ANIMALI

«Seduto!»: anche i cuccioli vanno a scuola

Bastano poche lezioni dell’addestratore cinofilo per insegnare le buone maniere al quattrozampe

di Gloria Ciabattoni

È PICCOLO, un batu olo di pelo: è il cucciolo che condividerà la nostra vita. E prima comprenderà le nostre abitudini, e noi le sue, meglio sarà: ed è per questo che sempre più persone si rivolgono all’addestratore cinoilo. Che ino a non troppi anni fa era interpellato solo in caso di cani aggressivi, di razze particolari, di animali traumatizzati. Ora invece molti, anche se si portano in casa un chihuahua o un bassotto, ricorrono all’addestratore. I motivi sono molteplici: si vive in condominio e l’animale abbaia in continuazione; si resta fuori casa parecchie ore e lo si vuole mettere in grado di restare solo senza aver paura; il cagnolino è troppo pauroso e si inila sotto i mobili, e così via. Spesso con pazienza e amore si insegna al cucciolo il giusto comportamento, ma non sempre ci si riesce, e allora l’intervento del professionista è fondamentale per la buona convivenza. È bene ricordare che l’addestratore cinoilo non è un veterinario (quindi non ci si rivolgerà a lui per cure o farmaci) ma è una igura professionale che insegna a chi possiede un cane a gestirlo, e corregge atteggiamenti sbagliati sia da parte del pet che del padrone. Di regola le lezioni vengono svolte a domicilio, ovviamente con cane e padrone, e già in una decina di volte si ottengono buoni risultati. Ci sono numerose scuole per diventare educatori cinoili, che si basano su norme richieste dall’ENCI, Ente Nazionale Cinoilia Italiana, organo riconosciuto dal Ministero delle politiche agricole e forestali (l’ENCI stesso organizza corsi in tutta Italia). Quando ricorrere a questa igura professionale? Anche prima di adottare un cucciolo, perché aiuterà ad individuare la razza più adatta al nostro carattere e al nostro nucleo familiare. Comunque è importante che intervenga quando l’animale è giovane, possibilmente nel primo anno di vita. Un bravo educatore aiuterà a capire e, se serve, a correggere i comportamenti del cane all’interno del “branco” (in questo caso la famiglia), ed eventualmente interverrà anche con il proprietario. Infatti a volte si sbaglia in buona fede: ad esempio molti cani non tollerano di essere trattati come giocattoli, di essere messi nelle borse, di venire pettinati e vestiti, e possono reagire ribellandosi o mordendo. Diverso è l’istruttore cinoilo, che insegna al cane svariate discipline, di sport o di gioco (agility, obedience, ecc.), oppure lo educa per attività speci- iche (es. antidroga, Protezione Civile, guida per non vedenti, pet terapy). Inine, un’altra igura professionale alla quale ci si rivolge sempre di più è il veterinario comportamentista, che è ovviamente un veterinario, ma esperto di problemi del comportamento come le fobie o l’aggressività.


DAI 4 MESI IN POI

Le sane abitudini del sonno
si imparano già nella culla

Mai far addormentare il bambino in braccio: precedenza al lettino

NEI PRIMISSIMI mesi di vita i più piccoli hanno un ritmo sonno-veglia molto diverso da quello degli adulti: è indipendente dall’ambiente, dall’alternanza luce-buio ed è regolato soprattutto da bisogni primari come fame e sete. Dopo i 4 mesi il bambino si adatta gradualmente ai ritmi esterni. È questo il momento di instaurare delle abitudini regolari che lo aiutino a concentrare il sonno nelle ore notturne. Per non compromettere il normale sviluppo del sonno – spiegano gli esperti – ci sono alcuni errori da evitare, come mettere il bambino a letto già addormentato. È importante invece farlo addormentare nella sua stanza, nel lettino e non in braccio. Prima di dormire, evitare giochi troppo stimolanti e preferire attività rilassanti come leggere una favola e creare un rituale per l’addormentamento, da riproporre tutte le sere.


SALUTE E MOVIMENTO

Due settimane senza sport
e il nostro fisico ne risente

Bastano due settimane di attività isica ridotta a inluire negativamente sulla salute. Lo dimostra un nuovo studio presentato a Barcellona, da Kelly Bowden Davies dell’Università di Newcastle con i colleghi Università di Liverpool. La ricerca ha analizzato gli effetti di una riduzione a breve termine dell’attività isica sui proili metabolici, sulla composizione corporea e sulla funzione cardiovascolare. Il team ha reclutato un gruppo di 28 persone abitualmente attive (almeno 10.000 passi al giorno) con un’età media di 32 anni e un indice di massa corporea normale. Le valutazioni sono state eseguite all’inizio dello studio, 14 giorni dopo l’adozione di uno stile di vita più sedentario e 14 giorni dopo il ripristino del precedente livello di attività. Dati alla mano, si è scoperto che la funzione cardiovascolare è diminuita dell’1,8% dopo 14 giorni di inattività ‘relativa’, ma è tornata a livelli basali 14 giorni dopo la ripresa dell’attività normale. I ricercatori hanno anche scoperto che il grasso corporeo totale, la circonferenza della vita, il grasso del fegato, la sensibilità all’insulina e lo status cardiorespiratorio sono stati tutti inluenzati negativamente da una riduzione graduale del movimento isico, ma tornano a livelli precedenti dopo la ripresa dell’attività consueta.


LIVELLI BASSI

La vitamina D non è abbastanza

Siamo il paese del sole, ma per assurdo abbiamo livelli molto bassi di vitamina D, la cui sintesi avviene soprattutto grazie all’esposizione al sole, mentre è minima la percentuale introdotta con l’alimentazione. Secondo gli ultimi dati disponibili, infatti, l’ipovitaminosi arriva a colpire circa il 80% della popolazione. La carenza di vitamina D può avere un esito importante come l’osteoporosi, la fragilità ossea che aumenta il rischio fratture che sono soprattutto a carico di: femore, colonna vertebrale, polso e omero. Le soluzioni sono molteplici e prevedono sia interventi farmacologi (ovvero supplementi di vitamina D), sia l’adozione di piccole accortezze nello stile di vita quotidiano. Per la maggioranza delle persone infatti, una dieta equilibrata e 20 minuti al giorno trascorsi all’aria aperta, con avambracci e gambe scoperti, sarebbero su icienti a garantire il fabbisogno giornaliero di vitamina D.


LA RICERCA

Dieta mediterranea: scioglie i grassi del fegato

La dieta mediterranea può portare a una riduzione del 40% del grasso accumulato nel fegato. Un risultato importante, visto che per questa condizione non esiste ancora una terapia farmacologica. Lo rivela una ricerca condotta all’Università Federico II di Napoli. La dieta mediterranea è una regime multifattoriale, ricco in carboidrati a basso indice glicemico (cereali integrali e legumi), acidi grassi monoinsaturi (olio d’oliva), acidi grassi omega 3 e omega 6 (presenti nel pesce e nella frutta secca a guscio), vitamine e polifenoli (presenti in frutta, verdura, tè, ca è). Questo approccio dietetico può dunque combattere la steatosi epatica non alcolica (cioè l’accumulo di grasso nel fegato), presente nel 70% circa dei pazienti con diabete tipo 2, nei quali può associarsi a forme più severe di danno epatico e a un’aumentata prevalenza di patologie cardiovascolari. Non solo una, ma diverse, le componenti della dieta che possono inluenzare il contenuto epatico di grasso, hanno rilevato gli esperti.