UMBRIA, ETICHETTE E CANTINE

Vi proponiamo una selezione rappresentativa della ricca offerta di bottiglie che questa terra da sempre propone

a cura di Paolo Pellegrini

BRECCIARO
Leonardo Bussoletti

Il profumo fruttato e fresco, con note di confettura, è classico di questa uva dimenticata che Leonardo Bussoletti sta tenacemente riportando al successo che merita. In questo bel rosso dal rubino intenso e maturo giocano anche i 12 mesi sulle proprie fecce ini e il legno in cui riposa il 30% dell’uva: ne nasce un vino sapido e profondo, versatile nei connubi in tavola.
2017 • Igt Narni • Uva: Ciliegiolo di
Narni • 14,50 euro

DOSAGGIO ZERO
Decugnano dei Barbi

Allevato con passione in vigna e poi coccolato con amore nelle grotte in cui i monaci facevano vino già tanti secoli fa, un grande spumante dalla veste dorata con un perlage vispo e sottile che si propone complesso, ricco e suadente. Il profumo regala note di frutta tropicale, miele, agrumi canditi; in bocca è strutturato e ricco ma al contempo equilibrato e morbido.
2015 • Vino Spumante di Qualità
• Uve: Chardonnay e Pinot Nero • 20 euro

CHIUSA DI PANNONE
Antonelli San Marco

Potente, intenso e persistente, sarà l’ideale se sposato a un bel brasato di manzo, cotto per tante ore a fuoco lento magari proprio nel Sagrantino. E intanto nel calice si lascerà ammirare per il rosso rubino che vira al granato, per il bouquet intenso con note di mora sotto spirito e marasca, ma anche di spezie con un fondo balsamico. In bocca si godono il frutto e la bella trama tannica.
2012 • Sagrantino di
Montefalco Docg • Uva: Sagrantiuno
di Montefalco • 35 euro


NELLA STORIA ECCO L’ORVIETO

di Riccardo Cotarella
presidente Assoenologi
e Union Internationale
des Oenologues

Da sempre apprezzato affonda le proprie radici nel tessuto di questo territorio oggi valorizzato dal Consorzio

Millenni fa, Orvieto è solo un’isola fra le onde del Tirreno? Forse. E, a suo modo, lo è ancora. L’isola regge la città e domina la verde vallata del Paglia. Tra i fari più luminosi di quel panorama di luci che è l’Umbria, Orvieto gode di una singolare ubicazione, che al di là del suo patrimonio di storia e di arte la rende non solo unica, ma fortemente suggestiva. A partire dallo splendido Duomo e dal pozzo di San Patrizio, entrambi universalmente noti.
E il vino?
Ha una storia lunghissima e grazie all’amalgama di antiche culture, a partire da quella etrusca, ha preso vita la moderna Orvieto del vino, con una produzione enologica che abbinata agli altri prodotti agroalimentari regionali fa sì che il “cesto enogastronomico” umbro sia fra i più apprezzati in Italia. L’Orvieto nasce in una terrà antica, coltivata con sapienza e passione. Si sviluppa dalla valle del Paglia quella che comprende le zone di Allerona, Castel Viscardo con gli antichi presidi etruschi nascosti tra i boschi, i castelli e le splendide ville. Salendo verso nord si percorrono le antiche strade di collegamento tra Umbria e Toscana dove vivono storiche tradizioni enologiche come quella dei Marchesi Antinori al Castello della Sala, ino al Tevere, spada di conine tra Umbria e Lazio. In questa vasta zona di storia, cultura, saperi e sapori l’Orvieto rappresenta l’elemento che ne unisce le ambizioni, le prospettive e lo sviluppo.
Le relazioni tra il vino contemporaneo con la storia e la collettività non può essere puro risultato tecnologico: per l’Orvieto è archetipo, sempre più in simbiosi con il suo territorio. A contribuire alla produzione di un vino dalle qualità eccellenti e riconosciute nel mondo, un terroir particolare e variegato ed una smisurata passione dei suoi produttori. Una denominazione molto estesa che si sviluppa per circa 46 chilometri in lunghezza e 16 in larghezza, che si una può sempliicare in quattro tipologie di terroir : argilloso, vulcanico, alluvionale e sabbioso. I vitigni principali che concorrono a produrre l’Orvieto sono il Trebbiano toscano, detto anche Procanico, a cui si a ianca il Grechetto per un minimo del 60%, nel restante 40% possono essere impiegati i vitigni bianchi consentiti in Umbria e nella provincia di Viterbo. Tra questi, Drupeggio, Verdello e Malvasia toscana, anche Chardonnay e Sauvignon. La zona di produzione dell’Orvieto DOC è divisa in Orvieto Classico, la zona storica a ridosso della città, e in Orvieto, che si estende ino a raggiungere la provincia di Viterbo. L’Orvieto è tra i migliori bianchi italiani, molto sapido, ingentilito dal giallo del miele, dalle ginestre e narcisi, leggere le note vegetali frutti secchi danno armonia, nel muschio la magia del bosco, legame eterno con la terra.
Un equilibrio tra gentilezza e gusto. In base al grado zuccherino si classiica anche come abboccato, amabile o dolce, negli ultimi anni si sono a iancate anche le tipologie Vendemmia Tardiva e Mu a Nobile, frutto delle nebbie frutto delle nebbie mattutine che favoriscono lo sviluppo di una mu a considerata “nobile” in grado di disidratare l’acino e conferire succo e dolcezza al vino. Oggi l’Orvieto, grazie al lavoro costante di valorizzazione e promozione del Consorzio Tutela Vini di Orvieto, riesce a riscuotere notevole attenzione a livello nazionale e internazionale. Negli anni l’Orvieto si è attestato come uno tra i migliori bianchi del mondo e ha ricevuto riconoscimenti di grande lustro. Questo è stato possibile anche attraverso importanti opere di modernizzazione degli impianti produttivi a servizio della qualità dell’Orvieto, oltre alla cooperazione e la tutela dei produttori osservata dal Consorzio di Tutela.


In pillole

Due doc lontane e vicine

Nota come una delle zone di più antica tradizione vitivinicola ed enologica d’ Italia, la DOC Orvieto viene riconosciuta tale nel 1971 attraverso la deinizione del primo disciplinare di produzione. Il territorio di coltivazione si estende a cavallo fra Umbria e Lazio e comprende i comuni di Orvieto, Allerona, Alviano, Baschi, Castel Giorgio, Castel Viscardo, Fabro, Ficulle Guardea, Montecchio, Montegabbione, Monteleone d’Orvieto, Porano Bagnoregio, Castiglione in Teverina, Civitella d’Agliano, Gra ignano e Lubriano. All’ interno della DOC Orvieto insiste la sottozona “Orvieto Classico” che comprende la zona più storica a ridosso della città di Orvieto lungo la valle del iume Paglia. Questa di erenziazione si ritrova ben evidente anche nelle caratteristiche organolettiche dei vini. Oggi la zona prevede due distinte DOC: I vini DOC “Orvieto” ottenuti principalmente dai vitigni Trebbiano Toscano (Procanico) e grechetto che possono essere commercializzati nelle tipologie secco, abboccato, amabile, dolce superiore, vendemmia tardiva e Mu a Nobile e la DOC “Rosso Orvietano” ottenuta con uve Aleatico, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Canaiolo Rosso, Ciliegiolo, Merlot, Montepulciano, Pinot, Nero, Sangiovese da soli o congiuntamente per almeno il 70%. I vini si presentano di colore giallo paglierino con profumi complessi dove spiccano note di frutta fresca e iori gialli; in bocca sono molto sapidi, minerali, armonici e con una ottima beva. Si abbinano bene con antipasti di terra e mare, primi piatti di pesce e carni bianche.


Torgiano Rosso

Il Torgiano rosso Riserva ottiene la denominazione di origine Controllata nel 1968 (prima DOC in Umbria) e poi la DOCG nel 1990 grazie soprattutto all’ impegno di Giorgio Lungarotti che per primo ha creduto nel grande potenziale di questo rosso. La zona di produzione comprende tutto il territorio del comune di Torgiano; la composizione del suolo argillo-limosa con buona presenza di scheletro e il clima mite con forti escursioni termiche fanno di questo territorio uno dei più vocati per la produzione di vini rossi in Umbria. Il Torgiano Rosso Riserva DOCG è prodotto principalmente con uva Sangiovese (almeno il 70%) e deve essere sottoposto ad un periodo di invecchiamento minimo di 3 anni dei quali almeno 6 in bottiglia.


Montefalco Sagrantino

Unica DOCG Umbra da monovitigno nasce nel 1879 come DOC e viene poi riconosciuta come DOCG nel 1992. La zona di produzione ricade all’ interno dei comuni di Montefalco, Bevagna, Gualdo Cattaneo, Castel Ritaldi e Giano dell’ Umbria; l’altitudine dei terreni varia da circa 220 a 470 metri e presenta estati calde e inverni abbastanza freddi con una piovosità discreta. I terreni sono principalmente argillosi con presenza di sabbia e marne. Il Montefalco Sagrantino è prodotto esclusivamente da uve Sagrantino e può essere prodotto sia nella versione secco che passito. In entrambi i casi deve essere sottoposto ad un periodo di invecchiamento obbligatorio di almeno 33 mesi di cui almeno 4 in bottiglia.


TRA I VINI DELLA ROMAGNA

Quattro etichette per altrettante cantine che ben rappresentano l’originalità delle proposte di un angolo della regione

a cura di
Lorenzo Frassoldati

PAPESSE 2019
Villa Papiano

Villa Papiano sta al conine tra Romagna e Toscana, incastrata in un Appennino primitivo e boscoso. Sangiovesi di montagna, gioiosi, loreali, profumati, tutti da bere, così li vuole Francesco Bordini. Questa è la bottiglia di annata, giovane e spensierata, perfetta per le tavole estive. A inata solo in cemento e bottiglia. Dinamica e piena di bosco.
Costo: 12 euro

TRE ROCCHE 2019
Fattoria Nicolucci

Il nome del vino prende spunto dalle tre Rocche che circondano la vallata di Predappio; all’interno di una di esse vi è la storica cantina del 1283 della famiglia Nicolucci. Matura 5 mesi in grandi botti di rovere e un mese in bottiglia. Tutta la freschezza e il carattere del sangiovese giovane , da abbinare a piadina, salumi e squacquerone e, perché no, anche a una ‘rustida’ di pesce azzurro.
12 euro

FIORILE 2019
Fondo San Giuseppe

Stefano Bariani fa vini artigianali (e biologici) nell’alta valle del Lamone, sopra Brisighella. Vigneti circondati dal bosco, biodiversità e natura incontaminata. Appassionato bianchista, è specialista di Albana, Trebbiano e Riesling. Questa Albana secca matura metà in acciaio e metà in tonneaux di Allier. Naso ampio con note di agrumi, albicocca e sentori minerali. Grande freschezza e bevibilità.
18 euro

ALBANA SECCO 2019
Masselina

Dalle argille rosse delle colline della Serra sopra Castelbolognese, tra Faenza e Imola, una Albana secca (dal 2019 anche bio) di personalità (a inata 10 mesi tra acciaio e legni piccoli). Vino di buona struttura, dalla sapidità sferzante, ha muscoli (14,5°), buon corpo e bella bevibilità. Si sposa con primi piatti della tradizione romagnola, e ama anche il pesce (come i brodetti).
10 euro


NELLA TERRA DEL SANGIOVESE

di Riccardo Cotarella
presidente Assoenologi
e Union Internationale
des Oenologues

Se è innegabile che è sinonimo di Romagna, è altrettanto vero che è uno dei vitigni più diffusi dalla Toscana fino alla Puglia

Il Sangiovese non è solo in assoluto il vino che dice Romagna, ma è – insieme al Barbera – uno dei vitigni più di usi in Italia. Copre infatti l’11% della supericie vitata ed è allevato dalle colline romagnole in giù alla Campania e alla Puglia. Senza tener conto che è anche l’uva dominante in Toscana ed entra negli uvaggi di oltre cento vini. Ad accreditarla fra le più nobili, basterebbe citare il Brunello di Montalcino, il Chianti Classico, il Nobile di Montepulciano e quindi il Sangiovese di Romagna. A proposito di questo ultimo dobbiamo riconoscere il grande salto qualitativo degli ultimi 10 anni; salto dovuto alla preziosa opera dei produttori romagnoli coadiuvati dal esperti enologi indigeni capitanati dal loro Presidente Pier Luigi Zama. Un requisito che rimane tra i più preziosi di un vitigno, perché permette di ottenere sia vini giovani e godibili, che di sicuro spessore, e quindi ampi e complessi, pieni ed eleganti che si esaltano anche dopo un lungo invecchiamento.
Ed è qui che la Romagna ha deciso dal 1967 di averlo nella DOP omonima con il nome del vitigno, che con le tipologie superiore, riserva e le 12 menzioni geogra iche aggiuntive rappresenta in modo capillare l’espressione del Sangiovese nel territorio. Il Sangiovese è vigoroso, con germogli medi e tralci robusti, predilige terreni poco fertili (misti di argilla, calcare e sabbie gialle), climi asciutti e tendenti al caldo. Il vino (ma quale, visto l’ampio territorio di allevamento?) è di colore rosso rubino intenso, tannico, di buon corpo, armonico e gradevole, con un retrogusto che varia in rapporto agli anni. Così è amarognolo e fruttato, da giovane, per aprirsi a una gamma di profumi e a un sicuro a inamento, invecchiando. Questo spiega come possa far parte, con esiti sempre felici, di un numero imprevedibile di denominazioni (fra cui anche il Morellino di Scansano), e come il suo utilizzo tenda ancora a crescere.
Ovviamente, dire Sangiovese signiica riferirsi a una famiglia con decine e decine di cloni, se si pensa che nella sola Romagna sono presenti il Sangiovese Grosso e il Piccolo, mentre il Prugnolo Gentile – dal quale si ottiene il Nobile di Montepulciano – conserva la sua origine in Toscana. Eppure, a dispetto di radici così solide e largamente documentate, recenti studi hanno individuato più di una sua parentela con vitigni del Sud, quali la Palummina di Mirabella Eclano e il Calabrese Montenuovo. Questo a riprova di quanta fortuna abbia avuto il Sangiovese, anche in territori assai lontani da quelli di origine. Ma si tratta di incertezze che fanno parte della magia e del mito che accompagna quest’uva, a partire dalle origini del nome, anch’esse piuttosto controverse. Sangiovese da Sangiovanni Valdarno? E quindi Sangiovannese, poi corrotto? O da Sangue di Giove, in quanto originario del Monte Giove, nei pressi di Sant’Arcangelo di Romagna? O ancora San Giovannina, dal nome di un’uva primaticcia per il suo germoglio a giugno? La questione è destinata a rimanere aperta. Così come le di erenze tra un Sangiovese toscano, romagnolo e umbro, nonché alcune costanti comuni, quali i buoni tannini, l’elevata acidità e una precisa struttura. Il gusto, l’eleganza, la capacità d’invecchiamento, rientrano invece in quelle variabili che fanno ogni Sangiovese diverso dall’altro. Ma questo al di là di ogni di erenza, conferma che il Sangiovese “esprime l’identità viticola e vinicola del nostro Paese” – come ha scritto Giacomo Tachis – e poco importa se sia riconducibile agli Etruschi o se la sua patria sia da individuare fra Toscana e Romagna. Sangiovese fa anzitutto Italia.


In pillole

Da Imola a Cesena ecco l’Albana

Il vino, si sa, ha sempre coinvolto scrittori e poeti. E’ così dai tempi di Virgilio, Orazio, Catullo, ed è così – ancora oggi – in questa Romagna dove la parlata continua a nutrire una folta schiera di poeti dialettali. Un termine che non vuole essere limitativo (Croce dice che il dialetto è la lingua madre di tutti noi, e lo è stata anche per Cristo), ma solo indicare una forma di linguaggio, che è poi quella che meglio si addice, per sentimento e spontaneità, a celebrare il vino.
Certo, occorre fantasia e non poche capacità di costruire immagini suggestive. Ma non va dimenticato che la Romagna non è solo la terra di Pascoli, ma di Fellini e di Tonino Guerra, sicché la poesia è merce a buon mercato, capace di mantenere in vita ancora oggi antiche favole, come quella intorno all’Albana. Primo fra i Bianchi a godere, in dall’ ’87, della Docg, il vitigno è di quelli che in dal nome accende la fantasia. Da albus (bianco) di sicuro, ma anche da Albano, nei Castelli romani, portato quassù dai legionari alla conquista della penisola. E ancora da quel biondo pallido, proprio dei capelli di Galla Placidia. Tutte ipotesi abbastanza incerte, che si fanno leggenda quando la iglia dell’imperatore Teodosio assaggia per la prima volta l’Albana. Il vino le viene o erto in una rozza brocca, che la induce ad esclamare: “Non così umilmente ti si dovrebbe bere, bensì berti in oro”. Di qui, dall’accorpamento delle ultime tre parole, sarebbe nato il nome di Bertinoro, luogo dell’episodio, e da sempre territorio di eccellenza dell’Albana. Che allora era un vino dolce, da ine pasto, col quale inzuppare magari la “brazadela”, la tipica ciambella romagnola.
Oggi l’Albana copre tutto l’arco delle varie tipologie, da secco ad amabile a passito e nella versione spumante, ed è presente in tutte le cantine del territorio, da Imola a Cesena. Dove sono ancora in tanti a ricordare un’Albana, vino del contadino, torbido, carico di profumi, ossidato e dolce ino all’eccesso. Un’immagine in netto contrasto con quella maturata a partire dagli anni Ottanta, quando il vino comincia a presentare una forte struttura, buona sapidità e tannini quantomai vivaci. Tanto da far pensare a un Rosso travestito da Bianco.


Sette Doc dal Trebbiano vinificato in purezza

In terra di Romagna, non va trascurato però il Trebbiano, un vitigno a bacca bianca che entra nell’uvaggio di decine di Doc. Il nome deriva da trebula, che è quello delle fattorie in epoca romana. Plinio il Vecchio descrive un Vinum Tribulanum, ovvero vino di paese o vino casereccio. E tale sarà destinato a restare a lungo. Almeno ino ai primi dell’Ottocento. Si distinguono vari tipi di Trebbiano. Oltre quello Romagnolo, il Toscano, l’Abruzzese, quello di Soave, di Modena, di Spoleto, e inine quello Giallo. Ma non è tutto. Viniicato in purezza, il vitigno dà vita a sua volta a ben sette Doc. E’ evidente che le ragioni di una tale di usione vanno ricercate nella particolare capacità di adattamento del vitigno, anche su terreni poco vocati e in condizioni climatiche non del tutto favorevoli. Si aggiunga il suo deciso carattere neutro, con ottima vocazione spumantistica. E’ il caso del Trebbiano Giallo, che entra tra l’altro nella Doc del Cannellino di Frascati, del Cerveteri e dell’Est! Est!! Est!!! di Monteiascone


ETICHETTE E CANTINE IN VENETO

In un’offerta sempre più ampia e di altissimo livello quale quella di una regione che ha fatto del vino una propria bandiera, vi proponiamo una selezione di cinque bottiglie che delineano un identikit parziale ma di certo rappresentativo

CORPORE
Villa Sandi

Rossorubinointensoe itto con ampi e luminosi rilessi granati. Ricca la consistenza. Ampio e complesso, con note di fruttato evoluto, loreale e speziato. Ha sentori di confettura di more e prugna, di rose, di terra arata, di pepe, di cannella e lievemente di noce moscata. In bocca si presenta equilibrato, pieno e caldo; i tannini morbidi e rotondi sono ben presenti; lunga e complessapersistenza gustativa, con inalecaldo edelegante.

2013
Montello Rosso DOCG
Uve: 100% Merlot
33 euro

GEMOLA
Vignalta

Gemola nascedal terreno vulcanico dei Colli Euganei, il cui microclima è in grado di regalare eleganza e longevità insospettabili. La ilosoia della cantina è semplice: il vino nasce in vigneto. Con grande rispetto della materia prima, dato che la solforosa viene aggiunta in piccoli dosaggi, per garantire la corretta maturazione nei tonneaux francesi in cui rimane dai 24 ai 36 mesi prima del lungo a inamento in bottiglia.

2012
Merlot Colli Euganei DOC
Uve: Merlot, Cabernet Franc
38 euro

LISON CLASSICO
Le Carline

L’azienda agricola Le Carline, si occupa di viticoltura biologica sin dall’inizio della sua avventura nel mondo del vino, che risale a quasi 30 anni fa. Questa ilosoia produttiva, e di vita, ha reso da sempre Le Carline sinonimo di vini certiicati biologici, vegani e senza soliti aggiunti.

2018
Lison Classico DOCG
Uve: Lison
8,95 euro

RABOSO DEL PIAVE
Casa Roma

Rosso granato, consistente dai luminosi rilessi. Presenta sensazioni fruttate di ciliegia e mora anche sotto spirito, segue il loreale di rosa canina e le note speziato di cannella, pepe nero. Il inale richiama il tabacco, il tutto avvolto da un’a ascinante suggestione eterea. Il sorso è di buon equilibrio con la freschezza a sostenere la percezione calorica e dotato di un tannino ammorbidito. Sapida persistenza con chiusura amaricante. La maturazione del vino avviene in botte grande per 24 mesi, poi in bottiglia per altri 8.

2012
Vini del Piave DOC
Uve: 100% Raboso Piave
13 euro


DALL’AMARONE AL PROSECCO

di Riccardo Cotarella
presidente Assoenologi
e Union Internationale
des Oenologues

Se la produzione del primo è assai ristretta, il secondo è presente in tutto il Veneto pur con importanti distinzioni

PProvate a mettere insieme un bel po’ di Alpi, la Pianura Padana, il Garda orientale, le colline della Marca Trevigiana, la Laguna veneta, il Po e l’Adige. E di certo l’elenco è incompleto. Perché il Veneto o re il più ricco campionario di una geograia, che altrove è presente solo in parte. Di qui quel ventaglio aperto e di erenziato dei suoi vini, dall’Amarone al Prosecco, di volta in volta sicura espressione di un territorio poco uniforme. Fra le prime regioni per supericie vitata e produzione, tant’è che la stessa Assoenologi propone la realizzazione di due distinte sezioni, i cui Presidenti sono Celestino Poser e Alberto Marchisio, per essere maggiormente operativi sul territorio. La regione è la più visitata d’Italia, con oltre quindici milioni di presenze all’anno. Questo spiega la crescente notorietà di un vino come il Prosecco, ormai in testa a tutte le classiiche. Basti pensare che fa da base al famoso “Bellini”, irmato da Cipriani, e allo Spritz, che ha determinato una nuova moda nel bere.
Più di un vino nel Veneto è nato per imprevedibili canali. Anche se il caso è stato solo un alleato nella lunga ricerca. Così l’Amarone deve la sua felice scoperta a un trascurabile episodio, che le cronache continuano a narrare. Adelino Lucchese, responsabile della Cantina Sociale, ma soprattutto palato e iuto eccezionali, trova, nel ’36, una botte dimenticata di Recioto amaro. All’assaggio, il vino risulta talmente cambiato col tempo, che Adelino grida: “Questo non è amaro, ma un Amarone…”. La prima etichetta di Amarone risale al ’38, ma comincerà a farsi strada solo dal ’53, ad opera delle Cantine Bolla. La produzione è stata sempre piuttosto ristretta. L’Amarone copre infatti solo il 10% di quella del territorio. Dove a dominare sono i Rossi giovani, profumati, freschi e gustosi. Vini eleganti, etichettati Valpolicella e Valpolicella Superiore. L’Amarone, invece, ha un lungo processo di vini icazione. L’appassimento dura almeno tre/quattro mesi, nel corso dei quali l’acqua sparisce a vantaggio degli zuccheri. Tra dicembre e gennaio segue pigiatura e macerazione sulle bucce. Per 35/40 giorni, la lentissima fermentazione a bassa temperatura. E passiamo al Prosecco, che ad eccezione delle province di Rovigo e Verona, è presente in tutto il Veneto, inclusi Friuli e Venezia Giulia, e copre l’80% dell’intera produzione. Insieme al Lambrusco e all’Asti è infatti il vino italiano più largamente esportato. Terre d’elezione, Conegliano-Valdobbiadene e Colli Asolani, vale a dire l’area settentrionale della Marca Trevigiana, patria del Prosecco Docg. In pianura, invece, viene da sempre allevato il Glera, storico gno che costituisce la base (85%) del Prosecco Doc, ormai viniicato quasi sempre in purezza. Sui Colli Euganei, quelli intorno a Padova, quest’uva è conosciuta come Serpino, ma in tutta la Marca Trevigiana è stata da sempre etichettata come Prosecco. Almeno ino al 2009. Quando il riconoscimento della Doc e poi della Docg al Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene ha reso necessaria l’adozione del nome Glera per non confondere vitigno e vino.


In pillole

Il Glera e le tre anime del Prosecco

Uva rustica e vigorosa, dai grappoli grandi e lunghi, di antico insediamento, il Glera è stato per anni di icile da viniicare. Di qui l’uvaggio con tre vitigni destinati ognuno ad assolvere a una precisa inalità: Verdiso, per aumentare l’acidità; Perera, per il profumo e l’aroma; Bianchetta, per ingentilire il vino nelle annate fredde, perché la sua maturazione è abbastanza precoce. Questo è stato il Prosecco per oltre mezzo secolo. Poi – come è avvenuto per il Tokaj – si è reso necessario dare al nome un riferimento geograico, un topos, dove il vitigno sarebbe nato. Ed è venuto fuori così un paesino del Carso, Prosecco, che dista oltre centocinquanta chilometri dal territorio di Conegliano Valdobbiadene, che ospita gran parte dei vigneti. Per cui si chiama Prosecco – con il relativo riconoscimento della Docg – solo il vino di questo comprensorio, oltre il quale ritorna l’originaria denominazione di Glera. Una soluzione piuttosto confusa (anche se l’unica possibile) e di sicuro poco accessibile agli operatori stranieri. Ma noi siamo maestri in questi gineprai.
In ogni caso, e al di là di ogni controversia, resta il dato di fatto che il Prosecco – insieme all’Asti Spumante e alle bollicine della Franciacorta – è tra i vini più accreditati sui mercati esteri. Il successo è legato allo straordinario rigore con cui il vino viene prodotto (è costante la tensione verso traguardi sempre più ambiziosi) e a una sapiente ed e icace campagna di promozione, che vede celebrare ogni occasione – dal rapido incontro al bar a un importante evento – con una lute di Prosecco.


Morbido e speziato, il Bardolino

Il Bardolino Superiore Docg è fra i più accreditati vini veneti, grazie anche al Consorzio di Tutela (1926), che gestisce ben sedici comuni, tutti in provincia di Verona. C’è anche una versione rosata – il Chiaretto – viniicato “in rosa”, grazie a un parziale contatto con le bucce. Si tratta di un vino che ha incontrato un crescente favore fra i giovani, anche per il suo largo abbinamento con ogni tipo di piatto. Ma che c’è dietro il gusto asciutto, morbido, leggermente speziato del Bardolino? Un felice uvaggio di Corvina, Rondinella e Molinara – tutte varietà autoctone della Valpolicella – più altri vitigni minori, allevati sulle colline, a circa trenta chilometri da Verona.
Oggi il Bardolino può contare sulla presenza di oltre novecento viticoltori e di ben centoventi cantine, che hanno meritato la Doc in dal ’68 e la Docg per la tipologia Superiore. Il comprensorio che vanta la denominazione di Bardolino Classico è limitato però solo a sei comuni (Bardolino, Garda, Lazise, A i, Costermano e Cavaion), per i quali il Disciplinare impone di non superare il 70% della resa di uve per ettaro. Assai suggestiva la Strada del Vino che si sviluppa per ottanta chilometri, a sud verso Peschiera, e a nord verso il Monte Baldo. Il Bardolino – il nome è legato al delizioso borgo sul lago – è stato il primo vino veneto a ottenere per la tipologia Superiore la Docg (2001), che richiede una gradazione non inferiore a 12, e almeno un anno d’invecchiamento.