‘Codice ictus’, Bologna leader nell’urgenza

La Stroke Unit dell’Ospedale Maggiore copre un bacino di un milione di abitanti, e i tempi di intervento sono molto rapidi

di Donatella Barbetta

UNA CORSA contro il tempo: è la prima arma per affrontare l’ictus, dopo averne riconosciuti i sintomi e chiamato il 118.

Sotto le Due Torri scatta una procedura particolare?

«Sì. Da poco più di un anno abbiamo dato il via a una riorganizzazione e tutti i pazienti che ricevono il ‘codice ictus’ dal 118, dopo la telefonata di pre-allerta con il neurologo, vengono trasportati all’ospedale Maggiore, dove è collocata la Stroke Unit, dotata di venti posti letto», risponde Andrea Zini, direttore della Neurologia e responsabile della Rete Stroke metropolitana».

Quali sono i vantaggi?

«Le persone da trattare non perdono minuti preziosi alla ricerca di un ospedale che possa accoglierle. Parliamo infatti di una patologia tempo dipendente, ma arrivano nel minor tempo possibile nella struttura più adatta per trattare un ictus – o stroke – ischemico, evitando gravi disabilità o la morte. L’aspetto organizzativo è fondamentale e coinvolge un bacino di un milione di abitanti su tutta la provincia».

In quanti minuti l’ambulanza raggiunge il paziente?

«Il tempo medio di arrivo dell’ambulanza nel 2018 è stato di 11 minuti. Negli ultimi anni, anche grazie all’aumento dell’utilizzo dell’elisoccorso, i tempi si sono ridotti».

Qual è il bilancio del primo anno di attività?

«Su 1.700 pazienti arrivati in emergenza, ne abbiamo ricoverati circa 900, sono grandi volumi di attività legati alla centralizzazione primaria. Dopo le terapie necessarie nella fase acuta, inizia la ricerca della causa dell’ictus e della prevenzione e gestione delle complicanze, grazie alla presenza di numerosi specialisti, tra i quali cardiologi, rianimatori, neurochirurghi e chirurghi vascolari ».

Come intervenite della fase acuta?

«Le terapie sono due, la trombolisi e la trombectomia meccanica. La prima è farmacologica, viene fatta dal neurologo per via endovenosa allo scopo di sciogliere il coagulo di sangue che chiude l’arteria. L’altra è una procedura endovascolare attraverso la quale il neuroradiologo interventista va a rimuovere il coagulo: con un catetere si sale dall’inguine e si naviga all’interno delle arterie fi – no a raggiungere l’arteria occlusa nel cervello».

Dopo la riorganizzazione, come sono cambiati i numeri delle prestazioni?

«Siamo passati in un anno da 195 a 293 trombolisi, mentre le trombectomie sono salite 57 a 126. L’obiettivo è diminuire il tasso di mortalità e disabilità residua. Una volta il malato rimaneva gravemente invalido o moriva, ora quasi il 70% torna autonomo dopo 3 mesi dall’ictus dopo il trattamento con trombolisi endovenosa e, nei casi più gravi, in cui è indicata la trombectomia meccanica, quasi il 50% recupera completamente dalla disabilità».

Nella Stroke Unit quali altre indagini innovative sono utilizzate?

«Gli esami con le neuroimmagini sono diventati fondamentali: grazie a Tac e angio Tac riusciamo a studiare i vasi del collo e anche quelli intracranici e così siamo in grado di vedere dove è chiusa l’arteria. Inoltre, la Tac con il mezzo di contrasto ci permette di individuare il tessuto cerebrale già danneggiato e quello che non riceve più sangue, ma potenzialmente ancora salvabile se viene riaperto quanto prima il vaso ostruito».

E le prospettive di ripresa dopo un attacco ischemico?

«La ripresa prosegue con il percorso riabilitativo che può coinvolgere fi siatri, fi sioterapisti o logopedisti »


«I fumatori rischiano a tutte le età
La prevenzione è fondamentale»

Il professor Mauro Silvestrini dell’ospedale di Torrette di Ancona

UNA IMMAGINE del 1945 inquadra Roosevelt, Churchill e Stalin seduti a Yalta. I primi due sono immortalati con, rispettivamente, una sigaretta e un sigaro in bocca ed entrambi sono stati stroncati da un ictus: «E’ un’immagine che uso spesso durante le mie conferenze. Questo per ‘spaventare’, o meglio spiegare come il fumo sia una delle quattro condizioni primarie che incidono di più sul rischio di un ictus». Il professor Mauro Silvestrini è il direttore della clinica neurologica dell’ospedale di Torrette di Ancona, un reparto che conta su dodici medici, un terzo dei quali universitari, 25 posti letto ordinari e quattro per la Stroke Unit. Un presidio medico unico nelle Marche e tra i pazienti seguiti ci sono anche quelli affl itti da patologie che vedono il fumo come concausa decisiva. In Italia ci sono 200mila nuovi casi di ictus all’anno, 5mila nelle Marche.
Recenti statistiche parlano di una popolazione fumatrice che si aggira attorno a 12 milioni di persone, con una parità ormai defi nita tra uomini e donne, con adulti ed anziani tra i più colpiti, ma non solo loro: «Ci sono capitati pazienti fumatori a rischio ictus anche a 17-18 anni – aggiunge il professor Silvestrini -. Diversi i casi di giovani donne che assumono la pillola anticoncezionale, un cocktail molto pericoloso in caso di fumatrici a causa delle terapie ormonali. Da noi arrivano fumatori incalliti, gente capace di arrivare a fi ne giornata anche con 60 sigarette consumate. Eppure anche loro hanno la possibilità di evitare l’ictus. Bisogna eliminare un dubbio importante: ridurre se non eliminare del tutto il fumo può salvare chiunque da rischi per la salute. Assuefazione, dipendenza sono termini reversibili, i fumatori questo lo devono capire. Meno si fuma meglio è. Le sigarette elettroniche? Un fattore che confonde, chi le fuma usa pure quelle normali. Ogni anno qui in reparto vediamo circa 500 tra ischemie ed emorragie, ma riusciamo solo in parte ad intervenire, quando le cose non sono andate troppo avanti. Nello specifi co riusciamo a trattarne circa 150. Le cure non mancano, ma è vitale la prevenzione. Chi passa un certo limite rende il danno irreversibile e le terapie inutili».

Pierfrancesco Curzi


A Firenze un bip accende la riabilitazione

Il Centro Don Gnocchi utilizza la robotica che calibra con i terapisti specializzati le tappe di un recupero personalizzato

di Ilaria Ulivelli

«L’ICTUS è un terremoto che arriva all’improvviso nella vita: non si capisce cosa stia succedendo, ci si sente impotenti e fragili. E come dopo un terremoto, superata la fase acuta, restano i danni e la ricostruzione ». Queste le parole di un paziente in riabilitazione al Centro Don Gnocchi di Firenze, Istituto di ricovero e cura a carattere scientifi co (Irccs), una delle principali strutture nelle quali si articola la Fondazione Don Gnocchi in Italia. Dotato di 190 posti letto, ha avviato a fi ne agosto 2011 la propria attività operativa e oggi è all’avanguardia nel panorama della riabilitazione toscana e nazionale anche grazie a una strumentazione tecnologica e robotica di ultima generazione.
Le attività riguardano la medicina della riabilitazione (cardiologia, malattie dell’apparato respiratorio, neurologia, ortopedia e traumatologia) e la riabilitazione intensiva di alta specialità, con il ricovero diretto di pazienti in massima parte provenienti dai reparti ospedalieri, appena terminata la fase acuta della malattia. Inaugurato nell’ottobre 2017, è presente al Centro di Firenze anche un innovativo reparto di riabilitazione pediatrica, per la cura di piccoli pazienti provenienti in massima parte dai reparti ospedalieri pediatrici per acuti.
Se la sopravvivenza dopo un ictus è aumentata esponenzialmente negli anni, grazie al soccorso tempestivo e al trattamento, ancora troppo spesso i danni possono essere gravi, talvolta, irreversibili: paralisi degli arti e movimenti compromessi. Per il recupero delle funzioni è fondamentale cominciare nei tempi più rapidi possibili un percorso graduale di riabilitazione. Al Don Gnocchi, uno dei centri più quotati in Italia per la riabilitazione intensiva post ictus, il paziente viene accompagnato attraverso varie fasi nelle quali gli interventi vengono calibrati in base a un progetto estremamente rigoroso che coinvolge un’équipe specialistica multidisciplinare, affi dandosi anche alle più moderne tecnologie robotiche, in particolare per la riabilitazione degli arti superiori.
Un recente studio scientifi co, realizzato all’interno della Fondazione, ha evidenziato l’effi cacia della riabilitazione robotica: la vera mossa vincente sta nel connubio tra il terapista esperto, in grado di calibrare gli interventi su misura per il paziente, e la macchina che permette di misurare la performance e quindi i miglioramenti così da modulare il trattamento sulla base anche del recupero che può essere differente da paziente a paziente. In più, attraverso un interfaccia coinvolgente, i sistemi tecnologici conquistano l’attenzione del paziente, fornendo segnali di incoraggiamento e di obiettivo raggiunto.


Careggi apre le porte ai fumatori incalliti
Tre mesi per eliminare una delle cause di ictus

La clinica universitaria ha realizzato un percorso con pneumologo e psicologa in squadra

SI PUÒ cominciare anche per gioco, ma smettere non è mai uno scherzo. Che il fumo faccia male, lo sanno anche i bambini. Anche se sono proprio i giovanissimi a cadere in tentazione. Al Centro antifumo dell’azienda ospedaliero universitaria di Careggi, dal 1999 un’équipe multidisciplinare aiuta a liberare dal vizio gli ‘schiavi’ delle bionde, che vengono seguiti in un percorso personalizzato. A Careggi, nell’ultimo anno, sono state seguite 286 persone con tassi di successo del 50% a 3 mesi, del 42% a 6 mesi e del 38% a 12 mesi.
«In un centro specializzato come il nostro, attivo dal 1999 – spiega il responsabile, Salvatore Cardellicchio – è stato affi nato negli anni un percorso che inizia con una prima visita durante la quale viene fatta l’anamnesi del paziente per poi procedere alla misurazione del livello di monossido di carbonio esalato. E’ un esame che serve a defi – nire con oggettività l’esposizione al fumo attivo, cioè quante sigarette fuma il paziente e come le fuma. Dopodiché il tabagista viene sottoposto al test di Fagerstrom che consente di valutare il grado di dipendenza fi sica da nicotina». Per indagare la componente motivazionale e psicologica del paziente vengono somministrati questionari specifi ci. «Il percorso – prosegue Cardellicchio – prevede una serie di controlli nell’ambito di un programma di disassuefazione». Subito dopo la prima visita, la presa in carico del paziente prevede un costante supporto motivazionale. Per questo viene suggerita la partecipazione a incontri di gruppo settimanali, con una psicologa specializzata, che – statistiche alla mano – fornisce maggiori possibilità di raggiungere l’obiettivo.
«Il programma dura tre mesi e prevede 6 incontri individuali con lo pneumologo che possono essere associati ai 6 incontri motivazionali di gruppo – conclude il responsabile del servizio –. Su indicazione dello pneumologo è possibile fare l’esame spirometrico per la valutazione della funzione respiratoria».
Farmaci o basta la forza di volontà? «Utilizziamo farmaci, scientifi – camente validati, secondo le caratteristiche del paziente: sostituti nicotinici in cerotti, gomme, compresse, inalatori o spray – dice ancora Cardellicchio –. Ma anche vareniclina e citisina che hanno un’azione signifi cativa come agonisti e antagonisti parziali dei recettori nicotinici. Oppure il buproprione, noto come farmaco antidepressivo, che si è rivelato effi cace nel ridurre il bisogno di fumare. Al termine del programma è previsto un controllo a 6 e 12 mesi con misurazione del monossido di carbonio nell’aria espirata».

I.U.


COORDINATE

Come prenotare la prima visita
Numeri, costi e documenti

Per prenotare un appuntamento al Centro antifumo di Careggi – piano terra del Padiglione 16 San Luca settore C – si può chiamare il numero 055.794.6006 dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 13, il mercoledì anche dalle 14 alle 18. Per la valutazione iniziale con lo pneumologo esperto in tabagismo è necessaria una richiesta per “valutazione iniziale presso Centro antifumo”. I costi della prima visita per i residenti nella Regione Toscana sono a totale carico del sistema sanitario regionale (mettendo il codice di esenzione XXX001). Per l’intero programma e il follow-up è previsto poi un ticket unico, ad esclusione della spirometria, per cui è richiesto un ticket a parte.


«Così curiamo la dipendenza da nicotina»

L’esperienza e le terapie del Serd dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo: «Servono dalle 9 alle 12 settimane»

di Cosimo Firenzani

HANNO CAMBIATO nome, ma la sostanza non cambia: sono servizi in prima linea nella lotta al fumo e, più in generale, nel contrasto delle dipendenze. Adesso si chiamano Serd, servizi per le dipendenze patologiche, e forniscono gli strumenti per smettere di fumare, un comportamento che in Italia causa dalle 80mila alle 90mila morti ogni anno. Nel mondo il drammatico conteggio supera i 6 milioni. Spesso, però, non è solo la paura di patologie gravissime a far smettere di fumare ma la riscoperta di numerosi vantaggi: il ritorno dei sapori, il fi atone che se ne va nel fare le scale o il miglioramento della vita sessuale. «Abbiamo ambulatori dedicati nei quali, per prima cosa, viene svolta una valutazione della motivazione del paziente – spiega Paolo Donadoni, responsabile del Serd dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo – Successivamente, dopo aver calcolato la quantità di nicotina che la persona introita, si passa alla terapia farmacologica che aiuta il paziente a liberarsi dalla dipendenza. Le terapie utilizzate sono sostanzialmente tre. La prima è il buproprione, il farmaco di dissuefazione dal fumo più utilizzato ed è molto effi cace. La terapia può durare dalle 9 alle 11 settimane. La seconda è quella a base di variclenina e, in questo caso, può durare 12 settimane. La terza soluzione è un prodotto galenico che a voltecte risulta però diffi cile da reperire ». Il problema, però, è che questi farmaci sono a carico del paziente: «Questo aspetto sarebbe sicuramente da rivedere se si volesse aumentare l’effi cacia delle politiche contro il fumo – spiega Paolo Donadoni – È comunque da sottolineare che le persone si aspettano di essere aiutate con l’utilizzo di farmaci per smettere di fumare e, soprattutto, necessitano di una spesa che, per quanto consistente, è molto inferiore a quella richiesta dal consumo abituale di sigarette».
Nel 2018 il Serd di Bergamo ha seguito con i servizi dedicati al tabagismo 41 pazienti, quelli nuovi sono stati 15, mentre le donne sono 17. Nella gran parte dei casi i pazienti hanno tra i 50 e i 60 anni: «Spesso sono persone che iniziano ad avere problemi all’apparato respiratorio o altri sintomi nella gran parte dei casi non gravi». Il contrasto della dipendenza dalle sigarette, però, si trova a debellare meccanismi diffi cile da sradicare, soprattutto tra i giovani: «Purtroppo abbiamo il problema che fumare una sigaretta va ad agire su meccanismi neuronali importanti che, ad esempio, liberano la dopamina e danno piacere alla persona», osserva Donadoni. La lotta al fumo, avrebbe bisogno anche di un’attenzione maggiore nei messaggi che passano attraverso i fi lm: «Le pubblicità televisive delle sigarette ormai sono un ricordo lontanissimo – nota Donadoni – Ma capita di vedere fi lm, che hanno tra i propri sponsor industrie del tabacco, in cui personaggi positivi fumano costantemente. Solitamente sono personaggi che hanno un certo appeal sui giovani. Il nostro impegno è costante per debellare un comportamento che ogni anno in Italia uccide dalle 80mila alle 90mila persone ma come facciamo – si chiede Donadoni – a spiegare ad un ragazzo di 11 o 12 anni che quel comportamento è sbagliato?».


Realtà virtuale, musica e aromi
Nuove terapie di riabilitazione

Ricerca in collaborazione con i sanitari di Villa Beretta di Costa Masnaga

PROFUMI e musica d’arpa per aiutare i pazienti nel percorso di riabilitazione e ripresa post ictus. E’ un progetto a cui sta lavorando l’ingegner Mario Covarrubias, professore del Politecnico di Milano che dirige l’innovativo Laboratorio di Prototipazione virtuale e Realtà aumentata del Polo territoriale di Lecco e che collabora con i dottori e i sanitari di Villa Beretta di Costa Masnaga, il presidio brianzolo dedicato alla Medicina riabilitativa dell’ospedale Valduce di Como. «Abbiamo sviluppato una strumentazione che consente di fornire un riscontro olfattivo – spiega il ricercatore -. Si tratta però solo di una delle tecnologie che stiamo elaborando insieme agli specialisti di Villa Beretta per offrire ai pazienti in terapia esperienze immersive in ambienti virtuali rilassanti, come laghi, fi ume, montagne e foreste».
Grazie anche all’impiego di visori per la realtà virtuale aumentata, simili a quelli per i videogiochi in 3D, i pazienti possono infatti sperimentare la sensazione visiva e uditiva di trovarsi in mezzo alla natura e adesso di percepire pure gli odori dell’ambiente, con una dozzina di fragranze tra prato, pane, limone, fragola, limone, ananas, cioccolato e altre ancora create appositamente nei laboratori di Oikos Fragrances di Milano e sprigionate appunto dal «dispensatore di profumi » creato nei laboratori del Poli di Lecco e messo a punto a Villa Beretta. La musica dell’arpa, suonata dal vivo dall’arpaterapista Teodora Cianferoni, aiuta poi a rilassare ulteriormente i pazienti e stimolare la loro memoria per contrastare le conseguenze dell’ictus. Sempre tramite la realtà aumentata e l’olfattometro, che dispensa profumi come premio, i pazienti possono mettersi alla prova pure con giochi che aiutano a riprendere le facoltà mnemoniche.

Daniele De Salvo