di Riccardo Cotarella presidente Assoenologi
e Union Internationale des Oenologues

La storia di questo vino è frutto dell’ingegno di pochi uomini che hanno creduto in questo territorio

Nella Toscana Centrale il territorio collinare posto tra Firenze e Siena, delimitato tra il Valdarno a est, la valle dell’Elsa a ovest, il iume Pesa a nord e l’Arbia a sud, si identiica con la zona del Brunello di Montalcino e della Valdorcia. ll paesaggio presenta viti, antiche querce, cipressi e olivi suddivisi in mosaici lambiti da strade poderali bianche che rendono ancora magico un habitat sospeso fra storia e leggenda. E da qui è giusto partire per raccontare la storia del Brunello moderno, frutto dell’ingegno di pochi uomini che hanno creduto in questo territorio e nel Sangiovese. Con il loro lavoro hanno cercato di interpretare e valorizzare questo vitigno andando contro corrente rispetto a quel …leggiadretto sì divino Moscadelletto di Montalcino… che era stato cantato dal Redi nel suo ditirambo. Secondo il bolognese Leandro Alberti (1550-1631), Montalcino è molto nominato per li buoni vini che si cavano da quelli ameni colli. Non mancarono anche gli apprezzamenti stranieri, come quello di Charles Thompson che nel 1744 dice che Montalcino non è molto famosa, eccetto che per la bontà dei suoi vini. La stessa corte reale d’Inghilterra importava vini di Montalcino, come risulta da alcuni documenti. Nella seconda metà dell’Ottocento la storia già conta gli innumerevoli riconoscimenti che il Brunello aveva ottenuto in tutta Europa. Storie importanti come quella che vide Clemente Santi, studioso dell’agricoltura senese e appassionato viticoltore, che selezionò un particolare clone di Sangiovese, deinito “grosso”, nella sua Tenuta del Greppo a Montalcino, con cui fece un Brunello nella vendemmia del 1865 che fu premiato nel 1869 con la medaglia d’argento al Comizio Agrario del Circondario di Montepulciano. L’idea di viniicare in purezza il Sangiovese, senza ricorrere all’utilizzo di altre uve, risultò rivoluzionaria per quei tempi, poiché in tutto il resto della regione non esisteva alcun vino prodotto da una sola varietà. Quasi tutti i Sangiovesi erano infatti viniicati con cultivar di contorno come il Canaiolo Nero, il Ciliegiolo, il Colorino, il Mammolo, la Malvasia Nera e queste assemblate, talvolta, anche con uve a bacca bianca come il Trebbiano Toscano e la Malvasia. Così nacque il mito di quel vino che continuò ad avere successo anche nei primi decenni del Novecento, tanto che nel 1933, nell’ambito del concorso di poesia bacchica organizzato nell’ambito della Mostra dei vii Tipici a Siena, il poeta futurista Filippo Tommaso Marinetti, presidente della giuria, dichiarò che il Brunello è benzina… il carburante che muove il mondo.


I vitigni a confronto

Brunello

Il Brunello di Montalcino DOCG nasce dall’utilizzo in purezza del Sangiovese, uva prodotta esclusivamente nel comune di Montalcino. Altre denominazioni che interessano il territorio sono il Rosso di Montalcino DOC, la versione più giovane del Sangiovese destinato alla produzione del Brunello. Una denominazione che ricalca perfettamente l’areale della DOCG che consente alle aziende d’immettere sul mercato, a partire dal primo settembre dell’anno successivo alla vendemmia, un vino meno strutturato con un più breve periodo di maturazione.

Moscardello

Anche la produzione di Moscadello di Montalcino DOC insiste sul territorio comunale di Montalcino. È certamente il vino dalle origini più lontane nel tempo come dimostrano le notizie storiche risalenti al XVI secolo. Il Moscadello di Montalcino DOC è ottenuto dalla viniicazione delle uve di Moscato Bianco, con un saldo massimo del 15% di altri vitigni a bacca bianca autorizzati e può essere prodotto nelle tipologie Tranquillo, Frizzante e Vendemmia Tardiva.


ARISTOCRAZIA IN BOTTIGLIA

di Paolo Pellegrini

I grandi nomi delle famiglie che hanno saputo rendere queste terre una leggenda

I volti. Le famiglie. La storia. I nomi delle famiglie nella storia dei luoghi. Può essere una chiave per deinire Siena capitale del vino. Prima che nei numeri: poco meno di 4mila chilometri quadrati di supericie, la provincia, con 18mila ettari di vigneti, gli stessi della Napa Valley in California, qualcosa più dei 15mila della provincia di Cuneo, ma un terzo della Borgogna (50mila) e un quinto di Bordeaux (100mila). Terre importanti, sì, ma senza i Grandi Protagonisti. La grande aristocrazia rurale, per esempio. Tre nomi per tutti: i Ricasoli, vinattieri dal 1141, sublimati nel Barone di Ferro, lo storico Bettino che inventò le “ricette” del Chianti, uve bianche e rosse per quello quotidiano, solo bacca rossa per i vini longevi. Gli Antinori, di poco più “giovani” (un secolo) all’arte vinaria, di recente approdati alle terre del Gallo Nero Senese con l’acquisizione di due gioiellini (Castello di San Sano a Gaiole e Casa di Pietra a Castellina), ma presenti a Montepulciano, e poi a Montalcino con la tenuta di Pian delle Vigne. E, curioso, in singolare sida nelle aste per le terre chiantigiane (come per la tenuta di Farneta, in Valdichiana) con un altro grande blasone, i Frescobaldi, pure sbarcati di recente in Chianti Classico con l’acquisto dei vigneti di San Donato in Perano. Di più: dentro la tenuta dei Frescobaldi a Montalcino, Castelgiocondo, c’è l’enclave di Logo Novo. Guarda caso, degli Antinori. Guerre sì, ma paciiche. Come quelle per costruirsi la cantina di design ma funzionale, razionale, ecosostenibile. Il via, ancora nel Chianti Classico Senese, a ine anni Novanta da un’altra famiglia storica, gli Stucchi Prinetti della fascinosa Badia a Coltibuono, pionieri di un movimento che avrebbe visto poi sorgere altre cantine archistar: a Fonterutoli, quella della famiglia Mazzei; la Cantina di Montalcino lungo il suggestivo percorso dell’Eroica; la Cantina Salcheto di Montepulciano, acciaio e legno per una rivoluzione green tutta puntata sulle energie rinnovabili. Novità che sposa la tradizione, a idata alle Grandi Firme: ecco a Montalcino i Biondi Santi, la dinastia che ha fatto grande il Brunello (l’azienda è passata ai francesi di Epi ma la famiglia c’è ancora con Tancredi, settima generazione) e i Colombini Cinelli della fattoria dei Barbi, I Costanti patrizi senesi e i Lisini, i Folonari. A Montepulciano, ecco i millenari Contucci, e poi i Boscarelli e gli Avignonesi, i Dei. E a San Gimignano, terra della Vernaccia, i Guicciardini Strozzi, i Giachi, i Falchini. Tradizione che però ridiventa anche novità con i volti del ricambio. Con le donne: in prima ila Donatella Cinelli Colombini, fondatrice del Movimento del Turismo e delle Donne del Vino e oggi presidente del consorzio della Doc Orcia. Poi Letizia Cesani, che ha guidato con piglio deciso il Consorzio del Vino di San Gimignano, e una giovane enologa e produttrice di Radda in Chianti, Angela Fronti, bandiera di questo nuovo vecchio corso del Chianti Classico. Perché in fondo, per dirla con Oscar Wilde, la tradizione non è che una innovazione ben riuscita.


FRANCESCA COLOMBINI CINELLI

Vignaiola che ama scrivere

Toscana e vignaiola purosangue, Francesca Colombini Cinelli è nata Modena nel 1931 dove suo nonno Pio Colombini era rettore dell’Università. Fin da giovanissima, guidata dal pare Giovanni, ha acquisito conoscenza diretta della vita dei campi, delle attività dell’azienda e profonda passione per la terra. Presidente del cda della srl Barbi, si occupa di vino ma ama scrivere: ha pubblicato “Il vino fa le gambe belle” Premio Capri –S.Michele 2005, “Elina Colombini, una gentildonna ai fornelli” e “Nonsolovigne a Montalcino”.


GIROLAMO GUICCIARDINI STROZZI

Il suo regno la Fattoria di Cusona

Discendente da potenti banchieri, uomini di Stato, condottieri, ma anche da Lisa Gherardini del Giocondo, la celebre ‘Gioconda’ di Leonardo da Vinci, e dallo storico e ilosofo Francesco Guicciardini, il principe Girolamo Strozzi, 81 anni, già professore di diritto costituzionale, è stato negli anni 70 il fondatore del Consorzio della Vernaccia di San Gimignano. Ama il vino, un buon sigaro toscano, la fotograia e il tennis. Guida con la moglie Irina e le iglie la Fattoria di Cusona.


DONATELLA CINELLI COLOMBINI

Podio e cattedra

Donatella Cinelli Colombini è nata nel 1953 in una famiglia di produttori di Montalcino. Nel 1993 ha fondato il Movimento del turismo del vino ed ha inventato Cantine aperte; oggi insegna turismo del vino nei Master di tre università. Nel 1998 ha creato la sua azienda composta dalla Fattoria del Colle a Trequanda e dal Casato Prime Donne a Montalcino. Ha vinto l’Oscar di Bibenda e il Premio Internazionale Vinitaly. È presidente del Consorzio del vino Orcia e delle Donne del Vino. Oggi, l’a iancano nel lavoro il marito Carlo Gardini e la iglia Violante.


FRANCESCO RICASOLI

La storia del Chianti inizia qui

Pronipote di Bettino detto “Barone di Ferro”, Francesco Ricasoli, 63 anni, da oltre un quarto di secolo alla guida dell’azienda che “ha fatto la storia del Chianti”, e mai orgoglio fu più giustiicato, sciorina volentieri i numeri: 240 ettari di vigneti, di cui 160 reimpiantati (sangiovese, ma anche merlot, cabernet, chardonnay), oltre 3 milioni di bottiglie. Lo studio continuo dei suoli e la selezione clonale del Sangiovese di Brolio sono tra le sue passioni più grandi.


ALAMANNO CONTUCCI

Il signore dell’export

Discendente di una famiglia presente a Montepulciano già ai primi del Mille, Alamanno Contucci, nato nel 1943, anziché intraprendere la carriera diplomatica per la quale si era preparato, si inserì a tempo pieno nell’azienda di famiglia occupandosi dell’aspetto enologico, commerciale e promozionale, per sviluppare l’export soprattutto negli Usa, in Germania e in Scandinavia. È stato presidente del Consorzio del Vino Nobile dal 1981 al 2004, puntando sulla zonazione del territorio e sulla selezione clonale.