I NUMERI IN ITALIA

Diagnosi di cancro
1.000al giorno

Nel nostro Paese si stima che saranno individuati 371.000 nuovi casi di tumore nel 2019. Screening e terapie innovative moltiplicano le guarigioni.

3,5 MLN

Di italiani (3.460.025, il 5,3% dell’intera popolazione) vivono dopo la diagnosi di cancro in Italia, grazie a soluzioni terapeutiche sempre più e icaci e alla maggiore adesione ai programmi di screening.

Ex fumatori
32%

Nella popolazione ultra 65enne con tumore è più alta la quota di ex fumatori (32% vs 28% fra le persone con altre cronicità e 24% fra le persone libere da cronicità), mentre la quota di fumatori abituali è dell’11%.

Top 5 tumori

53 MILA mammella
49 MILA colon-retto
42 MILA polmone
37 MILA prostata
29 MILA vescica

Guarigioni
1 MLN di italiani è guarito

Oltre la metà delle donne cui è stato diagnosticato un tumore sono guarite, o sono destinate a guarire (52%). Negli uomini, tale percentuale è al 39%. La frazione di guarigione supera il 75% per il tumore della prostata e, nei due sessi, per i tumori della tiroide e i melanomi.

Fondazione AIRC
50 ANNI

Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro, nata nel 1965, rappresenta oggi il primo polo privato di inanziamento della ricerca indipendente sul cancro in Italia, a cui ha destinato oltre 1 miliardo e quattrocento milioni di euro in poco più di 50 anni, mezzo secolo di attività (dati aggiornati al 1 gennaio 2019).

5.000

Sono i ricercatori AIRC attualmente in attività. Nel 2019 Fondazione AIRC ha deliberato oltre 108 milioni di euro per sostenere il loro lavoro. Un impegno che si traduce in 524 progetti di ricerca, 101 borse di studio e 24 programmi speciali.


Strategia ‘attiva’ per battere le ricadute

L’attività motoria aiuta a contrastare gli effetti collaterali delle cure e l’ansia. Inoltre previene le recidive tumorali

di Alessandro Malpelo

L’ATTIVITÀ isica aiuta a prevenire le recidive e migliora il controllo della malattia tumorale. Vogliamo deinire allenamenti personalizzati, fondamentali nel percorso post-operatorio». Con queste parole Fabrizio Nicolis, presidente Fondazione AIOM, ha annunciato al Ministero della Salute un progetto senza precedenti in Italia, in collaborazione con la medicina dello sport. Muoversi è salutare, stare fermi sconsigliato. «L’attività motoria aiuta a contrastare gli e etti collaterali delle terapie, contribuisce a superare l’ansia e la depressione, che assillano ino al 40% dei pazienti», avverte l’oncologo. «Oggi il 38% delle persone colpite da tumore risulta sedentario ». Da qui prende le mosse l’Operazione Phalco (PHysicAL aCtivity for Oncology), iniziativa pilota che sarà avviata nelle palestre di quattro città italiane (a partire da Roma e Verona), coin volgendo in totale un primo gruppo di 60 pazienti, che si alleneranno per quattro mesi sotto la guida di trainer specializzati, laureati in scienze motorie. L’obiettivo è deinire un percorso di attività isica personalizzato, un progetto realizzato da Fondazione Aiom con il contributo dell’Università di Roma “Foro Italico” e della Federazione Medico Sportiva Italiana. «Saranno coinvolte nell’iniziativa persone colpite da carcinoma della mammella e del colon-retto – ha precisato Attilio Parisi, Prorettore Vicario all’Università di Roma, “Foro Italico” – si tratta di soggetti compresi nella fascia di età tra i 40 e i 65 anni, isicamente inattivi da almeno 12 mesi». I candidati al programma verranno sottoposti a una batteria di test funzionali, necessari per impostare un carico di lavoro adeguato, e per valutare lo stato di forma isica iniziale e inale. Seguiranno un protocollo di allenamento combinato (aerobico e di forza) adattato per intensità e carichi, per un periodo di quattro mesi con frequenza di due sedute settimanali della durata di un’ora circa ciascuna. Operazione Phalco mette in rete tra oncologi, medici dello sport e laureati in scienze motorie. Rappresenta il primo passo di un percorso post-operatorio di attività isica adattata, da inserire nell’iter riabilitativo. «Bastano 150 minuti di movimento alla settimana – a ermano i vertici Aiom – per ridurre del 25% la severità del tumore del seno nelle donne che hanno già ricevuto la diagnosi rispetto alle irriducibili sedentarie. Ed è dimostrato che 30 minuti di movimento al giorno sono su icienti per abbassare del 19% la severità del carcinoma del colon-retto. Ecco perché è bene darsi una mossa».


Un manifesto in sette punti
contro il tumore al seno

Team multispecialista e assistenza ad hoc

ROSANNA D’ANTONA, presidente di Europa Donna Italia, fu la cosiddetta paziente zero del professor Umberto Veronesi allo Ieo, e da allora si è sempre prodigata nel volontariato ai massimi livelli. L’impegno per le donne che lottano contro un tumore è stato condensato in un manifesto in sette punti, stilato attraverso un puntuale percorso di ascolto:
1 Ottenere il riconoscimento della data del 13 Ottobre quale Giornata Nazionale dedicata al tumore al seno metastatico, per iniziative da tenere in collaborazione con le strutture sanitarie, i professionisti e le associazioni.
2 Un percorso speciico per le pazienti con metastasi all’interno di tutti i Centri di senologia (Breast Unit).
3 Accesso agevolato agli esami, tempi di attesa ridotti e rapida consegna degli esiti dei controlli diagnostici: prelievi, mammogra- ie, TAC, scintigraie, biopsie.
4 Team dedicati multispecialistici.
5 Psiconcologo: assistenza psicologica per contribuire ad alleviare il carico emotivo che la malattia comporta.
6 Trial clinici: informazione, orientamento e supporto nell’accesso alle terapie innovative.
7 Invalidità civile e/o inabilità per le persone a ette da patologie oncologiche.

A. M.


Così funziona la terapia cellulare

La ‘manipolazione’ della risposta immunitaria è lo strumento più avanzato nell’oncologia

di Federico Mereta

TIL E CART. Potrebbero essere questi le sigle che, pur se apparentemente incomprensibili, consentiranno di dare un’ulteriore spallata ai tumori, manipolando il sistema immunitario per renderlo più forte nel riconoscere e aggredire il tumore. Le cellule T del paziente (cioè speciici linfociti T che agiscono contro la malattia) possono essere prelevate dal sangue periferico o addirittura dal tumore, per poi essere cresciute in grandi quantità in laboratorio e restituite al paziente dopo averle “rinvigorite”: in questo caso si parla di TIL che sta per Therapy, Tumor Iniltrating Lymphocyte. Quando invece si ingegnerizzano le cellule stesse per metterle in condizione di riconoscere il bersaglio da eliminare si entra nel campo delle CAR-T o Therapy, Chimeric Antigen Receptor T-cell). Queste due strategie rientrano nella terapia cellulare, in particolare nella cosiddetta “immunoterapia adottiva”, la frontiera più avanzata nella lotta contro il cancro, oggi applicata nei tumori del sangue e che, nei prossimi anni, sarà estesa a neoplasie solide come il melanoma, il tumore della mammella, dell’ovaio e il glioblastoma. A dirlo sono gli esperti del Nibit, Network Italiano per la Bioterapia dei Tumori, riuniti pochi giorni fa a Verona. Sotto la lente di ingrandimento, ovviamente, ci sono soprattutto i tumori del sangue che già oggi, in casi estremamente selezionati ed in centri altamente specializzati, possono essere trattati con questi approcci. «La medicina di precisione trova nella terapia cellulare la sua espressione più completa – spiega Pier Francesco Ferrucci, Presidente eletto del NIBIT e Direttore Unità di Bioterapia dei Tumori, Istituto Europeo di Oncologia di Milano, IRCCS. – Quest’ultima costituisce il campo di applicazione della personalizzazione delle cure, il braccio armato della ricerca traslazionale e può fungere da integrazione e supporto ad altre terapie, favorendo la reazione dell’organismo nei confronti del tumore, in pratica, utilizzando le stesse cellule del sistema immunitario del paziente. Pochi sono i Centri che utilizzano i TIL, ma sono in aumento gli studi clinici in corso nel mondo con terapie cellulari CAR-T (circa 190), di cui una dozzina in Europa. La maggior parte è riferita alla cura di linfomi o delle leucemie, circa 60 sono indirizzati al trattamento dei tumori solidi. In generale, queste procedure sono complesse e richiedono competenze speci iche, ma sono potenzialmente molto e icaci e applicabili a vari tipi di neoplasie». Il trattamento con le CAR-T, in particolare, è una immunoterapia che utilizza particolari globuli bianchi, i linfociti T, ingegnerizzati per attivare il sistema immunitario contro le cellule tumorali, come succede ad esempio per le infezioni. I linfociti T del paziente vengono prelevati e successivamente geneticamente modiicati in laboratorio in modo da renderli capaci di riconoscere le cellule tumorali: quando vengono restituiti al paziente entrano nel circolo sanguigno e sono in grado di riconoscere le cellule tumorali e di eliminarle attraverso l’attivazione della risposta immunitaria. La terapia, anche se non applicabile a tutti i pazienti, ha il grande vantaggio di riuscire a trattare anche i soggetti che hanno fallito i trattamenti convenzionali di chemio e radioterapia.


DAGLI STATI UNITI

È in arrivo un ‘vaccino’ per la prostata

Un vaccino “terapeutico” (in pratica un’immunoterapia) per il tumore della prostata. È la speranza, ed anche qualcosa di più visto che qualcosa in questo senso è già disponibile. La buona notizia viene dal Congresso della società Italiana di Urologia di Venezia. «L’immunoterapia più nota – spiega Salvatore Voce, presidente della Società Italiana di Urologia – è rappresentata da Sipuleucel-T, o terapia cellulare autologa, ovvero un vaccino già approvato dalla Food and Drugs Administration. La sua azione genera o accresce la risposta immunitaria antitumorale, con capacità dimostrata in studi clinici di aumentare di circa 4 mesi la sopravvivenza in pazienti in trattamento con carcinoma prostatico asintomatico o con sintomi inferiori in numero e minore intensità». Non è disponibile in Italia, ma abbiamo altre interessanti novità, fra cui vaccini che hanno come target il PSA e «vaccini peptidici personalizzati», che utilizzano più antigeni associati al tumore in base all’immunità dell’ospite preesistente, indicati nel trattamento resistente alla castrazione e non trattati in precedenza con chemioterapia.

F. M.


Diabete: quanto conta lo stile di vita sano

Quello di tipo 1 è legato a una predisposizione genetica, il tipo 2 può essere contrastato con alimentazione e movimento

di Antonio Alfano

È TRA LE MALATTIE croniche più diffuse; ma molti non sanno di avere il diabete o di essere a rischio malattia. Secondo l’Istituto superiore di sanità (ISS), in Italia il 10% degli uomini e il 7% delle donne è diabetico. «Il diabete di tipo 1 – a erma Roberto Graziani, Direttore U.O.C. Diabetologia, Azienda USL di Ferrara – riguarda un minor numero di persone, è a predisposizione genetica e necessita di terapia insulinica. La maggiore di usione riguarda, invece, il diabete tipo 2, non dipendente dall’insulina, ma molto legato all’adozione di corretti stili di vita, soprattutto alimentari». Basta una dieta sbagliata continuata per anni, sedentarietà con conseguente aumento di peso, per entrare nell’area di rischio del diabete di tipo 2. Per l’ISS, l’8% degli uomini e il 4% delle donne è in una condizione border line (intolleranza al glucosio) e il 23% degli uomini e il 21% delle donne è a etto da sindrome metabolica. I segni del diabete variano a seconda del tipo. A differenza di quello di tipo 1 che, di solito inizia in modo acuto con febbre, con sete (polidipsia), aumentata quantità di urine (poliuria), sensazione si stanchezza (astenia), perdita di peso, pelle secca, aumento di infezioni, quello di tipo 2 è molto più lento e subdolo, tanto da non essere identiicato anche per molti anni. La glicemia sale spesso all’insaputa del paziente. L’aumento avviene gradualmente senza sintomi. Di solito viene scoperta casualmente o nel caso con una situazione di stress isico, quale infezioni o interventi chirurgici. «Nel diabete in generale – consiglia il diabetologo Roberto Graziani – è importante seguire sempre un corretto stile di vita. In quello di tipo 1 è opportuno sottoporsi ad un costante autocontrollo glicemico, vale a dire la determinazione della glicemia prima della somministrazione insulinica. Gli screening di controllo sono utili per identiicare complicanze legate a problemi micro vascolari, che possono andare dalla retinopatia, neuropatia e nefropatia diabetica. Mentre le complicanze macro angiopatiche possono interessare cuore, circolazione sanguigna TSA ed arterie arti inferiori». Necessario, a proposito, un costante controllo del peso, della pressione arteriosa e del quadro lipidico, in particolare del così detto ‘colesterolo cattivo’ LDL. «Ruolo fondamentale lo giocano la prevenzione e la diagnosi precoce – conclude Roberto Graziani – favorite da campagne di informazione e di screening. Uno stile di vita basato su una sana alimentazione ed incremento di attività isica aerobica, come nuoto, passeggiate, bicicletta, ecc. può aiutare a prevenire l’insorgenza della malattia, mentre una diagnosi precoce è determinante per la prevenzione delle complicanze tipiche della malattia diabetica».


Una capsula nell’intestino e non solo:
vita più semplice con le cure hi tech

I progressi della ricerca portano a soluzioni che rendono la terapia per i diabetici meno invasiva

di Alessandro Malpelo

d’INELL’INTESTINO TENUE si apriranno capsule in miniatura in grado di eseguire minuscole iniezioni di farmaci sulla mucosa per poi dissolversi. In futuro questa sarà una pratica indolore alternativa, nel diabete, laddove ci sia bisogno di veicolare principi attivi che devono superare la barriera dello stomaco. L’innovazione è stata descritta da ingegneri del Massachusetts Institute of Technology (Mit) in un articolo pubblicato su Nature Medicine. Vediamo, di seguito, altre novità hi-tech e studi utili in tema di diabete. Microinfusori. La tecnologia, nei casi di diabete tipo 1, ha introdotto sistemi per l’erogazione in continuo della terapia insulinica, detti AID (Automated Insulin Delivery), composti da un sensore e da un microinfusore che rilascia l’ormone in dosi calcolate tramite algoritmo. I progressi nell’automazione sono stati a rontati in un convegno del Gruppo delle società scientiiche di diabetologia AMD SID e SIEDP. Cronobiologia. Mangiare seguendo i ritmi naturali veglia-sonno evita stress all’organismo, riduce la tendenza all’obesità e al diabete. I ritmi circadiani condizionano la produzione di ormoni (insulina, glucagone, grelina e altri) coinvolti nel metabolismo. Quando alimentarsi, e quando astenersi? Secondo i ricercatori, riuniti da Fondazione Ibsa, già 3 o 4 ore prima di andare a dormire sarebbe bene stare alla larga dal cibo. Idem subito dopo il risveglio. I pasti vanno collocati entro una inestra di 10-12 ore al giorno. Spray. Il comitato per i medicinali dell’Agenzia Europea del Farmaco (Ema) ha raccomandato l’immissione in commercio nella Ue del glucagone spray nasale (Baqsimi), primo trattamento per l’ipoglicemia che può essere somministrato senza iniezione ai pazienti con diabete dai 4 anni in su. Dieta. L’obesità va considerata una malattia cronica che causa complicanze quali il diabete tipo 2, oltre a ipertensione, dislipidemia, cardiopatia ischemica, disturbi gastroenterici, apnee notturne. Occorre evitare il “fai da te” per perdere peso e rivolgersi al medico. Queste le conclusioni dello studio Action-IO presentate al congresso della Società Italiana di Medicina Interna. Farmacie. Parte in nove regioni d’Italia la sperimentazione della farmacia dei servizi. Telemedicina, supporto negli screening, attivazione del fascicolo sanitario elettronico e veriica dell’aderenza terapeutica saranno o erti con regolarità per tenere sotto controllo una serie di malattie croniche, in primis il diabete.


ALLARME DELL’OMS

In Europa 52 milioni di pazienti

Il diabete è in continuo aumento. Parola dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). In Europa, circa 52 milioni di persone ne sono a ette, con una crescita in alcuni Stati a tassi del 10-14%; mentre in tutto il mondo sono circa 346 milioni. L’aumento sarebbe dovuto non solo «all’invecchiamento generale della popolazione, ma principalmente alla di usione di condizioni a rischio come sovrappeso e obesità, scorretta alimentazione, sedentarietà e disuguaglianze economiche». Per favorire la prevenzione delle malattie cardiovascolari nei pazienti con diabete e prediabete, l’European Society of Cardiology (ESC) nel 2019 ha presentato nuove linee di indirizzo: «Il controllo glicemico – secondo Peter Grant, della University of Leeds nel Regno Unito – aiuta a prevenire le complicazioni microvascolari a occhi, nervi e reni»


L’impegno: rendere costante la terapia

Nel diabete è fondamentale l’aderenza al ciclo di cure, che a oggi in Italia viene attuata solo per il 63% dei pazienti

di Alessandro Malpelo

FERMARE LA PROGRESSIONE del diabete e prevenire l’insorgenza di complicanze, dall’ipoglicemia al rischio cardiovascolare, attraverso modelli di assistenza moderni. Per fare questo è necessario che l’innovazione rappresentata dalla disponibilità di nuovi farmaci come le incretine sia estesa, a ragion veduta, a chi ne può beneiciare. Un auspicio scaturito recentemente dal congresso europeo di diabetologia (Easd). Oggi tuttavia i farmaci più soisticati non possono essere prescritti dai medici di famiglia, limitazione per certi versi incomprensibile. Sono alcuni temi oggetto di rilessione tra decisori, clinici ed esponenti del volontariato, emersi anche in occasione del tour di incontri ‘Highway Diabetes’ progetto avviato da Motore Sanità con il contributo incondizionato di Lilly, e che attraverserà tutta l’Italia. Un ciclo avviato a Bologna, dove a fare gli onori di casa era Valentina Solfrini, medico di direzione sanitaria, in rappresentanza della Regione Emilia Romagna. Nella gestione delle cronicità, il diabete rappresenta un banco di prova. In attesa delle decisioni dell’Aifa, l’Amministrazione regionale potrebbe prendere misure per rendere le terapie più facilmente accessibili. Le incretine stimolano il pancreas a produrre insulina e regolano al meglio i livelli di glucosio nel sangue. Un altro aspetto importante delle scommesse sul diabete è costituito dalla di icoltà a mantenere l’aderenza alle terapie. Secondo dati EFPIA le complicanze dovute a scarsa aderenza al ciclo di cure rappresentano un costo pari al 14% del totale della spesa sanitaria dei Governi Europei. Secondo il rapporto dell’Osservatorio dei medicinali, In Italia, la percentuale di aderenza per i farmaci antidiabetici è del 63% (dati OSMed) e questo comporta il raddoppio nel numero di ricoveri ospedalieri e dei costi del trattamento, un aumento ogni anno di circa 6 giorni di assenza dal lavoro (dati SID). Tra i fattori negativi entrano in gioco anche le di erenze tra una regione e l’altra nei servizi di presa in carico. Ma i vantaggi possono arrivare a tutti solo se l’innovazione avrà una collocazione appropriata, uniforme e sostenibile. «Perseguiamo un lavoro di integrazione tra professionisti, del territorio e dell’ospedale», ha spiegato Luca Barbieri, Servizio Assistenza Territoriale, Regione Emilia-Romagna. «Grazie alla gestione integrata, la mortalità e le complicanze associate alla patologia diabetica qui si sono ridotte. A partire da questi risultati, un obiettivo del sistema regionale sarà quello di sempli icare l’accesso alla cura». L’Emilia- Romagna presenta una prevalenza di diabete in linea con la media italiana (appena superiore al 6%). «Sono attivi percorsi per gestire la malattia attraverso una fattiva collaborazione tra specialisti e medici di famiglia, e le Associazioni dei pazienti fanno parte dei tavoli di programmazione», ha precisato Giulio Marchesini Reggiani, professore ordinario, Università di Bologna. Lo scopo è lapalissiano: migliorare la qualità della vita dei pazienti.


Cerotto e sensore sottocute
per misurare la glicemia

Nuove tecnologie per chi deve misurare gli alti e bassi degli zuccheri

SI INTITOLA #diabeteontheroad l’hasthag di un viaggio attraverso l’Italia alla scoperta delle nuove tecnologie che sempliicano la vita alle persone con diabete. Disciplina, autogestione e controlli costanti dei valori della glicemia sono all’ordine del giorno, si calcola che una persona alle prese con gli alti e bassi dell’insulina debba dedicare in media un’ora del proprio tempo, tutti i giorni, per fronteggiare gli inconvenienti. Un valido aiuto arriva dai moderni sistemi che raccolgono, da un cerotto sulla pelle, con un microscopico sensore sottocute, i parametri del sangue senza doversi più forare, grazie a un sensore impiantabile che regala piena libertà nella massima sicurezza. Ne hanno parlato Paolo Di Bartolo, direttore della Rete clinica diabetologia AUSL Romagna, presidente eletto Associazione Medici Diabetologi (AMD) Massimo Balestri, amministratore delegato di Roche Diabetes Care Italy, e Fabio Persico, ilm maker, che ha elaborato una serie di video con testimonianze di vita vissuta. Si calcola che circa il 72% del totale delle persone con diabete di tipo 1 e quasi il 50% con diabete di tipo 2 non sia in grado di ottenere un buon controllo glicemico, andando incontro a possibili complicanze acute o croniche. «Con il sensore impiantabile, siamo oggi di fronte a una svolta epocale nel mondo del monitoraggio in continuo – ha a ermato Di Bartolo –. Ci troviamo, infatti, nella condizione privilegiata di avere a disposizione sistemi con caratteristiche diverse che consentono di personalizzare il monitoraggio in continuo in base alle esigenze del paziente, così come si fa già per la terapia farmacologica». La prima edizione di #diabeteontheroad toccherà un primo gruppo di 10 città: Milano, Brescia, Verona, Napoli, Roma, Marino, Salerno, Foggia, Potenza, Udine.

A. M.