C’erano una volta le prime lastre a raggi X

La radiologia diagnostica oggi si è a inata: tomograia, risonanza e Pet permettono indagini ad alta precisione

di Federico Mereta

8 NOVEMBRE 1895. Il isico tedesco Wilhelm Roentgen realizza la prima radiograia sfruttando i raggi X. Nella lastra non immortala un organo interno, la riproduzione che emerge è quella delle ossa della mano della moglie e del suo anello nuziale. Basta questo per capire come la radiologia tradizionale, quella con la macchina che scatta la “foto” dell’osso, sia ancora fondamentale per individuare la presenza di un’eventuale frattura o di altre lesioni che possono in qualche modo intaccare la struttura di questa parte  dell’apparato locomotore. Ma attenzione: lo stesso sistema che ci permette di muoverci non è fatto solo di ossa, ma anche di legamenti che collegano e mantengono salde le articolazioni, di muscoli e di tendini. Ed è con queste realtà che l’ortopedico si trova a fare i conti. Per fortuna, dalla prima “fotogra- ia” di Roentgen la tecnologia ha fatto passi da gigante ed oggi lo specialista non si limita più solamente ad ottenere immagini sempre più soisticate e precise e a valutare anche la funzione (e non solo la morfologia) di alcuni organi, ma addirittura cura. Con la terapia iniltrativa, guidata proprio dal radiologo, si possono a rontare ad esempio quadri come quello della spalla dolorosa (c’è anche la possibilità di “sciogliere” eventuali calciicazioni) o le epicondiliti. Per le gambe si va dalle classiche patologie del tendine ino alla pubalgia tipica degli sportivi, dalle borsiti alla classica artrosi dell’anca. Grazie all’a inarsi delle tecnologie, oggi si possono o rire trattamenti speciici in caso di iniammazione di articolazioni e tendini o quando l’artrosi avanza. In ogni caso, nello studio dell’apparato locomotore oggi l’esame radiologico classico viene a iancato da test sempre più precisi, come ad esempio la Tomograia computerizzata (Tc) o la risonanza magnetica. Con questo secondo esame, ad esempio nella patologia dei legamenti si possono avere quadri molto più precisi. Il tutto senza dimenticare tecnologie ancora più moderne, come la Tomograia ad emissione di positroni o Pet, impiegata ad esempio quando occorre andare ad individuare aree piccolissime di tessuto osseo che potrebbero rappresentare la sede secondaria di un tumore in base alla risposta che le cellule patologiche dimostrano all’esame. L’importante, in ogni caso, è fare il controllo giusto al momento giusto, senza eccedere con i test. Lo consigliano gli esperti di Choosing Wisely, iniziativa voluta dell’American board of internal medicine Foundation.


L’osteoporosi rende
più fragili femore e vertebre

Donne in area frattura quando è menopausa

DA UNA PARTE ci sono i costruttori e dall’altra i demolitori. Il tutto deve essere perfettamente equilibrato perché se i secondi hanno la meglio sui primi, la situazione può precipitare e l’osso rischia di diventare più debole. Si può spiegare proprio con il mancato bilanciamento tra attività degli osteoblasti (i costruttori) e osteoclasti (demolitori), l’osteoporosi, una vera patologia sociale che favorisce il rischio di fratture. Più vulnerabili sono soprattutto il femore, le vertebre e il polso. Se per il gentil sesso è il particolare assetto ormonale della menopausa ad aumentare i pericoli per le ossa, nel maschio (e non solo) sono più spesso altre situazioni a ripercuotersi sull’osso. Ad esempio prolungati trattamenti con cortisone a dosi elevate oppure l’abuso di alcolici, tanto che uno degli e etti spesso dimenticati dei bicchieri in eccesso è proprio quello di indebolire le ossa. A rischio, inoltre, sono anche i fumatori. Per individuare il problema, oltre alla visita della persona e agli esami del sangue è importante in chiave preventiva l’indagine mineralometrica (Moc) con apparecchi che misurano la densità minerale ossea e quindi informano sullo stato di “debolezza”.

F. M.


L’artrosi è il nemico numero uno

Anca, ginocchio e spalla risentono di peso, età e usura: la soluzione protesi è sempre più efficace

di Antonio Alfano

IL NEMICO NUMERO UNO è l’artrosi. Anca, ginocchio e spalla vengono seriamente danneggiate da peso, usura e avanzare dell’età, con dolore e di icoltà di movimento. Nei casi più gravi, può essere necessaria una protesi articolare: un intervento chirurgico rilevante, ma reso a idabile da anni di esperienza clinica. Secondo dati dell’Istituto superiore di sanità, nel 2017 sono state impiantate ben 102.000 protesi d’anca, 70.000 di ginocchio e 7.200 di spalla. «Quando un’articolazione come anca, ginocchio e spalla – a erma Giorgio Massini, direttore Uoc di ortopedia e traumatologia ospedale di Adria – è gravemente danneggiata dall’artrosi i segni sono evidenti: di icoltà crescente a camminare o a salire le scale; dolore continuo anche a riposo, di icilmente trattabile e non risolvibile con terapie conservative (mediche, isioterapiche, iniltrative). In questi casi, si deve considerare la possibilità dell’intervento chirurgico, sostituendo la parte malata dell’articolazione con una protesi. Spiega ancora Massini: «L’intervento di artroprotesi di anca è quello in cui viene sostituita sia la parte malata del bacino sia la parte del femore (epiisi femorale). Con esso dovrà essere sostituita la parte artrosica, correggere deviazioni meccaniche dell’arto inferiore, ripristinare la normale anatomia dell’articolazione e correggere anche eventuali deformità della gamba. Questo porterà a riprendere una attività isica buona ed una migliore qualità di vita. Esiste anche un intervento meno aggressivo, usato prevalentemente nei pazienti anziani con frattura del collo del femore, con sostituzione solo della componente articolare del femore, che consente un minore impatto chirurgico ed una ripresa veloce dello schema motorio e della deambulazione». Miglioramento delle tecniche chirurgiche e di anestesia, evoluzione della diagnostica e migliori materiali protesici hanno contribuito al successo di questo tipo di interventi, limitando le complicanze, che, «purtroppo – spiega Massini – possono essere sempre in agguato, causate ad esempio da trombosi venosa profonda, lussazione e in casi più rari da infezioni di artroprotesi ». L’usura delle protesi e la loro longevità sono un problema clinico signiicativo. I portatori di artroprotesi sono sempre più giovani. Perciò gli impianti e i materiali impiegati dovranno sfruttare componenti di altissima qualità per resistenza all’usura e durata nel tempo. Giorgio Massini ricorda che «gli accoppiamenti che consentono questo sono ad oggi ceramica-ceramica, ceramica-polietilene ad altissima densità e Oxinium-polietilene. Anche per il ginocchio acciaio e polietilene oppure Oxinium-polietilene sono accoppiamenti di ottima qualità. Anche il titanio, metallo dalle caratteristiche estremamente interessanti per la chirurgia ortopedica, ha fatto fare un grande salto di qualità nella sostituzione delle articolazioni». «La chirugia mini invasiva a risparmio di tessuto- conclude – permette di ridurre gli accessi chirurgici e l’ampiezza delle cicatrici, interessando il meno possibile le strutture periarticolari. Questo ha consentito di diminuire tempi chirurgici, trasfusioni e giorni per il recupero riabilitativo».


OSTEOARTROSI

Mettere a dieta le articolazioni aiuta i tessuti

La dieta fa bene anche alle articolazioni. Soprattutto nei casi di artrosi secondaria a traumi, sindrome metabolica, (spesso giovanile), esito di necrosi epiisarie, malattie ereditarie, ecc… Dimagrire rallenta la degenerazione della cartilagine con miglioramento del dolore artrosico. Un trattamento contro l’osteoartrosi – a erma lo specialista ortopedico Giorgio Massini – dovrebbe prevedere azioni per un calo ponderale. I chili di troppo producono seri danni. Più aumenta il tessuto adiposo, più aumenta la produzione di sostanze come le adipochine pro-iniammatorie, che provocano la progressiva degradazione della cartilagine.


FRATTURE

Bisturi subito se il femore è di un over 65

Le ossa, per quanto solide e robuste, possono rompersi in risposta all’applicazione di una forza esterna che superi la loro capacità di resistenza. Il rischio di una frattura ossea è sempre potenzialmente vicino: basta una banale caduta anche in casa, un infortunio durante la partita di calcetto tra amici o un incidente sugli sci. La frattura è la rottura parziale o completa di un osso. Ciò può veriicarsi anche permicrotraumi ripetuti, come, ad esempio, accade agli sportivi che sottopongono a sollecitazioni ripetute le ossa dei piedi. Le fratture possono comparire anche per traumi modesti in ossa già fragili per osteoporosi grave, malattie infettive o tumorali. Il problema diviene particolarmente serio per gli anziani che, a seguito di cadute, spesso domestiche, possono andare incontro a fratture dell’anca e del femore e, seppure in misura minore, anche dell’omero o del polso. Giorgio Massini, direttore Uoc di ortopedia e traumatologia ospedale di Adria, ricorda che «spesso la frattura è la punta dell’iceberg di quello che è invece una patologia a genesi multifattoriale che intacca il isico dell’anziano e lo porta a cadere. Un paziente può semplicemente inciampare oppure cadere, senza che possa reagire, per squilibri pressori, vertigini, patologie neurologiche. Secondo le più recenti indicazioni cliniche, un over 65 che viene ricoverato in ospedale per una frattura di un femore dovrebbe essere sottoposto entro massimo 48 ore a un intervento chirurgico proprio per favorire il più rapido recupero funzionale e isico. Un anziano allettato, fa presto a dimenticarsi come cammina. L’intervento sul paziente anziano ricomprende una stabilizzazione dei parametri vitali ed un riequilibrio ematochimico ed elettrolitico per metterlo nelle condizioni di sopportare l’intervento chirurgico ».

A. A.