La storia di Alessandro, Carla e Sabrina tornati nella loro terra per valorizzarne le eccellenze

di Elisabetta Ferri

Alessandro, Carla e Sabrina sono nati nello stesso paese, Cagli, nell’entroterra della provincia di Pesaro, alle pendici del Monte Catria. A vent’anni se ne sono andati ritenendo che il loro territorio avesse poco da o rirgli: Alessandro Rossi era chef a Milano, Carla Minardi aveva un locale ad Urbino, Sabrina Piermaria era emigrata in Spagna sfruttando la sua laurea in lingue e letterature straniere. La maturità li ha riportati alle loro radici. Insieme hanno deciso di impegnarsi per valorizzare la montagna sulla quale sono cresciuti e, con essa, uno degli elementi più caratteristici, il cavallo del Catria. Così, la scorsa primavera hanno fondato l’associazione “Catria Horse – Trekking & Food” per fa conoscere le eccellenze di queste terre.
Alessandro, che cavalca da quando aveva 7 anni, è iero di ciò che è successo sul monte in estate: “La nostra più grande gioia è stato vedere il sorriso di chi, non solo non aveva mai montato un cavallo, ma in alcuni casi non lo aveva nemmeno mai visto dal vivo. Far vivere a centinaia di persone giornate stupende in sella ai nostri esemplari è stata una soddisfazione”. Il carattere docile della razza aiuta: “La sua carta vincente è la grande dedizione – spiega la guida dell’associazione cagliese -. È un cavallo per la vita: iper-fedele, trasmette sicurezza al cavaliere e anche se viene montato da persone inesperte non causa mai spiacevoli sorprese. Nonostante la taglia importante, è dolcissimo e può portare in sella anche i bambini”. Così persino chi ne aveva soggezione, ha potuto regalarsi momenti emozionanti, cavalcando nelle faggete che circondano il rifugio “Le Cotaline” (raggiungibile anche in cabinovia), il punto di partenza. Piccoli gruppi, non più di 6 persone: “Non abbiamo mai voluto correre rischi, questo è un lavoro che va fatto in sicurezza per aiutarci a raggiungere il nostro scopo: di ondere la cultura del cavallo e dell’entroterra marchigiano, con le sue tipicità e tradizioni”.
Parliamo di una razza autoctona, che nasce nel massiccio del Catria. E’ un cavallo dedito al lavoro in montagna, sia per le sue proprietà mentali che per la sua morfologia. Ma è adatto pure al turismo equestre: un nuovo sviluppo, perchè in queste zone era considerato anche un cavallo da carne: “Invece oggi gli allevatori si prodigano per nuove selezioni, con una linea meno pesante, per un esemplare che possa soddisfare l’ippo-turismo”. Ora la mandria si riposa al pascolo: quest’inverno nasceranno i nuovi puledri, in totale libertà, cibandosi di erbe nutrienti, respirando l’aria di montagna.


TREKKING

In cammino ammirando il mare e i monti

È un classico il trekking che vi porterà sulla cima del Monte Catria, a 1.700 metri, dove svetta la Croce restaurata nel ‘63. La via più breve parte dalla Sella dell’Inilatoio, valico che divide le due vette del Catria e dell’Acuto. È facile riconoscerla: nei pressi si trovano due grossi piloni, ciò che resta di due pale eoliche dismesse. Si sale verso est, passando accanto al Rifugio della Vernosa. Attraversata una recinzione, s’imbocca l’ampio sentiero per la vetta (n.56). Nelle giornate limpide lo sguardo abbraccia un panorama che va dal mare ai Monti Sibillini. Tempo di salita 1,15, dislivello 346 metri.


MONTE CATRIA

In sella sulla cima

La passeggiata più consigliata a cavallo, della durata di un paio d’ore, è in vetta al Monte Catria, dove si riescono a trovare sia la parte pianeggiante, e quindi panoramica, che le faggete: queste permettono sia al cavallo che al cavaliere di non patire troppo le temperature estive, la stagione più indicata per il turismo equestre. Partendo dal rifugio “Le Cotaline” si passa davanti alla chiesetta dedicata a San Pier Damiani, quindi si prosegue ino al Rifugio “La Vernosa”, il più vicino alla vetta (1.503 mt.). Oppure si può cavalcare sui prati di Pian dell’Ortica. Per i cavalieri più esperti si organizzano trekking di un’intera giornata.


IL CAVALLO DEL CATRIA

Una razza autoctona

Le prime notizie sul cavallo del Catria risalgono all’anno 1000: in documenti dell’epoca si attesta che a Fonte Avellana venivano allevati degli equini per essere venduti alle varie signorie locali. La razza, però, ha una storia genetica recente e sulle sue caratteristiche hanno avuto grande inluenza l’impiego di stalloni di razza Maremmana prima e Frances Montagnes poi. Dal ‘98 si è deciso di utilizzare solo riproduttori autoctoni. Il cavallo del Catria è sobrio, robusto e vive bene allo stato brado, adattandosi al pascolo montano. Ha un temperamento equilibrato, con un grado medio di nevrilità. Per il mantello, ammessi il baio, morello e sauro.


L’ITINERARIO

Per pedalare

Un favoloso giro ad anello, nella zona del Catria, per chi ama la bicicletta da corsa parte dal paese di Frontone, dominato dal suo bel castello. Passando per Serra Sant’Abbondio, Isola di Fossara (è consigliata, a questo punto, una tappa all’a ascinante abbazia di Sitria, che si trova a meno di 3 km), Chiaserna (dove potrete comprare il pane più gustoso della provincia), Cantiano e Cagli, tornerete di nuovo Frontone dopo aver percorso 54 chilometri ammirando panorami eccezionali. Servono buone gambe per a rontare queste salite, ma la soddisfazione che proverete sarà impagabile.


TERRA DI UVE E ANTICHI VIGNETI

di Riccardo Cotarella
presidente Assoenologi
e Union Internationale
des Oenologues

Una tradizione antica millenni testimoniata dagli scritti di età romana e caratterizzata da una varietà dovuta all’altitudine ed esposizione al sole

L’origine della viticoltura marchigiana si potrebbe far coincidere con l’arrivo dei primi popoli giunti nel II millennio a.C. attraverso quello che veniva deinito il “ponte adriatico”, il collegamento con le isole della Dalmazia dove erano presenti numerose colonie greche, fondate a partire dal IV sec a.C .seguendo il mito di Antenore. Dopo la seconda Guerra Punica la presenza romana sulla sponda occidentale del mare Adriatico diventa più importante come dimostrano le numerose fattorie dove “si coltivano centinaia di vitigni” come indica Plinio che cita un vino prodotto nella zona di Ancona, il Pretuziano. Anche Apicio, noto gastronomo del tempo ricorda il vino “anconetanum”, prodotto con le uve delle Elvole, vitigni per il colore variabile dei grappoli erano chiamati anche “varianae”.
All’inizio dell’età moderna il botanico e medico marchigiano di papa Sisto V, Andrea Bacci (nato a Sant’Elpidio a Mare nel 1524), si dedica negli ultimi anni della sua vita alla stesura di un trattato monumentale su tutti i vini italiani allora conosciuti , il De naturali vinorum historia pubblicato nel 1596. Riporta, fra le tante cose, che secondo lui “[…] i vini più schietti, bianchi e neri, si producono sui colli verso levante e mezzogiorno di Recanati […]”, quel piccolo borgo medievale dove dal 1500 è presente la famiglia Leopardi, gli antenati del conte Giacomo, uno dei grandi maestri della letteratura italiana, che si dedicavano, come fanno tutt’oggi, alla produzione del vino.
La ricostituzione viticola degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento non consentì quella razionalizzazione degli impianti che era stata auspicata a ine Ottocento: nella regione si continuò a privilegiare la coltivazione promiscua a quella specializzata e venne mantenuto l’uso di piantare diverse varietà frammiste lungo lo stesso ilare, rinviando anche l’adozione di qualche vitigno “migliorativo” di origine extra regionale. Un atteggiamento che ha consentito di conservare una elevata biodiversità varietale antica nelle aziende agricole dove i viticoltori sono stati i custodi di questa variabilità. Merita una particolare considerazione l’areale del Monte Conero, un’eccezione nel panorama geologico di tutta la fascia costiera adriatica. Il promontorio, che supera di poco i 500 metri, ha una conformazione tale da conferirgli un aspetto di maestosità da meritarsi l’appellativo di monte. Le zone vitate si sono sviluppate principalmente nella parte sud orientale protetta dai venti freddi provenienti da nord-est. I terreni in questo punto sono costituiti da sedimenti argilloso-sabbiosi del Pleistocene e sono ricchi di calcare. Nella parte sud-occidentale della Regione tra i iumi Tronto e Aso, si estende attorno alla città di O ida un’altra area viticola importante, il cui substrato geologico è costituito da argille e sabbie ini di origine marina del Pliocene superiore, da argille del Pleistocene inferiore e da sabbie e conglomerati di ambiente litorale o continentale.

UN CONSIGLIO

I vini ideali da abbinare ai vincisgrassi Offida rosso Dogc o Rosso Conero Doc

ASSOENOLOGI NELLE MARCHE

Giuliano D’Ignazi è presidente della sezione Marche di Assoenologi nonché consigliere nazionale. Diplomato Enotecnico all’ITAS “Celso Ulpiani” di Ascoli Piceno nel 1983, dal 1987 lavora presso la Cantina Moncaro, dove ino al 199 ha svolto la mansione di tecnico viticolo e dal 1993 quella di responsabile di produzione


I vini a confronto

Rosso Conero Doc e Conero Docg

Entrambe le denominazioni hanno come base in prevalenza il Montepulciano e il Sangiovese. I suoli caratterizzati da rocce calcaree e cretacee contribuiscono a rendere il Conero DOCG un vino di grande aristocrazia.

Terre di Offida Doc e Offida Docg

Pur sovrapponendosi si diversiicano per alcune tipologie di viniicazione applicate ai vitigni in comune come Passerina e Pecorino. La base dell’Of- ida DOCG Rosso. è costituita prevalentemente dalle uve del Montepulciano.

Rosso Piceno Doc

Interessa le province di Ancona, Macerata, Fermo e Ascoli Piceno, dove prevale l’impiego del Montepulciano con il contributo del Sangiovese. Il vino si propone nel colore rosso rubino.

Colli Maceratesi Doc

Si propone nelle tipologie Bianco anche Passito e Spumante, Ribona Passito e Spumante, Rosso anche Novello e Riserva e inine con speciicazione di vitigno Sangiovese.

Lacrima di Morro d’Alba Doc

Il nome dalla buccia dell’acino che, quando arriva a maturazione, lascia “lacrimare” il succo. La tipologia Passito, che si ottiene per appassimento naturale delle uve, dà un vino che ha colore rosso rubino tendente al violaceo.

Verdicchio Castelli di Jesi

Alle spalle di Ancona, nell’area tra la provincia del capoluogo e quella di Macerata, ecco il Verdicchio Doc e il Verdicchio Riserva Docg. In particolare quest’ultimo rappresenta uno fra i migliori vini bianchi italiani.

Esino Doc

Interessa le province di Ancona e Macerata, ad esclusione dell’areale di Matelica. Il bianco a base di uve Verdicchio, il rosso a base di Montepulciano e/o Sangiovese. Risulta fra le diverse denominazioni interprovinciali caratteristiche delle Marche.

Falerio Doc

Due tipologie: bianco alla cui realizzazione concorrono le uve del Trebbiano toscano a cui si sommano quelle della Passerina e del Pecorino e il Falerio DOC Pecorino alla cui realizzazione concorrono le uve dell’omonimo vitigno.