La terapia del futuro è già una realtà

Oggi la viremia si può controllare con due soli farmaci invece di tre. A breve un’altra combinazione in un’unica compressa

di Franca Ferri

1996. David Ho, padre della triterapia annuncia una svolta nella lotta al virus HIV, responsabile dell’Aids. Grazie a tre farmaci, combinati tra loro, è possibile controllare il “nemico” nel tempo. È la prima grande rivoluzione nella lotta ad una malattia scoperta solo pochi anni prima. Oggi, a distanza di quasi vent’anni, la ricerca o re la possibilità di tenere sotto controllo il virus con due soli farmaci. E così, mentre le persone con HIV hanno una sopravvivenza pressoché sovrapponibile a quelli che non hanno contratto l’infezione, a patto ovviamente di seguire le terapie, arriva un secondo progresso signiicativo, grazie alla ricerca di ViiV Healthcare. «Essere completamente ed unicamente dedicati all’HIV signiica investire le risorse economiche e scientiiche per trovare nuove strade mai battute, e il regime a due farmaci ne è la prova – osserva Maurizio Amato, Presidente ed Amministratore delegato di ViiV Italia. Ciò che abbiamo sempre fatto è partire dalle domande dei pazienti per sviluppare il futuro ed oggi, grazie ad un farmaco come dolutegravir, possiamo dire che l’obiettivo è stato raggiunto, anche in Italia dove questo approccio è disponibile».
Proprio l’efficacia di questo inibitore dell’integrasi (enzima che serve al virus per “impossessarsi” del patrimonio genetico della cellula umana, pur se ovviamente si tratta di un processo negativo) unita alla sua sicurezza, o re oggi questa nuova opportunità.
«Quando abbiamo iniziato a parlare di regime a due farmaci sembravamo dei visionari – aggiunge Paolo Rizzini, direttore medico e scientiico di ViiV Italia. Oggi grazie a questo farmaco associato a rilpivirina possiamo mettere a disposizione un approccio combinato che permette di risparmiare sul carico farmacologico di una cura che va proseguita nei decenni. Ma non basta: tra non molto arriverà un’altra combinazione a due farmaci in un’unica compressa (in questo caso dolutegravir si associa ad un altro farmaco) e nel prossimo futuro potremmo o rire anche la possibilità di controllare la viremia e quindi l’assenza del virus nel sangue anche con un’iniezione da effettuare ogni due mesi».
C’è un motto che contraddistingue le attività dell’azienda, che festeggia proprio nel 2019 il decimo compleanno ed è “iglia” dell’incontro tra GSK e Pizer, cui poi si è aggiunta Shionogi: «nessuno resti indietro». Così, in un percorso che vede l’Italia protagonista anche sul fronte industriale grazie alla produzione per tutto il mondo nello stabilimento GSK di Parma di fostemsavir, farmaco espressamente dedicato ai pazienti che hanno fallito le terapie disponibili (circa 400 in Italia), l’impegno si espande anche alla prevenzione e all’attenzione alle persone che possono rimanere “escluse”. «Portiamo avanti iniziative a favore delle popolazioni carcerarie e più in generale ci occupiamo, grazie alla strategia di prezzi “not for proit” di rendere disponibili le cure a prezzo di costo nei paesi meno sviluppati: tutto per rispondere ai bisogni dei 37 milioni di persone che oggi convivono con l’HIV» conclude Amato.


Mosaico, il test su larga scala
per un possibile vaccino

Studio clinico in 8 Paesi e su 3 continenti, in 55 centri specializzati

TROVARE UN VACCINO per il virus HIV che sia in grado di prevenire l’infezione? Purtroppo non si è ancora giunti all’obiettivo, nonostante gli sforzi, perché il virus cambia spesso ed è di icile trovare una soluzione che sia in grado di proteggere e icacemente la persona sana. Su questo fronte, però, una notizia che fa sperare viene da una ricerca congiunta tra Italia, Europa, Paesi del Sud America e soprattutto USA. L’NIH (National Institute for Health), è infatti uno dei “capogruppo” della ricerca sul vaccino Mosaico, così chiamato perché contiene piccole parti di vari sottotipi di virus che circolano nel mondo. Al momento il preparato è già stato studiato anche su volontari sani, in cui ha dimostrato da un lato di essere ben sopportato sul fronte della sicurezza e di o rire una incoraggiante risposta del sistema difensivo dell’organismo nei confronti dei vari antigeni presenti. Lo studio clinico interventistico prevede l’arruolamento di 3.800 persone, in circa 55 centri in otto Paesi distribuiti in tre continenti. L’inizio dello studio è previsto negli Stati Uniti in queste settimane e, previa approvazione dalle autorità competenti locali, potrà avere luogo anche in Argentina, Brasile, Italia, Messico, Perù, Polonia, Spagna. E potrebbe aprire la strada ad un possibile impiego futuro nella prevenzione dell’infezione di diversi ceppi di virus HIV. «La prova della sua e icacia – spiega Adriano Lazzarin dell’Ospedale San Ra aele di Milano – la potremo avere solo a studio concluso. La complessità e variabilità dei processi di risposta immune innescati da HIV (linfociti B, linfociti T, cellule accessorie) nel singolo individuo lasciano purtroppo margini di imprevedibilità, e questo trial sarà una buona opportunità per conoscerli meglio».

Federico Mereta


“Insieme si vinCe” contro l’Epatite C

I vincitori del contest per giovani videomaker, promosso da Gilead, per sensibilizzare su questa patologia

di Alessandro Malpelo

TRE VIDEO per raccontare l’epatite C, con l’obiettivo di promuovere lo screening, la consapevolezza e le terapie, iniziando dai test per l’Hcv, il virus incriminato. Userfarm, community di giovani video-maker, ha partecipato al contest promosso da Gilead in collaborazione con la Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit), l’Associazione italiana studio del fegato (Aisf), la Fondazione The Bridge e la Federazione LiverPool. La giuria era composta dai rappresentanti dagli enti promotori della campagna ‘Insieme si vinCe’ e da La Pina di Radio Deejay, che ha guidato la cerimonia di premiazione, a Milano. Gli autori dei video premiati sono Valerio Fea, Timothy Emanuele Costa e Mirko Bonanno.
«Grazie alla disponibilità di test diagnostici molto sensibili e terapie antivirali di estrema e icacia oggi abbiamo strumenti eccezionali per spazzare via il virus HCV, ma questo obiettivo deve passare attraverso la conoscenza – ha a ermato Rosaria Iardino, Presidente della Fondazione The Bridge – in quanto mancano ancora dati certi in Italia sulle persone da curare. Bisogna rimettere al centro dell’agenda politica l’eradicazione di questa malattia, che non vuol dire solo terapia, ma anche fare comunicazione. L’eliminazione del virus circolante deve essere considerata un investimento, in quanto questo avrà ricadute positive in termini di beneicio globale di salute pubblica».
L’epatite C è una malattia che colpisce il fegato e che se viene trascurata arriva a colpire anche altri organi, apparati o funzioni del corpo umano. «In Italia si stimano circa 200 mila persone con Hcv ancora da trattare, a cui vanno sommati almeno altri 70 mila casi che probabilmente ignorano del tutto di aver contratto il virus». Così Massimo Andreoni, direttore scientiico della Società italiana malattie infettive e tropicali, Simit. «C’è un sommerso enorme – ha aggiunto Andreoni – ci troviamo in una situazione paradossale: quella di avere una terapia che funziona e di fare poco o nulla a inché le persone che ne possono beneiciare siano messe al corrente della loro condizione. Troppe persone ancora non sanno che esistono farmaci e icaci, quasi sempre senza e etti collaterali, e che possono essere somministrati anche in chi ha la malattia avanzata».
«Quello della mancanza di informazioni – sottolinea Giampiero Maccioni, Presidente della Federazione Nazionale Liver-Pool, che riunisce 14 associazioni sul territorio – è oggi uno degli ostacoli principali all’eradicazione dell’HCV. Sono moltissime le persone, soprattutto giovani, che scoprono in questo modo di essere positive all’infezione e che oggi l’Epatite C si può curare con la terapia farmacologica».


Il virus può restare in silenzio per molti anni
Si abbatte con una terapia di pochi mesi

L’obiettivo è ridurre del 90% i nuovi contagi. L’OMS vuole eliminare l’infezione entro il 2030

INSIEME SI VINCE. Obiettivo della Campagna promossa da Gilead in collaborazione con la Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit), l’Associazione italiana studio del fegato (Aisf), la Fondazione The Bridge e la Federazione Liver- Pool è sensibilizzare la popolazione sulla prevenzione dell’epatite C e sull’importanza del test per l’HCV. Solo lo sforzo congiunto potrà portare all’eliminazione di questa infezione entro il 2030, così come indicato dall’Oms. L’obiettivo è la riduzione del 90% di nuovi contagi. Per raggiungere questo traguardo è fondamentale coinvolgere le persone che hanno contratto l’infezione, ma che non ne sono ancora consapevoli. Per questo l’appello a fare il test per il virus dell’epatite C è rivolto a tutti, e non solo alle popolazioni considerate a maggior rischio (per esempio chi fa uso di droghe per via iniettiva, la principale via di infezione dell’HCV in Italia). L’epatite C, che si trasmette attraverso il sangue, è infatti una malattia subdola e può rimanere asintomatica per molti anni prima di manifestarsi. Dopo 20-30 anni di infezione, però, il 20% dei pazienti sviluppa cirrosi epatica e ino al 5% tumori. I farmaci antivirali ad azione diretta di seconda generazione (DAAs) – nello speciico gli inibitori delle polimerasi e gli inibitori delle proteasi virali, disponibili in Italia dal 2014 – hanno rivoluzionato la storia di questa malattia, rendendo possibile eliminare l’infezione in pochi mesi nella quasi totalità dei casi (oltre il 95%). «In Italia sono già state curate circa 196 mila persone con questi farmaci, che signiica aver ridotto drasticamente la circolazione del virus – sottolinea Salvatore Petta, Segretario dell’Associazione Italiana Studio del Fegato – Inoltre, sarà possibile raggiungere anche quelle persone che per motivi socio-assistenziali non possono sottoporsi alla biopsia epatica o al ibroscan, esami inora richiesti per accedere al trattamento. Mi riferisco, per esempio, ai detenuti nelle carceri o a chi si rivolge ai SerD, i servizi pubblici per le dipendenze patologiche del Sistema Sanitario Na-zionale. L’importante novità è resa possibile dall’introduzione nei Registri AIFA dei farmaci DAAs del cosiddetto ‘criterio 12’. Molto, però, ancora resta da fare e le iniziative come “Insieme si vinCe” contribuiscono ad aumentare la consapevolezza sull’HCV».

A. M.


I NUMERI DELL’HCV

Oltre un milione e 700.000 pazienti

L’Epatite C costituisce ancora oggi un grosso problema di sanità pubblica in Italia, responsabile di circa 6.000 decessi all’anno per complicanze dovute all’infezione. Secondo l’ultimo report dell’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) sono oltre 3,5 milioni in Italia le persone con Epatite da HCV allo stato cronico (prevalenza 5,9%). Una stima rivista al ribasso da altre indagini, come quella di Gower del 2014, secondo cui la prevalenza di anticorpi anti HCV sarebbe del 2%, mentre quella viremica sarebbe pari a 1.5%. Considerando queste percentuali, il numero di soggetti con infezione cronica sarebbe rispettivamente di circa un milione e 768 mila.