OSTEOPOROSI TUTTI I NUMERI

4 milioni

Sono gli italiani over 50, che soffrono di osteoporosi. L’80% (pari a 3,2 milioni) sono donne: la stessa percentuale di altri Paesi europei come Francia, Germania, Spagna, Svezia e Regno Unito

560.000

I casi all’anno in Italia di frattura da fragilità ossea. La stima del costo a carico del Servizio sanitario nazionale è di circa 10 miliardi di euro

20%

È la percentuale delle fratture del femore fragile, il 15% colpisce le vertebre. E se quelle del femore siano 1/5 delle fratture totali, l’incidenza è intorno al 59% dei costi

21

In media le giornate lavorative per cui viene chiesta la malattia in caso di frattura da fragilità ossea. Il dato riguarda la popolazione ancora in attività


Dieta e movimento per i telomeri
Così i pezzetti di Dna regolano l’età delle cellule

Una ricerca italiana ha svelato i meccanismi ad effetto antiaging

Ce l’hai scritto nel Dna. Quante volte sentiamo ripetere questo ritornello? A maggior ragione nell’anziano, sappiamo che per mantenere un buon grado di autonomia senza acciacchi occorrono assi nella manica. Uno di questi è una dote di famiglia: la longevità. Ecco perché si guarda alla genetica come a un viatico per mantenersi dinamici. Si sente spesso parlare dei telomeri, un elemento distintivo dei cromosomi all’interno delle cellule, un indicatore del nostro benessere, la lancetta dell’orologio biologico. Ai congressi della Società italiana di geriatria e gerontologia (Sigg) uno spazio è sempre riservato a questi temi. Dunque telomeri e invecchiamento, come mantenere in forma ossa, muscoli e articolazioni? Come prevenire il declino fisico e la perdita di autonomia? Le ricerche sugli astronauti nelle missioni in orbita per lunghi periodi sono illuminanti, da questo punto di vista, perché la gravità zero determina un rapido deterioramento muscolo scheletrico, paragonabile all’osteoporosi. Anche facendo ginnastica le articolazioni si logorano, come accade nella persona anziana. Sono in via di sviluppo nuovi farmaci protettivi, molecole che oggi però ancora sono ancora allo stadio sperimentale. E siccome non si vive di sola genetica e tecnologia, anche una buona alimentazione può venirci incontro. La dieta mediterranea è uno di questi elisir. Tutti sanno che frutta, verdura, legumi, cereali e pesce fresco sono alleati preziosi per restare giovani a lungo: una ricerca italiana lo ha appurato da tempo, svelando i meccanismi ad effetto antiaging. «Abbiamo studiato i telomeri negli anziani, suddividendoli in due gruppi in base all’aderenza più o meno stretta alla dieta mediterranea e analizzandone quindi i globuli bianchi , la parte terminale dei cromosomi che sappiamo essere una sorta di ’orologio’ cellulare – spiega Giuseppe Paolisso, che ha guidato un gruppo universitario di Medicina Interna e Geriatria a Napoli – A ogni divisione della cellula si accorciano fino ad arrivare a una soglia critica, oltre la quale non possono più diminuire; è a questo punto che parte il processo di senescenza cellulare. Sapevamo già che la dieta mediterranea si ’oppone’ all’accorciamento dei telomeri: siamo perciò andati a valutare i telomeri dei globuli bianchi dei partecipanti allo studio per capire se e soprattutto come l’alimentazione incida sulla loro lunghezza ». I risultati mostrano chiaramente che una dieta equilibrata influenza l’attività della telomerasi, l’enzima che permette di ’costruire’ i telomeri impedendone l’accorciamento.

Alessandro Malpelo


«Anche gli uomini devono fare attenzione»

Andrea Giustina (San Raffaele): «La densità ossea troppo bassa è un problema spesso sottovalutato per la mancanza di sintomi evidenti»

di Maurizio Maria Fossati

«Il problema osteoporosi è fortemente sottovalutato – afferma Andrea Giustina, direttore dell’Unità Operativa di Endocrinologia dell’ospedale San Raffaele di Milano –. La ragione? Soprattutto culturale: molti pensano che l’osteoporosi non sia una malattia, ma sia una sorta di evento fisiologico legato al sesso femminile e alla menopausa. Ma sono convinzioni sbagliate. Il problema dell’osteoporosi non è esclusivamente femminile: i maschi vengono colpiti perlomeno in ragione di un malato su quattro. E poi, dobbiamo considerare anche le cause ‘secondarie’, che generano osteoporosi in entrambi i sessi».
Di cosa si tratta?
«Per spiegare semplicemente facciamo l’esempio delle cure con il cortisone, un noto ‘killer’ per ossa e articolazioni. Ebbene chi assume cortisone non dovrebbe solo preoccuparsi delle conseguenze di danno gastrico, ma anche di quelle in termini di osteoporosi. Un fatto spesso sottovalutato, soprattutto per la popolazione maschile».
Inoltre, l’osteoporosi è una malattia che non dà sintomi.
«Esatto. Non dà sintomi e la diagnosi può essere fatta solo sottoponendo il paziente a una Moc, un esame strumentale che non può essere fatto nel corso di una semplice visita. Ecco quindi un problema tecnico che si aggiunge, come ulteriore ostacolo, alla diagnosi precoce della malattia».
Così, spesso, il paziente riporta una frattura ed è solo in quel momento che scatta il campanello d’allarme?
«Certo, la trascuratezza che deriva dall’insieme dei problemi illustrati porta alla mancata prevenzione delle fratture che arrivano quindi all’improvviso. E, se la frattura di un polso può non avere un grande impatto clinico, altra cosa è per la frattura di vertebre o di femore che hanno peso rilevante sulla qualità della vita e, talvolta, sulla sopravvivenza stessa del paziente».
Se diagnosticata precocemente, invece, l’osteoporosi può essere curata?
«Sì. Cure adeguate sono in grado di far regredire l’osteoporosi. E, se la densità ossea non è arrivata a essere particolarmente compromessa, i trattamenti farmacologici sono in grado di fare riguadagnare massa ossea. I farmaci disponibili più comuni appartengono alla categoria dei bisfosfonati. Oggi ci sono anche terapie che impiegano anticorpi monoclonali. Tutti farmaci che oltre ad aumentare la massa ossea, devono garantire anche un effetto anti-frattura».
Assumere vitamina D può essere utile?
«Fissare il calcio nelle ossa è buona norma di prevenzione e ci permette di fare risparmiare anche la Sanità pubblica. A prescindere dai disagi e dalle sofferenze di un malato fratturato, non dobbiamo infatti dimenticare i costi di intervento, ricovero e riabilitazione conseguenti alle fratture».


Muscoli tonici e cuore sano: restare attivi è fondamentale
Così mettiamo al sicuro il sistema osteoarticolare

Tutte le forme di sedentarietà sia per cause mediche o per semplice pigrizia, aumentano i fattori di rischio

di Alessandro Malpelo

C’è una parola quasi sconosciuta al grande pubblico, sarcopenia, che in medicina si traduce come perdita di massa muscolare. Nell’anziano come nei giovani, è un fattore negativo per la nostra salute, questo perché il muscolo ha una azione fondamentale sul trofismo osseo, cioè sull’efficienza dell’apparato locomotore. Quando parliamo di osteoporosi, fragilità e articolazioni traballanti anche il cuore entra in gioco, perché qualsiasi inconveniente che investe l’apparato cardiovascolare (attacco ischemico, trombosi, valvulopatie, fibrillazione atriale e via dicendo) spinge le persone sul divano, e questa inattività indebolisce l’intero organismo. «L’efficienza del muscolo cardiaco e della muscolatura scheletrica in generale – spiega Nicola Napoli, professore associato di endocrinologia all’Università Campus Bio Medico di Roma, esperto della Società italiana di geriatria e gerontologia (Sigg) – migliora anche il metabolismo, mantiene le ossa in condizioni ottimali, aiuta a prevenire le cadute accidentali e le fratture, influenza la sensibilità all’insulina e l’equilibrio glucidico. Ecco perché mantenersi in allenamento sviluppa una capacità di coordinamento a fronte di una caduta inmprevista, fattore predisponente per le fratture di femore dovute a fragilità ossea». Che cosa consigliano gli esperti? Le raccomandazioni a mantenere una efficiente massa muscolare valgono a maggior ragione nelle persone obese, diabetiche o con malattie croniche. L’attività fisica regolare può consistere di esercizi aerobici e di resistenza, ma anche semplici gesti nella vita quotidiana sono utili per mantenersi attivi. «Questi accorgimenti migliorano gli indici di fragilità ossea – aggiunge il professor Napoli – il movimento promuove la qualità della vita e migliora pure la memoria. Oltre alla ginnastica all’aria aperta e in acqua sono consigliabili tante belle camminate. Anche solo sollevare un piccolo peso equivale a fare esercizi di stretching. Una alimentazione sana, ben bilanciata, e valori ottimali di vitamina D, completano il quadro. La ricerca scientifica sta cercando di sviluppare anticorpi monoclonali inibitori della miostatina, partendo dallo studio del comportamento degli astronauti, per preservare ossa, muscolo e articolazioni, ma siamo ancora a livello sperimentale». Un cuore in forma aiuta a prevenire la fragilità ossea, nel senso che un paziente con cardiopatia tende a sedersi sul divano. «Chiunque è sedentario per motivi di salute, per infarto, intervento alle valvole, insufficienza cardiaca, inizia a perdere massa ossea. Curare il cuore, in questo senso, significa anche curare le ossa, ed è vero pure il contrario. Si è dimostrato che un paziente con frattura di femore che riceve terapia per osteoporosi riduce del 30% la mortalità per malattie cardiovascolari, non sappiamo se per effetto dei bifosfonati in virtù di una azione protettiva o perché il paziente curato previene una altra frattura». Si potrebbe continuare parlando di Alzheimer, Parkinson, pazienti con broncopatie e diabete. Le malattie croniche vanno trattate per limitare la perdita di autonomia.


Cosa cambia senza gli estrogeni

Nelle diverse fasi della menopausa, le variazioni ormonali aumenano i rischi di osteopenia per le donne

di Chiara Bettelli

Tra i cambiamenti psico-fisici tra i quali la donna naviga nel corso della vita, menopausa è uno più significativi. Nell’uomo – non dispensato da deficit o mutamenti nelle sue età chiave – le variazioni ormonali sono minime rispetto alla donna, che invece ne sopporta le conseguenze. L’osteoporosi è una di queste (gli uomini non ne sono esenti ma lo scheletro maschile è più protetto da fattori genetici e dagli androgeni). «In più, i dolori osteoarticolari e muscolari colpiscono una donna su due, per un’alterazione nei processi che regolano il funzionamento delle articolazioni influenzati dagli ormoni sessuali – spiega Rossella E. Nappi, ginecologa, endocrinologa e sessuologa presso il Centro per la Procreazione Medicalmente Assistita e l’Ambulatorio di Endocrinologia Ginecologica & della Menopausa, Clinica Ostetrica e Ginecologica dell’IRCCS Fondazione San Matteo di Pavia –. Infatti gli estrogeni hanno un ruolo di primo piano nel preservare ossa e articolazioni ». «In menopausa la carenza degli ormoni sessuali porta conseguenze importanti, come la perdita di massa ossea e una minor resistenza alla frattura. Questa tendenza prende il via già nella premenopausa e continua, lenta ma costante, per i primi 10 anni dalla menopausa con una percentuale di perdita di massa ossea annuale compresa tra l’1 e il 3%» precisa la dottoressa. Quindi l’osteoporosi non c’entra con i dolori osteo-articolari tipici della menopausa? Infatti, è una condizione cronica progressiva che si concretizza in una degenerazione dell’osso spugnoso e, più tardi e lentamente, dell’osso compatto. «Ciò che colpisce dell’osteoporosi è che si tratta di una condizione patologica non facile da riconoscere. In genere ce ne si accorge, magari in seguito a una caduta accidentale, stupendosi di una frattura da fragilità a fronte di un trauma modesto. Prima di quel momento, però, provare dolore è raro, se non in fase avanzata». Come diagnosticarla? «L’esame classico è la MOC (mineralometria ossea computerizzata), che si può eseguire in distretti ossei specifici, come la colonna vertebrale e il femore» spiega Rossella E. Nappi. Le terapie? «Per prevenirla, in perimenopausa, è bene assumere al giorno circa 800 mg di calcio e 400 unità di vitamina D (fa bene alle ossa e anche ai muscoli), evitando di intaccare le proprie scorte naturali. Con la menopausa vera e propria, per una carenza estrogenica che si fa definitiva, l’apporto giornaliero di calcio può arrivare a 1500 mg e la vitamina D sino a 800 unità. Per i casi più seri di osteopenia e osteoporosi, la strategia terapeutica andrà valutata caso per caso, anche in base alla presenza di fattori di rischio come: menopausa anticipata (prima dei 45 anni), basso peso, fumo di sigaretta, intolleranza al lattosio, assunzione di alcol e di farmaci (molecole psicoattive, antiepilettici, ormoni tiroidei, corticosteroidi, ecc presi per almeno 6 mesi), storia familiare di fratture prima dei 75 anni ». «La prescrizione farmacologica, per prevenzione, diagnosi e cura dell’osteoporosi andrà chiesta al ginecologo, ma anche al reumatologo, all’ortopedico, al fisiatra, all’endocrinologo, al nutrizionista – continua l’esperta –. Per donne in menopausa con rischio alto di osteoporosi, la terapia ormonale sostitutiva probabilmente verrà consigliata. Una contraccezione a base di estrogeni e progestinici, a fronte di forti oscillazioni ormonali e irregolarità mestruali, pare abbia un effetto di stabilizzazione dell’osso, con funzione preventiva rispetto all’osteoporosi della postmenopausa. Le cure ormonali servono anche per l’osteoporosi conclamata ma, se sono trascorsi molti anni dalla menopausa, si utilizzano terapie differenti come i modulatori selettivi del recettore estrogenico che agiscono solo sulla cellula ossea, i bifosfonati e altre terapie più specialistiche ».


NON SOLO INTEGRATORI

Artiglio del diavolo, boswelia, collagene e acido ialuronico

Sempre utile la pratica di un’attività fisica (senza esagerare con i carichi) per sostenere e irrobustire la massa muscolare che circonda e protegge le articolazioni. Esercizi moderati di potenziamento, combinati ad altri di allungamento e stretching, mantengono l’elasticità e la funzionalità del movimento. Tra i prodotti nutraceutici si può trarre beneficio da alcune molecole di origine vegetale con effetto analgesico e antinfiammatorio (artiglio del diavolo, boswelia, spirea), o da altre non fitoterapiche con azione riparativa e di sostegno sulle cartilagini (integratori a base di collagene, acido ialuronico, lucosamina)».


Manifestazioni diverse

Pre, peri, ’vera’ e post: il fisico si modifica in quattro tempi ’lunghi’

I cambiamenti ormonali che riguardano la menopausa possono manifestarsi in modo molto diverso da donna a donna: per durata, età in cui si presentano e per i differenti effetti psicologici e fisiologici. Si possono suddividere in 4 fasi: la premenopausa (precede la menopausa di qualche anno), la perimenopausa (il periodo appena precedente), la menopausa vera e propria e la post menopausa. In questa ultima fase – che comincia circa un anno dopo la fine del ciclo e prosegue sino ai 65 anni e oltre – il benessere percepito, rispetto agli eventuali fastidi menopausali (come le vampate di calore che diventano meno frequenti e intense) è maggiore. Al contrario, chi non si è quasi accorta della menopausa, se non per l’assenza delle mestruazioni, durante la post menopausa – che rappresenta un cambiamento ormonale più importante – potrebbe subire qualche disagio in più. Infatti, dal punto di vista ormonale si verifica un aumento di FSH e LH e il calo definitivo degli estrogeni. Oltre all’eventuale rischio di varie patologie – tra queste l’osteoporosi e problemi a carico dell’apparato cardiovascolare – si possono presentare atrofia genitourinaria e una decisa secchezza vaginale, che in molte donne non si erano verificate prima, e che rendono difficili i rapporti sessuali e provocano irritazioni locali. Importante, in questo periodo, fare movimento soprattutto all’aria aperta per la benefica azione della luce. Per il rischio di un deficit di calcio e vitamina D (una delle condizioni che favorisce l’osteoporosi) occorre anche alimentarsi in modo corretto. Tra i cibi ricchi di calcio i formaggi stagionati, il latte, il pesce, i legumi e le verdure, Il tuorlo d’uovo, la frutta secca. Fonti di vitamina D ancora latte, formaggio, tuorlo d’uovo e pesce. Altri micronutrienti utili alla salute ossea (come la vitamina K e il magnesio) sono contenuti nelle verdure a foglia larga, nei legumi, e nella frutta secca.

Chiara Bettelli


I nemici poco visibili delle articolazioni

Le infiammazioni croniche dovute a patologie reumatiche, autoimmuni, agiscono su tutto il fisico e indeboliscono anche le ossa

di Federico Mereta

Chi soffre di malattie reumatiche tende ad avere un maggior rischio di sviluppare osteoporosi. È quanto dice la scienza, che ricorda come proprio l’attenzione alla salute ossea sia uno degli ambiti da tenere in maggior considerazione nell’affrontare la patologia reumatica. Le ricerche, in particolare si sono concentrate soprattutto sull’artrite reumatoide, anche per la maggior frequenza del quadro, che ovviamente comporta una serie di modificazioni legate alla sua stessa essenza. Tanto per citare un esempio, chi soffre di questa patologia rischia di più di andare incontro ad erosioni più o meno significative della componente ossea che si affaccia sull’articolazione danneggiata. Ma gli effetti della condizione non si esplicano solo localmente, nel punto in cui l’infiammazione articolare è particolarmente sviluppata, ma anche sull’interno organismo che viene interessato, in modo più o meno significativo, dalla malattia autoimmune con la conseguenza che anche il metabolismo delle ossa ne risente. Basti pensare, in questo senso, al ruolo di alcuni mediatori dell’infiammazione, che quindi favoriscono il peggioramento del quadro. Volete un esempio? L’Interleuchina-6 o IL-6. È una sostanza che gioca un ruolo chiave nella modulazione di diversi processi fisiologici, tra cui la risposta immunitaria, il normale metabolismo dei grassi nell’organismo, la regolazione dei valori di ferro (fondamentale per la sintesi dell’emoglobina che trasporta l’ossigeno all’interno dei globuli rossi) presente nel corpo e la produzione di alcuni ormoni. Nella persona che soffre di artrite reumatoide questa citochina promuove l’infiammazione, la distruzione articolare e le manifestazioni che interessano l’intero organismo come l’anemia, l’affaticamento e appunto l’osteoporosi. Invisibilmente infatti IL-6 guida sia il sistema immunitario ed induce direttamente la risposta immunitaria oltre a favorire la morte delle cellule che della cartilagine articolare e spingendo verso la distruzione delle ossa dell’articolazione. Sia chiaro: si tratta solo di un esempio per capire come il reumatologo sia lo specialista di riferimento per l’osteoporosi, soprattutto se si manifesta in chi soffre di patologie reumatiche. Il rischio, infatti tende ad aumentare anche in chi fa i conti con il Lupus Euritematoso Sistemico (Les), con la spondilite anchilosante e con la sclerodermia. Le donne, anche in questo senso, sono a maggior rischio anche perché quando queste patologie compaiono in età giovanile è più difficile raggiungere il tasso di massa ossea necessario per preservare dall’osteoporosi dopo la menopausa. Come se non bastasse, per il LES conta anche la ridotta esposizione al sole che può condurre ad un deficit di vitamina D. Più in generale, infine, a volte i trattamenti con derivati del cortisone per limitare l’infiammazione nelle malattie reumatiche (e non solo) possono nel tempo indebolire l’osso con effetti negativi sulla massa ossea disponibile. E conseguenti aumenti del rischio di frattura via via che gli anni passano.


DA CONTROLLARE

Chi è sovrappeso ha poca vitamina D

Essere in sovrappeso rischia di compromettere anche la salute delle ossa, non solo per il sovraccarico dell’apparato scheletrico. Chi ha un indice di massa corporea (BMI) superiore a 30 generalmente ha livelli di vitamina D (che aiuta a legare a far assorbire il calcio nelle ossa) molto ridotti.


Pollini nell’aria
Inizia l’assedio a naso e occhi

Siamo nella stagione regina delle allergie
Il consiglio: curare le riniti per evitare l’asma

di Maurizio Maria Fossati

Naso chiuso che gocciola, occhi che lacrimano, starnuti, pruriti al naso, agli occhi e talvolta anche al palato. Sono i sintomi dell’oculo-rinite, la reazione allergica ai pollini. Secondo l’Istituto superiore di sanità, in Italia si stima una prevalenza delle riniti allergiche del 10-20%, a seconda delle zone e delle stagioni, con un trend che sembra essere in crescita negli ultimi anni. Quindi possiamo dire che in primavera, la stagione ’regina’ delle impollinazioni, una persona su cinque soffre di questi disturbi con sintomi che possono culminare nell’asma bronchiale con tosse secca, stizzosa, affanno respiratorio e talvolta una respirazione accompagnata da sibili. «Le riniti allergiche non devono essere trascurate – afferma Rosa Micoli, allergologa di Humanitas Gavazzeni, Bergamo – Ci sono pazienti che partono solo con sintomi alle alte vie respiratorie, quindi naso e occhi, e poi, negli anni, sviluppano l’asma bronchiale. Le cure, quindi, oltre a fare stare meglio nell’immediato, evitano l’aggravarsi della malattia».
Che armi abbiamo contro le allergie da pollini?
«La vaccinazione, cioè l’immunoterapia specifica, è l’arma principale, più efficace e sicura per combattere le allergie. Gli antistaminici possono essere i rimedi last-minute per chi non si è vaccinato. La terapia vaccinale fa sì che il sistema immunitario sviluppi gradualmente tolleranza agli allergeni. Risultato: i disturbi allergici diminuiscono e spesso spariscono. Per questi motivi l’immunoterapia specifica è l’unico trattamento capace di agire sulle cause e non solo sui sintomi della malattia, modificando la storia stessa della malattia in oltre l’80% dei casi».
Qual è il meccanismo d’azione delle allergie?
«Il sistema immunitario, che ci difende da virus e batteri, individua come ‘pericolose’ alcune sostanze innocue come pollini, acari della polvere, alimenti, e così via. Queste sostanze, verso le quali il sistema immunitario ‘perde la tolleranza’, si chiamano allergeni. Il problema sta nel fatto che quest’errata ipersensibilità genera una risposta sbagliata ed eccessiva del sistema immunitario con meccanismi che possono creare malessere a tutto l’organismo».
Quali sono i pollini più temibili?
«Quelli di betulla, graminacee, parietaria e ambrosia, che danno più spesso origine a sintomi respiratori importanti».
Come si arriva alla prescrizione del vaccino anti-allergico?
«Con l’impegnativa del medico di famiglia si va dall’allergologo che sottopone il paziente a un test diagnostico a risposta immediata: il ‘prick-test’, che consiste in una serie di micro-punture sugli avambracci. Su ogni punto viene deposta una goccia di allergene diverso. Dove per reazione si sviluppa prurito e gonfiore, il classico ‘ponfo rosso’, significa che c’è allergia al prodotto. In base al diametro del ponfo formatosi, si deduce l’intensità dell’allergia. E saranno queste le indicazioni che, accanto a un eventuale esame del sangue (dosaggio Ige specifiche) e dei ricombinanti molecolari in secondo livello, permetteranno all’allergologo di ordinare il vaccino su misura per ogni paziente». La cura per i pollini, che dura alcuni mesi, deve iniziare prima della fioritura delle piante alle quali si è allergici e continuare per tutta la stagione (trattamento pre-costagionale). Deve comunque essere ripetuta per almeno 3 anni consecutivi. Alla fine, i benefici rimarranno stabili.


REAZIONI AVVERSE

Non tutti i farmaci sono salutari

Anche i farmaci possono dare allergia. I sintomi possono variare dalla comparsa di piccoli puntini simili a quelli del morbillo, fino a grossi ponfi, accompagnati da gonfiore delle mucose, di bocca, lingua, labbra e occhi. Queste reazioni possono essere associate a difficoltà respiratoria, asma bronchiale e a calo della pressione. La raccomandazione è di chiamare subito il 118. Antibiotici e antinfiammatori sono i farmaci che più spesso causano reazioni allergiche.


Con api, vespe e calabroni l’insidia mette le ali

La puntura provoca gonfiore
Ma nell’8% dei casi il rischio è lo choc anafilattico

Ogni anno circa 5 milioni di persone vengono punti da un imenottero (ape, vespa, calabrone e insetti simili). Rossore locale e gonfiore lieve sono reazioni normali dovute alle sostanze tossiche contenute nel veleno. Ma, circa l’8% delle persone punte manifesta una reazione allergica. Le reazioni allergiche sono più violente, insorgono entro mezz’ora dalla puntura, e si manifestano con sintomi come ampio gonfiore, orticaria, prurito diffuso, malessere generale, vertigini, nausea, vomito, diarrea, dolori addominali, mancanza del respiro, stordimento, confusione mentale, abbassamento della pressione sanguigna, fino ad arrivare alla perdita di coscienza e allo choc anafilattico. Contro le punture da imenotteri esistono vaccini. Contro il rischio mortale dell’anafilassi sono disponibili autoiniettori di adrenalina, salvavita distribuiti gratuitamente dal Ssn ai pazienti con reazione anafilattica accertata. In caso di choc chiamare comunque il 118.


L’allergia in punta di forchetta

Analisi specifiche per individuare gli alimenti che scatenano una reazione immunologica più o meno forte

di Antonio Alfano

Quando l’organismo si rifiuta di accettare alcuni tipi di cibo può partire una reazione dagli esiti imprevedibili, con ricadute inopportune per la qualità della vita di una persona. L’allergia alimentare, sempre più diffusa, indica appunto la reazione avversa a uno o più tipi di alimenti, solitamente le proteine, con manifestazioni organiche inattese e indesiderate. Si va dalla dermatite atopica, a sintomi respiratori o gastrointestinali, fino ad arrivare alla temibile anafilassi. Il fenomeno è dovuto a una reazione immunologica legata ad anticorpi della classe IgE, che reagiscono ai componenti alimentari di natura proteica. L’allergia alimentare si può manifestare già in età pediatrica come pure in quella adulta. «Le allergie alimentari – precisa la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi ed Odontoiatri (FNOMCEO) in un documento sulle Allergie e intolleranze alimentari condiviso con le società scientifiche interessate – sono una tematica molto sentita nella popolazione, anche se va fatta molta chiarezza sui percorsi diagnostici. La percezione di allergia alimentare nella popolazione è 􀌀dicirca il 20% mentre l’incidenza reale del fenomeno interessa circa il 4,5% della popolazione adulta e fino al 10% circa della popolazione pediatrica». «I primi segni di un’allergia alimentare – per gli esperti della Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica – possono comparire entro pochi minuti dall’ingestione dell’alimento fino a un massimo di qualche ora, con manifestazioni variabili dalla sensazione di calore alla pelle, prurito, orticaria, gonfiore intorno agli occhi, alle labbra e/o alla lingua, ma anche stanchezza intensa, nausea, bruciore alla gola. È opportuno rivolgersi a uno specialista e a centri di riferimento riconosciuti, dove si possono effettuare test validati scientificamente che consentono di individuare con precisione non solo l’alimento, sospetto ma anche la parte, di norma una proteina o una sua frazione, alla quale si è ipersensibili per avviare una corretta terapia ». Per il medico è necessario rilevare i sintomi riferiti dal paziente, con attenzione al tempo intercorrente tra l’ingestione e la manifestazione clinica. Sono da valutare attentamente gli alimenti. In causa vengono chiamati frequentemente – secondo il documento della FNOMCEO – il latte vaccino, uovo, grano, frutta secca, pesce e crostacei, anche se tutti gli alimenti sono in grado di scatenare reazioni gravi. La diagnosi è prevalentemente clinica, con una caratteristica peculiare di bronco-ostruzione fino all’insufficienza respiratoria e più raramente di collasso cardiocircolatorio. Per tale motivo la presenza di asma, specie non controllata, costituisce un fattore di rischio per reazioni anafilattiche nei pazienti con allergie alimentari. Nella maggior parte dei casi si impone l’eliminazione dalla dieta dell’“alimento miccia“, oppure il suo consumo oculato, a seconda delle proteine coinvolte. Ad affrontare e spesso risolvere favorevolmente il problema possono essere l’educazione terapeutica e la prevenzione. «Fare attenzione – ricorda la Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica – se al consumo di uno specifico cibo segue sempre o molto spesso una manifestazione reattiva caratteristica, che deve essere annotata in un ‘diario allergico’ alla presenza dei sintomi dell’allergia ». Con queste informazioni lo specialista potrà stilare una dieta anti – allergica ed indicare corretti stili di vita. «Occorre intensificare anche le attività di prevenzione – afferma un Documento di indirizzo sulle Allergie alimentari e sicurezza del consumatore del Ministero della Salute – sui diversi livelli di prevenzione primaria, secondaria e terziaria, puntando a limitare al massimo i rischi legati alle allergie alimentari». Speciale attenzione è richiesta fuori casa e ai ristoratori nella preparazione e indicazione degli ingredienti nei menù.


Metalli e non solo sulla pelle
Il prurito è segno di malessere

La dermatite da contatto può provocare diversi tipi di alterazione della cute

Non molto nota, la dermatite allergica da contatti può provocare fastidiosi effetti sulla salute delle persone, con ricadute sulla sanità pubblica. «La dermatite da contatto – sostiene Mercedes E. Gonzalez dell’University of Miami School of Medicine – è un’infiammazione acuta della cute dovuta a sostanze irritanti o allergenici caratterizzate soprattutto da prurito. Presenti anche alterazioni della cute che vanno dall’eritema alle vescicole ed ulcerazioni, spesso sulle mani, ma anche in altre aree della cute esposte». La malattia è presente anche in ambito lavorativo, dove è previsto il contatto con particolari sostanze (nichel, cromo, cobalto, ecc.). «La dermatite allergica da contatto – per gli specialisti della Società Italiana di Dermatologia Allergologica Professionale e Ambientale – rappresenta una delle più comuni affezioni riscontrate sia in ambito professionale che extraprofessionale e comporta ripercussioni economiche sul sistema sanitario nazionale, sia in termini di costi di diagnosi e terapia, sia in termini di giornate lavorative perse». La diffusione, secondo gli esperti, rappresenterebbe il 90% circa di tutte le affezioni cutanee occupazionali. Per un trattamento appropriato è opportuno il parere specialistico di un dermatologo.

Antonio Alfano


SINDROME STAGIONALE

Così un frutto manda in fiamme labbra e bocca

Agli attacchi dall’allergia non sfuggono neanche le labbra, la lingua e la bocca. Tutto è dovuto a quella che gli specialisti definiscono la “sindrome da allergia orale o sindrome da allergia alimentare ai pollini a carattere stagionale”. Una reazione di ipersensibilità a cibi vegetali, frutta e/o verdura, noci e spezie, che si manifesta con formicolio delle labbra, della lingua e della bocca. «Questa particolare sindrome – sostengono gli allergologi – è per lo più dovuta alla sensibilizzazione del polline con un ruolo attivo degli anticorpi IgE. I sintomi si possono solitamente presentare entro pochi minuti dall’ingestione di frutta o verdure verso i quali si è allergici e possono durare da alcuni minuti ad alcune ore». Ad essere maggiormente interessato è il tratto orofaringeo, generalmente con fastidio e prurito in particolare delle labbra e della regione del palato. Si avverte anche bruciore e gonfiore orale, o costrizione alla gola dopo l’ingestione dopo aver ingerito il tipo di cibo a cui si è allergici. Il primo passo nella diagnosi delle allergie delle mucose orali è l’esame completo del cavo orale. Inoltre, è importante un’attenta storia dei prodotti dell’igiene orale, delle allergie inalanti da pollini, farmaci e materiali dentali. La diagnosi deve essere completata da un test per poter confermare l’ipersensibilità da contatto.

A.A.