I geni chiave di volta per sessanta malattie

Le patologie lisosomiali sono curate con terapia enzimatica sostitutiva. Ora la ricerca punta a intervenire direttamente sul Dna

Ci sono tante famiglie con un congiunto affetto da una malattia rara, difficile da individuare e orfana di cure, che coltivano speranze. Ne abbiamo parlato con Francesca Carubbi, docente all’Università di Modena e Reggio Emilia, responsabile modenese del Centro di riferimento malattie lisosomiali nella regione Emilia Romagna.
Professoressa Carubbi, quanto incidono le affezioni ereditarie o genetiche?
«Le malattie rare colpiscono meno di una persona ogni 2mila, ma sono tantissime, oltre 7mila, quindi sono tanti i malati ‘rari’, oltre due milioni in Italia».
Che distribuzione hanno?
«Nel 90% dei casi sono malattie genetiche, 60% dei casi riguardano l’età pediatrica. Sono letali nel 30%, più spesso sono forme progressive, invalidanti, croniche, degenerative, spesso dolorose, difficili da riconoscere e curare, ma oggi ci sono farmaci efficaci per alcune di queste».
Le malattie lisosomiali in particolare che cosa provocano?
«Parliamo di oltre 60 malattie diverse, sistemiche, croniche, progressive, dovute a difetti ereditari di un enzima, o di un trasportatore, per cui una specifica tappa del metabolismo cellulare si inceppa a livello di quel particolare organello cellulare, il lisosoma, provocando l’accumulo di sostanze tossiche e conseguenze dannose in vari organi».
Che speranze abbiamo?
«Da vent’anni la terapia enzimatica sostitutiva è disponibile per malattie lisosomiali, come Gaucher, Fabry, Pompe e alcune mucopolisaccaridosi. Abbiamo poi farmaci per via orale detti “chaperones” che correggono l’enzima difettoso e farmaci che inibiscono la formazione del substrato. Per alcune malattie neurodegenerative lisosomiali si sperimentano farmaci in grado di penetrare nel sistema nervoso centrale e prevenire il danno neurologico. In futuro la terapia genica permetterà di curare il difetto che causa la malattia, siamo in fase sperimentale avanzata».
Che risultati ha dato la terapia enzimatica sostitutiva?
«Cambia la vita, migliora i sintomi, riduce i danni a livello di fegato, ossa, milza, cuore, reni, muscolo, polmoni. E i farmaci per via orale migliorano anche la qualità di vita, liberando il paziente dalle infusioni periodiche, con ottimi risultati».
La ricerca progredisce, oggi cosa può offrire il medico?
«La diagnosi di alcune malattie lisosomiali trattabili è ora possibile già alla nascita, tuttavia, per dare efficacia agli screening neonatali occorre sapere bene come gestire quei bambini asintomatici e supportare le famiglie. Occorre un’organizzazione specifica ed estendere la legislazione in materia a tutto il territorio nazionale rispettando criteri di equità e sostenibilità».
Cosa resta da fare?
««Io opero in Emilia Romagna, dove le reti per le malattie rare sono da anni implementate e funzionanti, l’organizzazione sanitaria rende fruibili test diagnostici e genetici, terapie e supporti. Si dovrà favorire l’inclusione sociale dei pazienti, come chiesto dalle associazioni malati rari. E occorre diffondere la consapevolezza e la conoscenza delle malattie rare tra i sanitari per favorire la diagnosi precoce».

Alessandro Malpelo


La ricerca scientifica fa passi da gigante
A segno i primi test su una terapia sperimentale

Deficit da sfingomielinasi acida: speranze dai risultati preliminari con la molecola olipudasi alfa
Per ora è l’unico trattamento

Malattie rare, la ricerca farmaceutica ha fatto concreti passi avanti. Ultima in ordine temporale è la notizia dei risultati promettenti per olipudasi alfa, prima e unica terapia in fase avanzata di studio per il deficit da sfingomielinasi acida (ASMD). Si tratta di una malattia rara, progressiva e potenzialmente letale che interessa oggi circa duemila pazienti tra Stati Uniti, Europa e Giappone e non ha una terapia efficace. Negli studi, olipudasi alfa ha dimostrato di agire sui gravi sintomi della malattia, quali disfunzione polmonare progressiva e aumento del volume della milza, sia negli adulti sia in età pediatrica. «I risultati ottenuti con questa molecola rappresentano indubbiamente un grande passo avanti nel trattamento della ASMD perché fanno intravedere la possibilità di una terapia per questa malattia devastante», ha affermato John Reed, responsabile della ricerca e sviluppo di Sanofi a livello globale. «Siamo in attesa di iniziare a confrontarci con le autorità regolatorie dei diversi Paesi per poter portare questo potenziale nuovo trattamento ai pazienti». Stiamo parlando di un’altra rara malattia da accumulo lisosomiale potenzialmente letale dovuta al deficit dell’enzima chiamato appunto sfingomielinasi acida, che si trova in compartimenti speciali all’interno delle cellule chiamati lisosomi, ed è necessario per metabolizzare un lipide chiamato sfingomielina. Se l’enzima è carente o non funziona come dovrebbe, la sfingomielina si accumula all’interno delle cellule, mettendo a repentaglio la corretta funzionalità di organi vitali. L’ASMD è generalmente conosciuta come malattia di Niemann-Pick di tipo A e B, che si differenziano per gravità del coinvolgimento neurologico e organi colpiti presentando un continuum di presentazioni cliniche nei pazienti. «L’impegno nelle malattie rare è nel DNA di Sanofi Genzyme da più di 35 anni», commenta Marcello Cattani, General Manager di Sanofi Genzyme Italia. «Alcune delle terapie enzimatiche sostitutive frutto della nostra ricerca rappresentano tutt’oggi lo standard di cura e, spesso, l’unica terapia per molti malati rari. Siamo fiduciosi che con le nuove tecnologie e i nuovi filoni di ricerca che si stanno concretizzando potremo scrivere nuove pagine di questa storia».


PORPORA TROMBOTICA

Un nanoanticorpo soccorre il sangue

Si chiama Caplacizumab, nanoanticorpo bivalente contro il fattore di Von Willebrand, che agisce quando un’alterazione del sistema immunitario inizia a produrre anticorpi che sovvertono la regolazione del processo di coagulazione del sangue. Prima terapia specifica per adulti con porpora trombotica trombocitopenica acquisita, è disponibile per uso ospedaliero in associazione alla plasmaferesi e immunosoppressione. «Abbiamo un’arma aggiuntiva per una patologia finora priva di risposte terapeutiche efficaci immediate», ha dichiarato Flora Peyvandi docente di Medicina Interna all’Università di Milano, direttore Centro emofilia e trombosi della Fondazione Ca’ Granda, Ospedale Maggiore Policlinico, centro di eccellenza a livello nazionale.