Ecco gli ormoni che regolano il metabolismo

L’appetito e la sensazione di sazietà dipendono da una complessa interazione. Oltre il 30% degli italiani è sovrappeso

di Alessandro Malpelo

OLTRE a rispettare le buone regole della piramide alimentare, cosa altro fare per frenare il declino fisico e promuovere il benessere tramite il mangiar sano? Di sicuro conviene schivare le lusinghe rappresentate dalle diete monotone o dal desiderio ripetitivo di gratificazione. Evitare dunque gli specchietti per le allodole che alla lunga portano a un certo fanatismo, e a idarsi ai medici specialisti: endocrinologia, dietologia e medicina interna. «L’obesità – ha avvertito Paolo Vitti, presidente della Società Italiana di Endocrinologia in occasione del 40° congresso nazionale, a Roma – rappresenta una malattia multifattoriale di icile da contrastare: oltre il 30 % degli italiani è sovrappeso». L’appetito, e la sensazione di sazietà, dipendono da una complessa interazione tra ormoni, come la leptina, prodotta prevalentemente dal tessuto adiposo, e poi insulina, grelina e colecistochinina, che raggiungono il cervello. La leptina è stata scoperta 25 anni fa e se ne parla tanto ancora oggi. Considerata un marker, una spia per molti aspetti della fisiologia digestiva, è impiegata addirittura come farmaco nei soggetti con lipodistrofia, per proteggerli dalle conseguenze negative della perdita di tessuto adiposo. Sappiamo che tutti gli organi, compreso il grasso corporeo, producono ormoni importanti per la regolazione dei processi vitali e in caso di squilibri sono gli endocrinologi le prime figure da interpellare per rientrare in carreggiata. Il grasso viscerale nella giusta misura non costituisce un problema per la salute, anzi ci protegge dalle malattie metaboliche quali dia-bete, dislipidemia e dalle malattie cardiovascolari. Oltre alla qualità dei nutrienti assimilabili entrano in gioco, nel benessere individuale, altre variabili, le quantità ingerite (le porzioni) e la tempistica. Nel vasto universo nelle diete si stanno aff ermando approcci legati a pause e intervalli temporali (restrizione calorica controllata, alimentazione legata ai ritmi circadiani) in grado di regolare il nostro metabolismo attraverso complesse reazioni biochimiche. Nei mesi scorsi gli esperti riuniti a Milano dalla Fondazione IBSA di Lugano, al Forum sui meccanismi molecolari della salute, hanno indicato in che modo specifici accorgimenti possono influenzare in senso positivo il sistema immunitario, aggiustando pure la glicemia. «Alcuni studi, per la maggior parte su modelli animali, dimostrano che mangiare solo in determinati momenti della giornata, seguendo i cicli naturali veglia-sonno, contribuisce a ridurre nell’organismo la tendenza all’obesità e alle infiammazioni croniche. Si possono anche attenuare lievi disturbi cardiaci». Così ha sintetizzato Satchidananda Panda, professore al Salk Institute di La Jolla (California). Come fanno in definitiva, i ritmi circadiani, a regolare il carosello dei nutrienti? «Nell’alternanza dei cicli si determinano giri di boa – ha spiegato lo specialista – che condizionano la produzione di ormoni importanti quali insulina, glucagone, grelina, leptina e altri, tutti coinvolti nel metabolismo». Quando sarebbe preferibile mangiare, allora, seguendo questa impostazione? «Gli studi – ha avvertito il professore americano – suggeriscono di astenersi dal cibo 3 o 4 ore prima di andare a dormire e 1-2 ore dopo il risveglio. Questo significa che è bene tenere aperta una finestra di 10-12 ore al giorno entro cui consumare i pasti (se consideriamo che una persona dorme in media 7 ore), escludendo nelle altre fasce orarie spuntini, ricompense, momenti golosi. In termini tecnici, questo regime alimentare viene chiamato time-restricted eating». Anche tirare la cinghia in modo intermittente, cioè facendo riposare stomaco e intestino ogni tanto, può aiutare l’organismo a placare quella spinta che mette in moto la cascata infiammatoria, purché l’astensione dal cibo venga seguita da staff esperti. Andreas Michalsen, professore di medicina al Charité University Medical Center di Berlino, anche lui intervenuto al Forum della Fondazione Ibsa, ha riferito che «sottoporsi a forme diverse di digiuno sotto controllo sanitario ha dato buoni riscontri anche in persone con diabete, ipertensione, emicrania, fibromialgia, artrite reumatoide». La casistica esaminata riguardava ventimila pazienti seguiti nel suo istituto. Ma quanti giorni bisogna rimanere lontani dal cibo? Esistono diversi schemi di digiuno intermittente, e un solo consiglio da tenere a mente: evitare il fai da te e farsi sempre seguire dal medico.


PER I DIABETICI

Non esagerare con i pasti troppo leggeri

Il caldo smorza la fame, e soprattutto d’estate il pasto può giovarsi di un gelato o della frutta. Se si soff re di diabete, però, occhio agli imprevisti. Importante, avverte Paolo Di Bartolo, presidente eletto dell’Associzione Medici Diabetologi «ricordarsi di bere, astenersi da sforzi eccessivi, ripararsi dal sole, controllare glicemia e pressione arteriosa con regolarità. Utile parlare con lo specialista per ricevere consigli nutrizionali». Particolare attenzione, raccomanda Di Bartolo, «con i farmaci associati a rischio ipoglicemia. La terapia estiva richiede una taratura dei dosaggi». Da qualche anno, ricorda l’esperto, «sono tuttavia disponibili farmaci come gli agonisti dei recettori del GLP1, che off rono validi margini di sicurezza».

A. M.


Lunga vita ai batteri di stomaco e intestino

Non sono un nemico invisibile: Il cosiddetto microbiota permette di giocare d’anticipo contro molte malattie croniche

di Federico Mereta

PENSATE PER UN ATTIMO ad un unico trattamento capace di combattere lo stress, di darci una mano a calare di peso, di porre le basi per contrastare lo sviluppo dell’allergia, consentendoci di giocare d’anticipo contro molte malattie croniche. Se vi proponessero una cura di questo tipo, probabilmente fareste la corsa per averla. Allora, pronti a stupirvi: tutte queste attività sono svolte non da un medicinale, ma da un esercito di “laboratori” che ospitiamo all’interno del nostro apparato digerente, quando ovviamente sono in equilibrio tra loro e i “buoni” vincono sui “cattivi”. Proprio così: le cellule microbiche che vivono al nostro interno superano di circa dieci volte il numero delle cellule dell’organismo e costituiscono nell’apparato digerente il cosiddetto microbiota. Basti pensare che nello stomaco e nell’intestino tenue si va da 100 a 100.000 batteri per millilitro di contenuto intestinale, mentre nel colon si arriva a 100-1000 miliardi di germi per grammo di feci. In genere, il rapporto tra anaerobi, cioè i germi che vivono in assenza di ossigeno, e aerobi è di 1000 a 1 a favore dei primi. Occorre quindi toglierci dalla testa l’idea che i batteri siano invisibili nemici che provocano infezioni. L’intera esistenza umana, ed oggi la scienza, dimostra che anche sul fronte della prevenzione di molti malanni della nostra epoca i batteri possono giocare un ruolo importante. Il nostro corpo è colonizzato da miliardi di batteri che non sono gli stessi in tutte le persone, almeno in termini di popolazione. Il microbiota degli individui può essere diverso, sia perché muta con l’età, sia perché il sesso può avere un peso (si stanno sviluppando ricerche sulle variazioni della popolazione batterica nelle diverse fasi della vita femminile) sia perché risente dei tanti stimoli che giungono dall’esterno. L’importante, quindi, è che ogni persona in qualche modo sappia che il microbiota è importante e soprattutto impari a tenerlo in forma con l’alimentazione. Così facendo, saremo più forti contro i batteri ‘malvagi’ che possono creare infezioni, potenziando le attività del sistema immunitario o inibendo l’adesione dei patogeni ai tessuti intestinali. E magari combatteremo meglio anche i tanti malanni citati, aiutando l’umore e contrastando lo stress grazie all’“asse” intestino-cervello: se sta bene la parte considerata meno “nobile” del corpo, proprio grazie alla giusta composizione di batteri intestinali, anche il cervello ne trae beneficio.


È un’allergia o un’intolleranza?

La diff erenza principale è la velocità di reazione dell’organismo. I principali fattori di rischio

di Roberto Baldi

SOLO APPARENTEMENTE, nella patria della dieta mediterranea, riconosciuta come ‘patrimonio immateriale dell’umanità’ nel 2010 dall’Unesco, l’80% della popolazione sembra conoscere certi criteri di base alimentari. Ancora più ignorata è la cosiddetta piramide alimentare, che dovrebbe guidare le scelte quotidiane dei cibi perché indica quanto si deve introdurre dei diversi nutrienti. Giova ricordare a questo proposito che, secondo un gruppo internazionale di esperti (International Obesity Taskforce), il 61% delle malattie cardiovascolari è legato a un’alimentazione non equilibrata o ad-dirittura fonte di allergie e di intolleranze alimentari, di cui soff rono tre milioni di italiani, una cifra quasi raddoppiata nel giro di un decennio. Gli alimenti che possono provocare reazione allergica sono sia animali che vegetali. La patologia colpisce sia persone in età adulta che bambini, in forme più o meno gravi. Il primo errore che si fa in questo settore è la confusione fra le due, allergia e intolleranza alimentare, ritenute da molti come forme equivalenti. Sono i sintomi a indicarci le diversità: reazione immunitaria violenta e veloce nell’allergia, che si associa talvolta a componenti cutanee, arrossamento e rigonfiamento della congiuntiva, broncospasmo con eventuale reazione combinata chiamata shock anafilattico e caratterizzata da dose indipendenza; l’intolleranza alimentare, derivante da un rifiuto dell’organismo a metabolizzare determinati alimenti o componenti di alcuni farmaci si caratterizza con nausea, vomito, diarrea, spasmi, gonfiori addominali e mal di testa con reazioni proporzionali alla quantità della sostanza ingerita e con insorgenza tendenzialmente più lenta rispetto all’allergia alimentare. Gli allergeni più comuni: cereali contenenti glutine (grano, segale, orzo, avena, farro), latte e prodotti a base di latte, uova e prodotti a base di uova, pesce e prodotti a base di pesce, crostacei e prodotti a base di crostacei. I conservanti, i dolcificanti e gli antiossidanti aggiungono probabilità allergiche. Fra le intolleranze la più comune è il lattosio ovvero lo zucchero contenuto nel latte. Altro esempio tipico di intolleranza è il favismo, che riguarda fave, piselli, frutta a guscio, farmaci come sulfamidici, salicilici, chinidina, menadione. Un posto a sé merita la celiachia ovvero l’incapacità di digerire il glutine in soggetti geneticamente predisposti. Tra i sintomi vi sono diarrea cronica, dolore e gonfiore addominale, ritardo della crescita nei bambini e astenia. Al manifestarsi dei sintomi sopra elencati, utili alcuni test cutanei semplici e veloci come lo skin prick, il prick by prick, l’atopy patch test (ATP), da a idare all’immunologo ad evitare reazioni allergiche gravi, ed trial più complessi quali l’IgE, il test di provocazione labiale, il test di provocazione orale (TPO) . Da ricordare che nei neonati che hanno genitori allergici il rischio di sviluppare una reazione è due-quattro volte superiore. Il rimedio più facile e a tutta prima risolutivo è l’eliminazione delle sostanze rivelatesi allergizzanti o quelle a cui il soggetto si sia dimostrato comunque sensibile. Più facile a dirsi che a farsi soprattutto nel neonato e nel bambino in cui la casistica è maggiore e la prevedibilità minore. Da evitare in ogni caso il “fai da te” nella diagnosi e nella terapia eventuale per il rischio di reazioni aggiuntive. Natura non facit saltus, dicevano i latini a indicare prudenza e gradualità sia nella cura sia nei trattamenti desensibilizzanti.


Le ‘relazioni pericolose’ fra cibi e medicine
Due appuntamenti per saperne di più

Gli incontri con docenti e ricercatori universitari sabato 7 settembre al SANA di Bologna

SONO DUE i momenti di approfondimento dedicati a allergie, intolleranze alimentari e possibili interazioni fra cibi, integratori e farmaci che si volgeranno al SANA 2019, per gli appuntamenti di SANA Academy. Sabato 7 sette settembre alle 10 il primo incontro “Reazioni avverse agli alimenti: allergie e intolleranze alimentari”, relatrice Patrizia Restani, professore ordinario in Chimica degli Alimenti dell’Università degli Studi di Milano. Si proseguirà nel pomeriggio di sabato 7 settembre alle ore 14.30 con “Interazioni tra alimenti, ingredienti botanici e farmaci” a cura di Chiara Di Lorenzo ricercatore in Chimica degli Alimenti presso il Dipartimento di Scienze farmacologiche e Biomolecolari dell’Università degli Studi di Milano – che tratterà dell’ampio utilizzo di integratori alimentari contenenti ingredienti di origine vegetale, con un approfondimento dei dati ottenuti dal progetto europeo PlantLIBRA (Plant Food Supplements: Levels of Intake, Benefit and Risk Assessment).

R. B.


SERVE CAUTELA

Il ‘bioaccumulo’ fra farmaci e integratori

C’è un’abitudine a utilizzare integratori alimentari o altre sostanze contenenti ingredienti di origine vegetale, i cosiddetti botanicals, non tenendo conto del le loro possibili interazioni con gli alimenti e i farmaci, o di sottoprodotti della filiera agro-alimentare non tutti sicuri, ecologici e sostenibili. Giova ripetere una volta di più che un soggetto con equilibri metabolici giusti non necessita di integratori. Una qualche utilità può essere riconosciuta soprattutto negli sport a lunga percorrenza e per patologie debilitanti. Molte le controindicazioni per problematiche epatiche, renali, diabete di 1 tipo, gravidanza ecc. Richiedono precauzioni anche gli ingredienti di origine vegetale quali erbe, spezie e sostanze aromatizzanti per dare un aroma particolare a cibi e bevande. Tra i più utilizzati: il ginepro, liquirizia, cardamomo e zenzero. I rischi: il bioaccumulo e la selettività. L’etichettatura deve indicare la concentrazione del principio attivo. La No Observed Eff ect Level, tiene conto di un fattore di sicurezza compreso tra 10 e 1000. Più il fattore è basso, più queste sostanze sono sicure.

R.B.