è creato un circolo virtuoso, una catena di montaggio tra il nostro reparto, il medico di famiglia e la farmacia territorialmente più vicina ai pazienti che, dopo la visita telematica, provvedeva a consegnare a domicilio la terapia al malato evitandogli qualsiasi spostamento ».
Quali sono i punti di forza di questa procedura?
«Siamo riusciti a visitare in realtime persone residenti fuori regione abbattendo costi, velocizzando procedure burocratiche e trasmettendo online esami diagnostici nel rispetto della privacy e dei dati sensibili. Al tempo stesso abbiamo contenuto il pericolo contagi garantendo sicurezza a pazienti, familiari a e tutti gli operatori sanitari presenti in ospedale. La vera sfida consiste nel beneficiare di questo prezioso alleato non solo in emergenza ma anche nelle situazioni di normalità».
Qual è stata la reazione dei pazienti di fronte ai controlli a distanza?
«Positiva ed efficace. Avevamo qualche timore nei confronti degli anziani che invece, aiutati da figli o nipoti, si sono dimostrati subito collaborativi e grazie ai loro smartphone dotati di videocamera hanno potuto indicarci durante le visite i punti di dolore. Inoltre il consulto a distanza ha fornito vantaggi anche sul piano emotivo e psicologico dei malati che hanno affrontato la terapia nel calore dell’ambiente casalingo evitando la corsia dell’ospedale».


Che risorsa lasciar fare al robot
Il medico può curare a distanza

Dal 2016 l’ospedale di Pisa tratta casi esterni al nosocomio
E in epoca di Covid ha evitato assembramenti e complicanze

Fino ad una decina di anni fa era poco più di un’ambizione guardata con un misto di ammirazione e scetticismo. Oggi, invece, circa 5 milioni di vite nel mondo sono state salvate o «riparate » da un robot. Non solo in sala operatoria dove l’ausilio della tecnologia avanzata riduce la mortalità e le complicazioni post chirurgiche, le potenzialità della robotica, specie quella collaborativa, si sprigionano ogni giorno all’interno delle corsie degli ospedali abbattendo costi e divari territoriali. Lo provano sulla loro pelle i pazienti del reparto pisano di Anestesia e Terapia del Dolore che beneficiano delle nuove tecnologie nel trattamento del dolore acuto che, a sua volta, viene da loro stessi «autogestito» attraverso la PCA, l’analgesia controllata dal paziente. Le frontiere della robotica si aprono però nel 2016 quando una paziente con un neurostimolatore impiantato a causa di un dolore cronico invalidante e residente all’Isola d’Elba necessitava di un controllo al suo device da effettuare al policlinico pisano. «Nell’ospedale di Portoferraio per fortuna c’era il robot «RP-Vita» – spiegano la direttrice Adriana Paolicchi e il dottor Giuliano De Carolis – che, oltre ad evitare la traversata via mare alla signora, ha permesso la sistemazione del dispositivo direttamente da Pisa». Al tempo stesso anche il medico del piccolo presidio sanitario dell’isola toscana ha potuto beneficiare della tecnologia di avanguardia presente nel centro Hub di alta specializzazione nella città della Torre Pendente. Le stesse potenzialità, Robot Vita le mette ogni giorno a segno tra le corsie dell’ospedale pisano offrendo al medico a distanza un occhio, uno stetoscopio e un’immagine del paziente appena operato. Strumenti che, durante la diffusione del Covid-19, si sono rivelati salvifici se si pensa che i sanitari grazie al piccolo sistema robotico hanno potuto mantenere un costante rapporto coi malati scongiurando complicanze e assembramenti. «Questo non significa – precisa e conclude Paolicchi – che si possa fare a meno dell’insostituibile rapporto empatico tra medico e assistito ma, in casi emergenziali come quello appena vissuto, la robotica è un ineguagliabile alleato che ci consente di vigilare da remoto il respiro, il dolore e, più in generale, il decorso post operatorio dei nostri pazienti».

Francesca Franceschi