Città d’arte, borghi senza tempo e avventure per gli sportivi

Una regione ideale per appassionati di turismo lento in cerca di grandi spazi all’ombra delle Alpi, per ciclisti all’inseguimento di itinerari nella natura, per viaggiatori esigenti in perenne ricerca di mete artistiche e di località dal fascino antico, infine per chi non rinuncia ai piaceri della tavola

Parafrasando una nota rilessione dello scrittore Jules Renard, viene istintivo coniare una dedica per la Lombardia: “Quando penso a tutte le cose belle che mi restano da ammirare, mi convinco di dovere vivere ancora a lungo”. Comprensibile. Ma il tempo non è elastico: sprecarlo, dopo mesi di lockdown, non sarebbe saggio. E allora, niente di meglio di un’estate che sembra intercettare la di usa voglia di viaggiare dopo lo tsunami-Covid. Senza nemmeno andare lontano. Perché la Lombardia ha davvero tutto per piacere: agli appassionati turismo lento in cerca di grandi spazi e silenzi terapeutici all’ombra delle Alpi; ai paladini delle due ruote convinti che pedalare aiuti a guardare il mondo in una prospettiva migliore; ai turisti più esigenti e social che amano cercare il loro “Graal” nelle città d’arte, nei borghi storici o nelle vigne attrezzata per i pic-nic, emblema di una terra che vanta un patrimonio enogastronomico di prim’ordine. Certo, con le accortezze di questa fase di ripresa: il rispetto del distanziamento di 1 metro, l’attenzione ad evitare assembramenti, la dotazione di mascherine, il buon senso di frequentare locali pubblici e ristoranti senza frenesia. Il resto? Pura vacanza. E se tra Valtellina e Po non c’è il mare, ci sono i grandi laghi a garantire l’imprinting balneare della Lombardia. Da non credere. A bordo di un traghetto partito da Iseo, Bellagio, Luino o Salò, pare davvero di prendere il largo.
www.in-lombardia.it


di Paolo Galliani

A chi li frequenta, hanno la sorprendente capacità di presentarsi come dei piccoli mari interni dove dedicarsi ai piaceri balneari e dove, addirittura, prendere il largo, a dispetto della loro relativa dimensione. E etto strano. L’aveva colto anche la scrittrice francese George Sand che in una lettera ad un’amica, durante un soggiorno sul Sebino, scrisse “… Vieni, ho trovato un posto meraviglioso per vivere”. Come dire: non c’è nulla di dozzinale sui laghi lombardi. Non sul Maggiore amato da Piero Chiara e Vittorio Sereni. Non sul lago di Como che pare un iordo norvegese, ovviamente con un meteo più gradevole. Non su quello di Iseo che fa da collante tra le vigne della Franciacorta e i rilievi della Valcamonica. E tantomeno sul Garda celebrato da D’Annunzio e salutato con enfasi dall’inglese David Herbert Lawrence: “Bello come un paradiso, come la creazione del mondo”. Se è per quello, taglia a parte, non sono da meno gli altri bacini lacustri: quelli di Varese, Monate, Comabbio e quelli di Alserio, Segrino, Pusiano e Annone, la porzione italiana del Ceresio, e Idro, il più piccolo dei grandi laghi lombardi e il più grande dei piccoli. Certo, al loro fascino contribuisce anche la presenza delle eleganti dimore che i potenti e le star di ieri e di oggi hanno voluto innalzare sulle loro sponde. E tanto meglio per chi, nella bella stagione, può ammirare vere delizie come le ville Carlotta e Balbianello sul Lario, Villa Hissi sul Maggiore o il Vittoriale a Gardone Riviera. Ma c’è anche tanto altro per fare di un soggiorno lacustre in Lombardia, una vacanza speciale. Ci sono le spiagge, attrezzate per accogliere un pubblico contenuto e a acciate su laghi dove l’acqua è pulita e invitante. Ci sono gli imbarcaderi con l’animato via-vai fra chi arriva e chi parte. E ci sono le mini-crociere che in un amen portano ovunque, anche su isole che si trovano a pochi minuti dalla riva ma, quando le raggiungi, sembrano dei “mondi a parte”: la minuscola Comacina di fronte a Ossuccio (Como), l’Isola di Garda di fronte a San Felice di Benaco e la voluminosa Montisola, con la sua forma da panettone, una corona di piccoli borghi e una comunità orgogliosa della propria insularità, come aveva apprezzato il geniale Christo quando, anni fa, progettò di collegarla alla terraferma con l’indimenticabile passerella “The Floating Piers”. Alla ricerca di un luogo ideale dove percepire la magia del mondo lacustre, si inisce per raggiungere Punta Spartivento, a Bellagio, dove il lago di Como si divide in due rami. Uno spettacolo, peraltro gratuito. Il grande Franz Liszt l’aveva intuito. Dopo un viaggio sui laghi lombardi, aveva a idato a carta e penna uno dei suoi aforismi migliori: “Quando scrivete una storia felice, ambientatela sulle rive di un lago”.

TOP 5 DELLA LOMBARDIA

1
A TUTTO SPORT

Il 30 agosto, sul lago d’Iseo, tradizionale “Traversata”, gara a nuoto di 3 km tra Predore, sponda bergamasca, e Iseo, sulla sponda bresciana.

2
IN SPIAGGIA

Tra le spiagge più gettonate del Garda, quelle di Desenzano (la Feltrinelli), di Lonato (Lido), di Manerba (la Romantica), di Salò (Barbarano) e di Tignale (Pra Dela Fam).

3
L’ARTE

Poco lontano da Laveno, imperdibile l’eremo di Santa Caterina del Sasso, abbarbicato su uno strapiombo roccioso a picco sul lago Maggiore.

4
A TAVOLA

Sul lago d’Idro, tra i piatti tradizionali, i “Malfatti”, grossi gnocchi abbinati al formaggio Bagoss prodotto nella vicina Bagolino

5
IL PANORAMA

La vista panoramica più spettacolare sul lago di Como? Dal belvedere della Signignola, sponda comasca. Nel Lecchese, dal castello di Vezio.


LOMBARDIA ETICHETTE E CANTINE

Tre bottiglie da primato per le aree geografiche emblematiche della regione Oltrepò, Valtellina e Franciacorta
A queste se ne aggiunge una quarta ovvero la riva bresciana del Garda, quella di Salò e di Gardone che per quanto poco estesa regala vere e proprie chicche

a cura di
Paolo Galliani

LE PRUDENZE
Alberto Marsetti

Espressione di un piccolo vitigno omonimo che si estende alle porte di Sondrio ad un’altitudine media di 550 metri slm, è un vino vellutato, tannico e allo stesso tempo equilibrato ed elegante. Ha un colore rosso rubino dai rilessi tendenti al granato, con profumo di marasca, prugna tabacco e sottobosco ed è consigliato in abbinamento con piatti sostanziosi della cucina italiana: arrosti, selvaggina, pollame nobile e formaggi duri. Produzione limitata dell’edizione 2015: 7200 bottiglie. Una vera chicca.

2015
Valtellina Superiore DOCG
Nebbiolo
21-24 euro

MARIA NOVELLA
Conte Vistarino

Rosato che celebra la secondogenita di Ottavia Giorgi di Vistarino, rende omaggio alla versatilità del Pinot Nero (100%), varietà iconica dell’Oltrepò Pavese, che qui riesce ad esprimere una sorprendente leggerezza aggiunta alla piacevolezza di sorso. Nel bicchiere si presenta con un’esplosione di delicata freschezza sulle note di melograno e frutta gialla. La sua spiccata acidità e il suo moderato tenore alcolico (12°) lo rendono un vino molto primaverile. Ideale per aperitivi, può essere abbinato a piatti di pesce e salumi

2019
Oltrepò Pavese Pinot Nero DOC
9,50 euro

PAROSÉ
Mosnel

Anima rosa del Pinot Nero (70%) illuminato dalla inezza dello Chardonay (30%), è un autentico fuoriclasse della Franciacorta e della tenuta dei fratelli Emanuela e Giulio Barzanò a Camignone nel Bresciano. Millesimato elegante e fresco, ha un colore ramato dalla brillante sfumatura madreperla e un proilo aromatico con note loreali di rosa canina e peonie. Al palato, la freschezza è evidente e la vinosità del centro bocca è bilanciata dalle note di pasticceria secca alle mandorle con un tocco di erbe aromatiche.

2015
Rosé Pas Dosé Millesimato
Franciacorta DOCG
42,50 euro

LUGANA BIO
La Perla Del Garda

È il vino iconico dell’azienda “Perla del Garda”di Giovanna Prandini. Colore giallo paglierino, bouquet aromatico con note balsamiche che ricordano la menta, la salvia, le erbe aromatiche e aromi delicati di iori di campo. Grazie alla sua anima minerale, in bocca nell’assaggio si rivela fresco, complesso e persistente. Abbinamenti ideali con gli antipasti e i secondi a base di crostacei e pesce di mare. Il top proposto dallo chef Massimo Fezzardi dell’Esplanade di Desenzano: la panzanella di crostacei tiepida con insalatine profumate alla menta.

2019
Trebbiano di Lugana (Turbiana)
13 euro


TRE ISOLE TUTTE DA BERE

di Riccardo Cotarella
presidente Assoenologi
e Union Internationale
des Oenologues

Nell’Oltrepò Pavese, in Franciacorta e in Valtellina si producono vini che in comune hanno solo l’alta qualità

In Lombardia, primo polo industriale d’Italia, anche il vino gode di una lunga e qualiicata presenza. Basti pensare che si contano ben tre aree enologiche, con ventidue Doc e cinque Docg, che non solo restituiscono alla regione la sua originaria matrice contadina, ma ne fanno una delle più interessanti realtà nel mondo del vino. Come provano l’Oltrepò Pavese, la Franciacorta, la Valtellina, ino alla riva bresciana del Garda. Ma è la conformazione stessa della Lombardia a favorire l’indipendenza di queste isole. E cominciamo dall’Oltrepò Pavese, che occupa la fascia collinare a sud del Po, un vasto triangolo, che si spinge per una cinquantina di chilometri in Liguria, Piemonte ed Emilia, o meglio verso Genova, Alessandria e Piacenza. Qui il Ticino ha ormai mescolato le sue acque col Po e le colline intorno sono uno straordinario trionfo di vigneti. Patria da sempre di vini beverini e vivaci (si pensi alla Bonarda), che hanno alimentato per secoli un lorido mercato anche al di là della regione, oggi sta emergendo come uno dei territori più vocati al mondo per la produzione di Pinot Nero di qualità. Altro vitigno di larga di usione è il Riesling, che privilegia climi asciutti e terreni collinari. Alimenta varie tipologie – frizzante, spumante, superiore e riserva – e vanta antiche origini. Tra i bianchi non va trascurato il Cortese, il più “tranquillo” e popolare dei vini dell’Oltrepò, quantomai versatile e a tutto pasto. La Valtellina “fa vini potenti ed assai”, ha scritto Leonardo da Vinci. E il giudizio è ancora attuale. La Valle è quella dell’Adda, a nord del lago di Como, e corre stretta per centoventi chilometri in un ambiente carico di storia, con paesaggi e strutture tipicamente alpine. Una sorta di budello, dove i monti sono schierati sui due versanti. Quei monti dai quali la fatica dell’uomo ha ricavato, nei secoli, una serie di terrazzamenti, a loro volta delimitati da una precisa geometria di muretti a secco. I quali si estendono per oltre 2500 chilometri e rappresentano un impianto singolare nel suo genere, che l’Unesco intende tutelare.Qui nasce lo Sfursat, uno di quei vini che fanno la storia della nostra enologia. Il nome è legato alla forzatura cui viene sottoposta l’uva Chiavennasca (il Nebbiolo della Valtellina), fatta appassire a lungo prima della pigiatura per concentrare al massimo il quoziente zuccherino. I terreni vitati superano gli ottanta ettari, purtroppo divisi fra oltre duemila produttori, e questo prova quanto povera e frammentata fosse in passato l’economia della Valle. Di qui il Consorzio di Tutela, nato allo scopo di garantire un unico standard di qualità, al quale si è aggiunta la Cooperativa Viticoltori, con un rigoroso codice di comportamento per la gestione dei vigneti. C’è da chiedersi se sia l’uva o la fede l’icona della Valtellina. E se l’occhio sia più attratto dalla scenogra ia dei muretti a secco, o dalla selva di campanili, chiese, edicole votive, croci, a reschi sacri, sparsi a piene mani in tutta la Valle. Sono le due facce di un paesaggio che non ha confronti. L’areale più vocato è quello del Sassella, Grumello, Inferno e Valgella. Il vino in Franciacorta ha origini remote. La geogra- ia dei luoghi è tutta raccolta in un suggestivo quadrilatero – dal lago a Ospitaletto, dalla riva dell’Oglio a Navezze – ed è terra da sempre vocata a vitigni di qualità, da cui la sapienza dell’uomo ha ricavato grandi vini. Il territorio si è costruito una sua identità per la produzione di quei vini Metodo Classico, che hanno alimentato il lorido mercato del Franciacorta Docg. Le Cantine del territorio hanno colto con anticipo, nei primi anni Ottanta, i nuovi orientamenti del gusto in fatto di vini. L’uvaggio del Franciacorta è lo stesso di quello dello Champagne. Vale a dire Chardonnay e Pinot Noir, con la sola sostituzione del Pinot Meunier con il Pinot Bianco. Per il resto, rigorosa rifermentazione in bottiglia, unico metodo consentito per la presa di spuma.


Il bicchiere allo specchio

Come nasce una bottiglia di Franciacorta

Ma come nasce un Franciacorta? Cominciamo dalla pigiatura delle uve, per la quale viene spesso utilizzato lo storico torchio verticale Marmonier, che più di qualche cantina ha provveduto a farsi costruire da esperti artigiani. Chi fa spumante, sa bene quanto sia utile questo attrezzo. La sua pressa agisce in misura molto soft sulle uve, senza frantumarne le bucce e riducendo i tempi di delusso del mosto. Questo grazie all’ampiezza del cosiddetto vaso e al suo modesto spessore. I passaggi successivi obbediscono a un preciso codice, aperto ad ogni possibile variazione suggerita dall’esperienza e dalla bravura dell’enologo. Le tre uve vanno tenute separate, sia nella fase di spremitura che in quella della prima fermentazione, a temperatura controllata. Solo dopo si procede all’uvaggio, in cui il rapporto fra i mosti è legato alle diverse cuvée che si vogliono ottenere. Grazie alla “liqueur de tirage” (zucchero di canna, intorno ai ventidue grammi per litro, misto a lieviti, che si trasformano in alcol e anidride carbonica), ha inizio a questo punto la seconda fermentazione – che avviene nelle singole bottiglie, chiuse con tappo metallico a corona – e che è destinata a dar vita al classico “perlage”. La fedeltà al metodo francese è tutta qui, nella seconda fermentazione in bottiglia. La quale dà l’avvio ad una serie d’interventi sia manuali che automatizzati, sempre nel rispetto di tipicità e qualità. A cominciare dalla posizione dei vetri, che vengono capovolti e sistemati nei fori di quei grossi cavalletti che i francesi chiamano “pupitres”, proprio per la loro inclinazione a leggio. Poi, giorno dopo giorno, le bottiglie vengono ruotate in senso orario (“remoige”), con piccoli scuotimenti e un progressivo aumento dell’inclinazione. Lo scopo è quello di far deluire i sedimenti verso il tappo. A questo punto, non resta che ghiacciare il collo della bottiglia per bloccare le impurità sotto il tappo, che sarà espulso dalla pressione, appena la bottiglia sarà aperta (“degorgement”). Siamo agli ultimi passaggi. Prima l’aggiunta della cosiddetta “liqueur de dosage”, poi il tipico sughero a fungo con relativa gabbietta e inine l’etichettatura. Seguono almeno tre mesi di a inamento per consentire alla liqueur di fondersi perfettamente con il Franciacorta. Qual è allora la di erenza col Metodo Charmat? L’uvaggio con i lieviti fermenta in autoclave. E così anche la seconda fase di fermentazione, che va dai trenta agli ottanta giorni. Poi, l’imbottigliamento.