Non dimentichiamo il nastrino rosso

SE LO CONOSCI LO EVITI. Se lo conosci non ti uccide»: era la ine degli anni ‘80, l’Aids era percepito come un pericolo enorme e sconosciuto, e in televisione la Pubblicità Progresso chiariva senza pudori come avviene il contagio (e soprattutto come evitarlo). Era altrettanto esplicita un’altra pubblicità, in cui un severo prof, entrando in classe, trovava un proilattico e chiedeva accigliato: «Di chi è?» e tutta la classe si alzava man mano rivendicando «è mio, è mio». Ci furono vittime famose, Freddie Mercury in testa. Insomma, per dieci anni l’Hiv e l’Aids furono davvero un argomento al centro del dibattito pubblico, con un imponente sforzo di educazione sessuale e di prevenzione. Poi arrivarono i farmaci antiretrovirali, gli inibitori di proteasi e altre terapie e icaci nel tenere sotto controllo il virus, allungando notevolmente le aspettative di vita. Oggi oltre 37 milioni di persone convivono nel mondo con una infezione da virus HIV: risultare positivi all’Hiv (ed essere in cura) non è sinonimo di essere malato di Aids. Mentre la ricerca fa enormi progressi, mettendo a punto farmaci sempre più semplici (e siamo a un passo dalla sperimentazione su scala mondiale di un vaccino), quello che è venuto a mancare è lo sforzo educativo, verso l’Hiv e verso le altre malattie infettive. E la non consapevolezza dei rischi, e in migliaia di casi anche del fatto di aver contratto il virus, fa di nuovo crescere il pericolo, nonostante i ‘miracoli’ che la medicina ha fatto in questi 30 anni. Un motivo in più su cui rilettere, domenica prossima 1 dicembre, quando si celebrerà la Giornata Mondiale dell’Aids, e vedremo rispuntare tanti nastrini rossi: la prevenzione non si fa solo per un giorno.