Più diagnosi di tumore, ma crescono i guariti

I dati del rapporto Aiom all’Istituto Superiore di Sanità ’I numeri del cancro in Italia nel 2020’. Sono 6000 i casi in più stimati per le donne

di Alessandro Malpelo

In Italia sono stimati quest’anno 377mila nuovi casi di tumore, circa 6mila in più rispetto allo scorso anno: 195mila negli uomini e 182mila nelle donne (nel 2019 erano 196mila e 175mila). L’incremento riguarda essenzialmente le donne, essenzialmente per l’aumento dei casi di cancro al polmone legato al fumo di sigaretta. Ma c’è una notizia confortante, crescono infatti le guarigioni, grazie alle nuove terapie e agli screening, tanto è vero che la schiera dei sopravvissuti dopo diagnosi di cancro è cresciuta (+37%) rispetto a 10 anni fa, e non si ferma qui. Considerazioni che emergono del rapporto intitolato “I numeri del cancro in Italia 2020”, presentato a Roma all’Istituto superiore di sanità (ISS).
Siamo alla decima edizione di questo dossier, frutto del lavoro degli specialisti dell’Associazione Italiana Oncologia Medica (AIOM), con l’Associazione Registri Tumori (AIRTUM), la Società Italiana di Anatomia Patologica, Fondazione AIOM, PASSI (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia). «Aumentano le diagnosi di melanoma e di tumore del pancreas in entrambi i sessi – ha argomentato Giordano Beretta, presidente nazionale AIOM, nonché responsabile dell’Oncologia medica alla Humanitas Gavazzeni di Bergamo – tra le donne, continuano a salire i numeri del carcinoma polmonare, in particolare nelle over 70, principalmente a causa del fumo di tabacco. In crescita anche le diagnosi di carcinoma mammario, soprattutto nelle under 50, anche come conseguenza dell’estensione della fascia d’età sottoposta a screening in alcune Regioni. In calo, negli uomini, le neoplasie prostatiche, per il minor ricorso al PSA come test di screening. E risultano in calo, in entrambi i sessi, i tassi di incidenza per i tumori dello stomaco e del fegato, per cui si può ipotizzare un effetto della vaccinazione anti epatite B e dei trattamenti con antivirali ad azione diretta per l’epatite C. L’efficacia dello screening nel tumore del colon-retto è evidente non solo nel costante calo delle diagnosi, ma anche nel miglioramento della sopravvivenza a 5 anni, aumentata dal 52% degli anni Novanta al 65% attuale, anche per l’efficacia delle terapie negli stadi più avanzati».
A fronte di terapie più efficaci, le note dolenti restano quelle relative agli scorretti stili di vita: circa il 40% dei nuovi casi di tumore sarebbe potenzialmente evitabile. A fare la differenza è la prevenzione. La pandemia ha peggiorato la situazione con lo stop agli esami. Gli screening «non sono ancora ripresi dappertutto e persiste una situazione a macchia di leopardo tra le Regioni. Il fatto – spiega ancora il presidente Aiom, Beretta – è che in varie realtà i nuovi inviti a effettuare gli screening non sono ancora ripartiti, perché il personale delle Aziende sanitarie è impegnato a convocare le persone per i tamponi e non riesce ad avviare i cittadini agli screening ». Ma il Covid-19, ammonisce, «non può diventare un alibi e una giustificazione per la mancata ripresa degli esami oncologici ».


Combinazione di molecole e inibitori
Nella cura del rene l’unione fa la forza

L’immuno-oncologia raddoppia il tasso di risposta e fa crescere la speranza di vita anche per i carcinomi in fase avanzata

Le speranze di cura nel tumore del rene sembrano a volte una corsa a handicap, dato che il 35 per cento dei pazienti arriva alla diagnosi in fase avanzata o metastatica. In questi casi l’immuno- oncologia, l’approccio che potenzia le difese naturali per combattere con più forza la neoplasia, cambia lo standard di cura. Oltre il 50% dei pazienti trattati con la combinazione di due molecole immuno-oncologiche, nivolumab e ipilimumab, è vivo a 4 anni e la combinazione di nivolumab con una terapia mirata, cabozantinib, ha notevolmente migliorato la sopravvivenza globale, ha raddoppiato la sopravvivenza libera da progressione e il tasso di risposta oggettiva. Sono i risultati principali degli studi di fase 3, Check- Mate -214 e CheckMate -9ER, presentati al congresso della Società Europea di Oncologia Medica (Esmo).
«Nei tumori renali – afferma Sergio Bracarda, direttore Oncologia medica e medicina traslazionale dell’Azienda Ospedaliera Santa Maria di Terni – la chemioterapia e la radioterapia si sono dimostrate, storicamente, poco efficaci, mentre il trattamento di elezione per la malattia localizzata è rappresentato dalla chirurgia, ma solo nel 30% dei casi abbiamo la completa guarigione, perché la malattia può recidivare in forma metastatica, cioè ripresentarsi, e riemergere dopo l’intervento. Nivolumab è stato il primo inibitore di checkpoint immunitario approvato in seconda linea, cioè in pazienti già trattati. L’immuno-oncologia sta aprendo prospettive importanti anche in prima linea, grazie alle diverse opzioni di combinazione con farmaci immunologici o antiangiogenici oggi disponibili».
Nel 2019, in Italia, sono stati stimati 12.600 nuovi casi di tumore del rene e più di 129mila persone vivono dopo la diagnosi. CheckMate -214 è uno studio di fase 3, randomizzato, che ha valutato, in prima linea, la combinazione di nivolumab e ipilimumab rispetto allo standard di cura costituito da sunitinib, nei pazienti con carcinoma a cellule renali avanzato. «Abbiamo di fronte il più lungo follow-up per una combinazione immunoterapica in prima linea nel carcinoma a cellule renali avanzato – spiega Giuseppe Procopio, responsabile dell’Oncologia medica genitourinaria della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – con risultati che segnano un grande passo in avanti in termini di speranza di vita».
Emergono importanti prospettive anche dalla combinazione dell’immuno-oncologia con la terapia a bersaglio molecolare. «Nello studio di fase 3 CheckMate -9ER, che ha coinvolto 651 pazienti, nivolumab in combinazione con cabozantinib, un inibitore tirosin-chinasico, ha ridotto il rischio di morte del 40% rispetto a sunitinib – sottolinea Sergio Bracarda – con un buon profilo di tollerabilità. Cabozantinib crea un microambiente tumorale che rende più efficace l’azione dell’immunoterapia, consentendo un’attività antitumorale sinergica in combinazione con nivolumab. I dati contribuiscono a rafforzare il valore della combinazione di nivolumab e cabozantinib in prima linea per i pazienti per cui viene scelto il regime costituito dall’immunoterapia con un inibitore di tirosin-chinasi».
All’Esmo è stata presentata anche l’esperienza italiana della combinazione ipilimumab e nivolumab, il programma per uso compassionevole della ben nota combinazione, introdotta nella pratica clinica quotidiana.


«Oggi per il polmone abbiamo armi concrete»

La dottoressa Marina Chiara Garassino: «Risultati incoraggianti che ci danno possibilità terapeutiche anche per pazienti già trattati»

Risultati incoraggianti, nel tumore del polmone non a piccole cellule, vengono dallo studio CHRYSALIS che ha indagato una inedita combinazione di farmaci amivantamab e lazertinib. In questi anni si sono moltiplicate le ricerche volte a trattare in modo più efficace le forme di tumore polmonare. Ne abbiamo parlato con Marina Chiara Garassino, responsabile dell’Oncologia medica toraco-polmonare nella Fondazione IRCCS Istituto Nazionale di Tumori di Milano. Le prospettive sono cambiate grazie all’immunoterapia e alle terapie target. Si sono registrati miglioramenti misurabili in termini di anni di vita guadagnati rispetto a quando la prognosi era una sorta di lotteria, o di conto alla rovescia.
Per cogliere l’approccio innovativo occorre tenere a mente che esistono specifiche alterazioni molecolari che si manifestano nei tessuti, in un certo numero di soggetti, per cui è possibile trovare la combinazione di farmaci giusta per il paziente giusto sulla base di queste impronte biologiche o genetiche. Ma anche in assenza di queste maniglie molecolari, se così possiamo definirle, abbiamo comunque dei risultati che raddoppiano la sopravvivenza, con combinazioni immunoterapia chemio. Tra le forme di neoplasia polmonare nelle quali si fanno progressi parliamo di quelle con recettore EGFR- mutato, che rappresentano il 10 per cento di tutta la casistica. «Abbiamo visto i risultati preliminari degli studi riguardanti l’impiego di un farmaco come amivantamab – ha affermato la dottoressa Garassino – i dati suggeriscono un’elevata attività e sono promettenti. Questo ci permette di offrire alternative ai pazienti, sia migliorando la terapia iniziale, sia intervenendo nel momento in cui vanno in progressione ai primi farmaci somministrati».
La diagnosi precoce aumenta le chance, se hai l’occasione ad esempio di sottoporti allo screening con Tac spirale, che potrebbe svelare in anticipo una lesione operabile. Ma la realtà è che a volte i guai vengono a galla troppo tardi, quando si riscontrano tumori non più aggredibili chirurgicamente. Questi tessuti atipici, che spesso hanno prodotto metastasi a distanza, possono presentare mutazioni dai nomi sofisticati. In particolare lo studio CHRYSALIS (crisalide) è specifico per la mutazione del gene EGFR, una particolarità scoperta nel 2004, per la quale già abbiamo farmaci potenti. Purtroppo, dopo un periodo più o meno lungo di trattamento, si sviluppano meccanismi di resistenza. Ecco perché l’industria farmaceutica sta sviluppando sequenze capaci di superare queste resistenze o addirittura di prevenire la loro insorgenza. In Italia, capofila l’Istituto dei Tumori di Milano, prende il via l’impiego di lazertinib e amivantamab.
L’elemento di novità consiste in un anticorpo bispecifico che afferra la cellula neoplastica e la neutralizza, riduce le masse neoplastiche e il tumore primitivo nel polmone. Se le rose fioriranno lo dovrà dire Mariposa (farfalla), studio confermativo di fase 3, anche questo molto promettente. Amivantamab è un anticorpo umano bispecifico, un braccio si fissa alle mutazioni EGFR (recettore del fattore di crescita epidermico) e l’altro aggancia MET, fattore di transizione epitelio-mesenchimale. Viene somministrato in combinazione con lazertinib, inibitore tirosin- chinasico dell’ EGFR di terza generazione.

Alessandro Malpelo


JANSSEN E AIL

Le nuove strade per l’ematologia

Prende il via la campagna nazionale “Stiamo percorrendo nuove strade” promossa da Janssen con AIL. «Negli ultimi trent’anni abbiamo messo a punto farmaci importanti tanto per la cura dei tumori solidi, quanto per quelli ematologici, mieloma multiplo, leucemia linfatica cronica, linfoma mantellare, la leucemia mieloide acuta, sindromi mielodisplastiche, la macroglobulinemia di Waldenstrom». Così Massimo Scaccabarozzi, presidente e Ad Janssen Italia, in conferenza stampa a Roma. Prova ne sia che l’Oms ha inserito bortezomib, trattamento del mieloma multiplo, nella lista dei farmaci essenziali per l’umanità. Janssen Oncology, ha sviluppato campagne informative rivolte al grande pubblico, come testimonia il portale www.lmcome.it dedicato ai tumori ematologici.


Doppio attacco alle cellule malate
I traguardi dell’immunoterapia

I farmaci a piattaforma ponte su anticorpi BiTE si dimostrano efficaci sia nelle neoplasie solide che per le leucemie

L’immunoterapia risveglia le difese naturali dell’organismo e le scaglia con più forza contro il cancro. Un filone di indagine è imperniato sui Bispecific T cell Engager (anticorpi BiTE). Qui il farmaco consiste di una piattaforma con due braccia, permettendo alle cellule immunitarie di agganciare ed eliminare, una dopo l’altra, le cellule tumorali. Sono soluzioni attualmente allo studio per diversi tipi di tumore, come il mieloma multiplo e il glioblastoma. All’ultimo congresso della Società europea di oncologia Esmo è stato anche presentato uno studio su una molecola BiTE contro il cancro alla prostata metastatico e refrattario ad altre terapie. Secondo Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di Sanità e direttore del Dipartimento di Oncoematologia all’Ospedale Bambino Gesù di Roma, nelle malattie ematologiche e nella leucemia linfoblastica acuta, in particolare, la piattaforma ponte tipo BiTE ha mostrato tutta la sua validità, sia nel caso di malattia residuale minima sia in neoplasie attive. Fermo restando il ruolo fondamentale della chemioterapia quando serve, in prospettiva l’obiettivo sarà di curare con minori effetti collaterali. Contro la leucemia linfoblastica acuta, tumore aggressivo del sangue che colpisce gli adulti ma soprattutto i bambini, con 400 casi l’anno in Italia, il nuovo trattamento con blinatumomab ha ottenuto il via libera dell’Aifa per l’estensione d’uso sia negli adulti con malattia residua, sia nei bambini, quando la malattia si ripresenta o non regredisce dopo due precedenti linee di trattamento o dopo essere stati sottoposti a trapianto di staminali. Si parla di ‘residuo minimo di malattia’ quando pochissime cellule tumorali sono sopravvissute, ormai invisibili agli esami standard dopo che la malattia è andata in remissione.
Proprio l’attacco alla malattia residua, ha spiegato Renato Bassan, direttore dell’Unità di ematologia dell’Aulss Serenissima, nel corso di un incontro tra clinici a Venezia, è la premessa per arrivare in futuro all’eradicazione definitiva di queste emopatie. Infatti, in circa il 30% dei pazienti adulti con leucemia da precursori delle cellule B del sangue, anche dopo la remissione permane un minimo numero di cellule leucemiche rilevabili solo con tecniche di citofluorimetria o di biologia molecolare e potenzialmente in grado di dare una recidiva. A questo punto entra in azione la nuova immunoterapia, un anticorpo che avvicina e lega due bersagli, costruendo un ponte che connette le cellule T, gli agenti più potenti del sistema immunitario, alle cellule tumorali che vengono annientate. Secondo il professor Locatelli, blinatumomab rappresenta uno degli esempi di maggiore successo dell’immunoterapia moderna.

Alessandro Malpelo


La risposta può arrivare dal passato

Gli studi del professor Generoso Bevilacqua (Pisa): «Origine virale per il carcinoma mammario nell’antichità»

di Francesca Franceschi

Un virus sconosciuto trovato in resti umani dell’Età del Rame e del Rinascimento potrebbe tracciare la strada all’origine virale dei tumori mammari. La scoperta, frutto di una ricerca ideata e coordinata da Generoso Bevilacqua (nella foto piccola), professore di Anatomia Patologica dell’Università di Pisa, e pubblicata sulla rivista americana Aging, lascia intravedere la possibilità di un vaccino come accaduto per il Papilloma virus e il carcinoma del collo dell’utero.
Professore, la sua ricerca prova che il cancro del seno nella donna è virale?
«No, ma è un passo importante in questa direzione».
Quando ha iniziato a occuparsi di questo argomento?
«Circa 45 anni fa studiando i tumori della mammella del topo e il virus che li causa, l’MMTV, un betaretrovirus trasmesso dalla mamma ai piccoli attraverso il latte. Un risultato importante fu come il virus venga assorbito nell’intestino tenue».
Qual è il rapporto fra il tumore della mammella del topo e quello umano?
«Le somiglianze sono tali che già negli anni ’70 si cominciava a ipotizzare che anche il tumore della donna fosse virale. Ma solo nel 1995 Beatriz Pogo, professoressa di virologia al Mount Sinai di New York, grazie alle neonate tecniche di biologia molecolare, dimostrò che nel 40% di tumori mammari umani erano presenti sequenze genetiche dell’MMTV. Un risultato poi messo in discusisone perché altri laboratori non riuscirono a confermarlo ».
Cosa è accaduto dopo?
«Decisi di ripetere lo studio utilizzando una metodologia estremamente precisa e rigorosa ideata da Mauro Pistello, oggi Professore di Virologia a Pisa, che aveva messo a punto un metodo molto sensibile durante i suoi studi sul virus dell’AIDS del gatto. Ebbene, nel 2006 confermammo il 40% di casi positivi al virus».
Pensava già all’esistenza di un virus umano?
«Allora l’idea era una trasmissione diretta topo-donna ma non mi convinceva. Così mi misi a cercare le tracce del virus nella saliva. Nel 2015 il sorprendente risultato: l’MMTV si trova nella saliva del 10% della popolazione adulta sana e salta al 60% nelle pazienti con cancro. Questi dati suggerivano un MMTV umano e indicavano la saliva come mezzo di diffusione».
Come nasce lo studio sui corpi antichi?
«Sequenze virali in corpi antichi avrebbero chiarito definitivamente che quelle che troviamo nei tumori non sono del topo ma appartengono a un virus umano simile all’MMTV. Da Gino Fornaciari, padre della Paleopatologia, appresi che era possibile studiare i microrganismi presenti nel tartaro dei denti antichi. Fornaciari trovò ben 36 crani di varia epoca, dal 2700 AC al Rinascimento, e in sei di essi (due dell’Età del Rame) il tartaro conteneva le sequenze virali».
Quali sono le possibili implicazioni pratiche?
«Se l’azione cancerogena di questo virus sarà definitivamente dimostrata allora si potrà procedere con la messa a punto di vaccini. È indispensabile proseguire nelle ricerche. E così cerco ancora di fare».


Ottobre è il mese della Breast Cancer Campaign di Estée Lauder

Il nastro rosa che unisce le donne per battere il tumore al seno

Natasha Stefanenko testimonial della campagna ideata 28 anni fa da Evelyn H. Lauder

Un nastro rosa che diventa un un grande ed ampio abbraccio simbolico che ci unisce tutti: è il simbolo dell’edizione 2020 della Breast Cancer Campaign, ideata 28 anni fa da Evelyn H. Lauder e promossa da The Estée Lauder Companies. Il messaggio è chiaro e semplice: it’s #TimeToEndBreastCancer e la testimonial è, per la sesta volta, Natasha Stefanenko: «Sono fiera di indossare questo nastro rosa e ricordare a tutte le donne (ma anche agli uomini) l’importanza della prevenzione e della ricerca per rendere il tumore al seno una malattia curabile. È importante non smettere di lottare, sostenere anche concretamente la ricerca e garantire continuità al lavoro dei nostri scienziati: lo dobbiamo alle moltissime persone in attesa di una risposta concreta per vincere la loro personalissima battaglia!». Il tumore al seno è la neoplasia più frequente nel genere femminile: in Italia colpisce 53.000 donne ogni anno, una su nove nell’arco della vita. Grazie ai costanti progressi della ricerca, la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi è aumentata fino all’87%.
«La Breast Cancer Campaign è un impegno che vede Estée Lauder Companies coinvolta insieme ai suoi partner nella lotta contro il tumore al seno da ben 28 anni – dice Edoardo Bernardi, Amministratore Delegato e Direttore Generale di The Estée Lauder Companies Italia –. Sono fiero e orgoglioso di farmi portavoce di un messaggio tanto importante anche quest’anno al fianco di AIRC, che è una eccellenza italiana nella ricerca sul cancro».
L’illuminazione in rosa del Teatro alla Scala di Milano (nella foto) è stato il primo atto ad alta simbologia, visto che dal 1992 il nastro rosa è l’emblema universale della lotta contro il tumore al seno. Inoltre, The Estée Lauder Companies Italia sosterrà l’attività di AIRC devolvendo 5 euro per ognuno dei seguenti prodotti venduti nel mese di ottobre.


DAL CONGRESSO ESMO / 1

Per i casi più difficili nuovi trattamenti combinati con la chemio

Novità nel trattamento dei casi di tumore del seno più difficili. Nel corso del congresso Esmo 2020 sono state presentate conferme di efficacia dell’immunoterapia con Atezolizumab in combinazione con la chemio. «L’impiego del farmaco – ha scritto Lucia Del Mastro, professore di oncologia all’Università di Genova, responsabile breast unit Policlinico San Matteo – consente di migliorare il controllo della malattia e influisce sull’aspettativa di vita in un sottogruppo, circa il 40% di tutte le pazienti con carcinoma mammario metastatico triplo negativo». Candidabili al trattamento (oltre un migliaio in Italia) sono i casi che esprimono il biomarcatore PD-L1, idoneità da valutare con un apposito test. «La rapidità con cui saranno implementati i protocolli (PDTA) regionali – dichiara da parte sua Paolo Guzzonato, farmacologo della direzione scientifica di Motore Sanità – permetterà di offrire un accesso tempestivo alle pazienti con queste precise caratteristiche cliniche».


DAL CONGRESSO ESMO / 2

Terapia endocrina contro le recidive

L’aggiunta di Abemaciclib alla terapia endocrina adiuvante riduce del 25,3% il rischio recidiva di cancro al seno nelle donne in trattamento per carcinoma mammario in fase iniziale positivo al recettore ormonale (HR+) e negativo per il recettore del fattore di crescita epidermico umano (HER2-). L’annuncio è stato dato al congresso Esmo 2020, e pubblicato in simultanea sul Journal of clinical oncology. «Questi dati costituiscono una novità decisiva per le persone con carcinoma mammario in fase iniziale HR+, HER2- ad alto rischio, circa il 20-30% dei 53.500 casi di tumore al seno che si registrano ogni anno in Italia – ha rilevato Valentina Guarneri, professore associato di Oncologia medica presso l’Università di Padova, Istituto oncologico veneto – si tratta potenzialmente di uno dei più importanti progressi nel trattamento di questa popolazione di pazienti negli ultimi due decenni».


Terapia molecolare contro il gene mutato

Un nuovo farmaco, recentemente approvato, blocca la proteina anomala e potenzia l’ormonoterapia per il cancro alla mammella

La ricerca di strategie per sbarrare la strada al cancro mammario, nelle forme meno favorevoli, ha fatto un altro passo avanti. In occasione del congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO) sono stati annunciati i risultati dell’analisi finale dello studio SOLAR-1, che ha valutato i vantaggi dell’aggiunta di una nuova molecola, alpelisib, in combinazione con fulvestrant, nelle pazienti con tumore del seno avanzato positivo per i recettori ormonali, negativo per il recettore 2 del fattore di crescita dell’epidermide umano (HR+/HER2-) con mutazione PIK3CA. Possono sembrare temi per addetti ai lavori, in realtà hanno riflessi sulla vita di migliaia di donne che affrontano questa sfida. Alpelisib è l’unico trattamento approvato in Europa, Stati Uniti e in altre 15 nazioni del mondo specificatamente per questo tipo di neoplasia della mammella.
«L’anno scorso, in Italia, sono stati stimati circa 53mila nuovi casi di tumore della mammella – ha affermato il professor Pierfranco Conte, docente universitario e direttore di dipartimento nell’Istituto Oncologico Veneto di Padova, tra le massime autorità in materia – teniamo presente che circa due terzi delle pazienti sono colpite dalla forma HR+/HER2 negativa. PIK3CA è il gene mutato più comune nel carcinoma mammario, importante perché regola il metabolismo cellulare, presente in circa il 40% delle pazienti di cui parliamo. Quando questo gene PIK3CA è mutato, produce una proteina anomala, che viene bloccata da alpelisib, terapia a bersaglio molecolare. Il farmaco interviene sul controllo della crescita della malattia riducendo le dimensioni complessive del tumore».
Ma facciamo un passo indietro. «La strategia nei tumori mammari positivi ai recettori ormonali è costituita dall’ormonoterapia, utilizzata in diverse linee prima di arrivare alla chemio, che è meno tollerata e non può essere somministrata per lunghi periodi », continua il professor Conte. Alpelisib, come evidenziato dallo studio SOLAR-1, potenzia l’efficacia dell’ormonoterapia e permette di compiere un passo in avanti verso la cronicizzazione della malattia. Nello studio Solar-1, il trattamento con alpelisib associato a fulvestrant ha dimostrato un beneficio aggiuntivo in termini di sopravvivenza globale di 8 mesi, rispetto alla sola ormonoterapia. Questo dato, unito all’aumento statisticamente e clinicamente significativo della sopravvivenza libera da progressione, supporta ulteriormente l’efficacia di alpelisib in una popolazione di pazienti con prognosi particolarmente sfavorevole dovuta alla presenza della mutazione PIK3CA.
Alpelisib è stato approvato dall’Agenzia Europea del Farmaco lo scorso luglio. In oncologia, l’arrivo di una nuova terapia mirata richiede il ripensamento della strategia diagnostica e terapeutica. È, quindi, indispensabile che la mutazione del gene PIK3CA sia individuata con un test specifico, eseguito su tessuto tumorale o su sangue tramite biopsia liquida. I laboratori di anatomia patologica devono pertanto attrezzarsi al fine di individuare la mutazione. È necessario quindi che l’oncologo, prima di iniziare il trattamento, sappia se è presente la mutazione, per definire la strategia e la scelta della corretta sequenza di terapie ormonali. Questa mutazione, inoltre, è presente anche negli altri tipi di tumore della mammella, triplo negativo e HER2 positivo, e in altre neoplasie come quella del distretto testa-collo e dell’ovaio. Si apre quindi la strada al trattamento di molte patologie.
«Sono orgoglioso di questi dati, che dimostrano un beneficio clinicamente significativo, dando una prospettiva terapeutica al 40% delle pazienti con tumore del seno avanzato HR+/HER2- con mutazione PIK3CA, che si associa generalmente a una prognosi sfavorevole», ha affermato Luigi Boano, General Manager di Novartis Oncology Italia. «Siamo infatti fortemente impegnati nella ricerca e sviluppo di trattamenti oncologici innovativi e di farmaci target diretti verso una specifica mutazione, anche nell’ambito del tumore al seno. Con alpelisib potremo offrire la prima e unica terapia specificamente approvata contro il tumore al seno avanzato con mutazione PIK3CA».


Un aiuto da Salute Donna onlus:
la campagna “È tempo di vita”

Alimentazione, lavoro, e intimità di coppia sono tra gli aspetti più interessati dalle conseguenze

Sono 37mila le donne italiane che convivono con una diagnosi di tumore al seno. Un’indagine Elma Research per Novartis Italia ha messo in luce il vissuto e i bisogni di tante di loro. Dopo la diagnosi cambia il modo di mangiare, 4 donne su 10 affermano di aver perso il piacere del cibo, altre dichiarano che cucinare è diventato fonte di stress. Per aiutare tutte le pazienti, è online la campagna “È tempo di vita”, promossa da Novartis Italia in collaborazione con Salute Donna Onlus. «Gestire in modo consapevole la nutrizione, con attenzione al gusto, alle proprietà degli ingredienti e alla loro valenza simbolica e affettiva – afferma Chiara Maci, food blogger e conduttrice tv – è un modo per riprendere il controllo ed essere protagoniste di un percorso di cura». «Una corretta alimentazione – precisa Anna Villarini, biologa nutrizionista all’Istituto nazionale dei Tumori di Milano – può essere una alleata per combattere il tumore assieme alle terapie chirurgiche e farmacologiche fondamentali».
L’alimentazione si inserisce in un quadro promettente di ricerca scientifica e sviluppo clinico, come spiega Paolo Marchetti, direttore dell’Oncologia medica B nel Policlinico Umberto I, professore ordinario alla Sapienza, Università di Roma. Esiste oggi una categoria di farmaci, detti inibitori delle cicline, che bloccano una famiglia di proteine che hanno un ruolo chiave nella crescita del tumore al seno metastatico ormono sensibile, che colpisce proprio le giovani donne.
«Tracciare un profilo il più possibile personalizzato della malattia è il primo passo per impostare un approccio terapeutico mirato e un percorso multidisciplinare di cura, che tenga conto delle caratteristiche uniche di ciascuna donna –, afferma Filippo de Braud, ordinario di Oncologia medica all’Università di Milano, e direttore del dipartimento di Oncoematologia della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori – Convivere con una diagnosi di tumore al seno avanzato significa intraprendere un percorso complesso dal punto di vista terapeutico, ma anche dal punto di vista psicologico ed emotivo, che investe tanti aspetti della vita». È d’accordo Saverio Cinieri, presidente eletto AIOM, Associazione italiana oncologia medica, che commenta: «Oggi le prospettive di sopravvivenza sono aumentate, e comportano l’emergere di nuovi bisogni. La campagna si inserisce in questa prospettiva e offre alle donne utili strumenti nell’ottica di una migliore qualità di vita».
«L’obiettivo del progetto, promosso insieme a Novartis – sottolinea Anna Maria Mancuso, presidente di Salute Donna Onlus – è stato fin dalla sua nascita, quattro anni fa, quello di dare voce alle pazienti, cercando di dare certezze e risposte ai loro dubbi».