Dalla Romagna e dalle Marche i sentieri portano al santuario francescano e da qui si prosegue verso la Francigena

di Elisabetta Ferri

È il nostro cammino di Santiago, una strada di pellegrinaggio ricca di memorie, che sta tornando ad essere una grande via perché ne possiede tutte le caratteristiche. Se tutte le strade portano a Roma, anche dalle regioni escluse dal tracciato della Francigena, come Romagna e Marche, ci si può innestare, percorrendo cammini francescani che convergono a La Verna – dove Francesco ebbe le stimmate – proseguendo poi per Gubbio, Assisi e Rieti, ino a raggiungere la capitale. Il Cammino di San Francesco, che dal mare Adriatico s’inoltra nell’Appennino tosco-romagnolo, parte da Rimini:recuperando antichi sistemi viari, si ricongiunge a La Verna con gli altri cammini del Centro Italia, dando luogo ad unico percorsonazionale che giunge ino a Roma. Il consiglio è di dividere i 110 km in 5 tappe: Rimini-Verucchio (22,5 km, dislivello +220 m., -140 m.); Verucchio-San Leo (22 km, +710 m.,-204 m.), San Leo-Sant’Agata Feltria (20 km, +800 m., -780 m.), Sant’Agata Feltria-Balze (22,5 km, +1200 m., -680 m.), Balze-La Verna(24 km, +850 m., -750 m.). La prima tappa prende l’avvio da Rimini(non perdetevi il Ponte di Tiberio, recentemente riportato agli antichi splendori) per raggiungere le colline a monte della città e la vallata del Marecchia. Il secondo giorno ci s’inoltra nella media-alta Valmarecchia, tra aspre rupi sovrastate da rocche fortiicate, con panorami mozzaiato dal crinale: all’arrivo vale la pena una deviazione al convento Sant’Igne, un vero gioiello. Terza Tappa con discesa sul fondovalle e risalita sul crinale opposto, nella Valle del Savio, in cui si trova S.Agata Feltria, splendido borgo antico: lungo il cammino trovate il tempo di salire sulla misteriosa rupe di Maioletto. Nella quarta tappa il paesaggio muta radicalmente, passando da un ambiente campestre a uno montano, tipico dell’Appennino. Lungo il percorso si raggiunge l’eremo di Sant’Alberico, fondato da San Romualdo. Ed eccoci nel 5° giorno al conine con la Toscana, sotto la parete del Monte Fumaiolo: si raggiunge il Passo delle Pratelle (1.075 m.) e poi, attraverso una faggeta, si giunge al Santuario di La Verna. “Volendo – spiega Massimiliano Giorgi, guida de ‘La Cordata’ – ci si può innestare su questo tracciato anche dalle Marche, precisamente a Carpegna, raggiungendo la tappa di San Leo dalla vicina Montecopiolo. Di questo cammino è possibile trovare schede, tracce gps ma anche segnaletica verticale (cartelli) e orizzontale (al suolo, rocce, alberi). Per pernottare nelle tappe segnalate occorre adattarsi un poco, o far riferimento a parrocchie e santuari. Ma un posto letto e un pasto si trova sempre”.


MAIOLETTO

Nella rocca sulla rupe

Durante la terza tappa, che conduce da San Leo a Sant’Agata Feltria, vale la pena fare una piccola deviazione per visitare l’antica rocca di Maioletto, quel che resta di una cittadina medievale che sorgeva in alta Valmarecchia. Durante il medioevo, Maioletto era un importante insediamento a ridosso d’una rupe, sovrastato da una rocca considerata inespugnabile ino alla notte tra il 29 ed il 30 maggio del 1700, quando parte del colle franò portandosi dietro quasi tutto il paese e gran parte dei suoi abitanti. Oggi la rupe franata e i resti della rocca sono circondati da un bellissimo paesaggio tra calanchi, radure e boschi.


MONTE DELLA VERNA

Oltre la foresta di faggi e abeti,
il Santuario dove meditare

Il monte della Verna, ricoperto da una monumentale foresta di faggi ed abeti, è visibile da tutto il Casentino e dall’alta Val Tiberina, con la sua inconfondibile vetta (1.283 mt.) tagliata a picco da tre parti. Sopra la roccia, avvolto dal bosco, si trova il grande complesso del Santuario che, all’interno della sua massiccia ed articolata architettura, custodisce tesori di spiritualità, arte, cultura e storia. La comunità della Verna accoglie volentieri chi sale sul Monte, in particolare i pellegrini che vengono per cercare un tempo di rilessione: è possibile anche partecipare alla preghiera e alle celebrazioni dei frati.


SAN LEO

La leggenda del convento

A due chilometri da San Leo, punto d’arrivo della nostra seconda tappa, si trova il convento di Sant’Igne. Perla dell’architettura religiosa risalente al XIII secolo, incastonato in uno stupendo scenario naturale, è strettamente legato alla storia di Francesco, che passò da San Leo nel 1213 ed al quale è attribuita la fondazione dell’ediicio. Il nome deriva da ‘sacro fuoco’: la leggenda racconta infatti che questo fu il il luogo dell’apparizione luminosa che avrebbe indicato la retta via a colui che sarebbe diventato poi San Francesco d’Assisi.


BALZE

Una sosta per ghiottoni

Prima di immergervi nella spiritualità, regalatevi un premio alle “Balze ghiotte”, nella località dove termina la quarta tappa. Potrete degustare i prodotti genuini della montagna, ma anche acquistare provviste che diventano ricordi. Rosita compone piatti che sembrano miniature del sottobosco: la sua arte è fatta di gesti pazienti e sapori tramandati. Inoltre, funghi e tartu i freschi, regalano alle minestre, fatte in casa, quel surplus irresistibile di bontà. Dagli antipasti alla carne, è un tripudio di leccornie, da assaporare nella deliziosa tavernetta del locale, magari davanti al fuoco scoppiettante del camino.


VIA LAURETANA DA SIENA A LORETO A PIEDI NELL’INCANTO

di Paolo Pellegrini

All’insegna del turismo lento un cammino di 137 chilometri passando per città e borghi

Sulle orme di Ra aello, ma anche di Donatello, e sicuramente di san Francesco, e se vuoi perino di Pinocchio. Trecento chilometri a piedi, sedici tappe – ma è il minimo, per i più assatanati – in un cammino tra spinte di fede e paesaggi incantati, tra luoghi d’arte e borghi pieni di storia e di vicende umane, fattorie fortiicate e vigneti, sorprese della natura e della cultura del saper fare, non ultimi i piaceri del palato. Ce n’è per tutti, sulla Via Lauretana che unisce Siena a Loreto (appunto,“lauretana”) all’insegna del turismo slow: a piedi, varianti la bici e il cavallo su questa antica diramazione della Francigena verso l’Adriatico antenata dei pellegrinaggi alla Santa Casa, la “camera” della Vergine a Nazareth che si dice traslata in “volo di angeli” (o forse portata da certi Angels, famiglia di crociati inglesi?) dalle coste illiriche al “lauretum” marchigiano la notte del 10 dicembre 1294. E ora rinasce. Già da qualche anno esiste una guida per le tappe da Assisi a Loreto: sette, per 137 km con arrivi a Spello o Foligno, poi a Coliorito, a Muccia o Camerino, a Belforte del Chienti, a Tolentino, a Macerata e inine a Loreto. Adesso è nata anche la Lauretana toscana, da Siena a Cortona: quattro tappe, o forse meglio cinque per chi vuole fare in fretta, sette per chi vuole godersela di più. Con tanto di logo (la via della Santa Casa chiusa sotto un arco), cartelli e adesivi chiari e leggibili, cartine e mappe gpx, un sito (vielauretane.it) e una app (vie lauretane) per lo smartphone: bel lavoro, messo insieme dalla Regione con sette comuni della Valdichiana senese più Cortona insieme alla Strada del Vino Nobile di Montepulciano, con il supporto di Valdichiana Living e il coordinamento tecnico di Gianluca Bambi, ricercatore dell’università di Firenze. Si parte da piazza del Campo, cuore di Siena, e si va verso Vescona attraverso Taverne d’Arbia e il bellissimo borgo di Mucigliani. Da qui a Serre di Rapolano, attraverso Monte Sante Marie, esempio delle antiche fattorie-paese, lo stupendo paesaggio delle Crete e il borgo di Asciano con un Ra aello a sorpresa in una chiesetta oggi privata, e poi le suggestive cave di travertino. Dopo, via verso Sinalunga, con sosta al castello-fattoria (ottimi vini) di San Gimignanello. La tappa successiva porta a Valiano, altro bellissimo borgo medievale, e in mezzo tante cose: un’altra fattoria-borgo, La Fratta (Pinocchio, già, ma anche il Sodoma e la Chianina…), le perle di Torrita di Siena (a resco del Sodoma, un bassorilievo di Donatello, un teatrino-gioiello, altre suggestioni tra Ra aello e Leonardo, ma pure una gran macelleria e un’ottima trattoria). Inine Cortona con i suoi splendori. Tutto sul sito e sulle app, ed è un bel camminare.


PENNELLI E PENNINI

Tracce di Raffaello e del caro Pinocchio

Tracce, ricordi. Ra aello, s’è detto. Lo storico Divo Savelli ne ha visto la mano e il volto in un a resco, Madonna con Santi, nella Pieve di Sant’Ippolito ad Asciano. Di passaggio con il Pinturicchio per andare a illustrare la Libreria Piccolomini a Siena, il giovane Urbinate si sarebbe ritratto proprio nel Sant’Ippolito. Ancora tracce. Chi fa tappa alla Locanda della fattoria La Fratta, fuori Sinalunga, rivede i luoghi del “Pinocchio” di Garrone, la casa-bottega di Geppetto, la scuola e tutto il borgo della iaba.


ECCELLENZE

Suini e buoi della Cinta

Grandi carni, lungo la Lauretana toscana. Per gli appassionati del maiale di Cinta Senese, dal sapore unico e dal gran profumo grazie all’allevamento al pascolo, ricca di omega 3 e grassi insaturi, appuntamento d’obbligo a Vescona, con i salumi dell’azienda Agricola Mario Vigni. Poi c’è il bovino di Chianina, il grande “pio bove” carducciano tutto bianco, 17mila capi allevati. Sosta forzata al ristorante La Toraia dell’azienda La Fratta di Sinalunga per indimenticabili bistecche, battute al coltello e hamburger.


GLI ALTRI PERCORSI

I sentieri da rilanciare

La Regione Toscana è in prima linea nel rilancio degli antichi cammini. A partire dalla Vie di Francesco, 500 chilometri di percorsi verso il santuario della Verna, da Firenze e da Cortona, su cui convergono una Romea (sono due: la Strata che entra dal passo Croce Arcana e va alla Francigena, la Germanica attraverso il Parco delle Foreste Casentinesi) da San Leo e il Cammino di S. Antonio giù da Padova. Poi c’è la Via del Volto Santo da Pontremoli a Lucca, dove arrivano anche la Via Matildica da Mantova e un Cammino Jacopeo da Firenze. Cinque vie collegano poi i principali siti etruschi.


MONTE SANTE MARIE

Rivivere il paese-fattoria

Oggi ci abitano due persone, ma gli anziani ricordano ancora quando ce ne stavano 600. Con tanto di parrocchia, asilo, scuola, cinema, a valle perino una minuscola stazione ferroviaria. Monte Sante Marie è il paradigma delle fattorie-paese nelle Crete. I titolari, Stefano Tesi e Daniela Mugelli, lavorano a recuperare attività come la coltivazione di grani antichi da cui ricavano pasta e un’ottima birra, e al rilancio di uve sconosciute quali la citronelle , la luglienga, il paninione e lo zuccaccio.


DALLA CITTÀ ETERNA AL SALENTO PER LA TERRA SANTA

di Enrico Barbetti

Sedici tappe partendo da Bari fino a Santa Maria di Leuca dove i pellegrini s’imbarcavano per raggiungere Gerusalemme

C’è tanto Salento che non si riesce a vedere dalle spiagge a ollate d’agosto, né dalle masserie trasformate in resort cinque stelle. Chi è interessato davvero a scoprirlo, può farlo entrandovi letteralmente in punta di piedi: la Via Francigena lo percorre da Nord a Sud seguendo il proilo della costa adriatica e ricalcando le orme dei pellegrini che, dopo avere visto Roma, proseguivano diretti in Terra Santa e, attraverso la via Appia e la via Traiana, giungevano il Puglia per imbarcarsi alla volta del vicino Oriente. Secondo l’itinerario ‘u iciale’ del cammino, occorrono 16 tappe e altrettanti giorni per coprire la distanza fra Bari e Santa Maria di Leuca, ultima propaggine del tacco d’Italia e luogo d’incontro fra il mare Adriatico e lo Jonio. Il punto di partenza di questo itinerario non può che essere la Basilica di San Nicola, nella città vecchia di Bari, che custodisce le reliquie del santo ed è un luogo simbolo del pellegrinaggio in dal Medioevo. Uscendo dal capoluogo, il Salento è ancora lontano all’orizzonte, ma si può apprezzare, passo dopo passo, giorno dopo giorno, il paesaggio in lento mutamento. Passando per Polignano, si iancheggia la scogliera a picco sul mare, inframezzata da splendide calette, lasciandosi sulla destra campi a perdita d’occhio, disseminati di ulivi e ichi d’India e delimitati dagli onnipresenti muretti a secco che guidano il viandante verso l’alto Salento. Dopo Monopoli e Torre Canne, una macchia chiara compare sulle colline a ridosso del mare: è la città bianca di Ostuni, la cui immagine abbagliante accompagna il pellegrino per decine di chilometri, ino all’arrivo alla riserva naturale di Torre Guaceto. Si tratta di un’area protetta, marina e terrestre, di eccezionale valore naturalistico per la biodiversità che si esprime non solo nell’ambiente naturale, ma anche nelle colture della zona. Proseguendo si attraversa Brindisi e si approda a Lecce, dove vale la pena di so ermarsi sui capolavori dell’architettura barocca. Tappa obbligata per il pellegrino è piazza Sant’Oronzo, caratterizzata dalla colonna con la statua del santo e dall’aniteatro romano. Dopo Martano si giunge a Otranto, la città più orientale d’Italia, ricca di luoghi d’interesse. Due fra tutti: la cattedrale con il celebre pavimento a mosaico e i resti dei martiri e, a sud del centro abitato, l’ex cava di bauxite, oggi divenuta un lago dai colori incredibili, una vera sida per l’occhio di ogni fotoamatore. Ancora tre tappe e si giunge inine alla meta, il santuario di Leuca, Finibus Terrae. Tenendo a mente che, per gli antichi pellegrini, quell’ultimo lembo della penisola non rappresentava un traguardo, ma solo il punto di partenza per il viaggio più di icile e pericoloso, attraverso il Mediterraneo, verso la Terra Santa.


RISERVA DI TORRE GUACETO

Il fiaschetto ritrovato

Dolce e succoso, il pomodoro iaschetto coltivato nella riserva di Torre Guaceto rischiava di sparire dalle campagne, benché sia parte integrante della storia gastronomica del territorio brindisino: troppo dispendiosa la coltivazione e soprattutto la raccolta, troppo scarsa la quantità di raccolto rispetto alla redditività dei moderni ibridi da sugo. Invece, a un passo dalla sparizione, questo prodotto è stato salvato e rilanciato dalla caparbietà di un agricoltore illuminato e un vivaista con il sostegno dell’ente parco, e oggi è un presidio Slow Food, sempre più ricercato e utilizzato dai grandi chef nelle loro preparazioni.


STERNATIA E MARTANO

Nei borghi dove si parla il Griko

Ancora oggi, tra i vicoli di Sternatia o di Martano, può capitare di sentire due anziani che, seduti davanti all’uscio, si scambiano saluti in una lingua sconosciuta, misteriosa e colorata. Nella eccezionale varietà culturale e dialettale della Puglia, sopravvive caparbiamente anche il griko, una lingua che ha molti vocaboli in comune con il greco e che, secondo gli abitanti della zona, trae origine dalla antica e radicata colonizzazione ellenica della Magna Grecia. L’area geograica in cui sopravvive il griko è la Grecìa Salentina, che comprende i Comuni di Calimera, Castrignano de’ Greci, Corigliano d’Otranto, Martano, Martignano, Melpignano, Soleto, Sternatia e Zollino.


PUNTA PALASCIA

Estremo Oriente

Il percorso della via Francigena in Salento, oltre a raggiungere il punto più meridionale del tacco d’Italia, ne lambisce il lembo più orientale. Punta Palascìa, sormontata dall’omonimo faro, si trova pochi chilometri a sud di Otranto ed è il luogo della brinpenisola che vede per primo il sorgere del sole. Per questo, ogni 1° gennaio molte persone si ritrovano sul promontorio per assistere all’alba del nuovo anno. Il faro, eretto nel 1867 e alto 40 metri, è stato trasformato in museo ed è raggiungibile dalla strada percorrendo un breve e comodo sentiero. La scala a chiocciola che sale alla lanterna conta 150 scalini e l’ultimo guardiano del faro, Elio Vitiello, è morto pochi mesi fa, portando con sé la testimonianza di un mestiere d’altri tempi.


SPECCHIA E CORIGLIANO

Qui il cinema è Reale

Nei lunghi calendari delle estati salentine, itti di sagre e feste patronali accompagnate da fuochi d’artiicio e luminarie, si è fatta largo pian piano quella del Cinema del Reale. Si tratta di un vero e proprio festival che deve il crescente successo a un progetto che non si esaurisce in un elenco di proiezioni. Obiettivo dichiarato è “quello di dare vita a un laboratorio- cantiere per l’accumulazione, lo scambio e la di usione di opere cinematograiche” che “o rono descrizioni e interpretazioni personali del mondo”. Nella deinizione rientrano reportage, documentari, ilm di famiglia, diari personali e così via. Il festival si svolge di solito a ine luglio, in borghi e castelli del Salento profondo, come Specchia e Corigliano d’Otranto.


DA PALERMO AD AGRIGENTO

Nove tappe di una ventina di chilometri per percorrere la Magna Via Francigena Sterrati e sentieri attraverso le valli del Belìce e del Platani passando per i monti Sicani

Nella Sicilia interna dei borghi e delle trazzere per la transumanza, un’antica via ha ripreso vita sui passi di moderni pellegrini e camminatori provenienti da ogni parte d’Europa. Siamo lungo una grande arteria che collega da sempre Palermo ad Agrigento e di cui esiste testimonianza già dal 1096: è la Magna Via Francigena. A passo lento si attraversa la Sicilia dei siti Unesco e il cuore di un entroterra inedito. Sono 180 chilometri su sterrato e sentieri che solcano le valli del Belìce e del Platani, passando per i monti Sicani: 9 tappe da 20-25 km ciascuna per un itinerario su cui si intrecciano natura, buon cibo e una cultura dell’accoglienza genuina e spontanea.
La Francigena siciliana conduceva mercanti, cristiani e musulmani, diretti verso i maggiori porti dell’Isola in pellegrinaggio verso Roma, Santiago di Compostela o Gerusalemme.
Un cammino giovane che, tornato percorribile pochi anni fa, propone un saliscendi intervallato da iumi, laghi, pascoli a perdita d’occhio e campi di grano, alla scoperta di un territorio in grado di regalare scenari unici. Le abbondanti sorgenti d’acqua nutrono vigne e uliveti sempre rigogliosi, e in mezzo ai campi si fanno largo antiche masserie e chiese rurali. Tappa dopo tappa ogni nuovo borgo svela la storia di una terra straordinaria e il passaggio sulla Magna Via diventa un’occasione ghiotta per scoprire altri tesori.
Si va di Cattedrale in Cattedrale, da Palermo a Monreale: ai tratti asfaltati della Conca d’Oro, seguono gli sterrati tratti arberëshë di Piana degli Albanesi e Santa Cristina Gela.
Ci lasciamo alle spalle un paesaggio panoramico mozzaiato: la maestosa Rocca Busambra ci sovrasta e ci inoltriamo nel polmone verde del Bosco Ficuzza. Si raggiungere Prizzi, piccolo borgo dall’aspetto medievale del Distretto rurale di qualità dei Sicani, noto per i suoi cortili, le ripide scalinate e le strette viuzze, dove ogni Pasqua va in scena l’ancestrale Ballo dei Diavoli.
Via verso la Riserva di Monte Carcaci per giungere a Castronovo di Sicilia, area archeologica di grande pregio. Il percorso da qui segue il corso del iume Platani, passando da Cammarata e San Giovanni Gemini, ino a tagliare la ferrovia ed inerpicarsi verso la rocca di Sutera. Sotto la mole di San Paolino la via tocca i centri di Campofranco e Milena per giungere Racalmuto, terra di Leonardo Sciascia.
Le ultime tappe portano nei centri minerari di Comitini e di Aragona e inine a Joppolo Giancaxio. Seguiamo il corso dell’antico iume Akragas. Eccola la rocca di Agrigento dove la Rupe Atenea si a accia sulla marna bianchissima a strapiombo sul Mediterraneo e sulla Valle dei Templi.


PALAZZO ADRIANO

La piazza di Tornatore

Da Prizzi basta spingersi pochi chilometri in giù per un tour tra i segreti di Nuovo Cinema Paradiso. Il vicino borgo di Palazzo Adriano custodisce curiosità e racchiude un patrimonio di grande importanza storico-culturale tutto da scoprire. La sua piazza ha fatto sognare appassionati di cinema di ogni generazione: luogo di ritrovo della vita quotidiana locale, attirò l’attenzione del regista Giuseppe Tornatore che ne fece il principale set naturale. Così, durante una passeggiata, non è anomalo ritrovarsi ad ascoltare singolari retroscena dei momenti vissuti sul set direttamente dalla voce dei protagonisti.


IL BOSCO DELLA FICUZZA

Real Tenuta

Con i suoi circa quattromila ettari, eredità dei boschi che nel 1800 costituivano l’antica Real Tenuta di caccia di Ferdinando di Borbone, la Riserva Naturale Orientata della Ficuzza è una delle aree protette più vaste e meglio fruibili della Sicilia occidentale. I numerosi sentieri sono un’esplosione di colori in ogni stagione: centinaia di specie vegetali popolano i boschi autoctoni, ma la riserva è meta anche di appassionati birdwatcher, perché abituale dimora o luogo di regolare transito della stragrande maggioranza dell’avifauna siciliana. Da segnalare il Centro Regionale di Recupero della Fauna Selvatica gestito dalla LIPU, dove vengono accolti e curati gli animali feriti.


SANTO STEFANO QUISQUINA

Il Teatro Andromeda e l’eremo

Una variante molto ben segnalata ci porta su un altro versante dei monti Sicani: attraversando itte radure boschive e un paesaggio ricco di vegetazione, specie loreali e faunistiche, da Cammarata si giunge a S. Stefano Quisquina alla ricerca di due luoghi carichi di misticismo e spiritualità: il Teatro Andromeda dell’artista Lorenzo Reina, un an- iteatro che domina su un’altura mozzaiato, le cui 108 sedute in pietra ricalcano la mappa della Costellazione di Andromeda, e l’Eremo di Santa Rosalia, meta di pellegrinaggio dove nella solitudine del suo esilio la Santuzza si dedicò alla preghiera e all’ascetismo per dodici anni.


PUNTA BIANCA

Sabbia d’oro

Sul versante opposto della più nota e frequentata Scala dei Turchi, tra Agrigento e Palma di Montechiaro, Punta Bianca è un suggestivo e selvaggio sperone roccioso che si protende a mare, delineato da piccole calette con spiagge di sabbia dorata. I ruderi della “Casa dei doganieri”, utilizzata ino ai primi del ‘900 per contrastare le introduzioni clandestine di prodotti e merci all’interno della Sicilia, ne caratterizzano il proilo e testimoniano un passato fatto di approdi di mercanti e pescatori.