PARADISO PER SUB MARE E FONDALI COME AI TROPICI

Innumerevoli gli angoli di mare dove immergersi distribuiti nelle sei aree marine protette popolate da ospiti straordinari

di Enrico Maria Corno

Non è un caso che la sede di alcune delle più note aziende al mondo che producono attrezzatura per le immersioni – dalla maschere alle mute, ino alle pinne e alle bombole – sia in Liguria, in un’area concentrata intorno a Genova. Da queste parti, c’è una lunga tradizione legata alle attività subacquee, in dai tempi dei palombari nella prima metà del secolo scorso, e non mancano di certo nemmeno gli angoli di mare dove valga la pena immergersi.
Sono sei le aree marine tutelate in Liguria – tre sulla costa di Levante (Portoino, Cinque Terre e Porto Venere) e quattro su quella di Ponente (Isola Gallinara, Bergeggi e Capo Mortola) – e tutte hanno la peculiarità di essere di piccole dimensioni. La scelta strategica operata anni fa dalle istituzioni politiche regionali di limitare i conini dei parchi marini protetti alla ine si è rivelata vincente, a di erenza di quanto accaduto in altre regioni: un parco marino piccolo, infatti, è anche un parco marino facile da proteggere, dove la fauna sottomarina viene tutelata dalla pesca subacquea, legale (a volte le autorità rilasciano comunque dei permessi) e illegale.
L’Area Marina Protetta di Portoino in questo senso fa scuola, tanto che da molti è considerata quella gestita meglio in Italia: intorno al famoso promontorio, il mare viene controllato e protetto con rigore e trova velocemente nuovo vigore grazie al grosso ricambio naturale d’acqua reso possibile dall’abisso in cui cade la baia a poche centinaia di metri dalla costa. L’acqua è più fredda, pulita, ricca di plancton che risale dalle profondità e di molta vita subacquea. Da queste parti, in 15 metri d’acqua ci si sente come ai Tropici. La Secca dell’Isuela, appena oltre Punta Chiappa, è uno dei siti d’immersione più belli del Mar Mediterraneo e probabilmente il più bello della Liguria, dove l’altura rocciosa che crea la secca scende in verticale ino a 40 metri raccogliendo attorno a sè gorgonie e coralli rossi e grandi pesci pelagici tra cui anche ricciole, murene, dentici e barracuda.
Detto che il Mar Tirreno da queste parti è spesso particolarmente tranquillo e che le correnti forti sono assenti, si può ben dire che i luoghi di immersioni della Liguria sono adatte anche ai subacquei principianti, senza dimenticare che i Centri diving lunga tutta la costa sono molto numerosi, da Porto Venere ino al conine con la Francia all’estremo opposto.


PORTOFINO

Immersioni tutto l’anno

Pochi luoghi nel Mediterraneo vantano una così grande concentrazione di biodiversità. Portoino è lo spot numero uno anche perché qui è possibile immergersi tutto l’anno con l’acqua che mantiene temperature tropicali d’estate e che non scende sotto i 14 gradi nemmeno in inverno. Ci sono circa una ventina di punti di immersione soprattutto lungo le pareti rocciose della costa che sprofondano in mare e profondità tra i 5 e i 40 metri, caratteristica che rende Portoino adatta anche ai subacquei principianti. Da non perdere le classiche immersioni verso il Cristo degli Abissi (la statua di bronzo sommersa a 15 metri di profondità davanti alla Abbazia di San Fruttuoso) e sulla Mohawk Deer, il relitto del mercantile inglese a ondato nel 1967.


RIOMAGGIORE

Negli abissi ma per pochi il relitto d’Equa

Il relitto dell’Equa, la motovedetta italiana antisommergibili che fu a ondata nella Seconda Guerra Mondiale a due miglia da Riomaggiore, davanti alle Cinque Terre, è uno degli scai sommersi meglio conservati del Mar Ligure e rappresenta un’immersione estremamente emozionante. È riservata solo a subacquei esperti, dato che si trova ad una profondità tra i 34 e i 42 metri in una zona di forti correnti. Di recente, il Gruppo Operativo Subacquei della Marina Militare ha rinvenuto nel relitto degli ordigni bellici esplosivi custoditi in una vecchia cassa d’acciaio corrosa dal mare che sono stati fatti brillare, facendo tornare il relitto a disposizione degli appassionati.


GALLINARA

Storia e natura

L’isola Gallinara è un’area marina protetta che si trova nella Riviera di Ponente, a circa un chilometro e mezzo dalla costa davanti ad Albenga. Il versante che dà verso terra è meno ripido, tanto che in epoca romana dava rifugio a numerose navi da trasporto i cui relitti, in parte recuperati con il loro carico, sono esposti nel museo locale. Qui fu trovata la più grande nave dell’antichità che portava addirittura oltre 10mila anfore piene di vino. Sul fondale i subacquei possono facilmente incontrare spugne gialle e posidonia, anche vicino alla statua del Cristo Redentore immersa a circa 15 metri di profondità nella zona di Punta Falconara. A profondità accessibili, intorno a Punta Sciusciau, si possono osservare cernie, murene, polpi e scorfani.


BERGEGGI

Biodiversità infinite

Nella zona di Ponente, l’isola di Bergeggi, attorno alla quale gravita l’omonima Area Marina Protetta, è un cono di roccia calcarea a pochi metri dalla costa tra Vado Ligure e Spotorno. Sui fondali ci sono praterie di posidonia oceanica e un ampio tesoro di biodiversità che comprende saraghi, barracuda, numerose specie di nudibranchi (i molluschi di mare più variopinti e appariscenti), dentici e cernie. Si sente raccontare spesso di subacquei che in immersione hanno incrociato un grosso dentice con il quale sono riusciti ad avere conidenza al punto di averlo accarezzato e di aver giocato con la sua coda. Il miglior punto di immersione è il “Pi eraio” che giunge ino ad una profondità di 18 metri.


PEDALANDO TRA MARE E MONTI

Trecentocinquanta chilometri da Levante a Ponente e una rete di piste ciclabili in contesti unici per amatori di ogni livello

Le montagne che calano a picco sul mare caratterizzando tutti i 350 km di costa da Levante a Ponente si adattano bene alla grande domanda di strade, ciclabili e sentieri degli appassionati dei pedali da tutta Italia.
Del resto, complici le temperature gradevoli in ogni stagione e i panorami sul Mar Tirreno, la Liguria è progressivamente diventata una terra di elezione per ogni genere di ciclista – dal cicloturista tranquillo che pedala con gli amici o con la famiglia all’agonista, da chi si limita all’asfalto a chi invece ama la mountain bike e privilegia sugli sterrati, senza nemmeno escludere le discipline Gravity. Una cinquantina di hotel bike friendly sparsi sul territorio stanno a dimostrarlo.
E se quindi i pedalatori della domenica possono trovare un nutrito pacchetto di ciclabili quasi sempre chiuse al tra ico (a loro sono stati dedicati i quattro percorsi che abbiamo illustrato qui a ianco), i ciclisti su strada non hanno che l’imbarazzo della scelta. Chi possiede una certa disinvoltura nel pedalare per strada nel tra ico, può farsi tutta la Via Aurelia che a ianca il mare da un estremo all’altro della regione: una strada sempre panoramica, piacevole, con un ottimo asfalto ma tutt’altro che semplice, dato che non mancano – soprattutto a Levante – i classici “mangia e bevi” (salite e discese continue) che spezzano le gambe. Il tratto da Santa Margherita a Portoino, pedalato fuori stagione, è un’emozione. Molti abbinano il piacere della bicicletta a quello della fatica e vanno per questo alla continua ricerca di salite con cui confrontarsi: va da sè che quelle del Poggio e della Cipressa, diventate leggendarie nelle oltre 100 edizioni della Milano-Sanremo, attirino tutti i giorni molti appassionati come anche quella del Monte Ceppo, lunga una trentina di km, o la “Fascia della Basura”, sopra Imperia, con punte ben oltre il 10%.
Solo gli addetti ai lavori e pochi altri sanno peraltro che la Liguria è la mecca deigli appassionati di MTB che arrivano qui da tutta Europa, soprattutto in autunno e in inverno perchè sono certi di trovare temperature gradevoli e strutture di livello, percorsi mappati con le pendenze giuste e la migliore manutenzione, ottime scuole e guide preparate, noleggi con bici e attrezzature di ultima generazione, come nelle migliori destinazioni alpine. Non mancano nemmeno gli eventi e le competizioni, come la celebre 24 Ore di Finale.

Enrico Maria Corno


VARAZZE-ARENZANO

Baciati dalla brezza

La ciclabile è piuttosto breve – solo una dozzina di km – ma vale la pena percorrerla per la varietà dei paesaggi attraversati e per il piacere di pedalare con la brezza marina sulla pelle. Il percorso segue principalmente la costa, sempre sul tracciato della ferrovia dismessa e, dal centro di Varazze, attraversa la zona dei Piani d’Invrea e dei Piani di San Giacomo puntando verso Cologeto a picco sul mare e immersi nella macchia mediterranea. Ci sono anche alcune gallerie che alternano l’atmosfera: sono illuminate ma è sempre meglio pedalare su biciclette dotate di luci. Da Cogoleto ad Arenzano, sempre sulla ciclabile panoramica sul mare, è un attimo.


RIVIERA DEI FIORI

Lungo la vecchia ferrovia

È una delle ciclabile più famose d’Italia, solo 24 chilometri completamente asfaltati, pianeggianti e chiusi al tra ico veicolare da Ospedaletti a San Lorenzo al Mare, nei pressi di Imperia, realizzati sul tratto costiero della vecchia ferrovia della ine dell’800. Questo percorso lungo la Riviera dei Fiori è talmente suggestivo per gli scorci panoramici che è stato scelto nel 2015 come partenza della prima tappa del Giro d’Italia, come mai era successo prima ad una ciclabile. Attraversa piccoli borghi che si a acciano sul Mar Ligure, tra cui anche Arma di Taggia e Sanremo e, non bastasse, è stata ora a iancata da una seconda ciclabile appena inaugurata che collega la costa della provincia di Imperia con le alture nella Valle Nervia.


CICLOVIA DELL’ARDESIA

Per famiglie al completo

Lungo la Riviera di Levante, il percorso della Ciclovia dell’Ardesia è stato disegnato con partenza da Lavagna e arrivo a Bassi di Tribogna 35 chilometri più avanti sulle colline. Dal principio si lascia il Golfo del Tigullio seguendo il percorso del iume Entella dalla foce, risalendo i paesi di Carasco, San Colombano e Calvari in mezzo al verde e siorando borghi d’epoca e chiese medievali. La pendenza è pressoché inesistente e il tracciato ciclabile ben si adatta anche ad essere pedalato da famiglie e bambini, sopratutto all’inizio. Con il passare dei chilometri, l’asfalto cede il posto allo sterrato e la ciclabile si fa più sconnessa e la natura più selvaggia: da non perdere l’attraversamento di una delle foreste di bambù più grandi d’Europa.


TOUR DELLE MÀNIE

Dal borgo di Calvisio un viaggio nel verde

Non di solo asfalto vive l’appassionato di bicicletta che va in Liguria a pedalare. Tutta la zona tra Pietra e Finale Ligure, passando per Borgio e Verezzi, concede una particolare attenzione a chi pratica la Mtb riservando loro una serie di sterrati ad hoc. Uno alla portata di tutti (ma meglio se con una e-bike): il tour dell’altopiano delle Mànie parte dal borgo di Calvisio, frazione di Finale Ligure, e percorre 24 chilometri di mulattiere in mezzo al verde con ampie vedute sul Golfo di Noli e su Varigotti, lungo un percorso gastronomico e culturale: percorrendolo accompagnati dalle guide della associazione locale Finally eBike si possono visitare antichi frantoi, passare su ponti in pietra di epoca romana e sostare per le dovute degustazioni.


QUATTRO PASSI NELLA NATURA IN VAL DI VARA

di Riccardo Lagorio

Una stagione che ben si addice a un itinerario per fare scorta di castagne e di buona birra e scoprire tesori dell’artigianato

Un’ingegnosa combinazione di riposanti camminate nell’arancione dei boschi, una gastronomia genuina e un artigianato vero. È possibile incontrare tutto questo in Val di Vara, un’isola di natura intatta dove si pratica agricoltura biologica da decenni incuneata tra Lunigiana e Genovesato, alle spalle delle Cinque Terre.
Il profumo dei boschi, la luce che ne colpisce gli esuberanti colori e le energiche pietanze a base di funghi, castagne e cacciagione fanno dell’autunno il periodo ideale per conoscere questa parte di Liguria. Si può partire da Brugnato per la prima colazione a base di canestrelli e la visita alla cattedrale e al museo diocesano. Dopo Rocchetta di Vara la strada aggredisce la collina sino all’albergo Cuccaro Club, che o re anche ai ciclisti numerosi servizi (cuccaroclub. it). Chi vuole approfondire la storia di questi luoghi raggiunge gli scavi del medievale castello di Godano, dove stanno venendo alla luce ceramiche e monete. Nel capoluogo Sesta Godano si può fare pausa nella botte da campeggio installata nei campi di lavanda di Andrea Calabria, per defatiganti massaggi all’olio essenziale (I Prati di Venere). Agli ultimi scampoli di sole si sfoglia Stelle a Merzò (Moretti & Vitali, 2013) sulla piazza principale del paese, rapiti dal diario-resoconto della poetessa Adele Desideri, che ambienta nella borgata “il cerchio perfetto in cui l’amore fallisce”.
L’ingresso a Groppo, altro villaggio di Sesta Godano, avviene dal sentiero che parte dal Campo di Durla. A pianta ellittica come altri borghi della Val di Vara, condivide con Pignone sculture e visi dall’incerto signiicato incastonati nei muri delle case e agli angoli dei caruggi. In autunno il profumo delle castagne si sparge ovunque: Silvia Boniglio le coltiva a Carro e le essicca nel metato di famiglia (boscosepponi.bio), le utilizza Elisa Lavagnino per la produzione di Casta, la più iconica delle sue birre (ipalo i.com) a Torza, nella vicina Ziona Edoardo Rebizzo realizza i testi, piatti di terracotta dove si cuoce il castagnaccio, una cialda di farina di castagne che accompagna formaggio e salumi.
I colori caldi del tardo pomeriggio incoraggiano il passeggio a Varese Ligure, tra i portici ellittici e il ponte medievale di Grecino. D’obbligo la visita alle botteghe di Adriano Marenco, maestro cuoiaio (marenco1947. it), e di Alessandra e Monica Picetti, intagliatrici di legno, le sole a praticare quest’arte per farne stampi che siglano la pasta locale, i croxetti.


IN MOSTRA

Le tele di Hélène de Beauvoir
raccontano il paesaggio

Nel borgo di Castè e presso lo spazio d’arte Liguria Vintage (liguriavintage. com) di Riccò del Golfo, ino a dicembre, sono in esposizione alcune opere di Hélène de Beauvoir. L’artista e la sorella Simone, compagna di Jean Paul Sartre, amavano questa terra. Simbolo dell’arte femminista, Hélène de Beauvoir si esprime con dipinti pieni di luce, dalle calde tonalità mediterranee e ancorati a una chiara igurazione. In alcuni si riconoscono scorci visivi del paesaggio che Hélène scopriva durante le sue passeggiate, spesso tratteggiando sulla tela connotati mitologici. Si può pernottare presso Corte Paganini (cortepaganini.com). Scegliere l’appartamento Carbonata, dalle pareti in pietra a vista.


MANGIARE E DORMIRE

Il posto giusto per amanti
di trekking e buona tavola

Cuccaro Club, immerso nel bosco, è il luogo ideale dove pernottare durante il mese di ottobre: attrezzato per ciclisti e preparato per fornire informazioni a chi pratica il trekking. La cucina mette a disposizione oltre 20 tipi di paste ripiene, funghi e selvaggina (cuccaroclub.it). Servizio e-bike e organizzazione di escursioni naturalistiche nell’Agriturismo Antico Cornio di Carro (antico-cornio.it). Frittelle di farina di castagna e maltagliati con funghi all’Agriturismo Di.la. je (agriturismo-dilaje.com) di Rocchetta di Vara, cacciagione e lasagne ai funghi alla Trattoria Al Cornoviglio di Villagrossa. Chi ama il miele fa tappa a Santa Maria di Calice al Cornoviglio presso la bottega di Maurizio e Monica Ribaditi (apicolturaribaditi. it). Carni scelte alla Macelleria Scapazzoni di Padivarma (aziendaagricolascapazzoni.it) e canestrelli di Brugnato presso il Forno di Germano.


FUORI ROTTA

Il villaggio fantasma

Porciorasco, frazione di Varese Ligure, si raggiunge per una facile escursione in mountain bike. Ha nomea di villaggio fantasma: le case abbandonate e il Palazzo De Paoli rivelano il reticolo di attività economiche, scambi e lavori tra la facoltosa famiglia e i contadini della valle di quattro secoli fa. Si scopre un angolo senza tempo che acquista fascino con la luce radente dell’autunno. Un’altra destinazione da non perdere è Pieve di Zignago. Dopo la visita alla mostra archeologica (le chiavi si trovano nel municipio), zigzagando tra ginestre ingiallite e faggi che stanno mutando colore, visitare il Lago Puro e passeggiare i viottoli dell’antica Valgiuncata, con i resti del castellaro (valdivara.it).


A PIEDI O IN MOUNTAIN BIKE

A spasso per antichi sentieri

Il Cai di La Spezia e l’Associazione antichi sentieri liguri (su Facebook antichisentieriliguri) si stanno impegnando nel ripristino delle antiche vie di comunicazione e della segnaletica. In antichità il territorio era un intreccio di mulattiere, selciati e arcaici passaggi. La Val di Vara è percorsa dall’Alta Via dei Monti Liguri, interamente tracciata anche per e-bike e si unisce, per mezzo di una complessa e articolata rete di percorsi rurali, al Sentiero dei tre castelli a media quota. Si può scegliere la pineta di Suvero per mettersi alla prova: un percorso cross country olimpico per mountain bike, tra pini neri centenari, scatena adrenalina allo stato puro. Sul percorso, come spettatori, impavidi scoiattoli e, con un po’ di fortuna, giovani cervi.


SUPERLATIVA ED EROICA

di Riccardo Cotarella
presidente Assoenologi
e Union Internationale
des Oenologues

La viticoltura nei terrazzamenti richiede sapienza e lavoro senza fine
Ma il risultato è straordinario

La vite, l’ulivo, gli scogli. La terra e il mare. Con la spaccatura, profonda e unica – ben tredici chilometri – del Golfo di La Spezia. Uno scenario incomparabile, dove i terrazzamenti accolgono grumi di case colorate e gente che vive a ponte fra campagna e mare, protagonisti al tempo stesso di due civiltà, la contadina e la marinara. Il paesaggio o re immagini contrapposte. Da un lato, le Cinque Terre, la Valle della Magra e il litorale di Luni; dall’altro, l’andamento mosso della costa ligure, le lunghe ile di pini marittimi e all’orizzonte la sagoma delle Alpi Apuane, le montagne di marmo. E il vino? Come già per l’olio, la disponibilità dei terreni è modesta, per cui l’arco di golfo col suo entroterra dà luogo a una ristretta produzione. La quale, però, si accredita per l’eccellenza della qualità, legata non solo ai caratteri del territorio ma all’antica sapienza dei contadini. L’allevamento della vite si sviluppa su una serie di terrazzamenti, che a mò di ampi gradoni si aprono sui terreni che guardano a mare. L’esposizione a mezzogiorno e l’azione iodica del mare – qui protagonista indiscusso del paesaggio anche collinare – conferiscono ai vini una precisa connotazione. I terrazzamenti chiusi fra muretti a secco, a piombo sul mare, si chiamano “cian”. E sono il risultato di un lavoro portato avanti per secoli, che ha dato una isionomia unica al paesaggio, tutelato dall’Unesco. Ma è un lavoro senza ine, perché questo è un territorio creato dall’uomo, o meglio inventato forzando le difese della natura, per cui va sempre curato. Se il vignaiolo abbandona per qualche stagione i suoi “cian”, è la ine. Siamo alle immagini di quella “viticoltura eroica” che ha in Italia altri due storici riferimenti: i muri a secco della Valtellina e i terrazzamenti della Costa d’Amali, che degradano fra vigne e limoni dai Monti Lattari in quasi a mare. Le viti sono potate e poi vendemmiate stando in ginocchio, perché sono alte non più di settanta centimetri. Una misura che serve a difenderle dalla violenza dei venti in primavera e, allo stesso tempo, ad avvicinarle al terreno, carico di salsedine. Gli acini vanno diraspati a mano, uno per uno, e la resa è tra le più basse. Poco più di venti litri da un quintale di uva. Il risultato di tanta fatica è lo Sciacchetrà, un vino Passito che nasce da tre uve (Bosco, Albarola e Vermentino), e probabilmente ha il suo antenato in quella Vernaccia dolce, di cui parla Boccaccio nel Decamerone. Noto anche come “refursà”, rinforzato, deve il suo nome al ligure “sciacàa”, cioè schiacciare, con riferimento all’opera di pigiatura. L’uva viene lasciata appassire ino a novembre inoltrato, su appositi graticci al riparo dal sole, questo allo scopo di ottenere un elevato quoziente zuccherino. Il vino presenta note olfattive fruttate e speziate, che rimandano agli umori iodico-salmastri del mare. La confezione più di usa è quella da un terzo di litro, e i vignaioli di Vernaccia ci tengono a sottolineare come anche questo faccia Sciacchetrà, che “non è un Passito come gli altri”.


I vitigni a confronto

Il Vermentino e la disfida con la Sardegna

In Liguria la medesima uva cambia di nome in relazione al luogo in cui nasce. È il caso dell’Albarola, che a Genova è nota come Bianchetta, o del Dolcetto, che sulla riva di Ponente diventa Ormeasco. Oltre duecentosettanta chilometri di costa, da La Spezia a Ventimiglia, non sono pochi. Le colline che fanno da corona al mare producono in gran parte vini Bianchi. L’uva più di usa è il Vermentino, secco, di corpo leggero, nemico delle basse temperature. Pare si tratti di una varietà di Malvasia, approdata in Corsica verso il 1300, e di qui in Provenza e poi in Liguria, grazie ai marinai. Ma resta in piedi anche l’altra ipotesi, che vuole l’uva originaria dell’isola portoghese di Madera. Allevata un po’ in tutta la Liguria, rilette in pieno, di volta in volta, i caratteri più spiccati del territorio. Il Vermentino Colli di Luni Doc è un vino che assomma in sé ed esprime la duplice anima di queste terre. È infatti fra le rare Doc a coinvolgere due regioni, la Liguria e la Toscana, e questo non manca di alimentare una serie di quesiti. Dall’inevitabile confronto con quello sardo della Gallura, a una controversa primogenitura delle uve – originarie della Liguria e di qui in Sardegna – ino agli esiti inali che, solo in apparenza, risultano coninanti. Il Vermentino rientra nel novero di quei vitigni nomadi, il cui destino muove dal Medio Oriente alla Grecia e da qui ino alle coste liguri. I due vini pur avendo la medesima matrice, hanno fatalmente caratteri diversi. Appena più strutturato il Vermentino sardo, favorito dal clima caldo della Gallura, più ricco e aperto all’eleganza dei suoi sentori, quello ligure. Dei diciassette comuni che rientrano nei conini del Disciplinare, ben quattordici appartengono alla provincia di La Spezia.

Altri autoctoni dal Pigato al Rossese

E gli altri vitigni autoctoni? Vanno ricercati fra l’Appennino e le Alpi Apuane e danno vini di particolare morbidezza e dal tipico profumo di frutti di bosco. Ma si tratta in genere d’impianti piuttosto modesti, fra i quali spiccano il Ciliegiolo, il Pollera e l’Albarola, mentre un posto d’onore spetta al Rossese, o Ruzzese, secondo l’originaria denominazione. Il vitigno è allevato in sette comuni nel Ponente Ligure, più esattamente in Val Nervia, ed è stato oggetto di una lunga ricerca del CNR di Torino. Le conclusioni danno il Rossese geneticamente identico al francese Tibouren. Coltivato in prevalenza ad alberello e vanta la presenza di numerose piante che hanno superato il secolo. Doc dal ’72 con la denominazione Dolceacqua, è un Rosso dal colore rubino, che si fa granato se invecchiato, odore intenso e vinoso, sapore morbido e aromatico. Altra uva antica è il Pigato della Riviera di Ponente. Piuttosto famoso quello di Albenga, che nasce forse da un vitigno di origine greca, giunto nel Medioevo ad opera di una di quelle colonie genovesi, così di use sulle coste dell’Egeo. A parte il celebrato Sciacchetrà, le Cinque Terre (Monterosso, Vernazza, Corniglia, Manarola e Rio Maggiore) producono Bianchi da vari uvaggi. Vi concorrono in prevalenza i classici Bosco, Albarola (ovvero Bianchetta) e il Vermentino, che danno vini abbastanza secchi, di medio corpo, buona freschezza e particolare salinità. Se il Vermentino è il Bianco più di uso, per i Rossi il primato spetta al Rossese. Restano il Dolcetto, qui detto Ormeasco – che fa da base a uvaggi con Ciliegiolo, Sangiovese e Barbera – e la serie di Moscati, dal Passito ai vini frizzanti.