La medicina su misura svela i segreti del Dna

Gaslini di Genova, Meyer di Firenze e Tigem di Pozzuoli: qui vengono studiati i singoli pazienti con malattie genetiche rare

di Alessandro Malpelo

Le malattie rare rappresentano una priorità in Europa. Ognuna di queste colpisce non più di cinque persone ogni diecimila abitanti, ma vanno considerate tutte insieme: tra il 6 e l’8% della popolazione europea soffre per qualche affezione riconducibile a una malattia rara. Circa l’80% delle malattie rare è di origine genetica e si trasmette generalmente a seguito di difetti del Dna mentre l’altro 20% è dovuta a più fattori. Un progetto dell’Istituto Giannina Gaslini di Genova ha vinto il primo seed grant di Fondazione Telethon per studiare una rara malattia metabolica, unendo le competenze con l’Associazione Italiana Glut-1 Onlus per dare nuove prospettive nella ricerca su questa malattia genetica. «Il progetto – ha scritto il professor Federico Zara – si propone di sviluppare nuove molecole capaci di aumentare la permeabilità della barriera emato-encefalica al glucosio e di incrementare l’espressione del trasportatore deficitario Glut1 e di testarne quindi l’efficacia in una piattaforma sperimentale innovativa basata sull’utilizzo di cellule di pazienti. Il progetto pertanto risponde alla crescente domanda di medicina personalizzata nel campo delle malattie rare». Un altro traguardo nella medicina personalizzata è venuto da un gruppo multidisciplinare di ricercatori italiani che tra Napoli, Firenze e Genova, ha identificato una soluzione per una paziente unica al mondo: il suo nome è Camilla, venuta al mondo cinque anni fa e alla quale, grazie allo screening neonatale, è stato possibile diagnosticare immediatamente la fibrosi cistica. Camilla, riferiscono i medici, aveva un profilo genetico mai visto prima, era necessario trovare un trattamento ad hoc. Ma, dopo averlo visto intervenire durante la Maratona televisiva di Fondazione Telethon per sensibilizzare e raccogliere fondi per la ricerca scientifica sulle malattie genetiche rare, i genitori di Camilla contattarono Luis Galietta, ricercatore dell’Istituto Telethon di genetica e medicina (Tigem) di Pozzuoli, che da oltre vent’anni studia e lavora proprio sulla fibrosi cistica. «Abbiamo messo in piedi una task force multidisciplinare, che oltre a noi del Tigem ha coinvolto Felice Amato e Giuseppe Castaldo del Ceinge di Napoli e un gruppo di biochimici dell’Istituto Gaslini di Genova, in continuo contatto con i clinici del Meyer di Firenze che seguono Camilla e in particolare con Vito Terlizzi. Insieme abbiamo dimostrato che una delle due mutazioni di Camilla, quella più rara, aveva degli effetti molto diversi da quella che in altri pazienti era risultata insensibile ai farmaci. Abbiamo scoperto che la mutazione di Camilla rispondeva al trattamento: una singola lettera, in una posizione diversa nel Dna, permetteva al farmaco di ripristinarne la funzione» spiega Galietta. «Per farlo abbiamo prelevato alcune cellule dell’epitelio nasale della bambina, per essere sicuri che quanto osservato in laboratorio fosse effettivamente predittivo».


Nomi difficili, ma il volontariato è semplice
Così i bambini ‘rari’ e i genitori fanno comunità

Linfoistiocitosi e amiloidosi, emofilia e atrofia muscolare spinale: incoraggiate le onlus che lanciano progetti mirati

Si chiama Linfoistiocitosi Emofagocitica (HLH) e in Italia colpisce circa 10 bambini ogni anno, solitamente nei primi due anni di vita. Nel mondo, questa malattia colpisce un bambino ogni 50mila nuovi nati. Una malattia rara del sistema immunitario che, in assenza di trattamento, porta alla morte in poche settimane dall’esordio. Al momento, non esistono terapie specifiche e i centri di riferimento per la diagnosi e il trattamento della malattia sono ancora pochi. A sostegno dei piccoli e dei loro familiari arriva il progetto «Cacciatori di arcobaleno. Oltre la tempesta», promosso da Sobi, Aile Onlus (Associazione italiana Linfoistiocitosi Emofagocitica) e Airi (Associazione italiana per la ricerca sulle istiocitosi), in tandem con l’Associazione italiana ematologia e oncologia pediatrica. Altre info sul sito www.cacciatoridiarcobaleno.it Un’altra iniziativa sul tema delle malattie rare vede protagonisti lo sport, lo yoga, la psicomotricità e laboratori in cui esprimere la propria creatività. Ma anche la fisioterapia a domicilio a tariffe accessibili o gratuita per chi ne ha più bisogno. Questo e altro nei progetti, tutti di associazioni pazienti, presentati a Roma nell’ambito del bando della Fondazione Roche per le persone con una malattia rara, l’emofilia, legata alla coagulazione del sangue, insieme a quello in favore di un’altra malattia rara, la Sma, atrofia muscolare spinale. Complessivamente sono 11 i progetti vincitori, per un investimento complessivo di 200mila euro. Un progetto dedicato all’emofilia prevede la creazione di laboratori di psicomotricità e creativo- manuali, un altro mira a migliorare lo stato di salute e la qualità della vita dei pazienti emofilici attraverso un protocollo riabilitativo costituito da esercizi fisioterapici da svolgere in piscina, con lo scopo di far fronte all’artropatia emofilica. Per quanto riguarda la Sma, tra i progetti premiati uno è finalizzato a rendere più agevole la vita dei ragazzi con la patologia in ambito scolastico, dando ai compagni di classe, insegnanti e operatori scolastici uno sguardo nuovo sulla disabilità, permettendo di conoscere la disabilità in tutte le sue prospettive. E anche un’altra iniziativa dedicata ai genitori che giungono da ogni parte del mondo al Centro NeMO pediatrico di Roma, attraverso percorsi di parent training interculturale e attività ricreative. Tutti i premi sono stati assegnati tramite bandi e valutati da una commissione esterna indipendente, Fondazione Sodalitas.

Alessandro Malpelo


OLTRE LA SLA

Sclerosi primaria: ritocchi alla diagnosi

Sclerosi laterale primaria: nuove linee guida per la diagnosi precoce col contributo della ricerca italiana. Quando si parla di Sla (Sclerosi laterale amiotrofica) si pensa infatti a un’unica malattia. Esistono invece altre forme e sottotipi che è bene individuare, studiare e diagnosticare, come la Pls, sclerosi laterale primaria, una malattia neurodegenerativa rara che si manifesta con rigidità muscolare progressiva che va a compromette la motilità. Può anche colpire strutture nervose del tronco encefalico che fanno scattare crisi di riso e pianto spastico senza motivo. La comunità scientifica ha riformulato i criteri diagnostici del disturbo con l’apporto di esperti dell’Istituto auxologico italiano, IRCCS e dell’Università degli Studi di Milano.


Corpo fuori taglia
Vivere nel mondo dei bambini ‘iper’

L’associazione Aibws è una seconda famiglia per i piccoli colpiti dalla Beckwith-Wiedemann

di Marco Bilancioni

Un bambino su tredicimila. È questa l’incidenza della sindrome genetica rara di Beckwith- Wiedemann (Bws) che comporta l’iperaccrescimento: alcune parti del corpo si sviluppano più velocemente di altre. Un braccio, una gamba, un arto più lungo dell’altro, oppure la lingua, in alcuni casi tanto grande da non essere contenuta nella bocca. Infine, c’è una maggiore probabilità di sviluppare tumori, fin da piccoli, in particolare al fegato o ai reni. Ma è possibile conviverci, con una serie di controlli: «I nostri sono bambini come tutti gli altri», dicono i genitori. In Italia dal 2004 c’è un’associazione, Aibws, che ha sede in provincia di Varese e segue 250 famiglie. L’inizio non è mai facile: «Ero alla ventesima settimana di gravidanza, quando i medici videro due macchie scure sui reni di mio figlio Ellis Giotto – racconta Heather Feldman, 38enne americana che vive a Milano e lavora nel mondo della moda –. Non sapevamo se sarebbe sopravvissuto ». «I dottori si erano allarmati per la linguetta sporgente – ricorda invece Luca Gulini, 43enne idraulico di Urbino –. La diagnosi ci arrivò via mail quando Alberto aveva sei mesi: dovevamo presentarci al reparto di oncoematologia e questo ci spaventò moltissimo». Altro tipo di riscontro per il piccolo Damiano, oggi 10 anni, che vive in provincia di Siena: «Il pediatra si era accorto di una spalla più alta dell’altra – spiega la mamma, Manola Migliorini – e l’ortopedico sospettò la Beckwith-Wiedemann. I primi tempi era il caos: le informazioni sul web erano fuorvianti ed esagerate. Chi ci ha aiutato davvero è stata la nostra associazione, dove ci sono altre famiglie». Ciascuno di questi tre bambini ha una storia diversa. Ellis Giotto («il nome è un doppio omaggio, all’America e al pittore») è stato operato a soli tre mesi a un surrene e poi, a due anni e mezzo, per ridurre la lingua: «Era molto grossa e, i primi tempi, temevamo le reazioni degli estranei». Damiano, invece, a 8 anni è andato sotto i ferri per fermare la crescita della gamba più lunga di 2 centimetri e mezzo. Ma ora stanno bene. «Prima dell’intervento, Ellis Giotto poteva mangiare carne solo frullata. Ora è anche molto migliorato nel parlare», aggiunge il padre Bruno Grasso, ingegnere informatico 38enne. Le difficoltà a un certo punto si trasformano in una consapevolezza diversa: «Devi sempre guardare dalla parte giusta – dice Manola –. Damiano è un bambino come tutti gli altri. Agli amici dice: non sono malato, ho una gamba che cresce di più». «Dopo la diagnosi – riprende Luca – entri in un mondo nuovo, nessun genitore se lo aspetta. Per fortuna abbiamo trovato altri genitori che sono per noi come una seconda famiglia. Alberto sta bene, è vivace, ama i puzzle, guarda le gare di MotoGp e tifa Valentino Rossi». «A un certo punto ci siamo detti che quella piccola vita aveva bisogno di noi, dovevamo essere positivi – ricorda mamma Heather –. La sindrome di Beckwith-Wiedemann non è un handicap, non lo limita. Lui è un piccolo guerriero. E per noi è una grande luce».

CONGRESSO AIBWS

Focus internazionale a Cervia in maggio

Aibws onlus, associazione italiana Sindrome di Beckwith-Wiedemann, riunirà a Cervia dal 30 maggio al 2 giugno famiglie e medici per il per il primo congresso internazionale: i professionisti faranno il punto sulle novità della ricerca. Aibws ha un suo comitato scientifico dal 2011 (info:www.aibws.org e info@aibws.org).


Silenziamento genico, una scoperta da Nobel

Parlano i volontari dell’Associazione italiana amiloidosi familiare

Un nuovo capitolo della medicina è rappresentato dalle terapie di silenziamento genico, che potranno cambiare la storia naturale di alcune patologie rare e dare ai pazienti un ritrovato benessere. L’amiloidosi da transtiretina (hATTR) è una malattia ereditaria progressivamente invalidante causata da una mutazione che si risolve proprio grazie al silenziamento genico, denominato RNA Interference, e che discende da una ricerca insignita del Premio Nobel per la Fisiologia e la Medicina nel 2006. «Questa affezione – ha spiegato Claudio Rapezzi, professore all’Università di Ferrara, in occasione di un incontro pubblico sul tema, organizzato a Bologna – spesso esordisce anche in giovane età, impattando pesantemente sulla vita dei pazienti e delle loro famiglie». Le mutazioni causano un anomalo accumulo di proteine amiloidi che danneggiano organi, tessuti e nervi periferici, con conseguente neuropatia sensitiva periferica, e danni al cuore. I volontari dell’Associazione italiana amiloidosi familiare hanno salutato con favore l’arrivo di un farmaco straordinario, che ha conseguito recentemente il Prix Galien, il Nobel della farmaceutica. «Assistiamo a un cambiamento importante nel panorama del trattamento di questa patologia – ha dichiarato Andrea Vaccari, presidente della onlus –. Sappiamo che l’inizio precoce della terapia con un farmaco innovativo come patisiran può condizionare in maniera positiva l’andamento». In Italia l’amiloidosi da transtiretina si associa a oltre 20 varianti delle 100 note, alcune raggiungono una significativa frequenza in ristrette aree geografiche (Piemonte, Appennino toscoemiliano, Sicilia e Puglia). Siamo arrivati a censire 340 pazienti rari, ma il sommerso è molto più ampio. La diagnosi arriva anche dopo 4 o 5 anni dai primi segni di sofferenza.


Quando i suoni non arrivano più

Nel mondo circa mezzo miliardo di persone soffre di perdita dell’udito. Pochi ricorrono agli apparecchi acustici

di Antonio Alfano

Considerato come inevitabile segno dell’età, il calo o addirittura la perdita dell’udito, se non trattato correttamente, può farci brutti scherzi con ripercussioni sulla qualità della vita. Un recente studio giapponese sostiene che rimanere chiusi in casa, isolati, per problemi di udito, soprattutto negli anziani rischia di provocare seri disagi psicologici e perdita di memoria. I problemi clinici della sordità hanno richiamato l’attenzione in tutte le epoche, in Italia, fra i primi fu una donna medico, Trotula de Ruggiero, vissuta tra XI e XII secolo. Secondo la rivista scientifica The Lancet, oggi, in tutto il mondo circa mezzo miliardo di persone (quasi l’8% della popolazione) soffre di una perdita uditiva. Recenti dati dell’Istituto superiore di sanità (Iss) confermano che nel nostro Paese circa il 20% delle persone che superano i 64 anni presenta un deficit dell’udito, al quale solo una piccola parte supplisce con l’utilizzo di un apparecchio acustico, mentre la maggioranza non fa ricorso ad alcun ausilio. I disturbi dell’udito possono variare per tipo, causa e intensità. Va considerata anche la complessa struttura dell’apparato uditivo. L’orecchio esterno è costituito dalle orecchie, dette anche padiglione uditivo, e dal condotto uditivo esterno che termina in corrispondenza della membrana del timpano. Nella parte media si trovano la membrana del timpano e tre ossicini (martello, incudine e staffa) che inviano le onde del timpano all’orecchio interno. Questa delicata parte dell’orecchio è costituita dall’organo uditivo a forma di lumaca chiamato coclea, canali semicircolari che contribuiscono all’equilibrio, e i nervi che si collegano al cervello. Il nervo acustico, a sua volta, invia le informazioni sonore dall’orecchio al cervello. «La perdita dell’udito – secondo gli esperti del Center for disease control and prevention (Cdc) degli Usa – può verificarsi quando qualsiasi parte del sistema uditivo non funziona normalmente, con disturbi lievi o gravi e profondi. Una persona con lieve perdita dell’udito riesce a sentire solo alcuni suoni del parlato, ma non i sussurri. Una perdita moderata spesso non consente di ascoltare a volume normale. Una grave perdita dell’udito permette l’ascolto solo di suoni forti; mentre quella profonda solo suoni molto forti». Particolare attenzione deve essere rivolta alle perdite dell’udito improvvise. «Si può trattare di improvvisi disturbi dell’udito, moderati o gravi, su base neurosensoriale – afferma Lawrence R. Lustig otorinolaringoiatra della Columbia University medical center and New York presbyterian hospital – che colpiscono circa una persona tra 5mila e 10mila ogni anno. La perdita di udito iniziale è di solito unilaterale con un livello di gravità da lieve a profonda. Possono essere presenti rumori nelle orecchie e in alcuni casi capogiri e vertigini. In questi casi è opportuno sentire rapidamente uno specialista». I disturbi dell’udito possono essere controllati fin dalla nascita e nell’infanzia con screening, adatti a ciascuna età, per la diagnosi precoce della sordità congenita. Sono utilizzati test audiologici, come l’audiometria tonale e vocale, l’indice di riconoscimento vocale, la timpanometria, il riflesso acustico, che, uniti sempre ad un accurato esame clinico specialistico, consentono di avere indicazioni sulle cause e il grado di un eventuale danno uditivo. Anche per prevenire le perdite dell’udito è necessario adottare opportune attenzioni. Secondo l’Occupational safety and health administration (Osha) del dipartimento del lavoro Usa, è necessario limitare la durata e l’intensità dell’esposizione ai rumori, usando dispositivi di protezione uditiva.


Protesi, bisturi e biotecnologie
Tornare a sentire si può

La chirurgia oggi è avanzata
Ma la valutazione clinica è una tappa fondamentale

L’evoluzione tecnologica, tecnica e diagnostica degli ultimi anni, ha offerto e ancora offre un forte sostegno al trattamento delle malattie dell’udito, soprattutto quelle più gravi. In molti casi di ipoacusia è necessario l’utilizzo di protesi acustiche o nel caso di una perdita uditiva grave o profonda, l’inserimento di un impianto cocleare. «Lo sviluppo della chirurgia, anche attraverso strumenti informatici, elettronici e di biotecnologia, ha dato un impulso alla chirurgia dell’orecchio che, negli ultimi anni ha fatto passi da gigante – affermano gli specialisti della Società italiana di otorinolaringologia e chirurgia cervico- facciale – Ad esempio, attualmente è possibile sostituire anche la chiocciola, organo nervoso della percezione uditiva, con un impianto cocleare». Importante anche il ruolo della moderna diagnostica per immagini e della strumentazione chirurgica quali il microscopio operatorio, ferri chirurgici, vari tipi di laser, e di tutti i nuovi ausili di cui dispone la medicina. Gli specialisti concordano che la clinica gioca sempre un ruolo fondamentale. Il successo o l’ insuccesso di molti interventi è condizionato da un’attenta valutazione dei pazienti per arrivare a precise indicazioni di cura.

Antonio Alfano


OSSIGENOTERAPIA

Camera iperbarica per i sub traditi dalla riemersione

Anche l’ossigenoterapia iperbarica può essere indicata per alcune serie patologie acute dell’orecchio interno e nelle sordità improvvise, aggravate da causa vascolare soprattutto negli anziani. Secondo le linee guida della Società italiana di medicina subacquea e iperbarica, questo delicato trattamento è indicato nei casi di ipoacusia improvvisa acuta e nella malattia di Ménière, affezione dell’orecchio interno con acufeni, vertigini, nausea e perdita dell’udito grave. La terapia iperbarica è indicata anche nelle sindromi vertiginose gravi come quelle che capitano ai subacquei traditi dalla decompressione. «In ogni caso– sostengono gli specialisti – è sempre necessaria una attenta valutazione clinica nella selezione dei casi, considerata la delicatezza del trattamento iperbarico». Su un differente fronte terapeutico, le cure termali vengono invece utilizzate soprattutto nella sordità rinogena, legata ad una diminuzione dell’udito per cause infiammatorie delle prime vie respiratorie (naso e gola). Indicate, soprattutto nei bambini, per le stenosi catarrali della Tuba di Eustachio, timpanosclerosi, otoree catarrali e purulente croniche e tutte le sordità aggravate da queste forme. Utlizzate insufflazioni endotimpaniche, di solito di acque solfuree, sempre prescritte e somministrate sotto indicazione e controllo medico.

A. A.


Medicina

L’udito debole mette in silenzio anche i neuroni

Dimostrata la correlazione in chi sente poco fra ipoacusia e sviluppo di un declino cognitivo

di Maurizio Maria Fossati

Non ci sono più dubbi: l’anziano che sente poco e male, tende a isolarsi socialmente, così la solitudine e l’apatia aumentano il rischio del suo declino mentale. Chi sente poco, partecipa poco e parla ancora meno. La carenza di stimoli sonori crea una pericolosa barriera attorno alla persona che soffre di ipoacusia, facendole addirittura perdere il contatto con la realtà. In pratica chi a 60 anni sente meno del normale, ha una probabilità 6 o 7 volte maggiore di sviluppare declino cognitivo rispetto a un coetaneo con udito buono. L’ipoacusia ingravescente e grave determina, infatti, possibili conseguenze negative sul funzionamento cerebrale, incidendo fortemente sull’equilibrio psicofisico e sulla mobilità della persona e provocando, se trascurata nel tempo, declino cognitivo e demenza. Ecco quindi che emerge evidente l’importanza di diagnosticare e curare precocemente qualunque carenza di udito per non sommare al problema dell’isolamento acustico, quello del calo della performance intellettiva. Sono numerosi gli studi che hanno evidenziato la correlazione tra l’ipoacusia e il declino cognitivo. È emerso, per esempio dalle ricerche del dipartimento diretto da Frank Lin alla Johns Hopkins University (Usa). E in Italia, a risultati analoghi è arrivato lo studio Great Age, coordinato da Giancarlo Logroscino, in Puglia. Ma non solo. Pensate che una recente nota pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Lancet ha messo l’ipoacusia tra i principali nove fattori di rischio per il declino cognitivo. Udito e cervello, quindi, hanno un legame molto stretto. Secondo gli specialisti della Società italiana di audiologia e foniatria, il calo di udito si associa anche alla riduzione del numero di diramazioni dei neuroni. Meno collegamenti neuronali significa, in definitiva, meno interazioni: neuroni che ‘parlano’ di meno fra loro. «L’udito non coinvolge solo un pezzetto del cervello – dichiarano gli esperti –. L’esposizione ai suoni non ‘accende’ solo la corteccia uditiva localizzata nel lobo temporale, ma si riverbera in aree cerebrali diverse e distanti, contribuendo a un’attivazione funzionale generalizzata del cervello. È accertato, infatti, che una semplice parola sentita dall’orecchio e arrivata come segnale ai neuroni della corteccia uditiva, mette in moto anche le aree cerebrali preposte alla comprensione semantica e cognitiva». Peraltro l’ipoacusia, oltre a isolare l’individuo, aumenta anche l’impegno che la persona deve applicare all’ascolto. Uno sforzo mentale che va a discapito dell’apprendimento percettivo e aumenta la possibilità di distrazione. Un affaticamento per il cervello che riduce le risorse cognitive. Oggi, le protesi acustiche rappresentano la soluzione offerta dal mercato. Sono strumenti digitali miniaturizzati pressoché invisibili. E offrono modelli personalizzabili e adattabili pressoché a tutti. La prima cosa da fare è rivolgersi all’otorino che eseguirà una visita accurata per valutare la capacità uditiva mediante un esame fisico, audiometrico tonale e vocale. Le protesi acustiche sono utili in caso di sordità da lieve a medio-grave, mentre le protesi impiantatili e cocleari vengono impiegate in caso di sordità grave o profonda. In età pediatrica, la principale causa di ipoacusia sono le otiti catarrali che solitamente richiedono una terapia medica e solo raramente chirurgica. Due-tre bambini su mille, invece, presentano ipoacusia neurosensoriale che potrebbe interferire con lo sviluppo del linguaggio. In questi casi le protesi acustiche (o gli impianti cocleari) sono da adottare il più presto possibile per evitare ricadute negative sullo sviluppo evolutivo del bambino.

APPARECCHI ACUSTICI

Metti all’orecchio gioielli tecnologici

Le protesi acustiche non sono solo amplificatori del suono, bensì gioielli di alta tecnologia miniaturizzata che ottimizzano le fonti sonore in modo intelligente, ripulendo i suoni. I programmi di questi apparecchi acustici ottimizzano le situazioni quotidiane più comuni: riducono il frastuono del traffico, i rumori improvvisi e la turbolenza del vento. Tali funzioni si autoattivano ma e le protesi più evolute autoapprendono e si impostano in autonomia.


Colpiti i giovani, troppi decibel nelle cuffiette

In netto aumento i disturbi tra gli adolescenti
Alcol e fumo fanno il resto

Una persona su dieci lamenta problemi di udito: dalla presenza di acufeni (quei fastidiosi fischi nell’orecchio) alla lieve ipoacusia, fino a una vera e propria sordità. Nel 40% dei casi, l’ipoacusia riguarda persone con più di 74 anni. Ma i disturbi dell’udito sono in aumento anche tra i giovani a causa di errati stili di vita: l’uso di cuffie con musica ad alto volume e la frequentazione abituale di locali molto rumorosi. Anche l’abuso di alcol, farmaci e fumo o la presenza di colesterolo alto, trigliceridi e diabete, possono influire negativamente sull’udito. Nella fascia di età compresa fra i 15 e i 24 anni, i casi di deficit uditivo sono pressoché raddoppiati negli ultimi 5 anni, sfiorando il 5% della popolazione giovanile. È noto che 80 decibel di rumore cominciano a disturbare gli organi dell’udito (causando dolore a 150 decibel) e che, purtroppo, le cellule ciliate danneggiate non si rigenerano.

M. M. F.