Domenico Inzitari
«Contro l’ictus serve
maggior consapevolezza»

«In Italia abbiamo 200mila nuovi casi ogni anno, oltre diecimila pazienti hanno meno di 50 anni. Troppi rischi vengono ignorati»

di Alessandro Malpelo

L’ICTUS è uno degli inconvenienti più seri che possono capitare, ma si può curare e scongiurare, mettendo in atto stili di vita corretti. Lo ripetono gli specialisti, però il messaggio fatica a passare. Aprile è il mese della prevenzione, occorre giocare d’anticipo. Ne parliamo con Domenico Inzitari, neurologo, presidente del comitato scientifi co di Alice onlus.

Professore, che dimensioni assume il problema ictus nel nostro Paese?

«In Italia le malattie cerebrovascolari sono un flagello, dopo tumori e infarto c’è l’ictus. Tuttavia, nonostante l’impegno di tanti valorosi volontari, a fronte delle campagne che promuoviamo, si vede che c’è molta più attenzione da parte dell’opinione pubblica nei confronti del cancro o delle malattie di cuore».

E questa discrepanza da cosa dipende?

«Chi ha superato lo stroke evita di affrontare l’argomento in pubblico, la gente comune si sente poco coinvolta. Ci sono stati però testimonial straordinari impegnati a sensibilizzare la collettività, come Valentina Vezzali, e Luca Carboni con il coro degli afasici».

Abbiamo anche personaggi famosi che hanno fatto temere per la loro salute, richiamando l’attenzione dei media. Che rifl essioni possiamo trarre?

«Che i numeri devono mettere in guardia. Su 200mila nuovi casi di ictus che si verifi cano ogni anno in Italia, oltre diecimila riguardano persone di età inferiore ai 50 anni in piena attività lavorativa e sociale. Uno studio americano ha rilevato pure un aumento della frequenza dell’ictus tra i giovani, dal 12% al 18% in pochi anni».

Quali i fattori di rischio più evidenti?

«Fumo, abuso di alcool e droghe, un’errata alimentazione con eccessive calorie e ricca di grassi animali, la scarsa attività fi sica da un lato e i traumatismi o gli sport violenti dall’altro, sono tra le cause di ictus giovanile. Nell’ictus dell’adulto e dell’anziano entrano in gioco ipertensione, diabete e malattie di cuore, tra cui l’irregolarità del ritmo cardiaco denominata fi brillazione atriale».

Come regolarsi se ci sono stati casi di ictus in famiglia?

«Se c’è familiarità accertata per ictus, ad esempio nei fratelli, l’attenzione deve essere massima. Solo una precisa conoscenza, la consapevolezza, la correzione effi cace costante dei comportamenti da parte delle persone stesse, con lo stimolo del medico, può consentire di scongiurare o attenuare le conseguenze nefaste».

Le vostre campagne sono rivolte sia ai soggetti a rischio sia alla popolazione nel suo insieme. Un consiglio valido per tutti?

«Decisivo che una persona sappia riconoscere immediatamente alcuni sintomi che di solito insorgono in modo improvviso: la perdita di forza a un braccio, a una gamba, diffi coltà a parlare, perdita della vista a un occhio o ambedue, diffi – coltà a stare in piedi o camminare, un fortissimo mal di testa mai accusato prima».

Nel dubbio cosa fare?

«Ai primi sintomi è bene chiamare il 118 e farsi portare in ospedale, dove deve essere prontamente disponibile una équipe che valuti subito se è possibile, e indicato, praticare la trombolisi, un intervento che, se eseguito entro tre ore, consente a oltre la metà dei soggetti colpiti da ictus di tornare a una vita normale. In altri casi è indicata una soluzione interventistica detta trombectomia».

Gli ospedali hanno reparti di terapia intensiva specifi ci, gli standard di cura sono all’altezza?

«Senz’altro il ricovero nelle unità dedicate all’ictus (stroke unit), insieme a una riabilitazione esperta, prolungata e continuativa, possono contribuire a ridurre la grave invalidità che spesso consegue a un ictus cerebrale. Ma c’è una situazione a macchia di leopardo, percorsi di cure esistono in tutte le regioni, ma non sempre sono applicati dappertutto in maniera omogenea».

Perché si dovrebbe parlare più spesso, e in maniera più approfondita, di ictus?

«Perché più ne parliamo, più le istituzioni si muovono. Da una indagine condotta da Alice in collaborazione con Censis e Università di Firenze è emerso che, nella maggioranza degli italiani, l’ictus rimane una patologia per molti aspetti ancora sconosciuta, non solo nelle sue caratteristiche cliniche, ma anche in termini di disabilità».

In che senso ignorano il problema?

«Ad esempio, solo 8 italiani su 100 sono consapevoli che alcune anomalie cardiache, come la fi brillazione atriale, sono cause predisponenti all’ictus. Inoltre, il 77% delle persone ritiene di sapere cos’è l’ictus, ma meno del 45% saprebbe sospettare un fatto acuto che attacca il cervello, mentre il 14% degli interpellati ritiene che sia un tipo di infarto cardiaco, l’11% lo considera una malattia del sangue».


DUE DITA SUL POLSO CONTRO LA TROMBOSI

Fibrillazione atriale, il cuore ‘irregolare’
segnala un pericoloso coagulo di sangue

Oltre due milioni di italiani soffrono di fi brillazione atriale, un ritmo irregolare del cuore che moltiplica il rischio ictus. Ma bastano pochi secondi applicando due dita sul polso per salvare, potenzialmente, una vita. Far arrivare questo messaggio a più persone possibile è la sfi da del progetto Check Your Pulse che l’Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle Malattie Cardiovascolari (ALT), ha lanciato in occasione della Giornata Nazionale per la Lotta alla Trombosi (info www.trombosi.org). In Italia soffre di fi brillazione atriale una persona su 12 sopra i 65 anni. Ma questa condizione è spesso silente fi no a quando non produce un trombo, un coagulo di sangue che può staccarsi e raggiungere le arterie del cervello, provocando l’ictus. Molti ne soffrono senza saperlo. Si può però riconoscere con un semplice gesto, ascoltando l’intervallo di tempo tra un battito e l’altro: deve essere regolare, come il ritmo di un tamburo. Un elettrocardiogramma può confermare il sospetto e un medico può suggerire la cura appropriata.


DESTRA E SINISTRA

Capire i sintomi I minuti che contano

Chiamare subito l’ambulanza: la diffi coltà a parlare, un defi cit di forza o visivo sono segnali d’allarme

Non sottovalutare i sintomi e non perdere tempo. Sono queste le due regole che possono fare la differenza e spesso salvare una vita. «Molte persone danno poco peso ai primi sintomi. È sbagliatissimo – spiega Eugenio Parati, direttore U.O.C. Malattie Cerebrovascolari della Fondazione I.R.C.C.S. Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano -. Le prime ore che seguono i primissimi sintomi dell’ictus sono cruciali per il trattamento».

Quali sono i campanelli d’allarme di un ictus?

«I segnali d’allarme possono essere un’improvvisa diffi coltà nel parlare, per esempio ad articolare le parole o a esprimersi. Non riuscire a comprendere quello che dicono gli altri. Oppure si può avere un improvviso defi cit di sensibilità o di forza di metà del volto o del corpo. Diffi coltà visive con perdita della visione di parte del campo visivo o di un solo occhio. Si può accusare un’importante vertigine o un forte disturbo dell’equilibrio. E nei casi di ictus emorragico, anche una forte cefalea».

In particolare, ci sono persone a rischio maggiore, cioè che devono tenere più alta la guardia?

«Sì, le persone che hanno già avuto un evento cerebrovascolare oppure quelle con fattori di rischio come ipertensione, diabete, ipercolesterolemia, fi brillazione atriale, i fumatori, chi è sovrappeso, quelli che consumano alcolici in eccesso, le persone con cardiopatie o gravi aterosclerosi dei vasi sovra aortici».

Quanto è ampia la “fi nestra terapeutica”, cioè il tempo nel quale bisogna intervenire per salvare una vita o ridurre al minimo i danni?

«I pazienti affetti da ictus devono essere condotti in Pronto soccorso al più presto per un trattamento precoce in modo da impedire al tessuto cerebrale di andare incontro alla necrosi. Devono, infatti, essere trattati con trombolisi entro 4 ore e mezzo dall’esordio dei sintomi. Studi recenti hanno però dimostrato che la trombectomia meccanica (asportazione meccanica del trombo) nei pazienti con un trombo che occlude un’arteria cerebrale è più effi cace del trattamento in endovena. In questo caso la fi nestra terapeutica si estende fi no a circa 6 ore. L’applicazione di nuove tecniche neuroradiologiche avanzate potrebbe, inoltre, allargare la fi nestra fi no a 16-24 ore».

Si può fare qualche cosa in attesa dell’ambulanza?

«L’ictus è un’emergenza medica che richiede il ricovero immediato in una Stroke Unit dell’ospedale più vicino. Si può solo prendere nota dell’ora di esordio dei sintomi e assicurarsi che il soggetto risponda e che le vie aeree siano pervie. Se occorre, si mettano in atto le manovre di rianimazione cardiopolmonare».

Maurizio Maria Fossati


L’ictus si fa in tre per spegnere i neuroni

Il caso più frequente è l’ischemia dovuta a trombi o a embolia. Ma si possono verifi care anche due tipi di emorragia

di Federico Mereta

QUANDO c’è un ictus, c’è la morte di una popolazione di neuroni che ovviamente cambia in base all’area cerebrale interessata. Le cause possono essere diverse. La lesione può infatti essere causata, cosa che avviene più frequentemente, per un’ischemia legata all’insuffi ciente apporto di sangue da parte di un’arteria: circa l’80 per cento dei casi di ictus è legato a questa situazione, che può interessare sia le grandi arterie, come ad esempio le carotidi, sia i piccoli condotti che scorrono all’interno del cranio e irrorano specifi che zone del cervello. Il blocco della normale circolazione del sangue può essere legata a coaguli che si formano direttamente all’interno del vaso – in questo caso si parla di trombi – oppure vengono trasportati attraverso il sangue fi no all’arteria che occludono, come avviene per un’embolia. L’ictus emorragico, invece si manifesta in circa il 15 per cento dei casi ed è legato alla rottura delle pareti di un’arteria che quindi perde sangue e va a comprimere il tessuto cerebrale. Tra le cause possono esserci un drasti co aumento della pressione, che porta i vasi a rompersi, oppure la rottura di un aneurisma, cioè di una dilatazione patologica della parete arteriosa spesso nemmeno percepibile. Ci sono poi casi in cui si creano le cosiddette emorragie subaracnoidee, con il sangue che si accumula tra il cervello e il suo rivestimento esterno. In questi casi, quasi sempre legati alla rottura di un aneurisma, ci sono segni abbastanza tipici come fastidio alla luce, un fortissimo mal di testa con vomito e in molti malati anche perdita di coscienza.
Questa distinzione è estremamente utile non solo sotto l’aspetto scientifi co, ma anche sul versante pratico visto che, in base all’origine della lesione, si procede con trattamenti specifi ci. Va comunque ricordato che, a prescindere dalla causa, quando un’arteria che irrora il cervello viene ostruita o si rompe, in pochi secondi cala il fl usso di sangue e il nutrimento ai neuroni della zona. In pochi minuti le cellule cerebrali iniziano a morire e il processo si diffonde rapidamente alle cellule vicine. Si formano quindi dei “cerchi” concentrici di cellule morte fi n quando il danno vascolare non si arresta. Il problema è che non è possibile riprodurre i neuroni morti, e quindi la lesione cerebrale crea un tilt su azioni e sensazioni e lascia segni indelebili. Questi variano in base all’ampiezza della parte interessata dalla necrosi e al tipo di “azioni” o sensazioni che la zona danneggiata controlla.


Vedere dentro la scatola cranica
Gli esami che studiano i vasi

Tomografi a e risonanza sono i più sofi sticati

UN TEMPO il cranio era una sorta di “scatola” chiusa, quasi inesplorabile. Oggi sono numerosi gli esami che consentono di studiare chi ha avuto un ictus e di seguire l’evoluzione. Fondamentale è la Tc cerebrale: la tomografi a computerizzata permette di “fare a fette” il cervello chiarendo se l’origine del problema è di natura ischemica o emorragica. Anche la risonanza magnetica, che si basa sullo stimolo magnetico cui vengono sottoposte le cellule nell’esame, consente di valutare bene l’area colpita dal fenomeno. Per il resto, sono molto utili esami che studiano le arterie, da quelli non invasivi come l’ecodoppler dei vasi che irrorano il cervello (prime tra tutti le arterie carotidi) che permette di valutare la struttura delle pareti arteriose e la circolazione del sangue, e l’angiografi a che grazie ad un mezzo di contrasto “colora” i vasi valutandone l’apertura. In questo senso si procede anche ad un’angio- Tc, che associa il test alla tomografi a computerizzata. Infi ne, soprattutto per valutare la situazione funzionale del cervello, gli specialisti possono procedere ad una Pet (tomografi a ad emissione di positroni) con impiego di un “tracciante” che segnala il “funzionamento” del cervello.

F.M.