Roy de Vita «Ricostruire il seno
restituisce speranza alle donne»

«Spesso le pazienti hanno aspettative molto alte, anche dopo una mastectomia»

di Letizia Cini

È UN PUNTO DI RIFERIMENTO a livello mondiale, Roy de Vita, uno fra i più conosciuti chirurghi plastici italiani. Primario a soli 44 anni, dal giugno del 2002 è al timone della divisione di Chirurgia Plastica dell’Istituto dei Tumori di Roma Regina Elena, impegnato a promuovere un nuovo modo di a rontare la chirurgia plastica ricostruttiva: una vera ’rivoluzione’ dalla parte delle donne.
Mosca, Buenos Aires, San Paolo… Professore: come e cosa sta cambiando?
«Cominciamo col dire che il mio principale campo di interesse è la chirurgia mammaria. Settore nel quale davvero sono stati fatti enormi progressi. Ho messo a punto una tecnica che davvero ha avvicinato in maniera incredibile la chirurgia ricostruttiva a quella estetica. La necessità aguzza l’ingegno e il problema si è presentato fortemente con le pazienti predisposte geneticamente all’insorgenza del tumore. Queste pazienti hanno aspettative di risultato estetico altissime. Direi irrealistiche».
Non avendo la malattia, pensano che l’intervento sia come quello di una mastoplastica additiva, dove si mettono “semplicemente” delle protesi?
«Esattamente. Ma per fare una chirurgia che porti realmente a una riduzione del rischio devono invece subire un intervento in tutto e per tutto identico a quello delle pazienti con tumore. Quindi fortemente invalidante da un punto di vista estetico. Questa nuova tecnica che ho descritto e pubblicato, pur rispettando i criteri di sicurezza oncologica consente invece di ottenere risultati estetici bellissimi».
Il post-operatorio?
«È meno pesante, inoltre molti limitazioni funzionali legate all’azione del muscolo pettorale sono state azzerate».
Lei ha intuito l’importanza dei media, avviando una campagna sulle problematiche della chirurgia plastica e ricostruttiva anche in tv, portando in Italia per la prima volta il programma ‘Diario di un Chirurgo’ su Real Time nel 2010. Lo rifarebbe?
«Il mondo gira veloce. Fino a pochi anni fa la televisione era il mezzo che ti consentiva la più ampia divulgazione. Oggi ci sono i social. Se tornassi indietro rifarei tutto quello che ho fatto perché, contestualizzata nel momento storico, era la cosa più e icace da fare».
Forse la sua mission era sfatare un falso luogo comune che spesso adombra la sua professione, rilanciando l’importanza del suo messaggio anche in ‘Bisturi’ andato in onda nel gennaio 2004 su Italia 1: è servito?
«Sono molto orgoglioso di aver fatto ‘Bisturi’. È stata un’intuizione da pionieri. All’epoca una cosa totalmente dirompente e infatti scatenammo polemiche tanto che si facevano talk show per discuterne. Avevamo dati di ascolti impressionanti. Fino al 17% di share! Cose oggi inimmaginabili. Abbiamo fatto addirittura un intervento chirurgico in diretta! E le posso garantire che per fare una cosa del genere ci vuole anche una bella dose di coraggio da parte di chi lo fa. Si può trasformare in un boomerang mediatico irreparabile. Imposi agli autori dopo estenuanti trattative di inserire anche dei no. La paziente poteva anche non essere operata se ritenevo che non ci fossero le condizioni per farlo. Volevo che passasse il concetto che non si va dal chirurgo plastico come dal pizzicagnolo dove si ordina ciò che si preferisce e l’unica opzione prevista e che si venga serviti. Direi quindi che è stata utile».
Cosa ne pensa del proliferare dei programmi importati dagli States dedicati alla chirurgia plastica trasmessi e ritrasmessi anche da noi?
«Penso che abbiano rotto le scatole. È come quel cibo avanzato rimasto in frigorifero che si cerca di rivitalizzare riscaldandolo con piccole varianti. Nel 2004 era una novità assoluta. Con ‘Bisturi’ in Italia siamo stati i primi. Contemporaneamente a noi in Usa c’era ‘Extreme make over’. Ma il 2004 è quasi 16 anni fa, un’era geologica parlando di comunicazione…».
Nato in una famiglia benestante (suo padre era un professionista a ermato a Napoli), avrebbe potuto godere di tutti i vantaggi che questo comporta, invece se n’è andato all’estero a farsi le ossa: quindi il sacriicio paga, professor de Vita?
«Sì. Sono nato iglio di papà. Mio padre era Otorinolaringoiatra, laureato a 23 anni e primario a 35 (del più importante ospedale pediatrico del meridione). Io avevo 7 anni all’epoca ma ricordo benissimo la telefonata che gli annunciò la vincita del concorso. È stato un professionista dalle grandi capacità umane e professionali che ha avuto un grande successo. Ha fatto crescere noi igli (ho una sorella e un fratello) negli agi e nel benessere ma con un’educazione che ci ha permesso di capire che il sacri- icio è l’unica strada del successo. Mi raccomando non lo dica ai politici di oggi! (ride, ndr). Ho deciso di non fare la sua stessa specialità per evitare qualsiasi tipo di confronto e sono partito per l’estero subito dopo la laurea abbandonando la zona comfort e mettendomi alla prova. E i risultati sono arrivati. Ricordo con enorme piacere una frase di papà: ‘Una volta tu eri il iglio del prof de Vita. Oggi io sono il padre del prof de Vita’ e sentii una punta di orgoglio nel suo tono di voce».


DEONTOLOGIA E PROFESSIONALITÀ

Prima regola: l’interesse delle pazienti mai ‘suggerire’ interventi non richiesti

«Nella professione del medico i soldi sono un pessimo “driver”. Si inisce per fare scelte commerciali che mal si addicono a questa professione». Parola di Roy de Vita. «Se fai il tuo mestiere con professionalità le pazienti se ne accorgono e ti premiano con un positivo passa parola che ti consente di lavorare di più e di guadagnare bene – riprende il chirurgo – . I soldi arrivano ma sono il risultato inale e non la guida iniziale. Ahimé devo dire che la scarsa considerazione che il mondo medico ha nei confronti dei chirurghi plastici è spesso giustiicata soprattutto quando pensiamo ad alcuni chirurghi “estetici” che hanno fatto dei soldi il loro ine primario. Credo abbiano sbagliato mestiere ». «Anche in chirurgia estetica si dovrebbe eseguire un atto medico – conclude – . La paziente esprime un suo disagio nei confronti di qualcosa e il chirurgo le prospetta la possibilità di correggere quel fastidio. È una malattia non organica e quindi più di icile da riconoscere ma è pur sempre una malattia. Se invece si suggeriscono interventi chirurgici non richiesti si pensa probabilmente di essere un architetto che fa progetti di ristrutturazione. Ma la medicina e la chirurgia sono certamente un’altra cosa».


LA CHIRURGIA ESTETICA

«Rischio genetico e interventi preventivi: dobbiamo valutare serenamente caso per caso»

Va considerata la storia familiare oltre alle mutazioni Brca 1 e 2

IL CASO di Angelina Jolie nel 2013 ha acceso i rilettori su un dilemma angoscioso: convivere con l’ansia oppure entrare in sala operatoria e abbattere il livello del rischio? Cresce il numero di chi sceglie di non rischiare: anche in Italia tante donne positive a Brca 1 o 2 decidono di sottoporsi ad morasportazione di ovaie o mammelle. Ne parliamo con Roy de Vita, dal 2002 primario della divisione di Chirurgia Plastica dell’Istituto dei Tumori di Roma Regina Elena. Professore il ’messaggio’ lanciato (anche) da Angelina Jolie, che si è sottoposta a una doppia mastectomia radicale perché geneticamente predisposta al tumore al seno, sembra aver trovato ampia eco: a volte la notorietà può essere utile… «Cerchiamo di far capire cosa hafatto e perché. Si è scoperto che esistono soggetti predisposti geneticamente all’insorgenza del tumore e studiando il DNA si ricercano quei geni speciici che, se mutati rispetto alla norma, rivelano tale predisposizione. La Jolie, ad esempio, avendo mamma e sorella della mamma già colpite da malattie ed essendo lei stessa portatrice dei geni mutati aveva circa il 90% delle possibilità di sviluppare un tumore mammario. In sostanza ha fatto quindi benissimo a fare una mastectomia bilaterale proilattica. Il test del DNA lo possono fare tutte le donne ma senza ingenerare panico chi dovrebbe senz’altro farlo è chi ha un’importante storia familiare con più persone con una parentela di 1° grado (mamma, sorella, zia) già colpite dalla malattia (tumore mammario o ovarico) o colpite in età giovane (prima dei 50 anni)». Rischi e vantaggi dell’intervento? «I vantaggi di questa tecnica sono quelli di ridurre al lumicino le possibilità di insorgenza della malattia (ahimé in medicina non si può mai azzerare niente) garantendo alle pazienti un risultato estetico davvero straordinario. Spesso il loro seno è davvero più bello dopo l’intervento esattamente come per un intervento di chirurgia estetica. I rischi sono tutti quelli di un intervento chirurgico di questo tipo e possono essere maggiori e minori. Tra i primi tutti quelli che possono far fallire completamente l’intervento e cioè necrosi (= morte dei tessuti), sierosità eccessiva (= accumulo eccessivo di liquidi) tra le complicanze minori invece l’eccessiva evidenza della protesi che si manifesta con delle pieghe sottocutanee e può essere risolta con un intervento di trasferimento del proprio grasso (lipoilling), intervento poco stressante che si esegue in anestesia locale ed in regime di day hospital». Quanto è importante parlare con le pazienti? «Fondamentale. Bisogna spiegare nel dettaglio cosa faremo, cosa deve e cosa non deve aspettarsi dall’intervento, i rischi, i tempi di recupero e di ritorno alle attività quotidiane».

L. C.


«Dobbiamo dire no ai ‘ritocchi’ esagerati»

Quando l’intervento è ‘solo’ estetico e risponde a una richiesta di autostima, l’aspetto psicologico è fondamentale

di Alessandro Malpelo

NELLA RICERCA spasmodica della bellezza, c’è chi perde il senso della misura. Capita a uomini e donne, di ogni età. Ma più che l’esteriorità, c’è talvolta un problema di autostima. Ne parliamo con Paolo Giovanni Morselli, professore di chirurgia plastica all’Università di Bologna e presidente di Interethnos Interplast Italy.
Professor Morselli, alcune persone sembrano ossessionate, alla ricerca di una perfezione irraggiungibile. Come interpreta questo fenomeno?
«È un segno dei tempi, che richiede cautela. Va bene correggere, quando è utile ottenere una armonia nell’aspetto isico, ma a volte vedo labbra troppo voluminose, zigomi sporgenti, palpebre deformate. ll medico deve saper dire anche dei no. Ci sono aspettative irraggiungibili che nascondono altri tipi di bisogni, a un certo punto è bene fermarsi».
Lei è anche psicoterapeuta, ha scritto un trattato su queste metamorfosi: che cosa scatta nella mente di chi vuole cambiare?
«Nei casi patologici le persone entrano pian piano, spesso senza rendersene conto, in una spirale dalla quale non sanno uscire. Iniziano con qualche piccola modi- ica, ingrandiscono, aggiungono, alla ine perdono la consapevolezza della loro immagine e inseguono un ideale che non esiste».
Lo vediamo nelle foto messe a confronto, prima e dopo il riempimento, c’è qualcosa di innaturale.
«Mi è capitato di ricevere persone che si rivolgono alla chirurgia estetica perché si dichiarano insoddisfatte, ma hanno anche problemi psicologici che vanno affrontati anche in altro modo. Troppo spesso si vedono modiiche “innaturali” che alterano una bellezza di base. L’esempio: labbra o zigomi il cui trattamento eccessivo o re un risultato tutt’altro che attraente. Complici di questo anche quei medici che assecondano patologiche richieste di trasformazione. Ritengo che esasperare i trattamenti non sia deontologicamente corretto. I principi e le tecniche sono nelle mani del medico, è fondamentale che sia uno specialista in chirurgia plastica, specializzazione conseguita in 5 anni di studi dopo la laurea in medicina e chirurgia».
Quali sono gli interventi ammissibili?
«Sono tantissimi. L’intervento si giustiica facilmente per patologie funzionali, come le malformazioni del volto o conseguenti a traumi, la alterazioni morfologiche della mammella, la deformità nasale, le ustioni ed altre anomalie corporee. Anche senza disfunzioni, ci sono situazioni che vengono vissute con grande disagio come un seno relativamente piccolo o leggermente “cadente” oppure la percezione di un invecchiamento precoce. Esistono poi condizioni di so erenza per le quali serve anche il sostegno dello psicoterapeuta. È necessario aiutare il paziente a comprendere che a volte la strada più facile non è quella giusta da percorrere».