Così si scoprono anomalie e rischi

Dall’auscultazione alla risonanza cardiologica: gli esami e i controlli per le diverse possibili patologie

di Antonio Alfano

Il primo aiuto al medico, per scoprire una eventuale malattia, lo deve fornire il paziente. Anche una visita cardiologica, per identificare e valutare la gravità di una malattia del cuore, parte dalla cosiddetta anamnesi, durante la quale il paziente racconta la propria storia clinica. Tutti i disturbi di cui soffre e le altre malattie, senza dimenticare le abitudini di vita, come tipo di alimentazione, fumo o alcolici. «In caso si sospetti una malattia cardiaca – ricorda Michael J. Shea, professore di Malattie cardiovascolari dell’Univesità del Michigan – è importante raccontare chiaramente al medico i sintomi che riguardano, soprattutto, dolore toracico, respiro affannoso, la sensazione di battiti cardiaci rapidi o irregolari come palpitazioni, svenimenti, capogiri o stordimento, difficoltà a restare sdraiati ed eventuale edema, gonfiore di gambe, caviglie e piedi o addome, segni che possono far pensare alla presenza di una cardiopatia ». L’esame obiettivo consente al medico di raccogliere indicazioni sulle condizioni generali della persona dal peso, dalla pressione arteriosa, dalla temperatura, dalla frequenza respiratoria, ecc. In ambito specialistico cardiologico, l’esame clinico comprende l’esecuzione di manovre comuni come, ad esempio, l’auscultazione del cuore, delle arterie e delle vene con lo stetoscopio. È così possibile identificare i suoni caratteristici di apertura e chiusura delle valvole del cuore e la eventuale presenza di soffi, cioè turbolenze del flusso sanguigno. Se si sospetta un problema, parte una sequela di accertamenti diagnostici, per identificare eventuali disturbi, valutare la loro gravità e per stabilire una efficace terapia. La pressione arteriosa viene di solito rilevata mediante il comune sfigmomanometro. Qualora si verifichino importanti differenze di valori tra le diverse misurazioni, si ricorre ad un monitoraggio continuo della pressione nelle 24 ore, con l’uso di un apparecchio portatile azionato da una batteria, legato in vita e connesso a un manicotto di sfigmomanometro, fissato sull’avambraccio. La pressione così viene registrata per tutto il giorno e tutta la notte per 24 o 48 ore. I rilievi possono confermare non solo la presenza di ipertensione, ma anche la sua gravità. Tra i più conosciuti esami specialistici in cardiologia è l’elettrocardiogramma o ECG. Una procedura semplice ed indolore, mediante la quale gli impulsi elettrici del cuore vengono amplificati e registrati. «Questo esame – conferma il professor Shea – fornisce informazioni sulla parte del cuore che dà il via ad ogni battito cardiaco (il pacemaker, chiamato nodo senoatriale o nodo del seno), le vie di conduzione nervosa del cuore e frequenza e ritmo del cuore. A volte, l’ECG può evidenziare un ingrossamento del cuore, in genere dovuto a ipertensione arteriosa oppure uno scarso apporto di ossigeno al cuore a causa di un’ostruzione di uno dei vasi sanguigni che irrorano il cuore (le arterie coronarie)». In molti casi il normale ECG non riesce a rilevare particolari anomalie, allora si utilizza un ECG dinamico continuo. Un piccolo apparecchio con monitor, attaccato alla spalla mediante una cinghia, consente una registrazione ininterrotta, per 24-48 ore o più, con la persona impegnata nelle normali attività. In molti casi può essere richiesto un test da sforzo o da stress fisico o farmacologico, che registra i movimenti del cuore durante uno sforzo. L’esame offre la possibilità di valutare l’impegno dell’apparato cardiocircolatorio all’esercizio fisico, la frequenza cardiaca e i cambiamenti della pressione arteriosa. Esami più impegnativi e costosi sono impiegati per valutare clinicamente casi più complessi, come la Risonanza magnetica per immagini (RMI) del cuore. Utilizzato un potente campo magnetico e onde radio che può fornire immagini dettagliate del cuore e del torace. È utilizzata nei casi di complesse cardiopatie. Si ricorre alla Tomografia computerizzata (TC) del cuore per evidenziare anomalie strutturali del cuore, della membrana di rivestimento che lo avvolge (pericardio), dei vasi principali, dei polmoni e delle strutture toraciche. Quando poi si rende necessario valutare la funzionalità cardiaca e lo stato delle coronarie, se sono libere o ostruite, si fa ricorso alla coronarografia. Un esame radiologico invasivo che consente di visualizzare immagini delle coronarie, i vasi arteriosi che avvolgono a corona il cuore e che portano il sangue al muscolo cardiaco.


ECCELLENZE

Intervento dal polso per l’infarto

«La ricerca italiana fa scuola a livello mondiale e ridefinisce nuovi standard di trattamento della forma più frequente di infarto, quella in cui l’arteria non è del tutto ostruita. Abbiamo dimostrato che una strategia invasiva, entro le 24 ore, con approccio radiale (dal polso) incide sui risultati più di quanto faccia la tempistica della terapia farmacologica». Con queste parole il presidente GISE, professor Giuseppe Tarantini, commenta lo studio Dubius presentato al congresso della Società Europea di Cardiologia (ESC). In Italia ogni anno sono colpite da infarto subendocardico 80.000 persone, e 52.000 sono sottoposte a stent. Lo studio guidato da Giuseppe Tarantini (Università di Padova) e Giuseppe Musumeci (Ospedale Mauriziano di Torino) indica «una strategia più efficace e sicura» nelle fasi che precedono l’esecuzione di coronarografia, angioplastica e bypass aorto coronarico.

Alessandro Malpelo


«Donne over 50, attenzione ai sintomi atipici»

Ciro Indolfi, presidente della Società italiana di cardiologia: «Obesità, sedentarietà e fumo mettono a rischio anche i giovani»

di Donatella Barbetta

Prendersi cura del cuore è fondamentale, e anche i piccoli disturbi non vanno sottovalutati, soprattutto da parte delle donne.
Quando suona il primo campanello d’allarme?
«Non possiamo sapere la tempistica esatta di un problema cardiaco: nella pratica clinica trattiamo pazienti anziani, ma anche giovani per la presenza di obesità, sedentarietà e fumo», risponde Ciro Indolfi (nella foto piccola), 66 anni, presidente della Società italiana di cardiologia.
Quindi lo stile di vita è importante quanto una terapia?
«Sì, ed è un messaggio da trasmettere alle nuove generazioni con una indispensabile campagna di prevenzione: le malattie cardiovascolari sono la prima causa di morte nel mondo con 4 milioni di vittime ogni anno in Europa, oltre 224mila in Italia».
Quali esami ritiene necessari?
«I test di controllo sono soprattutto gli esami del sangue, per il dosaggio del colesterolo o della glicemia, la misurazione della pressione arteriosa e una visita cardiologica con elettrocardiogramma. Indagini di secondo livello vanno prescritte dal medico di base».
Le nuove frontiere della diagnostica?
«In cardiologia c’è stata una grande evoluzione tecnologica e farmacologica. Basti solo pensare alla terapia per l’infarto con l’angioplastica coronarica».
Entriamo così nel campo della cardiologia interventistica. Ce ne parla?
«L’angioplastica è una procedura che permette, dal polso o dalla gamba, di dilatare il restringimento di un’arteria coronarica e, se effettuata entro 120 minuti dal primo contatto medico, è la terapia ottimale che permette una rivascolarizzazione completa, quando effettuata da personale esperto. Se il paziente arriva in un centro sprovvisto di emodinamica, allora può essere trattato con terapia farmacologica specifica mediante trombolisi, che però può risultare inefficace e dare complicanze importanti come l’emorragia cerebrale ».
Appena si individua un infarto in corso, come si interviene?
«In presenza di sintomi tipici di infarto, come dolore toracico costrittivo al centro del petto, irradiato al braccio sinistro, affanno, dolore epigastrico, sudorazione fredda, è necessario attivare prima possibile il sistema di emergenza. In alcuni casi i sintomi possono essere atipici, solo sudorazione, dolore allo stomaco, dolore al braccio destro, in particolare nelle donne e nei soggetti diabetici. Solo trattando il paziente nel minor tempo possibile, i risultati saranno ottimali. Nella nostra unità operativa dell’università Magna Grecia di Catanzaro, abbiamo sviluppato un progetto che consiste nell’effettuare un elettrocardiogramma utilizzando lo smart watch».
Come funziona?
«Spostando l’orologio in varie posizioni sul torace e registrando la derivazione elettrocardiografica, abbiamo le informazioni sul cuore. Sono stati arruolati 80 pazienti affetti da infarto e 20 soggetti normali di controllo. A tutti è stato effettuato l’elettrocardiogramma con l’Apple watch e con l’elettrocardiografo tradizionale. Dal confronto è emerso che l’attacco cardiaco è stato riconosciuto nel 94% dei casi».
Il cuore delle donne: il loro modo di affrontare la vita e le emozioni, le espone a un rischio cardiovascolare diverso da quello maschile?
«Purtroppo, nonostante le donne pensino di essere protette, ritenendo che l’infarto sia un problema più legato agli uomini, anche nel sesso femminile la principale causa di mortalità sono le malattie cardiovascolari: ogni anno 2,2 milioni di vittime. Nelle giovani l’infarto spesso è dovuto a una dissezione coronarica e la parete del vaso diventa a multipli strati come una cipolla. Dopo la menopausa, invece, le cause sono simili a quelle maschili, dovute a placche aterosclerotiche di colesterolo. Il problema principale è la presenza spesso di sintomi atipici per cui l’infarto può essere misconosciuto e diagnosticato in ritardo. E, in caso di angioplastica, le coronarie a volte si presentano più piccole e tortuose e con malattia diffusa per cui diventa tecnicamente più complesso trattarle».
Oltre l’infarto, quali sono le più diffuse malattie del cuore?
«Quelle legate alle valvole. Oggi possiamo trattare in sala di emodinamica, dalla gamba, quando ci sono le indicazioni, il restringimento della valvola aortica e l’insufficienza mitralica».


Gli interventi salvavita ripartono
dopo lo stop per l’emergenza Covid

Giuseppe Tarantini (GISE): «Dobbiamo investire per limitare i disagi e migliorare la qualità di vita dei pazienti»

«Dobbiamo investire nel recupero degli interventi salvavita, per limitare i disagi ai pazienti con gravi patologie cardiovascolari ridurre le liste d’attesa e aumentare la qualità della vita delle persone»: questo il messaggio di Giuseppe Tarantini, Presidente della Società Italiana di Cardiologia Interventistica in occasione di un recente convegno. «Una nostra survey sulle emodinamiche italiane che svolgono procedure interventistiche – ha precisato Tarantini – ha confermato nei mesi di marzo e aprile una netta riduzione rispetto allo stesso periodo del 2019: per la sostituzione valvolare aortica transcatetere TAVI -72%, per la clip mitralica -80%, per la chiusura auricola sinistra -91% e per quella del forame ovale pervio PFO – 97%». In tempo di Covid-19 sono state differite le operazioni non in emergenza, comprese quelle in persone, mediamente anziane, con una malattia del cuore cosiddetta strutturale. Se tale condizione può comportare un rischio maggiore di esiti avversi di natura infettiva, un ritardo nell’intervento strutturale al cuore può risultare letale. Il crollo delle procedure transcatetere è stato causato dal differimento degli appuntamenti da parte degli ospedali ma anche dal rifiuto di ricovero da parte dei pazienti, spaventati da una possibile infezione ospedaliera. Eppure in tutti i centri di riferimento per il trattamento invasivo delle patologie cardiovascolari sono stati individuati protocolli di sicurezza e percorsi differenziati tra infettivi e pazienti non contagiati. «L’anno scorso – riferisce Battistina Castiglioni, dell’esecutivo del GISE, Gruppo Italiano studi emodinamici – sono state garantite in Italia più di 160mila angioplastiche coronariche, 38.116 in corso di infarto acuto e 55.776 in corso di sindrome coronarica acuta. 8.284 le procedure di sostituzione della valvolare aortica transcatetere (TAVI), 1.224 le riparazioni mitraliche percutanee, 1.146 chiusure percutanee dell’auricola sinistra. Una pratica clinica che evidenzia un sottodimensionamento rispetto al bisogno di salute della popolazione italiana. L’età media delle persone trattate con TAVI, 82 anni, riporta l’attenzione sulla necessità di riprendere in modo adeguato le procedure, ridotte in corso di emergenza, per garantire la terapia di pazienti ad alto rischio e fragili, ora che la disponibilità di letto in terapia intensiva non rappresenta più una criticità». Secondo l’ultimo rapporto Nomisma, per un intervento programmato di angioplastica coronarica, per il quale l’attesa media nazionale si aggira intorno ai 20/25 giorni, si dovranno attendere quattro mesi. Serve dunque un piano organico di ripartenza, per garantire percorsi di cura sicuri, e posti letto.

Alessandro Malpelo


Nuove terapie contro il colesterolo ’cattivo’

Per chi ha già avuto un inconveniente cardiovascolare restare nei valori limite è fondamentale: ancora pochi i pazienti che ci riescono

di Alessandro Malpelo

Fino all’80 per cento delle persone che assumono statine o altre terapie ipolipemizzanti (cioè per abbassare i valori di lipidi nel sangue) non raggiunge i livelli raccomandati di colesterolo LDL, e questo comporta un aumentato rischio di infarto o ictus. Come abbassare questi valori secondo le linee guida internazionali? La risposta è venuta da varie indagini presentate al congresso ESC, European Society of Cardiology. Cominciamo citando i risultati dello studio multicentrico Da Vinci. «Si tratta di un trial europeo – ha scritto Stefano De Servi, ospedale Multimedica, capofila dei ricercatori italiani – incentrato su persone che avevano avuto un episodio cardiovascolare: un infarto miocardico nel 22% dei casi e un ictus nel 40% circa dei casi, mentre poco meno del 40% era rappresentato da pazienti con arteriopatia periferica – precisa il cardiologo –. L’età media era di 68 anni e nel 40% dei casi i pazienti erano anche diabetici ». Nella maggior parte dei casi i pazienti erano in terapia con statine, nel 9% dei casi la statina era associata a ezetimibe e una minima percentuale di pazienti, l’1%, assumeva un inibitore del PCSK9. «Solo il 39% dei pazienti in prevenzione secondaria ha raggiunto il target delle linee guida, vale a dire 70 – sottolinea De Servi – . I pazienti in terapia con PCSK9 hanno raggiunto i target del 2019 nel 58%, rispetto ai pazienti in terapia con statine più ezetimibe che si sono fermati al 54% rispetto al target di 70 mg/dl e solo al 20% nel caso del target 55 mg/dl». Cosa fare per migliorare questi numeri? «I pazienti dovrebbero avere un rapporto più costante con gli specialisti. – suggerisce l’esperto –. una possibilità di miglioramento è rappresentata da un maggiore utilizzo di ezetimibe, e gli inibitori del PCSK9 dovrebbero avere un più ampio impiego ». Altra notizia, sempre scaturita dal congresso europeo di cardiologia (ESC), riguarda i risultati di uno studio di estensione che ha mostrato che l’aggiunta di acido bempedoico ha ridotto significativamente il colesterolo LDL del 14,4%. Questo studio ha mostrato che il trattamento è ben tollerato, ii risultati sono stati ottenuti senza incremento degli eventi avversi complessivi. I temi inerenti il colesterolo sono stati trattati, nondimeno, anche al 51° congresso dell’Associazione nazionale dei cardiologi ospedalieri (Anmco, presidente Domenico Gabrielli) a Rimini. Argomenti che verranno riproposti a Firenze, Fortezza da Basso, 1-2-3-4 ottobre, al congresso “Conoscere e curare il cuore“, evento promosso dal professor Francesco Prati presidente del Centro Lotta contro l’Infarto Fondazione Onlus. Nel corso dell’assise fiorentina si parlerà di cardiologia a tutto tondo, valori pressori, tecniche di imaging, microbiota intestinale e cardiopatie ischemiche, sindrome coronarica, ultima generazione di farmaci per il diabete, unità coronarica e complicanze vascolari del Covid-19.


Lo stress s’impenna? Meditare calma i nervi
Yoga e Tai Chi alleati preziosi dei cardiopatici

Molteplici ricerche confermano il ruolo distensivo delle pratiche che agiscono sulla mente per alleviare le pene del corpo

di Federico Mereta

Brutta cosa, lo stress. Per fortuna possiamo mettere in atto contromisure efficaci, traendo la forza da noi stessi, per combatterlo senza farmaci. Come si chiamano queste “terapie”? Semplice: meditazione, tai chi e simili. La scienza dimostra che possono avere effetto positivo, anche in caso di malattia. Basti pensare a quanto è stato recentemente pubblicato su American Journal of Cardiology, sulla base di dati testati su oltre 60.000 persone. Più o meno una su dieci, tra queste, ha riportato un impegno in corsi di meditazione. I numeri dicono che l’approccio è utile: in chi aveva questa abitudine si è registrato un rischio inferiore del 51 per cento di sviluppare coronaropatie rispetto a quanti non seguivano attività mirate. Ed anche sul fronte dei classici fattori di rischio, a partire dalla pressione alta per giungere all’ipercolesterolemia, i “meditanti” presentavano profili migliori. L’importante, insomma, è affrontare la vita con un certo ottimismo perché pensare positivo aiuta a preservare il cuore anche dopo che è stato “intaccato”. A confermare il ruolo dell’atteggiamento è una ricerca condotta all’Università Northwestern, pubblicata su Journal of the American College of Cardiology, I cardiopatici che puntavano sul futuro in chiave positiva combattono meglio i fattori di rischio, abbandonando più facilmente il fumo, contrastando in modo più efficace le cattive abitudini a tavola e muovendosi regolarmente. In questo senso, trovare attività che possono aiutarci ad agire non solo sul fisico ma anche sulla psiche può essere di grande aiuto se lo stress “domina”. Con lo Yoga e il Tai Chi si arriva a migliorare la condizione cardiaca in chi soffre di scompenso e a ridurre la pressione arteriosa. Su questo fronte, conviene ricordare l’insegnamento che viene da una ricerca apparsa su European Journal of Cardiovascular Nursing, sulla scorta di uno studio dell’Università dell’Arizona. In sintesi: se si aggiunge l’antica arte marziale cinese, fatta di movimenti lenti ed armoniosi, ai normali programmi riabilitativi in chi soffre di scompenso cardiaco se ne migliorano gli esiti e soprattutto si agisce sul morale. Il motivo? il fisico si rilassa e la respirazione si fa più armoniosa ed in linea con i ritmi “no-stress”. Con la “battaglia” figurata, insomma, anche il cuore e l’albero cardiovascolare si adattano al meglio, con evidenti ripercussioni sul benessere.


SINDROME POLMONARE

Dall’ipertensione allo scompenso

Spossatezza, affanno e svenimenti sono alcuni sintomi di una rara malattia, l’ipertensione arteriosa polmonare. «In Italia abbiamo circa tremila malati – spiega Nazzareno Galiè, Policlinico S.Orsola Malpighi, Università di Bologna, coordinatore delle Linee Guida Internazionali sulla Ipertensione Polmonare – abbiamo un progressivo sovraccarico di lavoro sul ventricolo destro del cuore che può culminare nello scompenso cardiaco. Può comparire senza cause note, con modalità genetica, oppure associata a cardiopatie congenite, patologie autoimmuni come la sclerodermia o il lupus, HIV, la cirrosi epatica». Le terapie farmacologiche oggi consentono di migliorare la qualità di vita dei pazienti, riducendo il ricorso al trapianto, e la ricerca va avanti.


I controlli giusti per fare sport senza rischiare

I test cambiano a seconda dell’attività e dell’intensità con cui si pratica

di Letizia Cini

Riconoscere i segnali di allarme per praticare attività fisica in sicurezza. «La tecnologia è diventata uno degli alleati più importanti degli sportivi, in quanto fornisce strumenti di auto-valutazione indispensabili per dosare il carico di allenamento e tenere sotto controllo i propri parametri vitali, come ad esempio il battito cardiaco», spiega Giovanni Serni, medico sociale Acf Fiorentina Prima Squadra. Consapevolezza e informazione, quindi: app che, nella versione gratuita, permettono di monitorare i tempi, il percorso (grazie al gps dei telefoni), il dislivello e l’andamento della velocità durante la sessione di allenamento. Non solo gli atleti professionisti oggi utilizzano cardiofrequenzimetri o sportwatch, con app per smartphone (integrate anche con i più comuni smartwatch), capaci di tracciare le proprie sessioni di allenamento.
Dispositivi utili, dottor Serni?
«Utilissimi: grazie agli orologi ’intelligenti’ ora è possibile misurare la frequenza cardiaca e monitorare le calorie bruciate, calibrando il giusto il recupero funzionale e organico, evitando dannosi sovraccarichi».
Se l’esercizio fisico regolare fa bene, eccedere può diventare pericoloso: come evitarlo?
«Un certificato di idoneità all’attività fisica non consente uno sforzo elevato. L’attività endurance può essere nociva alla funzione cardiovascolare in presenza di fattori di rischio che vengono valutati in corso di visita medico sportiva al fine di non peggiorare situazioni preesistenti. Per praticare un’attività fisica in sicurezza è bene farsi consigliare da addetti ai lavori, soprattutto dopo la lunga pausa di inattività generata dal lockdown».
Quando e perché gli atleti di professione mettono a rischio la salute del proprio cuore?
«Quando non ci sono state adeguate e complete valutazioni e nel momento in cui subentrino nuovi sintomi non rilevati precedentemente ».
Spesso lo sportivo amatoriale entra in sfida con se stesso: perché?
«È una forma mentis molto diffusa. Chi corre, gioca a calcetto, va in bicicletta, occasionalmente o nel fine settimana, non conosce i propri limiti e rischia di mettere a repentaglio la propria salute proprio in quanto “spende“ più di quanto potrebbe. Per coloro che vogliono iniziare, o ripartire, con discipline anche a basso impegno, è indispensabile una valutazione completa dello stato psicofisico».
Quanto influisce il passare degli anni?
«Molto, l’età di per sé viene considerata un fattore di rischio. Le malattie cardiovascolari sono un gruppo di patologie a carico del cuore e/o dei vasi sanguigni: a livello mondiale, ed in particolare nei Paesi con uno stile di vita tipicamente occidentale, rappresentano la principale causa di morte. Questo triste primato, purtroppo, spetta anche all’Italia».
Suggerimenti pratici, dottor Serni?
«Per chi vuole praticare sport a basso impegno cardiovascolare è sufficiente una visita antropometrica con misurazione della pressione arteriosa e elettro cardiogramma basale. Per coloro che intendano invece svolgere attività più impegnative, è necessario eseguire test da sforzo e spirometria. Indispensabile, la qualità del sonno e anche l’ambiente che ci circonda. La vita sedentaria resta sempre e comunque il male maggiore».


STILE DI VITA CORRETTO

Cibi sani, poco sale e tanto movimento

Ma cosa significa adottare uno stile di vita sano? Limitare il consumo di sale (meno di 5 gr al giorno), seguire un’alimentazione ricca di frutta, verdura, legumi ed alimenti a basso contenuto di grassi animali e limitare il consumo di carni rosse, formaggi, insaccati, dolci e bevande alcoliche e zuccherine. Da sola l’alimentazione non basta. È, inoltre, necessario, praticare una regolare attività fisica, camminare almeno 30 minuti al giorno e abbandonare uno stile di vita sedentario.


Le ’tappe di avvicinamento’ che portano il cuore in alta quota

Preparazione fisica, giusto apporto di acqua e rispetto dei propri limiti

di Loredana Del Ninno

Vacanze e week end in montagna senza rischi? «Per un soggiorno in assoluta tranquillità – spiega Gianfranco Parati, direttore scientifico dell’Istituto auxologico italiano e docente di medicina cardiovascolare a Milano Bicocca – è bene che prima della partenza i pazienti affetti da ipertensione, problemi cardiaci o che hanno avuto ischemie al cuore o al cervello adottino alcune precauzioni». Ricerche coordinate dal professor Parati hanno infatti dimostrato che l’incidenza dell’altitudine sulla pressione sanguigna si verifica anche su altezze intorno ai 2000 metri, convenzionalmente considerate ’moderate’. «Perché ciò si verifichi – prosegue Parati – è necessario trascorrere in quota almeno 6 o 7 ore. Nessun effetto invece se si sale solo per una breve escursione e si scende subito. I rischi non riguardano i soggetti giovani e sani, il cui meccanismo di adattamento fisiologico è altamente performante. Chi invece ha superato i 60, soffre di malattie cardiovascolari o sospetta di avere un problema latente deve sottoporsi prima di partire a un controllo dal proprio medico e, se necessario, dallo specialista, modulando una eventuale terapia in vista del soggiorno ad alta quota. Altro suggerimento, è abituare il fisico con gradualità: l’ideale sarebbe trascorrere uno o due fine settimana ad alta quota prima di un soggiorno più lungo. E una volta arrivati meglio non strafare, avventurandosi in attività fisiche troppo intense, ma dosare le forze con buon senso». E chi parte per una vacanza di trekking o in movimento? «Il consiglio è impostare una preparazione fisica in largo anticipo. Altra regola aurea è bere almeno due litri di acqua al giorno: la permanenza ad alta quota espone a riduzione della temperatura e dell’umidità dell’aria, fenomeni che correlati all’iperventilazione polmonare e ad un aumento della diuresi possono essere causa anche di una perdita di liquidi». Stessa precauzioni per chi ha in programma un viaggio aereo su rotte ad ampio raggio. «Le cabine pressurizzate simulano quello che avviene a 1500-2000 metri di altezza – conclude l’esperto – quindi un controllo per i soggetti a rischio prima di imbarcarsi per un lungo sarebbe auspicabile»


Gioco di squadra negli ’ospedali del cuore’

Prevenzione e check up personalizzati, equipe di professionisti nell’area chirurgica: le punte di eccellenza di GVM Care & Research

di Gloria Ciabattoni

Mantenere uno stile di vita corretto è fondamentale per la buona salute del cuore, però sono altrettanto importanti i controlli per la prevenzione delle patologie correlate. In base all’esperienza degli ospedali GVM Care & Research in ambito cardiovascolare, è possibile ricorrere a percorsi di prevenzione personalizzati con visite ed esami diagnostici utili a verificare le funzionalità dell’apparato cardiocircolatorio. Sono check up a più livelli, dedicati a uomini e donne over 40, per coloro che vogliono approfondire sintomi assimilabili a qualche patologia cardiaca o a chi vuole escludere eventuali patologie a carico del cuore, ma anche per soggetti che presentano fattori di rischio o familiarità pregresse. I check up base possono comprendere visita cardiologica, esami ematochimici, ECG, ecocardio e prova da sforzo, ecodoppler dei tronchi sovraortici (TSA), a cui si associano esami specifici di approfondimento in base alle eventuali necessità individuate dai medici. A questi esami si può aggiungere – effettuabile anche singolarmente – la TC per Calcium Score Index (indice di rischio malattia coronarica) più ECG. L’esame, che dura pochi minuti, misura con precisione la quantità di calcio all’interno delle coronarie, che può limitare l’afflusso di sangue ed ossigeno verso il cuore aumentando il rischio di patologie cardiovascolari severe. Grazie a tecnologie diagnostiche all’avanguardia, di cui gli ospedali GVM Care & Research sono dotati, è possibile effettuare indagini più precise e veloci, riducendo al minimo i margini di errore. Tra le strumentazioni più evolute per la diagnostica cardiaca troviamo: TC fino a 640 slice che permette di individuare con precisione l’eventuale problematica grazie alla elevata stratificazione delle immagini; TC-PET (Tomografia a Emissione di Positroni) per un’accurata valutazione della sofferenza cellulare del muscolo cardiaco; Risonanza Magnetica ad alto campo che consente un esame dell’attività cardiaca, con una migliore definizione delle immagini rispetto alle RM tradizionali. Nell’area chirurgica, gli «ospedali del cuore» GVM si caratterizzano per la presenza di un Heart Team: un’équipe di professionisti composta da cardiologi, cardiologi interventisti, cardiochirurghi, cardioanestesisti, emodinamisti e perfusionisti, a disposizione del paziente per i casi più complessi. Numerosi sono gli studi pubblicati in questo ambito da parte delle strutture, grazie al continuo aggiornamento dei medici e al forte grado di innovazione. Le specializzazioni nell’area cuore sono diverse, e tra queste si possono menzionare per la Cardiochirurgia, che adotta l’ormai noto approccio mininvasivo, la riparazione della valvola mitrale, il bypass aortocoronarico; in ambito aritmologico vengono invece analizzate e trattate le aritmie e le fibrillazioni atriali con Crioablazione o tramite l’utilizzo del Micra AV, il più piccolo pacemaker senza fili, che si impianta con un’iniezione attraverso la vena femorale. L’emodinamica si contraddistingue anche per interventi unici nel panorama nazionale, come l’utilizzo della Triclip, una clip che, inserita dalla vena femorale dell’arto inferiore, ripara i lembi della valvola tricuspide. L’esperienza degli ospedali GVM è definita anche dall’elevato volume delle attività in ambito cardiovascolare, che in Emilia Romagna si definisce in oltre 12.000 tra interventi e procedure (cardiochirurgia, emodinamica, elettrofisiologia, cardiologia) e in circa 58.500 visite ambulatoriali, mentre a livello nazionale l’attività del Gruppo supera quota 47.000 tra interventi e procedure, raggiungendo le 200.000 prestazioni negli stessi ambiti specialistici.


Alta Specialità in tutta Italia
E il paziente è sempre al centro

Sono 28 le strutture GVM presenti in dieci regioni, da nord a sud, con diagnostica e chirurgia d’avanguardia

L’impronta di Alta Specialità in ambito cuore che ancora oggi contraddistingue il Gruppo, nasce dalle caratteristiche della prima struttura, l’attuale Maria Cecilia Hospital di Cotignola (Ravenna), dove Ettore Sansavini, fondatore e Presidente di GVM Care & Research, diede forma a una sanità che è diventata negli anni un modello. L’ospedale ha storicamente accolto i professionisti più noti nel panorama sanitario internazionale, luminari che hanno fatto scuola. Nel tempo la Cardiochirurgia GVM Care & Research ha raggiunto standard qualitativi di eccellenza (come riportato dall’ultimo report di Agenas – Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali) senza tralasciare altre specialità diventate poi fiore all’occhiello delle diverse strutture in tutta Italia. La Neurochirurgia con anche due centri Gamma Knife a Bari e a Ravenna, l’Ortopedia e in particolare la chirurgia protesica, il Trattamento del Piede Diabetico, l’Urologia, i percorsi Oncologici e la Chirurgia Robotica, senza dimenticare le aree specialistiche dedicate alle donne, a cui si aggiungono specialisti in Chirurgia Bariatrica e Oftalmologia. Un ospedale grande come l’Italia. Si può sintetizzare così la volontà di portare la sanità d’eccellenza vicino alle persone, così da ridurre al minimo lo spostamento dei pazienti: questo è uno dei principi cardine del Fondatore, principio su cui è nata la precisa volontà di essere presente da nord a sud, ad oggi, in 10 Regioni italiane con 28 ospedali di Alta Specialità e polispecialistici, 22 dei quali accreditati con il Servizio Sanitario Nazionale. Il paziente è al centro del ciclo terapeutico con percorsi di prevenzione, diagnosi e cura personalizzati, supportati dalle tecnologie diagnostiche più evolute e da strumentazioni operatorie di ultima generazione; perché l’opzione di cura sia sempre la migliore possibile. Grande attenzione anche nella progettazione degli spazi: dare la possibilità ad ogni paziente di ricevere assistenza in ambienti confortevoli sotto vari aspetti aiuta il percorso di cura. Questo elemento distintivo ha permesso negli anni di ridefinire il concetto di «prendersi cura» delle persone e delineare un nuovo modo di erogare sanità.

Gloria Ciabattoni


Buone abitudini fin dalla culla

Dall’alimentazione del neonato dipendono molti dei comportamenti che il piccolo avrà a tavola da adulto

di Maurizio Maria Fossati

Il neonato si agita e piange?
Potrebbe volerci dire che ha fame. E il latte della mamma è sicuramente l’alimento più prezioso per una crescita ottimale e armonica. L’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) e l’Unicef raccomandano l’allattamento al seno almeno per i primi 6 mesi, con la possibilità, poi, di proseguire durate lo svezzamento, fino a quando mamma e bambino ne sentano il bisogno.
Ma cosa deve sapere una mamma che ha appena partorito?
«Deve innanzitutto avere fiducia in se stessa per trovare i giusti ritmi di frequenza e quantità delle poppate», affermano le componenti della Pediatria di Gruppo di Muggiò (Monza Brianza). «Ogni neonato – sottolinea Ambrogina Pirola – ha tempi e fabbisogni che la mamma deve sapere interpretare e assecondare. Inoltre, particolarmente nelle prime settimane, i piccolini vogliono essere allattati per lungo tempo e con intervalli anche di poche ore. Tutto ciò implica un notevole impegno fisico e psicologico da parte della mamma che dovrà essere adeguatamente supportata dal nucleo familiare. Il primo incontro con il pediatra di famiglia, poi, sarà fondamentale per stabilire un rapporto di fiducia destinato a durare negli anni per l’accrescimento e lo sviluppo sia fisico che psichico fino all’adolescenza ».
Cosa succede se la mamma non ha latte sufficiente?
«Possiamo proporre un’aggiunta di piccole quantità di latte artificiale – afferma Patrizia Picco –. E, nel caso di totale assenza del latte materno, quello artificiale può diventare l’alimento esclusivo. Quando, attorno ai 5-6 mesi il latte non è più sufficiente, il bimbo è pronto per potere passare a un’alimentazione diversa. È il momento di nuovi sapori.
E nel prosieguo?
«Quando un bimbo riesce a stare seduto da solo e a tenere la testa dritta può essere messo a tavola con i genitori ed è pronto per assumere cibi semisolidi e solidi indipendentemente dal suo stato di dentizione – spiega Federica Zucchetti –. Il cibo deve essere attrattivo, colorato. Bello da vedersi e appetitoso al gusto per catturare l’interesse del bimbo. Considerate che dai 5 ai 9 mesi, solitamente un bambino impara ad afferrare con le mani un cucchiaio o a indicare il cibo con il dito. A 9-12 mesi può già esprimere le sue preferenze con suoni, sillabe e parole».
Attorno ai 12 mesi il bambino può mangiare molti dei cibi destinati agli altri componenti del nucleo familiare purché gli vengono offerti in forma e consistenza facili da masticare e da deglutire e siano preparati senza aggiunta di sale e zucchero…
«Ogni bambino – precisa la pediatra Pirola – ha esigenze nutrizionali specifiche che il pediatra indicherà ai genitori durante i bilanci di salute. L’alimentazione infantile non è solo nutrizione e salute, ma imposta anche la formazione culturale del bambino, l’abitudine alla relazione e le sue future scelte sociali ed ecologiche».
Ci sono cibi pericolosi o da non dare ai bambini piccoli?
«Certamente – dice la pediatra Picco –. Innanzitutto niente pesce e carni crude, insaccati, cibi piccanti, bibite zuccherine, vino e alcolici. Ma anche la forma e la consistenza del boccone potrebbero determinare dei rischi. State attenti, per evitare il pericolo di soffocamento, agli alimenti tondeggianti come gli gnocchi o i tortellini, ai chicchi d’uva, alle noccioline e alle caramelle. Ma fate attenzione anche ai cibi filamentosi come i finocchi, il sedano, i fagiolini o il prosciutto crudo e così via».
Un consiglio?
«Attenti al peso del vostro bambino, dai primi anni di vita all’adolescenza. Movimento, gioco all’aria aperta e sport sono necessari per garantire la crescita sana, quanto una corretta alimentazione. Fate molta attenzione al sovrappeso perché un bambino obeso quasi certamente diventerà un adulto obeso con inevitabili problemi di salute e malattie come il diabete, l’ipercolesterolemia e l’ipertensione ».


I bilanci di salute certificano
la continuità assistenziale

Dalla più tenera età all’adolescenza programma di visite periodiche complete

Dalla nascita all’adolescenza la salute e il benessere del bambino sono sotto la lente d’ingrandimento del pediatra. Così, per razionalizzare l’assistenza sono nati i “bilanci di salute” attraverso i quali il pediatra di famiglia tiene monitorata la salute dei suoi assistiti. Di cosa si tratta? Semplice. Sono visite complete, programmate e periodiche, che vengono effettuate su appuntamento. Hanno lo scopo di valutare la crescita del bambino, lo sviluppo psicomotorio e il raggiungimento delle tappe cognitive e sensoriali adeguate alle diverse età. Sono, inoltre, un momento fondamentale per parlare dell’importanza di vaccinarsi, della prevenzione, dei rischi d’incidente domestico e all’aria aperta, e della promozione della salute con azioni che portano ad aumentare il benessere sociale fisico e psicologico. In quest’ottica sono nati progetti come “Nati per leggere”, che ha visto la collaborazione tra pediatri e biblioteche con lo scopo di utilizzare i libri come strumenti di interazione e di contatto tra il mondo del bambino e quello dell’adulto, e “Nati per la musica”, che promuove l’esperienza musicale in famiglia come strumento di relazione (già durante la gravidanza) per uno sviluppo migliore del bambino. Inoltre, durante le visite, si affronta la prevenzione della dipendenza da videogiochi, internet, il cyberbullismo, le problematiche sessuali dell’adolescente e così via.

M.M.F.


LA SCOPERTA

Mantovani: ‘Dai vaccini benefici sull’immunità innata’

Un articolo di Alberto Mantovani (nella foto, il direttore scientifico di Humanitas) sul ‘New England Journal of Medicine’, spiega che l’immunità innata, la prima linea di difesa del nostro organismo, ha un ruolo chiave nella resistenza a batteri e virus patogeni assieme all’immunità adattiva, la linea di difesa più specifica che può essere potenziata con i vaccini. La novità, però, sta nel fatto che, secondo Mantovani, il sistema immunitario innato può essere “allenato” a difendere l’organismo. «Vaccinarsi – sostiene – può aumentare anche il tono di base dell’immunità innata e innescare la resistenza definita ‘agnostica’. E tale addestramento è direttamente collegato alla resistenza alle malattie infettive. Questo meccanismo di allenamento – continua – potrebbe contribuire a spiegare il fatto che i bambini siano meno colpiti da Covid-19. Infatti la maggior parte di loro è sottoposta a diverse vaccinazioni nei primi anni di vita». «In questo processo giocano un ruolo chiave le cellule mieloidi, in particolare i macrofagi, che contribuiscono all’attivazione, all’orientamento e alla regolazione delle risposte immunitarie. Allena l’immunità innata, per esempio, il vaccino contro il morbillo, che protegge non solo contro il virus specifico, ma anche più in generale contro le infezioni respiratorie. È ancora dubbio se lo stesso accada con il vaccino antinfluenzale, ma ciò non toglie che sia fortemente indicato. E certamente, la possibilità di innalzare il livello delle nostre difese di prima linea costituisce una strada da esplorare».

M.M.F.


«Non alleviamo figli narcisi, schiavi del look»

Lo psicologo Gustavo Pietropolli Charmet offre ai genitori una chiave di lettura dei disagi che attanagliano gli adolescenti

di Lorella Bolelli

Se all’improvviso un ragazzo chiede di cambiare squadra di calcio, scuola o anche solo oratorio, il genitore non sottovaluti il segnale, anche se all’apparenza non c’è un problema di socializzazione a determinare la scelta. «Certo non è facile valutare un disagio, ma basta grattare un po’ sotto la superficie per capire che alla base esiste un problema di inadeguatezza». Gustavo Pietropolli Charmet (nella foto), 82 anni, guru della psichiatria e psicoterapia, fondatore nel 1985 dell’Istituto Minotauro di Milano dove tiene attualmente la cattedra di Psicoterapia dell’adolescenza e dirige il consultorio gratuito, in cinquant’anni di carriera (ha insegnato Psicologia dinamica alla Statale e alla Bicocca di Milano) ha visto cambiare il mondo sotto i suoi occhi. «Il mestiere di genitore è diventato indubbiamente più difficile perché sono cambiate le dinamiche intra-familiari».
Quali sono state le mutazioni più evidenti?
«La questione centrale di questo momento storico è verificare se esiste ancora una sensibilità del giovane al principio dell’autorità. Abolite le regole e i castighi, è stato posto al centro dell’educazione il concetto di buona relazione. Vince il modello buonista che dimentica i doveri e tiene basso il livello di conflittualità intergenerazionale ».
Questo cosa implica?
«Che gli adulti ritengono che la quantità di dolore da irrogare ai figli debba tendere allo zero. E anche chi tenta di recuperare un po’ di severità fallisce perché ormai è entrato storicamente in crisi il patriarcato. Chi in casa rappresenta la legge e somministra i castighi in rapporto alle trasgressioni commesse non è più credibile».
Essere amici dei figli è quindi sbagliatissimo?
«Purtroppo i ragazzi oggi vengono cresciuti nella convinzione che la loro realizzazione debba reggersi sulla bellezza e il successo sociale. Così il timore più diffuso diventa quello di essere brutti, non cattivi. Il passo successivo è la ricerca spasmodica del cambio dei propri connotati o dimagrendo a dismisura fino all’anoressia o infliggendo al corpo ferite e tagli superficiali».
L’aiuto di un professionista su cosa interviene?
«Un tempo ci si rivolgeva allo psicologo perché dominavano i complessi edipici, più schematici di quelli narcisistici, ci si sentiva in colpa per aver trasgredito le leggi morali o religiose, i bambini venivani puniti e mortificati. Oggi ci si stende sul lettino perché delusi dalla propria immagine con il rischio incombente dei tre grandi flagelli contemporanei: il suicidio, l’anoressia e il ritiro dal mondo degli hikikomori ».
Esistono ancora pregiudizi verso lo strizzacervelli?
«La diffidenza è diminuita e sono i genitori a chiedere inizialmente una consulenza per sapere come regolarsi di fronte a un insuccesso scolastico, alla mancanza di amicizie, alla noia che attanaglia i figli».
Su quali elementi fa leva il professionista per ristabilire l’equilibrio interrotto?
«È importante la valorizzazione narcisistica di ciò che è realmente importante e non degli ideali spesso fuori target dei genitori. Vanno ricostruiti i passaggi della crescita, esaminate le decisioni sbagliate e fatti riconoscere i limiti. Spesso dietro questo smodato culto dell’immagine, si nasconde la paura di non essere nessuno in una società che impone aspettative non soddisfabili ».
Ma anche chi ce la fa spesso è vittima del male di vivere…
«Anche diventare famosi ha i suoi lati oscuri: si viene attaccati da tutte le parti, si scatenano invidie e maldicenze. In un mondo, peraltro, il cui futuro è imperscrutabile ».


I MANUALI PER CAPIRE CHI STA CRESCENDO

«I giovani di oggi ignorano il senso di colpa
Conoscono solo la vergogna dell’insuccesso»

Nel 2008 Gustavo Pietropolli Charmet pubblicava da Laterza la prima edizione (poi periodicamente ristampata) di ‘Fragile e spavaldo: ritratto dell’adolescente di oggi’ che fotografa una situazione tuttora attuale. «In presenza di una bassa autostima – riepiloga l’autore – la delusione prende spesso le forme della spavalderia, che è un’altra faccia della fragilità». Sulla tematica, a cui l’autore si è applicato per mezzo secolo, è uscito più di recente per Solferino Edizioni ‘Il motore del mondo’ che affronta le implicazioni di una parolachiave come vergogna. «Il padre che si presenta disarmato sulla scena familiare e crea un rapporto molto affettivo e poco etico, crea nella generazione successiva un’assoluta mancanza di rispetto per l’autorità, un apparente maggiore coraggio, senz’altro intraprendenza, ma anche la mortificazione per un insuccesso. Ci si sente umiliati se non si riceve l’approvazione del gruppo di riferimento, se non si ha successo sui social. Si riversa nella sfera pubblica, il sentimento della vergogna che una volta riguardava, per esempio, la sessualità. Non esiste più il senso di colpa, a una buona azione non corrisponde più un premio, un riconoscimento del merito, così come non si viene castigati se si disobbedisce. Il valore risiede nella realizzazione di sé, da perseguire indipendentemente dalla possibilità effettiva di raggiungere ideali spesso irrealizzabili. E anche il fallimento di aspirazioni irragiungibili viene vissuto con vergogna».

L. B.