Paolo Grilli

FACILE PARLARE di ultimo stadio quando si osservano le ‘case’ del nostro calcio. I numeri fotografano una situazione tendente all’impietoso, se confrontata con quella degli altri campionati d’Europa. L’età media dei 17 impianti che saranno palcoscenico della Serie A è di 66 anni: si tratta per lo più di stadi di due generazioni fa, se non di tre. E pure le ristrutturazioni, sempre che siano avvenute, cominciano a sentire il peso degli anni. Quasi tutte sono coincise con Italia ’90 e mediamente risalgono a 21 anni fa. Le eccezioni virtuose, nel nostro calcio, sono ben poche. Nella massima serie, sono solo quattro le maxi strutture di proprietà dei club in grado di far lievitare gli introiti grazie agli accresciuti e mirati progetti commerciali da far gravitare attorno al calcio: l’Allianz Stadium di Torino, la Dacia Arena di Udine, il Mapei Stadium di Reggio Emilia e l’Atleti Azzurri d’Italia di Bergamo, ora ribattezzato Gewiss Stadium mentre è in corso il suo completo rifacimento dopo gli exploit dell’Atalanta.

ROMA e Milano, intanto, non stanno a guardare ma è sintomatico come i due stadi più gloriosi e capienti del nostro calcio siano al centro di ingarbugliate diatribe in cui passione, interessi economici e montagne burocratiche sono ingredienti che concorrono a rallentare, se non fermare, ogni idea. Non va così in altre nazioni. In Polonia, negli ultimi dieci anni, sono sorti 27 nuovi stadi con una capienza superiore a 5.000 posti. In attesa di sapere quale sarà il futuro di San Siro (si punterà su un maquillage del mitico impianto o ne sorgerà uno nuovo?) e se mai la capitale potrà inaugurare un avveniristico teatro di gioco per la Roma, vanno sottolineati gli annosi problemi che ogni tifoso ‘old style’, cioè avvezzo a seguire dal vivo la propria squadra del cuore, si trova ad affrontare nel proprio percorso casa-gradinata. Il primo: i costi. E’ ormai impossibile pagare un abbonamento di curva meno di 200 euro, con punte però che arrivano oltre quota 600, come nel caso della Juve. E per un posto medio, in stadi come detto spesso vetusti, si arrivano a spendere 1.000 euro a stagione. Chi tifa anche in trasferta, poi, vede moltiplicarsi il conto. Da sottolineare l’encomiabile iniziativa in contropiede del Napoli, che per ripopolare un San Paolo ultimamente a corto di presenze ha abbassato i costi delle tessere anche del 30 per cento. Ma la risposta degli aficionados è stata molto inferiore alle attese.

C’È POI TUTTA la trafila burocratica per poter godere dal vivo dello spettacolo offerto dal pallone. L’obbligo dei biglietti nominali e la tessera del tifoso non sono certo novità, ma creano un filtro fra appassionati e campo, seppure nel nome della sicurezza. L’informatizzazione dei processi ha dato una mano per snellire la trafila, ma è un dato di fatto come sia pressoché impossibile, oggi, acquistare un biglietto d’impeto, senza una ‘preparazione’ di carattere burocratico. Le file ai botteghini sono state sostituite da quelle ai terminali. E poi c’è la sicurezza a costituire il banco di prova per il tifo del futuro. Si giocherà pure su questo aspetto la credibilità del nostro sistema calcio. Le società si sono attrezzate negli anni con strumentazioni sempre più evolute per monitorare qualsiasi persona agli interni degli stadi, ma poi, come le tragiche cronache ci hanno ricordato anche nel corso della passata stagione, una parte minoritaria della tifoseria cerca sempre il modo di ravvivare l’assurdità della violenza, specialmente all’esterno degli impianti.

UN PAIO di follie in giro per l’Italia basta a fare da deterrente per chi avrebbe il legittimo desiderio di svagarsi ed emozionarsi guardando una partita, magari con famiglia al seguito. Invece il razzismo e la brutalità si sono confermati ospiti tanto indesiderati quanto frequenti del nostro calcio. Non c’è da sorprendersi, allora, se il comune tifoso preferisca di gran lunga affidarsi solo alle telecamere per poter tifare i propri campioni. Se però all’estero la passione si divide equamente fra tifo da divano e da tribuna, un motivo ci sarà. Se gli altri sono riusciti a rendere gli stadi luoghi accoglienti, forse qualcosa sarebbe il caso di copiare. Si copiano schemi e si comprano giocatori d’oltreconfine, perché non fare come i più bravi?


Il confronto

In Germania 18.000 spettatori in più a ogni gara

SIAMO fuori dal podio. Solo l’Inter insidia le prime d’Europa grazie ai suoi 61.444 spettatori di media dell’ultimo campionato, un numero che la pone al quinto posto assoluto. Ma gli 80.889 tifosi allo stadio registrati di media a ogni gara del Borussia Dortmund in Bundesliga (primato del nostro continente) sono pura fantascienza. E anche il Barcellona, con i suoi 76.051 fedelissimi che mediamente affollano gli spalti del Camp Nou, è distantissimo per le italiane. Al terzo posto in Europa c’è il Bayern Monaco (75.000), al quarto il Manchester United(74.498). La Juve è solo trentesima, con i 39.244 spettatori medi per ogni gara interna. In Germania, a ogni gara di campionato ci sono mediamente 43.451 spettatori. Seguono la Premier League con 38.168 e la Liga spagnola con 27.113 L’Italia è quarta con 25.482. Il fatto che le presenze siano cresciute del 2,9% nell’ultimo anno, serve solo in parte a mitigare un dato sconfortante: in Serie A, mediamente, solo il 54% della capienza di ogni impianto è colmato da tifosi.