Medicina

«Quei denti spezzati ricresceranno»
Miraggi e speranze dietro ai sorrisi

Dall’odontoiatria agli apparecchi, l’Italia offre maggiori tutele

UN TEAM di odontoiatria infantile ha annunciato di aver utilizzato con successo cellule staminali prelevate alla radice dei denti da latte dei bambini per rigenerare elementi permanenti che si erano spezzati. La sperimentazione, in Cina, suggerisce inedite applicazioni che ancora non sono standardizzate. Ma ci vuole prudenza.

A VOLTE i bambini cadono per gioco, rovinandosi la bocca, c’è bisogno di professionisti seri e preparati per affrontare e risolvere il trauma, l’Italia è all’avanguaria in questo settore della medicina, nelle maggiori città si conoscono nomi e indirizzi degli ambulatori qualificati in chirurgia maxillo facciale. Tornando al lavoro descritto su Science Translational Medicine, la relazione mostra come, dopo l’infortunio, gli elementi vengono ripristinati a livello di polpa, dentina, smalto, legamenti, connettivo, circolazione sanguigna e terminazioni nervose. «Questo trattamento restituisce ai pazienti il sorriso, la sensibilità scongiurando una devitalizzazione », scrivono i ricercatori cinesi. Ma non c’è motivo di fare viaggi della speranza per inseguire il miraggio di trattamenti in luoghi lontani dal nostro Paese, che è il più garantito sotto il profilo sanitario. In Italia ha fatto passi da gigante la scienza della ricostruzione degli elementi dentari nota come implantologia. Tanto basta a scoraggiare chi si affida al cosiddetto turismo dentale, laddove si offrono prestazioni odontoiatriche a costi molto bassi.

SPESSO I PAZIENTI devono poi tornare sotto i ferri in Italia per rimediare a interventi eseguiti senza perizia, i cui risultati deludenti possono manifestarsi anche dopo qualche anno. Dunque, così come sono in crescita gli italiani che scelgono di operarsi all’estero, sono in crescita con numeri molto elevati anche i pentiti: capita spesso di dover concludere e correggere piani di implantologia iniziati all’estero lasciati incompiuti per svariati motivi.


L’ESPERTO GIANCARLO DI GIULIO, DIRETTORE SANITARIO, SAN BABILA DAY HOSPITAL

«L’impianto ripristina una bocca sana»

DIFFICILE RASSEGNARSI alla protesi mobile, che non “tiene” e ballonzola, quando le speranze di poter effettuare un impianto sono ridotte al lumicino perché l’osso è molto sottile, o basso o vuoto per ampi seni mascellari. Ma non bisogna disperare. In molti casi la ricerca, abbinata alla tecnologia, consente di ottenere il risultato voluto, come conferma il dottor Giancarlo Di Giulio, direttore sanitario, San Babila Day Hospital, Milano. «Si possono ridare i denti fissi a questi pazienti con l’impianto di titanio applicato intorno all’osso – spiega. Tutto inizia con una Tac (multislice) che permette la riproduzione del modello stereolitografico dell’osso, copia esatta della cresta ossea del paziente». A questo punto gli esperti studiano il modello, le aree più indicate per l’impianto e poi lo disegnano. «Il modello offre la possibilità di programmare i punti in cui l’impianto di titanio si fissa all’osso – riprende Di Giulio. Grazie al modello, l’operatore sa già come procedere per l’assemblaggio dell’impianto diviso in due parti gemelle. Grazie a questa strategia l’applicazione in bocca ha tempi ridotti, visto che si è già testato il tutto sul modello. Dopo aver posizionato l’impianto e bloccato sull’osso, questo viene ricoperto con una sostanza che in alcuni mesi stimola la formazione di nuovo osso sull’impianto».

L’OSSO NUOVO, col tempo, avvolge l’impianto, lo fissa e lo fa integrare. «L’impianto è utilizzabile appena applicato con la protesi fissa, naturalmente provvisoria: la definitiva segue dopo 25-30 giorni – conclude Di Giulio. Questo si può fare grazie agli avanzamenti tecnologici, dalla tac al modello stereolitografico fino ad arrivare alla fusione del titanio. Il progresso ha reso questo impianto il fiore all’occhiello della nostra implantologia, per risolvere anche casi difficili in poco tempo e in piena sicurezza».

www.sanbabiladayhospital.it


Quando i geni non rispondono
le cellule ‘sbagliano’ le modifiche

Il ruolo importante della predisposizione e dei fattori ambientali

COME NASCE un tumore? Sicuramente i geni giocano un ruolo importante, e per alcune forme di malattia addirittura preponderante, creando un ambiente in cui la cellule diventa progressivamente maligna. Ma anche l’ambiente ha un ruolo significativo e a questo fattore dobbiamo prestare particolare attenzione con le buone abitudini. Occorre evitare il fumo, controllare il peso, muoversi regolarmente e prestare attenzione a tavola, privilegiando i vegetali e condimenti come l’olio extravergine d’oliva. Attraverso la nutriepigenetica, infatti, abbiamo la possibilità di influenzare positivamente con l’alimentazione una predisposizione genetica non proprio fortunata. Le modificazioni cui può andare incontro il materiale genetico durante la vita sono associate all’insorgenza di varie malattie e soprattutto di tumori. La nascita di un tumore infatti interviene quando è presente un’alterazione del materiale genico che porta ad un aumento della velocità di rinnovo cellulare, ad una alterazione delle funzioni cellulari ed alla capacità di diffondersi delle cellule colpiti. Alla base di questa condizione può esistere anche una modificazione dei processi e delle strutture che regolano la corretta trascrizione dei geni, che quando legata all’alimentazione si configura come un evento epigenetico che altera l’equilibrio cellulare. Fatta questa necessaria precisazione, cerchiamo però di capire cosa avviene nel nostro organismo in modo del tutto invisibile quando qualcosa si modifica e si sviluppano le basi della malattia tumorale. La cellule sana viene sottoposta continuamente a stimoli esterni, come il fumo di sigaretta oppure un virus, che possono indurre un’alterazione nel Dna.

NORMALMENTE questo danno viene riparato dai sistemi di controllo, speciali enzimi proteici. Ma ci sono casi in questi questa riparazione non avviene: la cellule risulta quindi ‘modificata’ rispetto alle altre, ma non è ancora tumorale e può rimanere in queste condizioni per alcuni anni. Si scatena a questo punto una vera e propria battaglia tra fattori protettivi ‘scritti’ nel Dna: i buoni sono gli antioncogeni e alcuni tratti di Dna chiamati microsatelliti che agiscono come gli enzimi riparatori; i cattivi, che invece facilitano la trasformazione tumorale, sono gli oncogeni. Se gli antioncogeni hanno la meglio, il danno cellulare si blocca. Se invece la loro attività non è sufficiente, la trasformazione della cellule in tumorale prosegue. A quel punto, progressivamente, la cellula è diventata cancerosa e soprattutto non risponde più ai sistemi di controllo dell’organismo. In pratica diventa capace di riprodursi senza subire il monitoraggio che normalmente il corpo fa e soprattutto assume anche la capacità di replicarsi a distanza, quindi di dar luogo a metastasi. Quando il fenomeno è particolarmente avanzato, a distanza di tempo dalla prima alterazione (a volte occorrono anche dieci o più anni perché il tumore sia identificabile) si arriva alla lesione vera e propria. La lesione diventa apprezzabile con i test diagnostici, sia quando si punta sullo screening, estremamente importante per la diagnosi precoce, sia quando la lesione viene scoperta casualmente. I tempi di sviluppo sono ovviamente diversi da neoplasia a neoplasia: ci sono tumori particolarmente ‘rapidi’ a svilupparsi, come ad esempio quello del testicolo o alcune forme di malattie del sangue, ed altri che invece impiegano molto più tempo, come quelli del colon-retto.


TRAGUARDI

La terapia ’su misura’ è diventata realtà

IL MALATO produce da solo le cellule che lo aiuteranno a sconfiggere il cancro, diventando ‘l’officina’ cellulare per costruire il farmaco che verrà usato solo da lui. Oltre le terapie mirate e il concetto moderno di ‘terapia su misura’, oggi e soprattutto in futuro la lotta per particolari e rare forme di tumore passa attraverso il trasferimento di cellule autologhe, cioè dello stesso malato). In particolare, tra queste strategie la terapia cellulare CAR-T (acronimo che sta per Chimeric Antigen Receptor, recettori chimerici per l’antigene, e per l’impiego delle cellule T) è quella che ha collezionato più successi ed è divenuta già disponibile per alcune malattie rare. Ogni dose viene prodotta individualmente e sviluppata per un singolo paziente, utilizzando un processo complesso per modificare le sue stesse cellule. Protagoniste di questo nuovo approccio sono le cellule T, un tipo specifico di globuli bianchi, normalmente in prima linea nel combattere le aggressioni esterne, come le infezioni o i tumori, che colpiscono l’organismo. La terapia CAR-T è una sorta di ‘farmaco vivente’, che porta alla morte le cellule maligne che hanno una specifica ‘bandierina’ sulla superficie. Il futuro è già scritto.


Ottobre mese della prevenzione
Mammografia e visite senologiche

Campagna Nastro Rosa, migliaia di appuntamenti gratuiti grazie a Lilt

OTTOBRE è il mese della prevenzione. Per diffondere questa cultura tutto il mese è dedicato alla Campagna Nastro Rosa, promossa con il patrocinio del Ministero della Salute, con l’obiettivo di sensibilizzare un numero sempre più ampio di donne sull’importanza della prevenzione, della diagnosi precoce e del trattamento delle affezioni della mammella. L’evoluzione del cancro al seno è favorevole sopra l’80-85% dei casi, e una diagnosi precoce, quando il nodulo è di pochi millimetri, comporta guarigioni sopra il 95%, ecco perché fare controlli più assidui.

COME OGNI anno scatta l’invito a sottoporsi a visite senologiche gratuite in tutta Italia presso le 106 sezioni provinciali della Lilt (Lega italiana per la Lotta Contro i Tumori) e nei 350 ambulatori collegati, dove si potranno ricevere consigli e materiali informativi. Per le visite gratuite è necessario prenotarsi al numero verde 800 998877. «Negli ultimi quindici anni, di pari passo con il riscontro di diagnosi nelle giovani donne tra i 35 e i 50 anni, si registrano segnali incoraggianti sull’andamento delle cure », spiega il professor Francesco Schittulli senologo e chirurgo oncologo, presidente Lilt. «La Campagna Nastro Rosa, nel mese di ottobre, invita tutte le donne a sottoporsi ai controlli, alle visite senologiche, già a partire dai 30 anni di età». Filippa Lagerback e Federica Panicucci sono i volti noti che sostengono l’iniziativa, due personalità della televisione impegnate a ribadire l’importanza della prevenzione come una cosa bella, importante e necessaria, come sottolinea l’hashtag, il filo conduttore social della campagna 2018, #vivilrosa. Testimonial che trasmettono valori di sicurezza, serietà, amore e attenzione per la vita, in tutto ciò che fanno. «Sono con Lilt sin da quando ci muovevamo con le unità mobili per incentivare le persone a partecipare ai controlli», racconta Filippa Lagerback, che spiega: «Fare prevenzione è un atto di amore e di rispetto verso noi stessi e di riflesso verso chi ci ama. Un controllo può farci stare in tensione, ma una volta fatto ci si sente più sicure, più padrone del proprio fisico. Fare prevenzione deve diventare una cosa normale. Prevenzione è vita».


NASTRO ROSA

Accanto alle donne da più di 25 anni

LA BREAST Cancer Campaign, lanciata 25 anni fa da Evelyn H. Lauder insieme all’iconico Nastro Rosa, ispira nel mondo le iniziative di volontariato. Oltre alla Lega Tumori, di cui scriviamo a lato, scendono in campo altri sodalizi. Madrina italiana della campagna per Airc è la campionessa Margherita Granbassi con l’hastag social #TimeToEndBreastCancer. Komen Italia, reduce dal successo della Race for the Cure, ha come testimonial l’attrice Maria Grazia Cucinotta. Fondazione Umberto Veronesi, tra i suoi appuntamenti, promuove la Pink Parade (#PPP2018). Europa Donna Italia, movimento per i diritti delle donne operate, promuove percorsi di screening mammografico, e punta sulla campagna di comunicazione per sostenere le reti di senologia e Breast Unit. Gruppi di volontariato in tutta Italia sono mobilitati per il Nastro Rosa, e ci segnalano altre iniziative.


TRATTAMENTI INNOVATIVI IN ONCOLOGIA

«Stimolare le difese naturali»
Immunoterapici, la svolta

PRIMA VISTA poteva apparire un sogno. Il tumore al seno che ha già dato metastasi che viene trattato (anche se non guarito, bisogna sempre sottolinearlo) con i linfociti della paziente, selezionati e utilizzati come arma. A dare speranza è un primo studio clinico su una sola paziente arrivano nuove prospettive di cura per il tumore del seno in stadio avanzato, usando cellule immunitarie delle pazienti come killer della malattia, previa somministrazione di immunoterapia. Il lavoro è stato condotto dal lavoro del gruppo di Steven Rosenberg del National Institutes of Health di Bethesda in Maryland. I linfociti T della donna sono stati in grado di eliminare completamente il tumore e tutte le metastasi, offrendole una chance di cura laddove tutte le terapie convenzionali somministrate in precedenza avevano fallito. Come apparso su Nature Medicine, la donna è da due anni libera da malattia. Una rondine non fa primavera, vale sempre la pena di ricordarlo. Ma questo caso, unico, conferma una volta come l’immunoterapia sia davvero la quarta via per affrontare il cancro, insieme a chirurgia, radio e chemioterapia.

LA TECNICA consente di stimolare le difese naturali dell’organismo organizzandole e facendole diventare attive contro le cellule tumorali quando queste indicano specifici segnalatori in grado di guidare le cure nei loro confronti. Oltre al melanoma, in cui quando indicati i nuovi trattamenti modificano pesantemente la diagnosi a distanza in senso positivo, l’immunoterapia si sta dimostrando utile anche in alcuni casi di tumore dei polmoni, del distretto testa collo e di altri organi. Ciò che conta, però, è capire che la cura sarà in futuro sempre più mirata su misura per ogni persona. Gli studi su questa e su altre vie di cura confermano infatti che sempre più l’oncologo diverrà una sorta di sarto: a lui toccherà disegnare caso per caso la cura, su misura per ognuno, sulla scorta delle caratteristiche delle cellule maligne e sui percorsi che queste seguono per replicarsi.

L’IMPORTANTE è capire che anche le classiche cure, in ogni caso, non vanno messe in soffitta. Per questo anche la chemioterapia (così come il trattamento ormonale per alcune forme di tumore come quello della prostata) continua ad avere ancora un ruolo molto significativo: sempre più si cerca di impiegare farmaci capaci di distruggere le cellule cancerose e di essere sempre più selettivi nella loro azione. L’obiettivo è conservarne l’efficacia ma limitare gli effetti su altre cellule sane dell’organismo e quindi gli effetti collaterali.


Quelle corse verso il bagno
Prostata ingrossata e vescica
tallone d’Achille dell’uomo

L’ipertofia rovina anche il sesso. Ma ci sono rimedi

QUELLA urgenza di alzarsi dal letto per andare in bagno la notte, o la sensazione frequente, di giorno, di avvetire lo stess stimolo. Così si manifesta l’ingrossamento della prostata, meglio definito come ipertrofia prostatica, che colpisce l’otto per cento dei maschi nella decade 30-40 anni, il cinquanta per cento tra i 50 e i 60 anni e addirittura oltre otto persone su dieci sopra gli ottant’anni. Ma attenzione: i segni di una prostata ingrossata, definiti anche con la sigla LUTS (Lower Urinary Tract Symptoms) sono di due tipi: quelli urinari di tipo ostruttivo e quelli di tipo irritativo. Tra gli ostruttivi si ricordano la difficoltà ad iniziare la minzione, l’intermittenza di emissione del flusso, l’incompleto svuotamento della vescica, il flusso urinario debole e lo sforzo nella minzione. Fra i sintomi irritativi si annoverano la frequenza nell’urinare, che è detta pollachiuria, la nicturia, cioè un aumentato bisogno durante la notte, l’urgenza (la necessità di svuotare la vescica non può essere rimandata) e il bruciore ad urinare. Spesso quindi il problema si correla con le infiammazioni delle vie urinarie e per questo occorre pensare, insieme al medico, a soluzioni efficaci come l’estratto di una pianta tropicale chiamata Serenoa repens (contenuto ad esempio nel Prostamol, di Menarini). L’importante è conoscere il problema e sapere che le soluzioni esistono, anche quando andare in bagno diventa una sfida quotidiana. Nascondere la testa sotto il cuscino, magari perché si teme di dover finire sotto i ferri e di dover dire addio ai piaceri del talamo, oltre che controproducente è profondamente sbagliato. Le soluzioni esistono: oggi l’ipertrofia prostatica si può affrontare con successo, senza compromettere la qualità di vita sessuale dei pazienti. Ma per farlo non basta basarsi sulla semplice dimensione della ghiandola perché l’ingrossamento dipende anche dall’infiammazione. La ghiandola, fatta a forma di castagna, che circonda l’uretere, il tubicino entro cui passa l’urina. Ed è per questo che l’organo, vicino alla quale si trovano le vescichette seminali utilissima per la formazione dello sperma, normalmente non dà segni della sua presenza. Ma poi qualcosa cambia se la ghiandola si infiamma e/o tende ad aumentare di volume come appunto avviene nell’ipertrofia prostatica benigna, legata ad un adenoma, che va sempre diagnosticato dallo specialista. E senza dimenticare l’infiammazione. La flogosi della prostata – secondo gli scienziati – è presente in oltre due pazienti con ipertrofia prostatica benigna su tre, ma soprattutto se l’infiammazione non viene curata può peggiorare i sintomi e far progredire la malattia, oltre che ridurre l’efficacia delle terapie. D’altra parte la cura per i disturbi della prostata ha effetti collaterali rilevanti sulla sessualità, specialmente nei giovani pazienti, come deficit erettile ed eiaculazione retrograda: un dato che deve far riflettere visto che i pazienti con ipertrofia sono sempre più numerosi, grazie all’invecchiamento della popolazione, ma sono anche sempre più desiderosi di mantenere a lungo una buona qualità di vita sessuale.

È PERCIÒ ESSENZIALE poter garantire terapie che oltre al controllo dei sintomi consentano anche il blocco della progressione della malattia, per non dover essere costretti al bisturi. In questo senso l’estratto di Serenoa repens ha dimostrato di poter limitare significativamente il rischio di compromettere la qualità di vita sessuale dei pazienti e il ricorso al bisturi


PROSTATA DIETA DECONGESTIONANTE. LIMITARE SOSTANZE PICCANTI, FUMO, ALCOL, CAFFEINA

Ormoni e sovrappeso sul banco degli imputati

LA CAUSA dell’ipertrofia prostatica benigna non è ancora chiara, ma la ricerca ha dimostrato che si tratta di una malattia multifattoriale correlata al sistema endocrino. Certo, alcune persone sono più predisposte di altre, ma la tendenza all’ingrossamento fastidioso di questa ghiandola, che da giovani comincia a farsi sentire con le prime infiammazioni dette prostatiti, si sta rivelando un inconveniente molto diffuso nella popolazione. L’invecchiamento e l’impatto di un ormone maschile, il di-idrotestosterone (derivato dal testosterone prodotto dai testicoli, tramite l’enzima 5-alfa reduttasi) sono considerati i fattori di rischio più importanti. La prostata diviene infatti più sensibile agli ormoni androgeni, con l’avanzare dell’età.

OVVIAMENTE, a fianco di questa condizione ormonale e agli anni che passano, le nostre abitudini hanno un ruolo importante. Deve prestare particolare attenzione al disturbo che ha già avuto casi di malattia in famiglia, chi fuma, chi soffre di diabete di tipo II, chi ha la pressione alta e chi ha nel sangue bassi valori di colesterolo buono o HDL, oltre ad elevati livelli di insulina. L’obesità è fortemente nemica della prostata, visto che può indurre alterazioni nel profilo ormonale del maschio.

L’ECCESSO di peso può far elevare i livelli di estrogeni e abbassare quelli di testosterone, aumentando così il rischio di andare incontro a ipertrofia oltre che accrescere il pericolo di sviluppare un vero e proprio tumore maligno. Per il resto, è sempre consigliabile astenersi da fumo di sigaretta e a non eccedere con il caffè e le bibite contenenti caffeina e con gli alcolici. Non va infine dimenticato che anche la disfunzione erettile si può associare a questa condizione, creando un corto-circuito per nulla piacevole.

2018-09-28T09:04:16+00:00 Argomento: FAMIGLIA|Speciale |