Un’arma in più contro l’emicrania

Anticorpi monoclonali specifici per la profilassi, efficaci nel ridurre la frequenza di insorgenza degli attacchi

Le persone che soffrono di mal di testa, e che da anni si trascinano un fardello come l’emicrania dal quale sembra difficile liberarsi, oggi possono guardare a soluzioni per giocare d’anticipo e spegnere la crisi sul nascere. In che modo? Dai comuni analgesici antinfiammatori, fino ai cachet, retaggi del passato, ne è stata fatta di strada. La ricerca in questi anni ha chiarito meglio i meccanismi e introdotto l’impiego di anticorpi monoclonali specifici, una classe di molecole in grado di assicurare più giorni liberi dal mal di testa. Sono farmaci che interagiscono in vari modi col CGRP, peptide correlato al gene della calcitonina, dimezzando la frequenza degli attacchi. Anche nei casi più difficili si recuperano margini di qualità di vita. L’anticorpo monoclonale incide, per capirsi, a livello di profilassi dell’attacco emicranico. Lo prescrive il medico specialistia dopo un attento inquadramento diagnostico, e non si deve aspettare di sentirsi scoppiare la testa per correre ai ripari. «L’emicrania – ha spiegato il presidente della Società italiana di neurologia, Gioacchino Tedeschi, nel corso di una conferenza stampa online – è caratterizzata da attacchi di durata variabile, minimo 4 ore, fino alle lunghe crisi che sembrano non finire mai, e che possono protrarsi per tre giorni senza dare tregua». L’emicrania, a differenza di altre forme di cefalea, comporta una sofferenza importante localizzata almeno inizialmente in un solo lato della testa, di solito c’è un emisfero prevalente, ma a volte può interessare l’altra metà in maniera altalenante, con un corteo di sensazioni spiacevoli contraddistinto eventualmente da pulsazioni, ondate talvolta associate a sensazione di nausea, vomito, fastidio ai rumori e insofferenza di fronte alle sorgenti luminose, tanto che istintivamente si cerca di stare al buio. «L’emicrania colpisce il 14% della popolazione mondiale con punte che superano il 20% in alcuni studi. In Italia ne soffre il 9% degli uomini e il 18% delle donne – continua il presidente dei neurologi italiani – parliamo di una cefalea primaria, che va cioè distinta dalle cefalee determinate da cause secondarie, come ad esempio nell’emorragia subaracnoidea, nelle meningiti, nel trauma cranico in altre affezioni ». Una distinzione cruciale negli attacchi di emicrania riguarda la comparsa dell’aura, la percezione dell’arrivo imminente della crisi dolorosa, che in genere si localizza, ma può coinvolgere successivamente anche tutta la testa». L’Organizzazione Mondiale della Sanità mette l’emicrania al secondo posto tra tutte le malattie che causano disabilità e prima causa di disabilità sotto i 50 anni. «Finora le terapie di prevenzione sono state condotte utilizzando farmaci nati o presi in prestito per patologie diverse dall’emicrania, e non specifici, come ad esempio farmaci per disturbi del ritmo cardiaco, antipertensivi, antidepressivi o antiepilettici. L’introduzione degli anticorpi monoclonali diretti contro il pathway del CGRP rappresenta un’opzione terapeutica molto interessante, considerando anche il livello di tollerabilità raggiunto». Nell’ambito dei nuovi medicamenti per l’emicrania, imperniati su una somministrazione mensile sottocute, è del 21 luglio scorso la notizia che il galcanezumab, dopo approvazione Aifa, viene erogato a carico del Servizio Sanitario Nazionale.


COME AGISCONO

Bersaglio comune: la molecola che scatena la crisi

Nell’attacco di emicrania il nervo trigemino libera neuropeptidi. Una di queste molecole, il CGRP, a livello meningeo reagisce con rilascio di mediatori infiammatori tipo istamina. Si scatena così la crisi dolorosa. Sono stati sviluppati vari anticorpi monoclonali con il CGRP come bersaglio, per prevenire emicranie: eptinezumab, galcanezumab e fremanezumab legano direttamente il peptide CGRP, mentre erenumab si lega al suo recettore. La terapia preventiva riduce la frequenza degli attacchi e smorza l’intensità del dolore.


L’INTERVENTO

«È un dolore cronico da curare, non un segno di debolezza»

Com’è vivere con un dolore cronico che spegne i pensieri e insieme a quelli anche la gioia di vivere? Fin dai tempi della scuola siamo considerati bimbi problematici, che non vogliono impegnarsi, e il disagio aumenta con gli anni. Da adulti, ogni volta che ci sfugge detto che abbiamo mal di testa, siamo subissati di consigli. E se ti permetti di obiettare che questo nostro mal di testa non guarisce andando dal podologo o dall’omeopata, ci sentiamo rispondere che siamo noi a non voler guarire. Vai a spiegare che cerchiamo di ritagliarci scampoli di vita decente ricorrendo all’assunzione di sintomatici, per cronicizzare il mal di testa, e senza farmacii è quasi impossibile vivere. L’emicrania nel pensiero di molti è segno di debolezza, soprattutto se è un uomo a soffrirne. Questa condizione rende più vulnerabili al dolore, con tanta forza di volontà che ci rendiamo capaci di occuparci del lavoro e della famiglia nelle briciole di vita libere dal dolore.
Agli anticorpi monoclonali, terapie studiate appositamente per il nostro mal di testa, arriviamo alla fine di lunghe peripezie, dopo aver di tutto, talvolta con effetti collaterali devastanti. Considerando che la maggior parte delle persone colpite da emicrania sono donne in età fertile e uomini di ambo i sessi in età lavorativa, sarebbe opportuno far comprendere all’opinione pubblica che un conto è avere mal di testa due o tre volte l’anno, altra cosa essere perseguitati dal mal di testa quasi ogni giorno. È tempo di modificare il pensiero che l’emicrania sia solo un malessere passeggero, che provoca un fastidio risolvibile con pochi e brevi accorgimenti o con una compressina che toglie il dolore in cinque minuti.

Lara Merighi (*)
(*) Coordinatore laico di Al.Ce.
Alleanza Cefalalgici Group Italia


Guantoni e colpi di boxe contro il Parkinson

A Firenze un progetto pilota: «Equilibrio, stabilità, coordinazione, reattività occhio-mano: risultati positivi già in tre mesi»

di Letizia Cini
FIRENZE

Può sembrare un paradosso. Eppure uno sport “maschio“ come la boxe può limitare i danni provocati da una malattia degenerativa subdola e invalidante, con la quale si trovano a fare i conti in Italia qualcosa come 230 mila persone: il Parkinson. Una patologia in crescita, che negli anni ha colpito personaggi famosi come Papa Giovanni Paolo II e l’ex campione dei pesi massimi, Muhammad Alì. «Oggi abbiamo un alleato in più per contrastare gli effetti del morbo responsabile di sintomi che vanno dal progressivo irrigidimento dei muscoli a perdita dell’equilibrio e tremori: gli allenamenti di pugilato», spiega Maurizio Bertoni, ortopedico, fiorentino e presidente dell’associazione Un gancio al Parkinson (www.ungancioalparkinson. org) che opera all’interno del Training Lab di Firenze.
Dottore, sacco e guantoni in un centro di riabilitazione?
«Esattamente, prendendo esempio da una palestra di New York, dove questa sinergia è utilizzata da tempo, abbiamo deciso di aprire il primo centro medico italiano nel quale si pratichi la boxe contro il Parkinson. Per questo, nel novembre 2018, è nata la nostra Associazione che conta sulla generosità di imprenditori privati».
In cosa consiste l’allenamento dei vostri ’boxer’ speciali?
«Esercizi di riscaldamento, colpi al sacco, salti con la corda. I pazienti (oggi una trentina, uomini e donne di un’età compresa fra i 50 ed i 75 anni) sono seguiti gratuitamente, due volte a settimana da istruttori laureati in scienza motorie con il diploma di istruttore di pugilato».
Uno strano abbinamento…
«La boxe è uno degli sport più completi, capace di sviluppare coordinazione dei movimenti, equilibrio, riflessi, ed elasticità dei muscoli. Allenare queste qualità, che si perdono in occasione di patologie neurodegenerative, migliora la qualità di vita dei pazienti, anche in fase avanzata della malattia».
Qualche conferma?
«Molte. Avallate dai risultati di uno studio, il primo in Italia con questa metodica, basato su sui nostri pazienti e realizzato grazie al contributo del comitato scientifico dell’Associazione, composto da medici esperti del settore, italiani e statunitensi. I primi effetti positivi erano già ben visibili dopo i primi 3 mesi di allenamento. Ora ripeteremo lo studio con la collaborazione del Musculoskeletal and Neurological Institute dell’Università dell’Ohio, portando a 6 i mesi di allenamento: i risultati saranno pubblicati su una rivista internazionale. Ci stanno già chiedendo lumi da molti centri d’Italia».
Fra gli effetti positivi?
«I test effettuati prima e al termine del periodo di trattamento, hanno evidenziato un miglioramento di equilibrio, stabilità, coordinazione, reattività occhio- mano. Un altro aspetto è importante: anche dal punto di vista dell’umore c’è stato un sensibile miglioramento. È cresciuta l’autostima e contemporaneamente si è attenuato l’atteggiamento depressivo che molti pazienti sviluppano proprio a causa della loro condizione».


Uomo-donna, diverse risposte ai farmaci
Cure su misura con la medicina di precisione

Il Women’s Brain Project studia come colmare il divario di genere nelle malattie neuropsichiatriche

In Italia la differenza di genere incide in maniera rilevante sulle manifestazioni a livello cerebrale, in particolare nella sfera neuropsichica. Le differenze di genere nelle malattie del cervello e della mente nell’era post Covid- 19 sono al centro del Women’s Brain Project (Wbp) fondazione impegnata a colmare il divario tra i sessi in ambito clinico. «Se consideriamo malattie neurologiche come l’Alzheimer, l’emicrania, la depressione, la sclerosi multipla e certi tumori cerebrali, vediamo che la maggior parte dei pazienti sono di sesso femminile. Al contrario nei casi di Parkinson, Sla (sclerosi laterale amiotrofica) e ictus c’è una predominanza maschile. Analizzare le differenze di genere è di estrema importanza per valutare benefici e rischi di un trattamento», afferma Antonella Santuccione Chadha, medico fondatore di Wbp, nell’ambito di un webinar promosso da Eurocomunicazione e Officina Motore Sanità (altre info sul sito womensbrainproject.com). «Includendo nella nostra analisi fattori come il sesso e il genere, che hanno un impatto sostanziale sulla genomica, la proteomica, il microbioma, e le correlazioni con le condizioni socioeconomiche, apriremo la strada a una medicina di precisione che intende trattare ogni persona secondo le sue specificità ». Le differenze di genere si esprimono nei numeri, nei sintomi, nell’accesso alle cure e nella risposta ai farmaci. Esiste un gap che investe tutte le principali patologie neuropsichiatriche. «Nel Parkinson ad esempio sono colpiti più frequentemente i maschi – ha dichiarato Amelia Filippelli, ordinario di farmacologia all’Università di Salerno – le donne tuttavia presentano più effetti indesiderati da uso cronico di levodopa, farmaco che resta di prima linea. Le donne hanno un diverso metabolismo della levodopa che determina un accumulo del farmaco in circolo, aumentando le probabilità di sviluppare eventi avversi gravi come le discinesie motorie. Similmente, nella schizofrenia, studi di real world evidence, suggeriscono l’esistenza di disparità di genere a sfavore delle donne nella continuità terapeutica e assistenziale». Durante la pandemia di Covid-19 più del 20% delle persone ha riferito disturbi post-traumatici da stress, legati a stati depressivi e ansia. Le donne, anche qui, soffrono più degli uomini. In gravidanza e nel puerperio è stato registrato un incremento fino al 40% della depressione e fino al 72% dell’ansia nel periodo post lockdown.


ISTITUTO MARIO NEGRI

Proteina in eccesso nelle demenze

Uno studio condotto dall’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, redatto in collaborazione con l’Università dell’Insubria (coordinatore Gianluigi Forloni, primo autore Pietro La Vitola) evidenzia un preciso nesso tra infiammazione sistemica e neurotossicità indotta dai depositi intracellulari da una specifica proteina (alfa-sinucleina) nel Parkinson e nelle demenze associate. Gli esiti della ricerca sono stati pubblicati su Neuropathology and Applied Neurobiology. «Tutti questi risultati, che dovranno attendere una conferma a livello clinico. potrebbero spiegare alcune evidenze già emerse nell’uomo – scrivono i ricercatori – orientando in maniera ancora più precisa l’approccio alle terapie nel morbo di Parkinson».