Quando le vene pigre tradiscono le gambe

Il sangue che circola lentamente causa gonfi ore e pesantezza, le donne sono più colpite. Ecco i consigli dell’esperto

di Loredana Del Ninno

L’ESTATE si avvicina e il problema delle gambe gonfi e e pesanti si ripresenta, affl iggendo secondo le statistiche quattro donne su dieci. Il caldo, per la sua azione vasodilatatrice, è nemico dichiarato di chi soffre di insuffi cienza venosa, disturbo circolatorio caratterizzato da un ritorno diffi coltoso del sangue. Facciamo il punto con Gianfranco Gainotti, direttore sanitario delle terme di Monticelli, in provincia di Parma.

Dottore, qual è la definizione precisa di insuffi cienza venosa?

«Si tratta di una patologia degli arti inferiori determinata dal rallentamento del fl usso sanguigno attraverso il circolo venoso».

Quali sono i sintomi?

«Gonfi ore e pesantezza fi no alla comparsa, nei casi più gravi, di complicanze quali fl ebiti, trombosi e ulcerazioni».

La problematica sembra interessare maggiormente il gentil sesso.

“Le donne sono più colpite a causa dei loro complessi equilibri ormonali. L’insuffi cienza venosa può comparire anche in giovane età, con la classica ritenzione idrica, aggravarsi in gravidanza e con l’arrivo della menopausa. Si manifesta anche negli uomini, in misura minore».

Chi è lo specialista di riferimento?

«L’angiologo, che prescriverà gli esami opportuni per tracciare il quadro della situazione. L’ecodoppler e l’ecocolordoppler sono i test più diffusi».

Esiste una familiarità?

«Sì. Chi ha una madre o una zia con problemi circolatori è statisticamente più predisposto».

La presenza di capillari è un campanello di allarme?

«Sì e no, nel senso che le teleangectasie, così di definiscono clinicamente, indicano una predisposizione ».

Tornando all’insufficienza venosa, cosa fare per prevenire problemi alla gambe?

«Anzitutto evitare di aumentare di peso e fare costantemente movimento. Un buon tono muscolare agevola l’effetto di ‘pompaggio’ esercitato dai muscoli stessi, facilitando il ritorno del sangue. Non sono richiesti allenamenti intensi, la semplice camminata a passo veloce, se eseguita con regolarità per un’ora almeno tre volte alla settimana, è sufficiente».

Come bisogna comportarsi a tavola?

«L’alimentazione deve essere bilanciata, sana e ipocalorica, evitando il più possibile i cibi ricchi di grassi animali. La dieta mediterranea è un ottimo compromesso, in grado anche di soddisfare il gusto. Altra buona regola è evitare di salare troppo i cibi».

E per quanto riguarda l’idratazione?

«I classici due litri d’acqua distribuiti nell’arco della giornata vanno bene».

Quali sono i farmaci più utilizzati nella cura dell’insufficienza venosa?

«Dipende dall’entità del disturbo. Nei casi lievi si utilizzano preparati a base di principi attivi estratti dalle piante, come ad esempio i bioflavonoidi. La terapia si fa più mirata in caso di complicanze. Un errore comune è quello di somministrare diuretici per ‘sgonfiare’ le gambe: è sbagliato perché si interviene sul sintomo e non sulla causa del disturbo. Inoltre i liquidi persi vengono immediatamente riacquistati».

Il mare può essere un buon alleato?

«Le passeggiate sulla battigia vanno benissimo perché la sabbia svolge un’azione di ‘spremitura’ sull’arco plantare, così come quelle in mare con le gambe in immersione. Evitare però di esporre gli arti inferiori al sole, soprattutto nelle ore più calde»..


In forma con i percorsi Kneipp
L’acqua termale è un toccasana

L’alternanza di caldo e freddo ha un effetto veno-tonico stabile

«IL CICLO di cure per vasculopatie periferiche – spiega il dottor Gianfranco Gainotti, direttore sanitario delle teme di Monticelli (Parma) – è costituito da due momenti distinti in ogni seduta: una sessione di chinesiterapia in palestra di 30 minuti e una di idroterapia in vasche di acqua termale, alternativamente calda e fredda (percorso Kneipp), che dura mezzora. Il ciclo comprende 12 sedute e include indagini per delineare il rischio cardiovascolare del paziente (elettrocardiogramma a riposo, doppler venoso agli arti inferiori, esami del sangue)».

«L’obiettivo – prosegue l’esperto – è soprattutto quello di contrastare gli effetti dell’insufficienza venosa (edema, gonfiore, pesantezza) agli arti inferiori attraverso l’azione diretta e indiretta dell’esercizio fisico e del mezzo di cura termale. I meccanismi sono combinati fra di loro: l’effetto di ‘spremitura’ dell’albero venoso periferico da parte della muscolatura della gamba attivata dall’esercizio fisico in palestra e in acqua, quello drenante osmotico dell’acqua salso- iodica (caratterizzata da un’elevata concentrazione salina), e l’effetto veno-tonico dell’alternanza all’esposizione di acqua calda, alla temperatura di 33°C, e fredda, alla temperatura di 23°C. Alcuni studi clinici condotti in Francia sottolineano l’utilità di questa tipologia di cure termali per migliorare la qualità di vita dei pazienti con insufficienza venosa agli arti inferiori, con effetti stabili anche tre mesi dopo il trattamento. L’immersione in acqua termale è benefica anche sul versante osteo-articolare, ad esempio nei pazienti con flebopatia cronica ed artrosi di ginocchio».

L.D.N.


Alla ricerca del silenzio perduto

Il nostro cervello riceve quattro miliardi di informazioni al secondo e non riesce a processare tutti i dati di una vita

di Rita Bartolomei

SIAMO sempre connessi e forse proprio per questo affamati di silenzio. Assenza di rumore ma anche spazio di meditazione, chiave per tornare in sé. Terapia dell’anima che «fa bene al cervello. Perché ristruttura i pensieri, permette di concentrarci su quello che stiamo facendo, sull’hic et nunc. Solo se rimaniamo in silenzio, osserviamo quel che sta accadendo, ascoltiamo il nostro respiro e le informazioni che il corpo ci dà, riusciamo ad essere perfettamente consapevoli». La diagnosi è di Michele Cassetta, 54 anni e molte cose: medico, giornalista, autore televisivo e teatrale, docente di comunicazione medico-paziente a Bologna. Da anni studia il cervello e lo porta a teatro nello spettacolo ‘Flow, la mente latente’, musica e parole per raccontare il pensiero, con il trombonista Gianluca Petrella e la regia di Antonio Lovato.

Dottor Cassetta, siamo sottoposti a stimoli continui.

«Si pensa che una persona riceva oggi in un anno i dati che nell’Ottocento si raccoglievano nell’arco di una vita».

Siamo sovraccarichi.

«E disabituati al silenzio. Che invece è il momento in cui si ritrova se stessi».

Bombardati dalle informazioni.

«Addirittura 4 miliardi al secondo, questa è la stima. Arrivano anche da tante piccole parti del nostro corpo, oltre che dall’ambiente esterno».

Molte sono… silenziose.

«La maggior parte. Il cervello sente anche quelle rumorose ma non le processa. Per questo ad esempio chi abita vicino a una ferrovia non si accorge più del treno che passa. L’orecchio sente il rumore ma la nostra mente è insensibile».

Abbiamo bisogno di pause.

«Ancora non sappiamo perché dormiamo. Molti pensano che accada per stabilizzare le esperienze che viviamo. Così si crea la nostra identità».

Rumore e silenzio: ha effetti diversi su maschi e femmine?

«Direi così: le donne sono più attente al silenzio perché sono più empatiche. Hanno sempre dovuto occuparsi dei fi gli. Bisogni e disagi dei piccoli che non possono esprimersi, si riescono a capire meglio osservandoli in silenzio».

Lei insegna comunicazione medico- paziente. Anche qui la comprensione è centrale.

«Ma tutti gli studi più importanti dimostrano che in media il paziente viene interrotto dopo 22 secondi».

Bloccati dalla mancanza di ascolto.

«E invece proprio quello permette di creare una relazione di qualità. La nostra categoria deve fare autocritica: i medici ascoltano poco, sono abituati a dare giudizi, qualche volta ad avere pregiudizi».

Il rumore fa male al nostro cervello?

Sorride: «Il rumore fa male al cervello di chi ha paura del silenzio».


ALLA SCOPERTA DI SENSAZIONI DIMENTICATE

Un’Accademia e un festival per vivere senza rumore

Si chiama Accademia del silenzio, è nata in una metropoli come Milano per quelli che già praticano la ‘disciplina’ e per quelli che desiderano rieducarsi. Sul sito la presentano così: «Un nuovo modo di comunicare, un diverso ritmo del vivere». I fondatori sono Duccio Demetrio (professore) e Nicoletta Polla-Mattiot (giornalista). Sono partiti da una doppia certezza: «I due lussi di oggi, i beni di cui più sentiamo la mancanza sono il tempo e il silenzio». Per ri-conquistarli, l’Accademia lavora sul piano teorico e pratico. Ha un centro di formazione e una scuola dove si organizzano corsi; nello stesso tempo fa proseliti con i club sparsi sul territorio nazionale, che viene mappato alla ricerca dei luoghi del silenzio. Organizza camminate per imparare ad essere attenti «ai suoni, alle forme, alle immagini, ai colori e agli odori dei luoghi». E porta questa fi losofi a nelle aule, cercando di spiegare a bambini e ragazzi l’inquinamento acustico e le sue ricadute su ambiente e salute. Infi ne, con il festival del silenzio, prova a raccontare a tutti il fascino di una vita davvero più ecologica.

R.B.


Atterraggio morbido sul jet lag

I trucchi per superare lo scompenso da fuso orario, prima della partenza e subito dopo l’arrivo

di Gloria Ciabattoni

LA PRIMAVERA porta la voglia di vacanze, di esplorare nuovi mondi, magari approfi ttando di qualche promozione delle compagnie aeree: quando si vola non in altissima stagione le tariffe sono agevolate. Ma per la maggior parte dei viaggiatori è in agguato lo sgradevole problema del jet lag, lo scompenso che la differenza dei fusi orari provoca nel nostro organismo in seguito dell’alterazione dei ritmi di luce e di buio. Per alleviare questi disturbi ci sono piccoli trucchi da mettere in atto qualche giorno prima di partire. Se si andrà verso est anticiperemo l’ora di coricarci e ci godremo la luce del mattino, mentre se andremo verso ovest si andrà a dormire un’ora più tardi e ci si esporrà alla luce di sera. È la luce infatti che, attraverso i segnali che dà al nostro cervello tramite la retina, regola l’emissione di melatonina endogena e controlla il nostro orologio biologico.
Ovviamente un viaggio comodo aiuta, ma anche se si vola in economy possiamo seguire piccoli accorgimenti, come evitare cibi pesanti, bere molta acqua per non disidratarci, evitare gli alcolici e il caffè (sennò addio sonno). Giova anche dotarsi di cuffi e, ciabatte usa e getta (il piede costretto nella scarpa diventa, dopo una dozzina di ore di volo, una sorta di zampogna), cuscino gonfi abile e mascherine se il volo è notturno. Chi teme i crampi alle gambe può prenotare un poso vicino alle uscite di sicurezza, più spazioso, anche se di solito c’è un piccolo supplemento da pagare.
Fin qui la prevenzione, ma quando si arriva alla meta? La scelta dell’albergo spesso è fondamentale, ovviamente quando è possibile. Molti alberghi consentono agli ospiti di scegliere, all’atto della prenotazione, fra diversi tipi di materassi e cuscini, poi ci sono hotel che propongono materassi solo con fi bre naturali, anatomici, molleggi brevettati, cuscini e piumoni antiallergici, e via dicendo Ci sono anche hotel che dispongono disuites circadianeper creare il buio totale e luci artifi ciali a spettro completo, e si possono chiedere pranzo o cena a qualunque ora del giorno e della notte. Scegliendo una stanza silenziosa e la biancheria che più ci aggrada si supereranno prima i problemi del jet lag.
E quando si arriva e si hanno solo poche ore prima di andare ai nostri appuntamenti? Anche in questo caso l’ideale è scegliere un hotel con una spa attrezzata per i viaggiatori, con trattamenti termali per aiutare a controllare i sintomi del jet lag: idroterapia, bagni e massaggi, piatti appositi per reintegrare le vitamine ed i nutrienti perduti. Scegliendo i massaggi, molto rilassanti sono quelli al viso, alle tempie, al cuoio capelluto, e quelli dolci con olii essenziali per il corpo, per decontrarre la muscolatura. La massaggiatrice non è a disposizione? Se in albergo c’è una piscina, lente nuotate aiuteranno il nostro corpo a distendersi dopo le ore trascorse in aereo, e una sauna rilassante ci aiuterà a eliminare i postumi della stanchezza. E saremo pronti.


EST O OVEST

I nostri ritmi vanno in tilt sui meridiani

Capita alla maggior parte delle persone che affrontano un lungo viaggio aereo (alcune statistiche parlano del 90 per cento, a prescindere dall’ età e dal sesso), con molteplici cambiamenti di fusi orari, di sentirsi all’arrivo disorientati, stanchi, insonnoliti, a volte anche con emicrania. Colpa del jet lag. Ma perché si verifi ca? Il nostro organismo si organizza su un ritmo di 24 ore, il cosiddetto ritmo circadiano, improntato sulle ore di luce e su quelle di buio, in base alle quali si alternano il sonno e la veglia, cambia la temperatura corporea, e la pressione arteriosa si modifi ca.
Questo orologio interno del nostro corpo va già in tilt quando si attraversano due o tre meridiani, che equivalgono a due o tre ore in più o in meno rispetto a quelle sulle quali il nostro ciclo circadiano è tarato, che ci mette un po’ ad adeguarsi alla nuova situazione di luce e di buio. Così ci si trova ad avere sonno di giorno e ad essere svegli di notte. Quando si vola da est a ovest, il jet lag è in agguato anche se il viaggio non è lunghissimo. Se andremo a New York, ci aspetteranno solo otto ore e mezzo di volo, però si attraverseranno sei fusi orari. Così ad esempio se partiamo alle 13 e arriviamo nel pomeriggio ora di New York, per il nostro organismo sarà sera. Però in questo caso la luce del giorno ci aiuterà a riprendere i ritmi circadiani. Da est a ovest avremo disturbi, calcolati in giorni, di circa la metà del numero di fusi orari attraversati, ovvero se cambiamo il fuso di 12 ore ci impiegheremo sei giorni per adeguarci. Se invece il viaggio è da ovest a est è il contrario, il giorno per noi diventa più corto. Adeguarsi al nuovo fuso orario richiederà, in giorni, circa i due terzi del numero di fusi orari attraversati, quindi se si cambia il fuso orario di 12 ore in questo caso impiegheremo 9 giorni per riprendere i ritmi normali.

G.C.