Benessere

I capelli si rigenerano in autunno
Aiutiamoli a crescere sani e forti

In questa stagione cadono ‘come le foglie’: ma è sintomo di ricrescita

DICEVANO le nostre nonne: «D’autunno cadono le foglie e cadono i capelli», un detto che oggi trova un avvallo scientifico. Le foglie non c’entrano, ma c’entra il cambio di stagione, come afferma anche uno studio dell’IHRF, la Fondazione di ricerca per la patologia sui capelli. Le variazioni di temperatura stressano la pelle ed i capelli, ma per questi ultimi è soprattutto la diminuzione della luce ad incidere sulla produzione di ormoni quali melatonina e prolattina, che stimolano i follicoli e di conseguenza regolano la vita dei capelli. Il capello ha una vita media al massimo di sei anni, poi cade e ricresce molte volte, fino a quando il bulbo non si atrofizza. In autunno la caduta può aumentare fino al 20 o 30 per cento, ma si tratta di un fenomeno passeggero, (che riguarda tutti indistintamente, a prescindere dall’età e dal sesso, anche se sembra che siano le donne a soffrirne di più) appunto circoscritto al periodo che va da fine settembre a fine novembre o ai primi di dicembre. Come dire che durante le feste natalizie e di Capodanno avremo una testa perfetta. Il fenomeno è soggettivo, c’è chi lo accusa maggiormente e chi meno, dipende anche da fattori come lo stress (a scuola o sul lavoro) e l’inquinamento atmosferico. C’è da considerare poi che in autunno «paghiamo» certe trascuratezze estive, come non aver protetto la chioma dall’esposizione alle radiazioni solari responsabili dell’ ossidazione della melanina. Che ha un’effetto schiarente e ci regala bei «colpi di sole» molto naturali, ma dà luogo anche ad un’alterazione della cheratina, alla base della struttura del capello, che si indebolisce e diventa opaco, stopposo e fragile. Se poi in vacanza non abbiamo protetto la chioma dal cloro e dal sale dell’acqua di mare, avremo il capello ulteriormente fragile, infatti questi fattori causano l’apertura e la rottura delle squame della cuticola che lo avvolge, esponendo la corteccia a traumi e fratture. Anche se la caduta autunnale è passeggera, si può fare molto per contrastarlaa cominciare dall’alimentazione. I capelli sono formati fondamentalmente dalla cheratina a sua volta composta da lisina e cistina, che introduciamo con i cibi. Quindi sì a carne e a pesce che contengono cistina e lisina, ma anche taurina e arginina, molecole preziose per i bulbi piliferi, che si trovano in alimenti come carni rosse, uova e pesce. E poi le vitamine, in particolare quelle del gruppo B, ma anche la vitamina E: combatte i radicali liberi, una delle cause della caduta dei capelli. Tutti i minerali sono importanti, in particolare zinco, (contrasta la caduta ed è contenuto in carne e pesce) e zolfo, (irrobustisce il capello e lo troviamo in carni bianche, fegato e prosciutto).

LA CURA quotidiana aiuta, ad esempio l’utilizzo di shampoo e balsami specifici, ma anche di maschere nutrienti e scrub per detergere il cuoio capelluto e liberare i follicoli. Le composizioni preferibili sono quelle che contengono cheratina, burri e olii vegetali, e ci sono anche prodotti che si avvalgono delle proprietà stimolanti delle spezie. Importanti sono anche le lozioni rinforzanti e anticaduta, come ad esempio quelle a base di polipeptidi, che promuovono la stimolazione cellulare e di conseguenza la nascita di nuovi capelli. Un valido ausilio può venire da viene anche da integratori con aminoacidi, vitamine e minerali. Se l’anomala caduta dei capelli permane anche d’inverno, è il caso di ricorrere ad una visita da un dermatologo o presso un centro tricologico. Sarò lo specialista a consigliare terapie specifiche quali l’ossigenoterapia o la biostimolazione: esistono vari tecniche per rinforzare i bulbi ed aiutare la crescita dei capelli.


Vietato trascurare le mani
Ecco le mosse quotidiane
per trattarle nel modo giusto

Detersione, creme di tanti tipi, scrub e guanti

SONO IL NOSTRO biglietto da visita: quando qualcuno ci porge la mano dicendo «Piacere» già riusciamo a capire chi abbiamo davanti. Non solo il carattere (una stretta decisa o una più blanda) ma anche l’età (macchie, pelle avvizzita), l’attività svolta (callosità), la tendenza all’incuria (unghie mangiucchiate e pellicole in evidenza) oppure un po’ di narcisismo (unghie perfette), perfino la tendenza a fumare troppo se le dita sono ingiallite dalla nicotina, e così via. Ma prendersi cura delle mani è utile anche e soprattutto per il nostro benessere, per evitare fastidiose sensazioni di secchezza o il bruciore delle screpolature. La pelle delle mani non è uniforme. È più spessa nei palmi e sottile nel dorso, la parte più delicata: esposte agli agenti esterni ma anche ai frequenti lavaggi, le mani rischiano danneggiamenti al film idrolipidico che le ricopre. La protezione è il primo passo, soprattutto quando per le pulizie di casa impieghiamo detergenti di ogni tipo, candeggine, alcool. Indossare gli appositi guanti di gomma è un passo avanti per non avere la pelle rovinata da prodotti troppo aggressivi. La mancanza di protezione può anche provocare callosità sul palmo (ad esempio se si eseguono lavori di giardinaggio senza guanti). In questo caso si possono fare impacchi di acqua tiepida e poi passare sulla zona interessata la pietra pomice. Se il callo è radicato in profondità è bene rivolgersi ad un esperto e non cedere alla tentazione di ‘scavare’ con coltellini o usare una lima per le unghie, per non provocare infezioni o inestetismi permanenti.

ALTRA TAPPA importante è la detersione. I saponi devono impedire la proliferazione dei batteri, ma anche rispettare la pelle: meglio quelli a ph neutro o acido. Ci sono in commercio anche fluidi e saponi arricchiti olii, glicerina e altri componenti che si trovano anche nelle creme apposite. Scegliere una crema per le mani è semplice: ce ne sono per ogni esigenza, si acquistano in profumeria, nelle farmacie e parafarmacie, nella grande distribuzione. Leggere l’etichetta è importante: è preferibile che non ci siano parabeni, coloranti aggiunti, conservanti e profumi se non di origine naturale. Di creme per le mani ve ne sono di mille tipi (contro arrossamenti, screpolature, macchie, invecchiamento cutaneo, ecc.), tra gli ingredienti più impiegati ci sono gli emollienti come gli olii: di oliva, di tsubaki, di argan, di cocco, poi il burro di karitè che penetrando nel derma in profondità combatte la secchezza dell’epidermide, la glicerina dal forte potere idratante, l’allantoina che lenisce le irritazioni e aiuta la cute a rigenerarsi, nonché vitamine del gruppo B5 ed E. E’ frequente anche trovare componenti di origine vegetale che combattono i radicali liberi, esplicano un’azione anti-aging, e contrastano gli effetti negativi dello smog. Se si tratta di mani non giovanissime, un aiuto può venire dall’olio di rosa mosqueta: ricco di antiossidanti naturali e vitamina C, previene invecchiamento cutaneo, rughe, dermatiti, macchie. In questo variegato mondo si trovano anche ingredienti particolari come l’oro, il tartufo bianco, la bava di lumaca, la polvere di perle (per un effetto sbiancante), e tante misteriose sigle di formule segrete e brevettate.

QUALUNQUE prodotto si scelga, importante è fare, almeno una volta alla settimana, uno scrub per eliminare le cellule morte ed eventuali discromie della pelle. Nei centri di estetica, poi, troviamo trattamenti mirati a seconda dei problemi delle nostre mani. Ad esempio se sono svuotate, un po’ raggrinzite, le biorivitalizzazioni a base di vitamine e i filler all’acido ialuronico ridanno turgore e volume alla pelle. Alcuni trattamenti prevedono l’utilizzo di speciali guanti che rilasciano componenti come tea tree oil, cheratina, calcio, ecc. Qualunque trattamento si scelga, infine, da non dimenticare in previsione dei primi freddi di indossare i guanti, per evitare screpolature, arrossamenti e secchezza che portano all’invecchiamento della pelle. E a dolorose irritazioni.

Gloria Ciabattoni


I RIMEDI DELLA NONNA TRATTAMENTI NATURALI DA PREPARARE IN CASA ANCHE A BASE DI FRUTTA

Impacchi di olio d’oliva, miele e avena

I RIMEDI ‘FAI DA TE’ per la bellezza delle mani sono noti da tempo. Il più conosciuto è l’olio di oliva, dalle proprietà antiossidanti, sebo-restitutive ed emollienti. Massaggiare un po’ di olio sulle mani, indossare guanti di cotone e poi andare a letto (durante la notte la pelle ha tutto il tempo per assorbire bene il prodotto) apporta un buon risultato, soprattutto se l’applicazione viene fatta con costanza. Per pelli particolarmente secche ci sono anche maschere da preparare in casa, come quella con 5 cucchiai di avena, 2 cucchiai di miele e un tuorlo d’uovo. Gli ingredienti, ben mescolati, vanno applicati alla sera e lasciati sulla pelle almeno 15 minuti (ma anche tutta la notte). Il miele è un ingrediente anche per maschere all’olio di jojoba (idratante) o di olio di mandorle dolci (emolliente e lenitivo), olio di rosa mosqueta (nutriente e restitutivo) o olio di germe di grano (anti age). In tutti i casi il composto si lascia sulle mani un quarto d’ora poi si risciacqua con acqua tiepida. Anche dalla frutta arrivano validi aiuti per la bellezza delle mani, ad esempio la banana e l’avocado sono ottimi per una per una preparazione dall’azione anti age, idratante, nutriente, addolcente, protettiva e rigenerante. La polpa dei frutti, schiacciata con un po’ di olio di oliva e qualche goccia di limone, forma una maschera (lasciare in posa 15-20 minuti) che rende la pelle morbidissima.


Sudare ci fa bene
Ma non è vero che elimina le tossine

Così il nostro corpo regola la temperatura

UNA CORSA, un lavoro pesante, una situazione imbarazzante, il sole che arroventa l’aria. Cause diverse, ma che portano al medesimo risultato: l’aumento della temperatura corporea. E l’organismo non si rassegna a subire passivamente. Comincia a sudare. Il sudore è la strategia principale che il nostro corpo mette in atto per normalizzare l’aumento della sua temperatura. E’ un fenomeno naturale. Ma bisogna fare attenzione perché sudando perdiamo sia liquidi, sia sali minerali che vanno reintegrati attraverso le bevande e il cibo. Se però la sudorazione è eccessiva senza che ve ne sia un motivo, potrebbe trattarsi di un problema patologico che prende il nome di ‘iperidrosi’. Solitamente l’iperidrosi può manifestarsi già in età giovanile. Colpisce il 2% degli italiani. Chi ha questa malattia accusa sudorazione eccessiva sino al gocciolamento alle mani, alle ascelle e al viso. L’iperidrosi è un vero e proprio disagio sociale che fortunatamente può essere trattato dal dermatologo o dal chirurgo toracico.

PERCHÈ si suda? Fondamentalmente per stare meglio. La funzione principale del sudore è, infatti, la termoregolazione dell’organismo. In pratica, l’evaporazione dell’acqua contenuta nel sudore favorisce il calo della temperatura corporea. «Ma sudando, perdiamo liquidi e sali minerali che dobbiamo reintegrare quanto prima », avverte Daniela Lucini, direttore della Scuola di specializzazione Medicina dello Sport, Università di Milano. Quindi, quando il clima diventa ‘rovente’, nei viaggi in Paesi tropicali e se praticate sport, lavori pesanti o semplici attività fisiche, non trascurate di idratare adeguatamente l’organismo. Acqua, bevande contenenti sali minerali e un’alimentazione ricca di verdura e frutta stanno alla base del benessere quotidiano. E comunque non date fede alle leggende metropolitane che circolano nelle palestre: «La credenza che ‘sudando si scaricano le tossine’ non ha alcuna base scientifica – sottolinea la professoressa Lucini –. Il sudore può avere un odore pungente e sgradevole per ciò che si è mangiato, bevuto e a causa di caratteristiche individuali (batteri sulla pelle) e ormonali, ma, di certo, non per la presenza di tossine ». Anche la febbre e l’influenza possono provocare sudori, che, in questo caso, dipendono dalla patologia. «La sudorazione è la reazione normale con cui nostro corpo regola la sua temperatura interna – precisa Marzia Baldi, responsabile dell’Ambulatorio di Dermatologia, Humanitas Gavazzeni –. è dunque un fenomeno naturale ed essenziale, purché si svolga entro certi limiti. Se questo meccanismo è eccessivo si entra nella forma patologica che prende il nome di ‘iperidrosi’, una malattia che colpisce il 2% degli italiani e che solitamente si manifesta in età giovanile». Le persone che soffrono di iperidrosi si ritrovano con mani, ascelle e viso costantemente bagnati, anche quando non fa caldo. Tutto ciò crea un problema non solo di natura estetica, ma spesso invalidante poiché determina difficoltà e disagio nei rapporti interpersonali. Fortunatamente i rimedi ci sono. L’iperidrosi può essere curata seguendo un percorso dermatologico o chirurgico. «Dal punto di vista dermatologico – spiega la dottoressa Baldi –, si possono praticare infiltrazioni di tossina botulinica, in grado di bloccare temporaneamente le terminazioni nervose che attivano le ghiandole sudoripare a produrre sudore. Il beneficio (che arriva 7-8 giorni dopo le iniezioni) ha una durata di circa 4-6 mesi, dopo di che è necessario re-intervenire». La tossina botulinica è indicata prevalentemente per curare l’iperidrosi ascellare.

I TRATTAMENTI chirurgici, invece, vengono eseguiti con tecnica mininvasiva. «Per interromperne o diminuirne il flusso eccessivo del sudore, si interviene sul nervo simpatico – dice Giuseppe Chiesa, responsabile della Chirurgia mininvasiva dell’Unità Operativa di Chirurgia toracica di Humanitas Gavazzeni –. Per eliminare o ridurre lo stimolo nervoso alla sudorazione, eseguiamo una gangliectomia. L’intervento solitamente viene effettuato in day surgery con la degenza di una sola notte postoperatoria. Il decorso è generalmente rapido e con un buon recupero nelle prime 24 ore».


PER LE ASCELLE SI OPERA RIDUCENDO IL NERVO SIMPATICO SU ENTRAMBI I LATI DEL TORACE

L’intervento chirurgico dura pochi minuti

L’INTERVENTO chirurgico viene utilizzato nelle forme di iperidrosi primitiva severa. Cioè quando la sudorazione è così elevata da fare sentire i pazienti socialmente ‘invalidi’. Casi nei quali il malato chiede un rimedio definitivo al suo problema che può manifestarsi sia in sede palmare, sia facciale, sia ascellare. «La secrezione delle ghiandole sudoripare è regolata dagli stimoli nervosi del sistema neurovegetativo simpatico, quella parte di sistema nervoso che è posizionata nel torace, a lato della colonna vertebrale – spiega il dottor Giuseppe Chiesa –. L’intervento consiste nella simpaticectomia toracica, cioè nella sezione e nell’asportazione di un tratto di nervo simpatico che decorre all’interno di entrambi i lati del torace. Nel contempo, asportiamo uno o più gangli toracici, a seconda del tipo di iperidrosi da curare. L’accesso è mininvasivo e viene eseguito su entrambi i lati del torace. Grazie alle moderne tecnologie, possiamo operare attraverso incisioni di soli 3 millimetri, quindi con ottimi risultati anche dal punto di vista estetico. L’atto chirurgico dura 10-15 minuti per lato. Noi affrontiamo l’intervento sempre bilateralmente in un’unica seduta con anestesia generale. Questo ci permette di escludere alternatamente prima un polmone poi l’altro in modo da operare in massima sicurezza e tranquillità. Con l’asportazione del ganglio o dei gangli toracici otteniamo una migliore radicalità nella resezione del nervo e ottimi risultati con risoluzione importante dei sintomi. Il drenaggio toracico viene tolto un paio d’ore dopo il risveglio del paziente, che solitamente viene dimesso il giorno successivo. Si opera in regime convenzionato col Sistema Sanitario Nazionale».

M.M.F.


Affetto, coccole e senso di responsabilità
Amici animali, un toccasana per la salute

Gli effetti positivi sia psicologici che fisici sono indiscutibili e toccano tutte le fasce d’età

Letizia Cini

GLI ANIMALI fanno star bene, anche da un punto di vista fisico. Ippocrate fu il primo a intuirlo; già 300 anni prima della nascita di Cristo, il medico greco consigliava ai pazienti una lunga cavalcata per combattere l’insonnia e difendersi dallo stress. Oggi? Lo chiediamo a Francesca Batacchi, veterinario e direttore sanitario della Clinica Vet Plus di Firenze.

Alcune ricerche hanno evidenziato che tra gli anziani, quelli che possiedono un cane hanno meno problemi di salute e vanno meno dal medico rispetto a chi non possiede un animale: una questione legata all’attività fisica o… c’è di più?

«La presenza di un animale domestico di cui prendersi cura ha un impatto estremamente positivo sulla quotidianità di un anziano, specialmente se vive da solo».

I motivi?

«Numerosi. Lo stimola a uscire, imponendogli quel minimo di attività indispensabile per mantenersi fisicamente efficiente ma facilita anche la vita di relazione. Non a caso i giardini per cani assumono sempre più frequentemente i connotati di centri di socializzazione dove portare fuori il cane per farlo giocare diventa un pretesto per stare in compagnia e sentirsi meno isolato. Non ultimo, l’affetto incondizionato di un animale allevia la solitudine di molti e può restituire vita e allegria anche alla casa più vuota».

Studiosi giapponesi della Azuba University hanno dimostrato che la convivenza con un pet aumenta la produzione di ossitocina del 20% dopo aver giocato con il proprio amico peloso per un’ora e mezza: esiste un ormone delle coccole? E quali sono gli effetti?

«L’ossitocina è un ormone prodotto dal cervello che nelle femmine dei mammiferi, durante l’allattamento, facilita la secrezione e il rilascio del latte ma completa questa funzione per così dire ‘meccanica’ stimolando l’affettività e la cura dei cuccioli. Il rilascio di ossitocina, qualunque sia lo stimolo che lo ha indotto, si traduce nella liberazione di dopamina che è l’ormone del piacere e della gratificazione. Cosi l’affettività risvegliata dal contatto con un animale, come con una persona amata, tramite l’ossitocina migliora la nostra vita di relazione e promuove un atteggiamento più aperto e fiducioso che ci spinge a interagire e creare legami».

Per i bambini possedere un cane o un gatto è un un aiuto contro obesità e sovrappeso (merito di gioco e attività fisica): da un punto di vista della crescita emotiva, influisce e accresce il loro senso di responsabilità?

«Per tutti i bambini un animale domestico può rappresentare un compagno di giochi e di vita ideale. Stimola la curiosità e la capacità di osservazione necessaria per comprendere le esigenze di un altro essere vivente di cui prendersi cura nel rispetto della diversità. Predispone ad un’affettività ‘sana’ che si basa su un rapporto alla pari e prescinde dalle modalità d’interazione sia con gli adulti sia con i coetanei perché un animale è capace di un amore unico perché incondizionato».

Chi ha avuto un infarto e possiede un pet ha una percentuale di sopravvivenza che è quattro volte superiore a chi non ne ha, ma il cuore si giova della loro compagnia anche sotto il profilo psicologico. Nel corso della sua carriera le è capitato qualche caso emblematico?

«Non un solo caso. Ho visto tante persone, anziane e malate che hanno vissuto più felici e più a lungo grazie ad un amico speciale che ha saputo rallegrare la loro vita, alleggerire la solitudine. Il sentirsi indispensabili li ha resi più forti e più reattivi ed è accaduto spesso che se ne andassero poco dopo il loro amico».


PET THERAPY

Benvenuti in ospedale e ambulatori privati

RICONOSCIUTA dal servizio sanitario nazionale (decreto legislativo del 6 febbraio 2006) la pet therapy è entrata di diritto in ospedali, istituti e case di riposo, abbattendo vincoli e pregiudizi che impedivano l’accesso agli amici a quattro zampe. Ma si può parlare di proprietà terapeutiche degli animali? «Indubbiamente hanno un potere curativo – assicura la veterinaria Francesca Batacchi -: osservarli e accudirli contribuisce a distrarci dai brutti pensieri, così come accarezzarli riduce il nostro stress». Già ampiamente utilizzata nella cura di patologie più gravi, la pet therapy è entrata anche in studi e ambulatori privati: «Il valore di un animale all’interno di un contesto sanitario è già stato sperimentato – spiega Antonella Barone dell’associazione Amici per la coda di Terni che si occupa di interventi assistiti con animali e una volta a settimana li conduce ‘in servizio’ dal dentista – ; anche se qui non si parla di patologie, la presenza di un cane aiuta ad abbattere ansia, tensione e paura».

Le. Ci.


RICERCA LA PRESENZA DI UN QUATTROZAMPE MIGLIORA IL MORALE E LE RELAZIONI INTERPERSONALI

Più produttivi e meno stressati
Portare il cane in ufficio fa bene a tutti

GLI SCIENZIATI lo confermano: lavorare con il proprio amico a quattro zampe è un efficace antidoto contro stress, nervosismo e tensioni. La sola presenza di un cane sul luogo di lavoro stimola legami profondi e sinceri, liberi da maschere e ambiguità relazionali, permettendo di vivere momenti di serenità e gioia, conferma la master coach Marina Osnaghi. Ma in che modo? Creando momenti di distrazione capaci di rilassare e rimettere in equilibrio la mente, migliorando l’umore ed eliminando la fissità del pensiero, favoriscono relazioni sincere e aumentano la produttività. Effetti benefici non solo per i dipendenti, ma anche per le aziende, che vedono le prestazioni dei dipendenti salire di qualità, tanto che è in crescita il numero di quelle che decidono di aprire le porte agli amici a 4 zampe: ben 7 milioni in Italia secondo il Rapporto Assalco-Zoomark 2018. Molti gli studi scientifici che dimostrano quanto faccia bene lavorare con il proprio cane: come segnalato dal britannico The Guardian, i ricercatori della Virginia Commonwealth University hanno studiato i livelli di stress dei dipendenti di un’azienda manifatturiera che hanno portato i cani a lavorare: l’esito ha rivelato che gli impiegati amanti dei cani hanno riferito di sentirsi significativamente meno stressati rispetto a quelli che non accompagnati da fido.

LA RIVISTA Forbes invece ha dato recentemente spazio a uno studio condotto dal Banfield Pet Hospital denominato ‘PAWrometer Pet-Friendly Workplace’ nel corso del quale i ricercatori hanno chiesto a oltre 1200 tra dipendenti e responsabili delle risorse umane l’impatto di avere un posto di lavoro amico degli animali domestici: in aree come il miglioramento del morale dei dipendenti, un maggiore equilibrio tra lavoro e vita privata, migliori relazioni lavorative e capacità di lavorare per più ore, gli intervistati hanno evidenziato dei benefici tra il 75% e il 95% dei casi. «L’essere in compagnia dei cani sul luogo di lavoro favorisce l’instaurarsi di rapporti interpersonali più articolati e coinvolgenti, creando istantaneamente in presupposti per passare dei momenti felici – riprende Marina Osnaghi – . Autorevoli ricerche confermano che la serenità e la gioia generate dalla compagni di un cane sul luogo di lavoro inneschino una maggiore disponibilità e possibilità di ri-focalizzarsi meglio sulle attività da svolgere ed alzare le prestazioni». Ma non è tutto, numerosi sono anche i benefici fisici dell’avere con sé un amico a 4 zampe in ufficio. Noi non ce ne accorgiamo, ma alcuni disturbi, come il pollice a scatto, i disturbi a spalle e braccia, i polsi formicolanti ed insensibili per il troppo tempo passato a digitare appoggiati alla tastiera, sono figli di posizioni innaturali e forzate per troppe ore e dell’ansia di fare che si scarica attraverso il corpo: giocare, coccolare, muoversi con il cane è una formidabile cura a queste patologie tipiche dei luoghi di lavoro più sedentari. Teorie confermate dal professor Stephen Colarelli, psicologo presso la Central Michigan University: secondo i suoi studi «portare i cani sul posto di lavoro riduce lo stress, la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna e rendono meno solitari gli individui che lavorano da soli. Le persone sono percepite come più amichevoli e disponibili quando un cane è presente in ufficio. Infine, è probabile che aumentino la cooperazione e altri comportamenti positivi tra i membri dei gruppi di lavoro». Sempre nel rispetto di chi, magari, il cane non ce l’ha.

Letizia Cini

2018-11-23T11:39:54+00:00 Argomento: FAMIGLIA|Speciale |