«Passi da gigante per salvare i bambini malati»

Il professor Andrea Biondi: «Oggi l’80% dei pazienti oncologici pediatrici ha la probabilità di guarire»

di Franca Ferri

«Vogliamo curare di più e curare meglio i bambini malati di tumore. Per questo fare ricerca è fondamentale»: sono chiari gli obiettivi del professor Andrea Biondi (nella foto piccola a destra), professore ordinario dell’Università degli studi di Milano, direttore della Clinica pediatrica della Fondazione MBBM dell’Ospedale San Gerardo di Monza, uno dei centri italiani di punta per la cura delle neoplasie ematologiche pediatriche, nonché direttore scientifico della Fondazione Tettamanti. L’occasione sono i prossimi Giorni della Ricerca, con cui Fondazione AIRC accende i riflettori sull’universo cancro per informare sui recenti progressi della ricerca oncologica e per raccogliere nuove risorse da destinare al lavoro dei ricercatori.
Quanti sono in Italia i pazienti con queste patologie?
«Ogni anno curiamo, nei centri Aiop, circa 1450 bambini e adolescenti fino a 14 anni, e circa 800 ragazzi fra i 14 e i 18 anni. Di questi 2250 pazienti, l’80% ha la probabilità di guarire. Il nostro protocollo di diagnosi e cura, che viene applicato in tutta Italia, con la massima collaborazione fra i diversi centri, è uno dei nostri successi più importanti ».
Cosa significa quindi ’curare di più’?
«La sfida è curare con successo anche quel 20% di pazienti che oggi non ce la fa».
E ’curare meglio’?
«Fare in modo che il bambino che supera il tumore sia un adulto che deve essere considerato sano, e non malato cronico. Ad esempio, cerchiamo di prevenire gli effetti nocivi della terapia sulla successiva qualità di vita, dopo la guarigione».
Quanto conta la ricerca?
«Negli anni ’80 si parlava di ’tumori nel bambini’ in modo indistinto. Oggi sappiamo che, pur essendo in gran parte neoplasie ematologiche, c’è una estrema eterogeneità: grazie al sequenziamento del Dna abbiamo una ’patente genetica’ superdettagliata che aiuta ad indirizzare al trattamento più mirato. Abbiamo farmaci di diversi tipi: molecolari, oppure basati sul potenziamento del sistema immunitario, e altro ancora».
Come vengono seguiti oggi i pazienti guariti?
«Con il ’passaporto del guarito’, uno strumento ideato col collega Riccardo Haupt del Gaslini di Genova, e messo a regime grazie alle strutture informatiche del Cineca di Bologna e ad Aiop per il versante della privacy. È stato assunto come standard a livello europeo».
Cos’è e come funziona?
«Il passaporto registra tutti gli stadi della malattia e le cure fatte, e aiuta a valutare i rischi futuri in base alle terapie messe in atto: ad esempio, se il bambinopaziente ha ricevuto farmaci cardiotossici, si dovrà tenere sotto controllo più attentamente il cuore dell’adulto. Questo ci consente un monitoraggio degli effetti a lungo termine: l’obiettivo è arrivare a identificare ’prima’ della somministrazione i pazienti a rischio tossicità».
La terapia più rivoluzionaria?
«Un protocollo front-line, con farmaci che derivano da studi sulle ricadute. In pratica, dalla modulazione del rischio sono stati sviluppati nuovi farmaci. Non era mai accaduto nei 35 anni in cui me ne sono occupato»
Un miracolo, o quasi?
«No, la ricerca non procede per miracoli, ma con il lavoro puntuale di tanti ’operai’ che contribuiscono ai passi avanti. Un caso esemplare sono le ricerche sostenute da Airc, che in modo rigoroso, competitivo e controllato è sempre stata al mio fianco nel percorso di medico e ricercatore, fin dalla prima borsa di studio ad Harvard nel 1982».
Come si aiutano i genitori dei bambini malati?
«Innanzitutto il genitore deve sentirsi accolto, e deve scattare un rapporto di alleanza coi medici: lottiamo insieme per uno stesso traguardo. Senza dimentare il supporto che arriva da molte e importanti associazioni di volontariato».


I cioccolatini Airc rendono più dolce la ricerca

Il 7 novembre in oltre mille piazze i volontari offriranno ottimo cacao per dieci euro

La prima settimana di novembre, Fondazione Airc rinnova il tradizionale appuntamento con I Giorni della Ricerca per fare il punto sull’emergenza cancro e raccogliere nuove risorse per i ricercatori impegnati a contrastarla. Un momento che assume ancora maggiore importanza nell’anno in cui la pandemia di Covid-19 ha influito sui progressi della ricerca oncologica, rallentando l’attività nei laboratori e, soprattutto, il trasferimento dei risultati ai pazienti, in particolare per l’approvazione di nuovi farmaci o di nuove strategie terapeutiche.
I numeri confermano che il cancro è un‘emergenza mondiale. Ricercatori e medici non possono permettersi battute d’arresto: in Italia solo lo scorso anno sono stati diagnosticati 371.000 nuovi casi, più di 1000 al giorno. Per incidere su questi dati Airc sostiene con continuità circa 5.300 scienziati al lavoro per sviluppare diagnosi sempre più precoci e trattamenti più efficaci e mirati per tutti i pazienti. Grazie anche a questo straordinario impegno, il nostro Paese si mantiene al vertice in Europa per numero di guarigioni: oggi ci sono quasi 3,5 milioni di italiani che hanno superato una diagnosi di cancro e in molti casi hanno un’aspettativa di vita paragonabile a quella di chi non si è mai ammalato.
Airc guarda al futuro con fiducia, nonostante le difficoltà di questi mesi, come sottolinea Federico Caligaris Cappio, il direttore scientifico della Fondazione: «A differenza di altre charities europee più colpite dalla crisi da pandemia, noi manterremo nei prossimi anni l’impegno di finanziare i progetti pluriennali già approvati, rafforzando così la spina dorsale della ricerca oncologica italiana. Per alcuni tumori come quello mammario, le leucemie acute nell’infanzia e il linfoma di Hodgkin, siamo arrivati al cosiddetto ultimo miglio, mentre per altre forme più complesse, come il melanoma e il tumore del polmone, la strada è lunga ma ora, finalmente, assistiamo a un cambio di paradigma terapeutico che sta determinando un significativo miglioramento della sopravvivenza, ma ancora insufficiente. È fondamentale quindi non fermarsi e continuare a lavorare sulla conoscenza delle caratteristiche molecolari dei tumori dando fiducia ai nostri scienziati impegnati prevalentemente in strutture pubbliche – laboratori di università, ospedali e istituzioni scientifiche – con un beneficio tangibile per i sistemi della ricerca e della sanità dell’Italia».
Pronte e disponibili anche le migliaia di volontari per la distribuzione dei Cioccolatini della Ricerca sabato 7 novembre in oltre mille piazze. A fronte di una donazione minima di 10 euro sarà possibile ricevere una confezione con 200 grammi di cioccolato fondente, alimento che assunto in modica quantità può portare benefici in quanto contiene i flavonoidi, sostanze della famiglia dei polifenoli, con proprietà antiossidanti e antinfiammatorie. Tutte le informazioni sulla distribuzione saranno disponibili su airc.it o chiamando il numero 840.001.001 (uno scatto da tutta Italia, attivo 24 ore su 24 da martedì). Al fianco dei volontari si schiera Banco BPM, che rinnova il proprio impegno coinvolgendo i suoi tantissimi dipendenti. Si possono anche ordinare su Amazon.it.


Parola d’ordine: screening
Pochi gesti, grandi risultati

Seno, colon, utero, prostata, polmone: gli esami preventivi servono a diagnosticare la malattia nelle fasi iniziali, riducendo così i rischi

di Antonio Alfano

La prevenzione è un’arma sicura nella lotta contro i tumori. Per centrare meglio l’obiettivo, la strategia si articola su tre livelli di intevento a secondo dei casi: prevenzione primaria, secondaria e terziaria. La prevenzione primaria si orienta verso tutte le persone sane, per evitare la comparsa di un tumore (seno, colon, utero, prostata, polmone). «Questi interventi – per l’Istituto superiore di sanità – sono finalizzati a diminuire le probabilità che si verifichi un evento avverso non desiderato, sono volti cioè alla riduzione del rischio di malattia». La prevenzione secondaria è rivolta a chi ha già una neoplasia, seppure in fase iniziale. «La prevenzione secondaria, mirata alla diagnosi iniziale non solo del cancro del colon-retto, ma anche della mammella e della cervice uterina – sostengono gli esperti dell’AIOM, Associazione Italiana di Oncologia Medica – riveste un ruolo essenziale nella lotta contro i tumori. Le possibilità di guarigione sono molto alte quando le neoplasie sono scoperte in fase precoce».
Il braccio operativo della prevenzione secondaria è rappresentato appunto dagli screening. Coinvolgono una vasta fascia della popolazione consentendo di riconoscere la malattia prima che mostri i sintomi. Oltre ai tumori del colon-retto, mammella, cervice uterina possono interessare anche altri tumori come quelli della prostata, polmone, ecc. «Sono esami – raccomandano gli specialisti dell’American Cancer Society – effettuati in pazienti che non mostrano sintomi e possono appartenere a categorie a rischio. È importante eseguirli, perché possono favorire la riduzione la mortalità per cancro attraverso una diagnosi di malattia in fase precoce e curabile». Il Covid-19 ha fatto sentire il suo peso anche sugli screening. «Tra gli effetti della pandemia– rileva l’Osservatorio Nazionale Screening – si è verificata una sospensione delle prestazioni di screening nei mesi di marzo e aprile 2020, anche se in modo non omogeneo su tutto il territorio nazionale. A partire da maggio i programmi di screening sono stati riattivati, con tempistiche, intensità e modalità diverse fra le varie Regioni e all’interno della stessa Regione».
Gli interventi di prevenzione terziaria scattano nelle persone che hanno un tumore e di cui si ritiene possibile la guarigione. «Consiste nell’accurato controllo clinico-terapeutico di malattie ad andamento cronico o irreversibili – chiarisce l’Istituto superiore di sanità – ed ha l’obiettivo di evitare o comunque limitare la comparsa di complicazioni tardive».


Tumori gastrointestinali

La prima carta dei diritti

Colpiscono ogni anno circa 80mila persone, e sono spesso diagnosticati in fase avanzata. Chi convive con un tumore gastrointestinale, nello specifico le neoplasie di stomaco, colon-retto e pancreas, deve spesso fare i conti con tempi lunghi dell’iter diagnostico, disomogeneità nella presenza delle strutture di eccellenza, carenza della continuità assistenziale. Per questo FAVO, la Federazione italiana delle Associazioni di volontariato in Oncologia ha lanciato la prima Carta dei Diritti dei pazienti con tumori gastrointestinali (#TumoriGIFacciamociSentire) un documento validato da AIOM, Associazione Italiana di Oncologia Medica, che afferma otto principi: il diritto all’assistenza multidisciplinare, con la creazione dei team multidisciplinari (tumor board), la definizione di una rete centri di eccellenza, che assicuri standard omogenei sul territorio; il diritto alla migliore terapia in ogni fase della malattia, fino al supporto nutrizionale, psiconcologico e palliativo e alla continuità assistenziale tra l’ospedale e il domicilio del paziente.


Alleanza strategica contro il diabete

Paziente, medico di base e specialista: l’obiettivo è prevenire complicanze cardiovascolari e renali

di Federico Mereta

La parola d’ordine è scoprirlo presto e tenerlo a bada nel tempo, per limitare il rischio che compaiano le complicazioni a carico delle arterie, del sistema nervoso e del metabolismo. Stiamo parlando del diabete: ancora oggi in Italia, a fronte di stime che parlano di circa tre milioni di pazienti che hanno avuto la diagnosi della patologia, circa un milione e mezzo di persone non saprebbe di esserne affette. In questo quadro, occorre ricordare che esistono diverse forme: il diabete di tipo 2 è quella più diffusa, riguarda oltre il 90 per cento dei casi, ed è una patologia cronica caratterizzata da un eccesso di zuccheri nel sangue, iperglicemia, che può causare frequenti complicanze cardiovascolari e renali, precoci e spesso fatali. Lo scompenso cardiaco è una delle complicanze più precoci nei soggetti con diabete di tipo 2, per i quali rappresenta la prima causa di ospedalizzazione nel nostro Paese, associata purtroppo ad una elevata mortalità a 5 anni dalla diagnosi. Inoltre circa il 40 per cento dei pazienti diabetici sviluppa nefropatia che quando si manifesta è spesso in una fase troppo avanzata per poter agire.
«Queste complicanze impattano fortemente sulla qualità di vita – spiega Paolo Di Bartolo, Presidente Associazione Medici Diabetologi (AMD) – e la prevenzione rappresenta uno strumento fondamentale per contrastarle. La sfida di oggi, infatti, non è la cura della malattia conclamata ma una sua corretta gestione per prevenire tempestivamente le complicanze nei numerosissimi pazienti che presentano almeno un fattore di rischio, come l’ipertensione, l’abitudine al fumo o dislipidemia. Il controllo medico diventa parte integrante della terapia e la collaborazione dei pazienti diabetici nel richiedere una consulenza costante risulta importantissima».
In quest’ottica di prevenzione entra in gioco il medico di medicina generale: a lui va il compito di identificare quei pazienti per i quali è necessaria una consulenza specialistica. La presa in carico a quattro mani, tra diabetologi e medici di famiglia, rappresenta la base della collaborazione su cui costruire modelli virtuosi di presa in carico del paziente. «La gestione integrata del paziente cronico è importante – segnala Gerardo Medea, Responsabile Nazionale Area Metabolica Società Italiana Medicina Generale (SIMG) – ma è necessario facilitare il percorso di cura del cittadino. Ad oggi, purtroppo, la prescrizione di farmaci innovativi che riducono le complicanze cardiovascolari e renali è permessa solo agli specialisti diabetologi, creando spesso una situazione di discriminazione inaccettabile tra i diversi pazienti. Per vincere la sfida della gestione corretta del paziente e della prevenzione delle patologie cardiorenali è necessaria una alleanza strategica tra medico di medicina generale, specialista, paziente ma anche istituzioni ».
Quello che è certo, specie in questo periodo caratterizzato da Covid-19, è che le persone con diabete, per la natura cronica della malattia, necessitano di una assistenza continua. «Noi ne siamo i testimoni perché spesso siamo il loro primo punto di contatto – ricorda Rita Lidia Stara, Comitato Diabete Italia e referente del progetto ’La Settimana del Diabete ’–. Recentemente ho visto molti pazienti far scendere il livello di attenzione per il controllo della malattia e delle sue complicanze; con questa iniziativa vogliamo rimettere il diabete al centro dell’attenzione di tutti. Ne sono particolarmente entusiasta per il valore sociale del progetto che vede coinvolti i protagonisti del diabete in Italia con l’obiettivo di mettere a disposizione di persone particolarmente fragili risorse importanti, gratuitamente e sinergicamente; è una iniziativa sociale rivolta a chi si trova in difficoltà, ed è il motivo per cui è promossa da Diabete Italia; ci auguriamo che ci siano altre iniziative simili anche in futuro. Diabete Italia si sta impegnando molto per ottenere più attenzione sulla malattia diabetica, per cui le progettualità non saranno concentrate solo in una settimana ma in tutto l’anno»


Cinque giorni di info e consulti per conoscere meglio i rischi

A novembre sarà aperto numero verde per prenotare una consulenza specialistica

Si chiama Settimana del Diabete. Va dal 9 al 13 novembre ed è una campagna di sensibilizzazione rivolta alle persone con diabete di tipo 2 che grazie al numero verde 800 042747, potranno prenotare una consulenza informativa specialistica gratuita. Chiamando per prenotazioni il numero verde 800 042747 le persone con diabete di tipo 2 potranno prenotare un consulto informativo-educazionale specialistico e gratuito, che si terrà durante la settimana dal 9 al 13 novembre, in uno dei circa 40 centri che hanno aderito alla iniziativa. L’elenco aggiornato è consultabile su www.settimanadeldiabete. it. L’obiettivo è aumentare la consapevolezza delle persone sulla patologia e sui rischi che può comportare per la salute. La campagna, che diventa estremamente importante nella logica del riconoscimento precoce della patologia e del suo monitoraggio corretto è realizzata da Diabete Italia Onlus con il patrocinio e il coinvolgimento della Società Italiana di Diabetologia (SID), dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD), della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure primarie (SIMG). La fruizione delle consulenze dell’iniziativa non comporta priorità per la prenotazione di visite diabetologiche o prestazioni diagnostiche successive, che dovranno essere poi prenotate secondo le modalità previste dalle autorità sanitarie locali.

F.M.


ONLINE

Un aiuto psicologico per sostenere gli operatori

L’emergenza sanitaria da Covid-19 ha portato alla sospensione di più di 580mila visite diabetologiche, di cui 20mila prime visite. Una situazione che produrrà un sovraccarico di lavoro del team di diabetologia, che inevitabilmente finirà per mettere sotto stress gli operatori sanitari. Per offrire un aiuto concreto al personale impegnato in diabetologia arriva InsideMeDiabete, un programma promosso con il patrocinio di SID, Società Italiana di Diabetologia, e AMD, Associazione Medici Diabetologi. Si tratta di un servizio di consulenza psicologica online, da sviluppare durante la fase post emergenza Covid-19, per aiutare diabetologi, infermieri, nutrizionisti, dietisti, psicologi, podologi, che tutti i giorni si prendono cura dei pazienti diabetici, a prevenire il rischio burnout, migliorare la gestione del disagio emotivo e ridurre il rischio di conseguenze psicologiche a lungo termine. Il servizio è online sul sito web www.insidemediabete.it e comprende una piattaforma online che offre mille ore di consulenza, affidate a una squadra di 20 psicologi e psicoterapeuti per favorire il benessere psicologico degli operatori sanitari del team di diabetologia attraverso un supporto di consulenza psicologica nell’area personale, lavorativa e relazionale.

Alessandro Malpelo


«Ridurre il rischio fratture oggi è possibile»

Stefano Lello (Policlinico Gemelli di Roma): «Abbiamo nuove formulazioni di farmaci che aumentano l’aderenza al trattamento»

di Maurizio Maria Fossati

“Sono scivolata e mi sono fratturata il femore”. Quante volte lo abbiamo sentito dire? Certamente molte. Ma non è detto che la frattura sia sempre la conseguenza di una caduta violenta. «È colpa dell’osteoporosi – afferma Stefano Lello (nella foto piccola a destra), Dipartimento Tutela Salute Donna e Bambino, Fondazione Policlinico Gemelli- IRCCS, Roma e segretario della Società Italiana di Ginecologia della Terza Età (SIGiTE) –. Sì, proprio colpa dell’osteoporosi: una riduzione della resistenza dell’osso». «I fattori di ‘rischio osteoporosi’ – spiega – sono diversi. Tra loro troviamo l’età, il sesso femminile, la menopausa, l’abitudine a fumo e alcol, alcune terapie come per esempio il cortisone, i malassorbimenti intestinali, il basso peso corporeo, l’amenorrea prolungata, cioè l’assenza di ciclo mestruale per periodi superiori a tre mesi, la familiarità. Ma oggi, la disponibilità di diversi trattamenti consente di personalizzare l’intervento di prevenzione o terapia con grande efficacia ».
Dottor Lello, quali sono le fratture da osteoporosi più frequenti?
«Quelle delle vertebre, del femore e del polso. Di fatto, fino a che non si verifica una frattura, l’osteoporosi è una malattia silente, per cui può essere facilmente sotto-diagnosticata e quindi sotto-trattata».
Come si diagnostica l’osteoporosi?
«Con un esame semplice da effettuare, detto ‘mineralometria ossea computerizzata’ o, più comunemente MOC, che misura la densità dell’osso. Solitamente, tale esame analizza i due siti scheletrici più rappresentativi: la colonna lombare e il femore. Negli ultimi anni, alla densitometria classica, si è affiancato un altro dato che si può ottenere durante l’esecuzione della MOC, detto ‘punteggio trabecolare’ (Trabecular Bone Score, TBS), che è un parametro che fornisce informazioni sulla struttura interna a livello delle vertebre e aiuta a valutare in maniera più completa la resistenza dello scheletro».
Prevenzione innanzitutto, ma come?
«Soprattutto le donne, colpite da osteoporosi in rapporto di 4 a 1 rispetto ai maschi, devono fare prevenzione arricchendo la massa ossea fin dall’adolescenza, periodo di formazione della struttura scheletrica. Un ruolo primario nell’ambito della supplementazione è rivestito dalla vitamina D, fondamentale nel regolare l’equilibrio fosfo-calcico. La vitamina D promuove l’assorbimento di calcio e fosforo a livello intestinale. Il calcio, fondamentale per combattere le fratture, viene assunto con la dieta (latticini, pesce, verdure, frutta secca, acqua ecc.). Qualora insufficiente, si possono usare supplementi a base di calcio».
E poi, comunque, ci sono i trattamenti farmacologici preventivi o terapeutici?
«Certo. La pillola estroprogestinica in pre-menopausa, quando c’è un’iniziale perdita scheletrica, sembra proteggere la massa ossea. E la terapia ormonale sostitutiva in menopausa, se iniziata come da linea guida entro i 60 anni di età o nei primi 10 anni dopo l’inizio della menopausa, è in grado di prevenire l’osteoporosi e le fratture correlate. Altra classe di farmaci sono i modulatori selettivi del recettore estrogenico (SERMs), che agiscono come un estrogeno sull’osso e come un antiestrogeno su altri tipi di organi come la mammella. I SERMs possono ridurre il rischio di sviluppare osteoporosi e fratture».
I bisfosfonati continuano a fare la parte del leone?
«Sì. Il trattamento più diffuso è rappresentato proprio dai bisfosfonati, farmaci di efficacia e sicurezza ormai assodata, in grado di bloccare la perdita ossea e ridurre il rischio di frattura. I bisfosfonati possono essere assunti con somministrazione quotidiana, settimanale, mensile o annuale. E oggi sono disponibili anche nuove formulazioni volte ad aumentare l’aderenza del paziente alla terapia, aspetto essenziale per assicurare l’efficacia del trattamento e quanto mai rilevante in un momento come quello che stiamo vivendo in cui il rapporto medico-paziente può essere difficoltoso a causa del ridotto accesso agli ambulatori ».
Ci sono altri rimedi?
«Altro farmaco di grande impatto positivo è il denosumab, somministrato per via sottocutanea ogni sei mesi, che assicura una riduzione significativa del rischio di frattura. Un prodotto, inoltre, che stimola la formazione di nuovo osso è il teriparatide, da somministrare una volta al giorno per via sottocutanea. In ogni caso, per potenziarne l’efficacia contro le fratture, si raccomanda di associare ai diversi farmaci per il trattamento dell’osteoporosi un adeguato apporto di calcio e vitamina D».


Se il ginocchio fa crac la partita non è persa

«Traumatologia dello sport» nel solco della scuola ortopedica toscana
Le nuove generazioni di specialisti e le nuove tecniche di intervento

Il camice bianco come simbolo di una missione, la formazione continua come strumento fondamentale. E l’aggiornamento scientifico che dai maggiori centri europei torna in Italia per offrire sempre di più tecniche innovative: così la tradizionale ’Scuola ortopedica toscana’ si rilancia con le nuove generazioni di medici. E si innova. Uno dei fiori all’occhiello dell’Azienda ospedaliera universitaria di Careggi a Firenze è il servizio di «Traumatologia dello Sport» del Centro traumatologico ortopedico, istituito nell’ambito della Clinica ortopedica diretta dal professor Massimo Innocenti, un importante centro di riferimento per il trattamento dei traumi del ginocchio nei pazienti sportivi (e non solo). Il responsabile del servizio è Fabrizio Matassi, dirigente medico Aou Careggi, specializzato in Ortopedia con particolare indirizzo sulla chirurgia del ginocchio. L’attività chirurgica si svolge al Cto di Firenze, all’Istituto fiorentino di cura e assistenza Ulivella e all’ospedale della Valtiberina di Sansepolcro. Dal settembre 2019 ad oggi sono stati eseguiti oltre 250 interventi chirurgici al ginocchio, ripartiti alla grande dopo il periodo di lockdown, con prevalenza di ricostruzioni del legamento crociato anteriore ed interventi sul menisco (più interventi di maggiore complessità) tanto da divenire appunto centro di riferimento italiano per i traumi del ginocchio. Per la ricostruzione del legamento il trattamento chirurgico viene eseguito in artroscopia mediante due piccole incisioni e con l’ausilio di una telecamera. «Il trapianto più frequentemente impiegato per ricostruire il legamento crociato anteriore è costituito dai tendini dei muscoli semitendinoso e gracile o in alternativa dal tendine rotuleo» spiega Matassi. Si procede così alla realizzazione di due tunnel ossei, uno tibiale e uno femorale per raggiungere i punti di inserzione anatomica del legamento crociato anteriore. «Solo così è possibile ripristinare l’anatomia articolare e dunque la piena funzionalità dell’articolazione» sottolinea ancora Matassi. La ricostruzione del legamento crociato anteriore è fondamentale per garantire la stabilità del ginocchio e ridurre la velocità di progressione dell’osteoartrosi. Le moderne tecniche chirurgiche, attuate dal servizio «Traumatologia dello sport» permettono mini invasività capace di ridurre i tempi di recupero ed estrema precisione tale da garantire il recupero della funzionalità dell’articolazione. Il giorno dopo l’intervento il paziente è in piedi ed inizia il periodo di riabilitazione.

Luigi Caroppo


LA CURIOSITÀ

Da infortunato a camice bianco

Fabrizio Matassi, 39 anni, specialista in Ortopedia e traumatologia, punto di riferimento al Cto di Firenze. E’ un «cervello» che è voluto rimanere e attingere dall’Europa nuove conoscenze. Perfezionatosi in Belgio, ha avuto esperienze nei principali centri di traumatologia dello sport di Francia, Austria, Spagna, Portogallo, Svizzera e Slovenia. Ha voluto fare il chirurgo ortopededico proprio da ragazzo quando il suo sogno sportivo si è interrotto. «Fin da piccolo sognavo di diventare un giocatore di pallavolo – ricorda – All’età di 17 anni ho subito un grave infortunio al ginocchio che mi ha costretto ad interrompere l’attività sportiva. Inconsciamente tutto ciò ha segnato l’inizio della mia carriera professionale ed ha mosso in me un desiderio di conoscenza verso le patologie dello sport del ginocchio che altrimenti non avrei avuto». Così proprio lui ’vittima’ di un trauma dello sport si immedesima con più facilità con i suoi pazienti: «Capisco perfettamente cosa significa vedere interrotta la propria attività sportiva e provo grande empatia verso i miei pazienti tanto da condividere con loro la sofferenza e la gioia del ritorno allo sport».