Verso Est, alla scoperta dello spicchio meridionale dell’isola

Correva l’anno 1787 quando Johann Wolfgang von Goethe scrisse che «senza vedere la Sicilia non si può capire l’Italia». Eppure anche lui si era perso qualcosa perché il poeta tagliò tutta la fascia sud-orientale, da Catania in giù e oggi più che mai forse estenderebbe il suo itinerario perché proprio a Est le bellezze sono tante, concrete, materiali e tangibili

di Giorgio Caccamo

«L’Italia senza la Sicilia, non lascia nello spirito immagine alcuna. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto». L’anno è il 1787, quando l’Italia non c’era ancora, ma la Sicilia era già lì da millenni. Lo spirito elevato di Johann Wolfgang von Goethe capì che «senza vedere la Sicilia non si può capire l’Italia». Eppure anche lui si era perso qualcosa. Senza vedere tutta la Sicilia non si può capire la Sicilia intera: Goethe tagliò invece tutta la fascia sud-orientale, da Catania in giù. E oggi più che mai forse cambierebbe il suo itinerario di allora. Nello spicchio meridionale del triangolo siciliano − anzi siculo, perché proprio a est stava questo illuminato popolo pre greco − le bellezze sono tante. Concrete, materiali, tangibili. Ma anche bellezze dell’anima e dello spirito, ilosoiche, letterarie. È il caparbio Val di Noto, risorto dopo una calamità e che oggi può forse suggerirci come rialzarsi con umiltà e cambiare passo. Da qui, terra maschile singolare in quel paradiso femminile plurale che sono “le” Sicilie, arriva l’invito al viaggio in un paese che ci somiglia. Noto appunto, Ragusa Ibla, Modica, Scicli, Palazzolo Acreide, Catania stessa, Caltagirone, Militello. Dalle pendici dei monti Iblei alla severa eppure confortante autorità dell’Etna, dalle campagne sempre tinte, anche negli autunni più freddi, del verde del carrubo e dell’olivo alle viti e i pascoli e le eccellenze di una enogastronomia unica fra terra e mare. Otto città tardo-barocche, come recita anche l’Unesco che nel 2002 volle riconoscere il genio esuberante che seppe ri-creare questo territorio. Un viaggio che però guarda anche a quel che c’è stato prima del terremoto del 1693, oltre che all’oggi e al domani già presente. Con qualche incursione/escursione altrove, come le meraviglie archeologiche da Piazza Armerina a Siracusa. Goethe sapeva che la Sicilia ha sempre lasciato tante immagini nello spirito. E continuerà a lasciarle. Sempre.


UN CONSIGLIO

A Modica non mancate di assaggiare il cioccolato l’unico in tutta Europa che vanta l’Igp

di Giorgio Caccamo

Un crocevia di popoli, storie, miti, culture, lingue e colori che ha lasciato così tante tracce che raccontarle tutte è un’impresa. E allora scegliamo solo una parte di questo mondo unico e variopinto che Gesualdo Bufalino, che qui nacque e morì, rappresentò come «la luce e il lutto», contraddizione continua e per questo stimolante. Palermo è molto lontana da qui, Catania è un lembo estremo, il “continente” è un miraggio: a tratti è davvero più familiare l’altro continente, quello africano solo un poco più a sud…
Sembra un lembo piccolo di Sicilia ma è uno dei tratti più ricchi e densi di storia e di racconti. Si chiama Val di Noto, dove “Val” non vuol dire valle, ma “vallo”, maschile, termine di derivazione araba che denomina una divisione amministrativa. Quello di Noto, dall’XI secolo al 1812, è stato uno dei tre valli siciliani, con Mazara a ovest e il Val Demone a Nord. Coordinate geograiche e storiche che aiutano a districarsi in un itinerario che, ormai è chiaro, non è solo isico. Con un’avvertenza: il mare c’è, certo, è pur sempre l’isola più grande del Mediterraneo, ma è solo un appetitoso contorno in un menù che attinge più dalla terra che dalla sabbia. Non solo in senso igurato, peraltro, vista la ricchezza enogastronomica e agricola.
Proprio dal punto di questo spicchio più lontano dal mare vale la pena partire. Piazza Armerina e Morgantina stanno lì, in mezzo alla Sicilia, su antiche strade che conducevano a Siracusa, e qui iorirono le civiltà sicule, ellenistiche e romane, fra mosaici con ragazze in bikini, statue di divinità femminili e città adagiate su altipiani con vista sull’onnipresente Etna. Anche queste terre da Unesco. Da qui l’itinerario porta appunto a Siracusa, la metropoli, porta sullo Ionio e su quello scambio di idee e cultura che ha fatto grande questa Sicilia. Il teatro, i templi, Ortigia. Archimede, il papiro, le ninfe. La luce e santa Lucia.
E questo è il “prima”, la Sicilia sud-orientale prima del 9 gennaio 1693. Poi arrivò il terremoto, la maledizione benedetta, che ha forzatamente ridisegnato un intero territorio e l’identità di almeno tre province. Catania è un unicum: il barocco di pietra lavica. Noto, la capitale, con la sua cattedrale risorta ancora una volta in tempi più recenti, i palazzi con mascheroni grotteschi, le strade di basalto, e l’iniorata che celebra la primavera barocca. Caltagirone con le ceramiche, Palazzolo e Militello con la classica piazza siciliana e la chiesa madre. Ragusa Ibla, il gioiello sul cocuzzolo, con stradine e piazze ardite in salita, la cupola di vetrate blu e il duomo di san Giorgio. Lo stesso santo, peraltro, che si vede intitolato il duomo di Modica (anzi, “un” duomo: la disputa con san Pietro, altro titolare di chiesa barocca scenograica, è siculamente ininita) con la sua scalinata da 164 gradini a forma di chiave antica. Lì vicino la casa natale di un premio Nobel, Salvatore Quasimodo. E il cioccolato, l’unico in Europa con l’Igp. E poi le altre chiese e i palazzi, così come a Scicli, con la via Mormino Penna che una seconda vita ha ottenuto grazie alla trasposizione televisiva delle storie del Commissario Montalbano. Poi il castello di Donnafugata, i borghi di pescatori, la cultura dei campi e della pesca ino a Marzamemi e Vendicari. Per inire con un tu o a sud di Tunisi.

TOP 5 DELLA SICILIA

1
CASA QUASIMODO

Nella terra dei due premi Nobel (l’altro è Pirandello ad Agrigento), merita una visita la casa natale di Salvatore Quasimodo, nel centro storico di Modica. Si possono ammirare i suoi disegni originali, “ermetici”

2
MERAVIGLIOSA
MARZAMEMI

Il borgo marinaro dove sorgeva una delle tonnare più importanti della Sicilia è oggi una delle mete top del turismo nel Val di Noto − e set per cinema e tv. Suggestiva l’isoletta Brancati con la casa rossa

3
CAVAGRANDE DEL CASSIBILE

Un’area naturale protetta di 2.700 ettari lungo il corso del iume Cassibile che nei millenni ha scavato gole e canyon ino a 500 metri di profondità, con cascate e laghetti.

4
L’ASINO
RAGUSANO

Razza autoctona tutelata anche da Slow Food per il suo preziosissimo latte. Ma è anche uno dei migliori amici dell’uomo: nella pet therapy è uno tra gli animali più indicati per aiutare i bambini a etti da autismo, con progetti adeguati

5
LE SPIAGGE
DA SOGNO

In un tratto relativamente piccolo della costa siciliana, nel sud-est si concentrano ben tre delle sette Bandiere blu dell’isola: Pozzallo, Marina di Ragusa e Ispica. Spiagge ampie, sabbia inissima, acqua limpida, per momenti indimenticabili nella natura


UN’IMPRONTA MILLENARIA
TRA STORIA E MITO

Le testimonianze riguardano epoche anche tra loro lontane e spaziano dalle antiche città dei Siculi al teatro di Siracusa, dalle necropoli millenarie alle ville romane

di Giorgio Caccamo

Qui è «dove pasce il gregge del sole», come diceva Omero. Storia e mito si confondono in Sicilia, e le meraviglie archeologiche di mille epoche stanno lì a testimoniarlo. Dai templi greci di Agrigento e Selinunte al teatro di Siracusa, dalle necropoli millenarie alle ville romane: non c’è epoca antica che non abbia lasciato la sua impronta sul territorio e sull’identità dell’isola. E la Sicilia orientale è la terra dei Siculi, popolo autoctono e avanzato che i greci trovarono già qui quando arrivarono nel 756 avanti Cristo. In un ideale itinerario archeologico in quest’area della Sicilia, non si può che partire da Morgantina, città fondata forse da proto-siculi nel X secolo a.C. e poi conquistata dai greci che trasformarono gli antichi culti della Dea Madre nelle loro divinità Demetra e Persefone. Culti tutti femminili, matriarcali, legati alla terra e ai cicli delle stagioni e dell’agricoltura: culti siciliani, appunto. Il simbolo è lei: 2 metri e 24 di veste panneggiata in tufo e testa di marmo, scolpita da un discepolo del grande Fidia, fascino e mistero della Dea di Morgantina. Tornata da pochi anni a casa, al museo archeologico di Aidone, insieme al Tesoro rubato negli anni Ottanta e inito nei musei americani. Morgantina, distrutta poi dai siculi di Ducezio e riscoperta solo nel 1955, ha ancora molto da raccontare, mentre la vicina villa romana del Casale di Piazza Armerina di segreti ne ha ormai svelati in abbondanza. Come abbondanti sono i suoi ricchi e unici mosaici. Già solo quello con le celebri ragazze in bikini vale il viaggio, verso un passato che già allora guardava al futuro.
L’altra capitale sicula è Pantalica, vicino Siracusa, identiicata come l’antica Hybla, regno siculo che si estendeva qui dal XIII all’VIII secolo a.c. Cinque secoli di storia e natura, con decine di necropoli, 5mila tombe, grotte, tutto immerso nella macchia mediterranea. Un percorso archeologico ma anche naturalistico. Nel 2005 l’Unesco ha deciso di premiare questo sito insieme alla città di Siracusa come patrimonio dell’Umanità, in un ideale viaggio attraverso il tempo dalla preistoria al barocco. E dunque si arriva a Siracusa, la metropoli di questo lembo di Sicilia, una città dove si respira storia, cultura, scienza, arte. L’area archeologica trova nel teatro, secondo solo a quello di Epidauro, il suo clou. L’acustica, ancora adesso, è eccezionale. Il fascino pure.


OLTRE PIAZZA ARMERINA

Nella Villa del Tellaro

La villa romana del Casale a Piazza Armerina, certo. I mosaici, le belve esotiche, le ragazze in bikini. Un complesso immenso e conosciuto in tutto il mondo. Patrimonio Unesco, insieme all’area archeologica di Morgantina. Ma nella Sicilia sud-orientale ci sono altri piccoli gioielli che raccontano la stessa storia. Scoperta casualmente nel 1971 e resa fruibile al pubblico solo nel 2008, la villa del Tellaro, in territorio di Noto, presenta mosaici con motivi geometrici, scene di caccia ma anche un pannello ispirato a miti greci come il riscatto del corpo di Ettore. Tutti realizzati da maestranze africane nella seconda metà del IV secolo dopo Cristo.


TRA MODICA E ISPICA

Le necropoli nell’antico canyon

Tredici chilometri di “cava”, cioè di vallata che incide l’altopiano tra Modica e Ispica, un canyon coperto di macchia mediterranea e costellato di necropoli preistoriche, catacombe cristiane, chiese rupestri, abitazioni: una cava viva ininterrottamente dall’età del Bronzo al XIV secolo. Cava d’Ispica è un sito archeologico di uso che racconta uno dei maggiori insediamenti rupestri di tutta la Sicilia. Uno dei siti più importanti è la catacomba Larderia, una delle più grandi dell’isola, dopo quella di San Giovanni a Siracusa, con centinaia di loculi e una suggestiva tomba a baldacchino.


L’ETNA E GLI ALTRI

Una terra di fuoco

Dallo zolfo delle miniere dell’ovest ai vulcani dell’est, tutta la Sicilia è una terra di fuoco. E proprio nella Sicilia orientale la concentrazione è… esplosiva. Etna, Stromboli, Vulcano, le distese di rocce nere dove prima erano le colate laviche, ma anche una serie di vulcani estinti, sotterranei o sottomarini che hanno segnato il territorio del sud-est. Sugli Iblei si staglia monte Lauro con le sue rocce grigie. Ma, naturalmente, il clou è l’Etna, il Mongibello, oltre 3mila metri per il vulcano attivo più grande d’Europa, un gigante patrimonio di tutta l’Umanità. E anche luogo di storia e di mito. Polifemo stava proprio lì e da lì scagliò in mare i massi contro Ulisse e i suoi. Quei massi sono i faraglioni di Acitrezza.


SIRACUSA

Qui cresce il papiro

Siracusa è uno dei patrimoni Unesco più singolari: insieme alla necropoli di Pantalica, è stata riconosciuta così meritevole per la sua lunghissima stratficazione, dalla preistoria all’età greca, da Ortigia al barocco. Ma un altro primato è materiale, anzi materico. Siracusa è infatti l’unico luogo al mondo, al di fuori del bacino del Nilo, dove cresce spontaneamente e rigoglioso il papiro, lungo le sponde iume Ciane e nella Fonte Aretusa. Qui artigiani-artisti lavorano ancora la pianta per ricavarne la carta che ha segnato la storia del Mediterraneo. E dunque dell’umanità.


SCINTILLANTI CAPITALI DEL BAROCCO

Noto, Ragusa Ibla, Modica, Scicli, Palazzolo Acreide, Caltagirone, Catania e Militello sono le otto città simbolo di uno stile

Gagliardi, Vaccarini, Vermexio. Palazzotto, Battaglia, Ittar. Se oggi vale la pena scoprire una Sicilia diversa, quella del sud-est, è grazie a questi nomi, meno noti dei Bernini o Borromini, ma arteici dell’ultima ioritura barocca d’Europa dopo il 1693, in forme che però ben si integrano con quel poco che era rimasto, come il gotico spagnoleggiante del portale di San Giorgio a Ibla o il De Leva a Modica. Rosario Gagliardi, per esempio, cominciò come scalpellino e inì per plasmare le nuove Noto, Ragusa Ibla e Modica. Queste e altre cinque città tardo-barocche (Scicli, Palazzolo Acreide, Caltagirone, Catania, Militello) dal 2002 sono patrimonio Unesco, un riconoscimento che ha contribuito a far riscoprire questo territorio, soprattutto nell’area che una volta era la Contea di Modica, il “regnum in regno”.
È un unicum, questo barocco. Le chiese svettano scenograiche, si alzano al cielo per innalzare preghiere di perdono e suppliche dopo il cataclisma. Ma è nelle architetture civili che gli artisti celebrano la rinascita. Ogni palazzo è un tripudio di mascheroni, igure grottesche che tra sberle i e smorie sembrano quasi prendersi gioco della morte di qualche anno prima. E dunque si parte da Noto, la capitale barocca, con la cattedrale, palazzo Ducezio, palazzo Nicolaci che a primavera si a accia sull’iniorata. Poi Ibla: «Bisogna essere intelligenti per venire qui, una certa qualità d’animo, il gusto per i tui silenziosi e ardenti, i vicoli ciechi, le giravolte inutili, le persiane sigillate su uno sguardo nero che spia», scrisse Gesualdo Bufalino. Tui, vicoli, inestre a acciati su palazzi e chiese scenograiche come il duomo di San Giorgio e la sua cupola con le vetrate blu che splendono anche nei cieli notturni. A meno di dieci chilometri c’è l’eterna rivale di Ragusa, Modica, che oltre al terremoto del 1693 ha dovuto superare anche l’alluvione del 1902, dopo la quale ha preso anche forme liberty, così ben integrate con i palazzi barocchi e le chiese modellate sui costoni rocciosi: San Giorgio, la scalinata e gli orti, San Pietro e le statue degli apostoli come “uomini di scorta” sul salotto buono di corso Umberto. Poco più in là c’è Scicli e la via Mormino Penna, gioiello urbano su cui passeggia anche il commissario Montalbano della tv. Inine le chiese di Palazzolo e Militello, con le loro piazze tipicamente siciliane; Caltagirone dove barocco e ceramiche colorate creano un mix giocoso; Catania, all’estremo nord di questo itinerario, dove si fondono cielo terra e mare. E dove persino il nero è scintillante di luce.

Giorgio Caccamo


DA SIRACUSA A RAGUSA

All’avventura

Da Siracusa a Ragusa su treni storici, con locomotive diesel d’epoca e carrozze anni Trenta, lungo una linea che attraversa i gioielli barocchi del Val di Noto e i paesaggi degli Iblei. In particolare il tragitto tra Modica e Ragusa è un’opera ingegneristica straordinaria. Per ovviare ai dislivelli dell’altopiano e i passaggi da un canyon all’altro, la ferrovia si snoda tra gallerie, viadotti e percorsi arditi. Ispirandosi ai tornanti della ferrovia svizzera del Gottardo, i progettisti di ine Ottocento optarono per gallerie elicoidali e stazioni in curva. Elicoidali quasi come colonne barocche.


MURETTI A SECCO

La geometria è anche geografia

Geograia e geometria si mescolano. In tutta la Sicilia, e soprattutto in quella orientale, le campagne sono punteggiate da un capolavoro dell’ingegno umano, i muretti a secco. Che infatti l’Unesco ha iscritto nella lista del patrimonio immateriale del’Umanità, per tutto il bacino del Mediterraneo. Un’opera solo apparentemente semplice, pietre e basta. Ma in realtà un espediente geniale per delimitare campi e proprietà e creare al tempo stesso paesaggi. A tal punto che, come ha commentato lo storico e critico d’arte Paolo Nifosì, sembrano progettati da un demiurgo, un signore dell’universo. Con le mani sapienti di un contadino.


ECCELLENZE

Vocazione tropicale

Nella terra dell’arancia di Sicilia, del limone Igp di Siracusa, il femminello, e ancora della mandorla di Avola, dei ichi d’India, dei presidi Slow Food del sesamo rosso di Ispica e della fava cottoia, della vacca modicana, anche l’agricoltura è in continua evoluzione. Grazie al clima unico dell’entroterra e all’intraprendenza di giovani imprenditori agricoli, questo lembo di Sicilia ha scoperto una vocazione “tropicale”: qui si coltivano e crescono eccellenti avocado, mango, litchi e altri frutti esotici. A conferma, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che l’isola è davvero al centro del mondo.


MODICA

Cioccolata senza eguali

Due soli ingredienti per una ricetta vecchia cinque secoli: pasta di cacao amara e zucchero, lavorazione a freddo. E poi le spezie, dai grandi classici (vaniglia, cannella, peperoncino) alle più intriganti versioni dei maestri modicani, come gelsomino, bergamotto o noce moscata. È il cioccolato di Modica, l’unico in Europa a potersi fregiare del marchio Igp. E con il cioccolato, a Modica, si fanno anche dolci unici, come gli ‘mpanatigghi, biscotti ripieni appunto di cioccolato e… carne di manzo. Si dice che le suore li dessero ai pellegrini per ristorarsi. Ma anche che fosse un modo per mangiare di nascosto la carne durante la Quaresima.


SULLE PENDICI DEL VULCANO

Le coltivazioni si sviluppano in gran parte tra i 350 e i mille metri ma l’esposizione è più decisiva di quanto non sia l’altezza

di Riccardo Cotarella
presidente Assoenologi
e Union Internationale
des Oenologues

Con l’arrivo dei coloni greci e la fondazione della città di Naxos ai piedi dell’Etna, costruita per opera dei Calcidesi, la Sicilia entra nella Grande Storia (VIII sec. a.C.) del Mediterraneo. Il grappolo d’uva come e ige nella sua moneta, testimonia il ruolo che la vite aveva per quel popolo. Il grande sviluppo della viticoltura etnea si ebbe alla ine dell’Ottocento, con l’arrivo della illossera, chedistrusse tutta la viticoltura francese ma salvò quella attorno al vulcano, che alimentò dallo scalo di Riposto, un intenso commercio del vino verso i mercati d’Oltralpe. L’Etna è uno dei vulcani più attivi della Placca Euroasiatica, che con i suoi 3.350 metri s.l.m. si staglia sulla piana catanese. Le sue origini sono relativamente recenti, risalgono infatti al Pleistocene medio, circa 500mila anni fa. La vite è presente sulle sue laviche pendici, in un semicerchio che corre da nord verso est e vira verso sud. Si allevano vitigni a bacca nera, come il Nerello Cappuccio, il Nerello Mascalese e a bacca bianca come il Carricante e la Minnella bianca, cultivar che danno vita alla Denominazione l’Etna DOC , circa mille ettari di superice vitata, la prima a ottenere la Denominazione d’Origine Controllata in Sicilia. Si presenta nelle tipologie Etna DOC Bianco anche Superiore, Etna DOC Rosso anche Riserva, Etna DOC Rosato ed Etna DOC Spumante.
L’areale di produzione si caratterizza per suoli vulcanici molto drenanti e ricchi di minerali, costituiti da prodotti e usivi recenti, di varia natura, prevalentamente da rocce compatte di natura basaltica e da accumuli di piroclasti come la pomice, la pozzolana, le ceneri e altre. Una particolare argilla che presenta notevoli capacità di accumulo di acqua, denominata allofana, consente alla vite di superare lunghi periodi di siccità estiva. Sono però le caratteristiche climatiche, determinate dall’altitudine e dall’esposizione dei diversi versanti a condizionare in modo sostanziale le caratteristiche delle uve. Infatti i vigneti si sviluppano in gran parte fra i 350 e i mille metri subendo notevoli escursioni termiche fra il giorno e la notte. Precipitazioni e temperature di erenziano il territorio in sottozone precoci, medie e tardive e l’esposizione in questo, conta più della quota. La sottozona precoce che rappresenta l’areale posto a nord-est del vulcano, presenta le condizioni climatiche più favorevoli per la produzione di vini dalle gradazioni alcoliche più elevate, la maggiore intensità colorante e di sentori loreali al naso. La grande eleganza e la fragranza delle note fruttate sono superiori invece nella zona a maturità tardiva, l’equilibrio gustativo è più percepibile nella fascia intermedia che dona vini decisamente più armonici. Le vigne si trovano su piccoli appezzamenti sostenuti da muri a secco, costruiti con la pietra lavica, che disegnano il paesaggio con linee e intrecci perimetrali. Accanto al disordine e al caos delle lave, allo scompiglio degli alberelli di vite piantati un tempo senza un ordine preciso, si contrappone la geometria dei muretti e oggi dei ilari rettilinei dei vigneti. È un paesaggio che nasce da una natura austera, ma l’agricoltore –giardiniere ha saputo ingentilirlo, donando armonie di forme.
Le viti spesso sono pre-fillosseriche, franche di piede, allevate ad alberello etneo, di età talvolta superiore agli 80-90 anni. A partire dalla ine degli anni ‘90 l’Etna ha vissuto una vera e propria rinascita ed è uno dei territori italiani del vino che si è sviluppato maggiormente. Sono nate nuove cantine, fondate spesso da giovani imprenditori appassionati, dediti alla ricerca e sempre più attenti alla qualità e alla valorizzazione del territorio, ma anche guidate da investitori e viticoltori stranieri, a ascinati dalla bellezza del paesaggio, dai vigneti terrazzati, dalla magia del vulcano.


I vitigni a confronto

L’Insolia un antico rebus

L’Insolia o Ansonica prima di essere uno dei vitigni più antichi e più largamente indagati dai vari istituti di enologia, è già intrigante per quel suo duplice nome e per la carica di profumi che riesce ad esprimere. Giacomo Tachis, nel porre in evidenza come i vini della Sicilia abbiano toccato punte di altissima qualità, ha esaltato “la bella spalla acida, di ampio spettro olfattivo e gustativo dell’Insolia”. Il percorso segue ora per gran parte la scia della civiltà greca e delle sue testimonianze. Da Selinunte (forse da Selinon, il prezzemolo selvatico assai di uso nella zona), il cui parco archeologico si apre dinanzi a un incomparabile panorama con tre solenni templi greci ed ellenistici; a Sciacca, dove più tipico che mai è l’impianto arabo del centro antico, tra vicoli ciechi e piccole corti. E sempre sulla scia del mondo arabo, ecco Sambuca, e poi Santa Margherita del Belice. E’ questo il territorio dove più estesa è la coabitazione fra i vitigni autoctoni e quelli importati (Chardonnay, Cabernet Sauvignon, Merlot, Syrah). Nomi che suonano bastardi tra le zolle del Nero d’Avola, del Grecanico, dell’Insolia e del Nerello Mascalese. Ma forse in Sicilia non ci sono vigneti più confusi e frammisti di questi. Così il vino continua a fare da contraltare al passato di queste terre. Tre le Doc Sicane, Meni, Sambuca e Santa Margherita del Belice, quasi a specchio di altrettante identità etniche presenti sull’isola: gli Elimi a ovest, i Sicani al centro, i Siculi a oriente.

Alcamo Doc di tutti i colori

Il più rapido approccio con i vini dell’isola non può prescindere da una serie di tappe nelle aree più vocate. Pena una falsa omologazione, che suonerebbe oltraggiosa alla varia natura dei luoghi e alla loro storia. E cominciamo da Alcamo, passando per Castellammare del Golfo. La fortezza araba, la tonnara, il castello di Baida, la Riserva Naturale dello Zingaro, ino al tempio dorico e al teatro di Segesta sono le straordinarie testimonianze del suo passato. Alcamo è la patria di Ciullo o di Cielo, autore di quella “Rosa fresca aulentis(s)ima ch’apari inver’ la state”, da annoverare fra i più felici componimenti della poesia in volgare, di età federiciana. E pare di vederlo il giullare-poeta, mantellina corta, cappello a pizzo, mandola a tracolla, avanzare in questa griglia di vicoli e slarghi, che conserva immutata l’atmosfera di un tempo. L’Alcamo Doc va dal Bianco fresco, lievemente acidulo di moderata gradazione (e questi caratteri ci riportano a quelli dell’Asprinio di Aversa) ai Rossi, anche Riserva e Novello, ino allo Spumante. La base è costituita per la quasi totalità dal vitigno omonimo (85%), ma le modiiche del Disciplinare l’hanno estesa anche alle uve rosse, prima fra tutte a quelle del Nero d’Avola, favorendo così la crescente richiesta del mercato, sempre più orientato verso i Rossi.