Conte, Ancelotti, Sarri
Quanta nobiltà in panca
Con un po’ di Zeman

di ITALO CUCCI

SARÀ dura, quest’anno, per le Forze del Male. Chi dico? Noi catenacciari. Vinceremo senza battagliare con opinionisti/estetisti, prospettiva poco divertente. Che barba, che noia. Loro hanno fatto fuori Allegri, il panchinaro plurivittorioso, i suoi colleghi – i più importanti, Conte e Ancelotti – si batteranno (anche) per lui. Esibendo calcio di marca italiana, anche se Inter e Napoli sono due multinazionali. E aspetto il giorno in cui a Conte «suggeriranno» di ingaggiare un cinese: il marketing non perdona. Colgo l’occasione per notare che tutti i nostri tecnici – escluso uno sbòtto momentaneo dell’Antonio coinvolgente Marotta – sono allineati e coperti, ubbidienti, aziendalisti. Ha cominciato Sarri che, smessa la divisa di Che Guevara, si è presentato a Torino con un completo blu navy e parole di circostanza sui rapporti con la Signora, adottando uno slogan felicissimo per metter fine a una polemica tecnicotattica (con il suo predecessore e con qualche estetista): «Vincere e convincere». ECCO, il compromesso con quelli che fingono di anteporre la gioia dell’anima al volgare grido di vittoria è tutto lì, nel «convincere». Dopo aver vinto. Si monteranno tribunali di esperti, di opinionisti, di popolo per stabilire se la vittoria fu giusta, corretta, bella; chiederanno pareri a Armani, Valentino, Prada, Biagiotti, non per le orrende maglie che stanno circolando ma sul Bel Giuoco che molti poeti stanno inseguendo e non s’accorgono che intanto tentano di sfilargli i poeti del gol, i Dieci che da Rivera in poi – via Haller, Baggio, Del Piero e Totti – fecero la nostra felicità. Se Maurizio Sarri, la cui opera poetica è finita nella Treccani come Sarrismo, farà partire Dybala avremo la conferma del «vincere e convincere»: se la Juve non ha vinto la Champions è sicuramente colpa sua – dicono a Torino – non di Ronaldo che al calcio poetico oppone il calcio cibernetico e che va ascoltato nelle scelte: se la Juve non vince neanche stavolta chi potrebbero incolpare? Szczesny. Non è un caso che abbiano richiamato Buffon. Mi rendo conto che sto facendo un processo alle intenzioni ma se ignoro quali potrebbero essere gli uomini del 4-3-3 sarriano non è colpa mia, ma di Paratici e delle plusvalenze. Mi sarebbe piaciuto, mezzo secolo fa, chiederne la definizione a Renato Dall’Ara: «Pluscosa? Fiat lux, faccia lui… ».

NON nascondo che il divertimento me l’aspetto da Conte. Lo conosco troppo bene per non fidarmi della sua intima potenza che sa peraltro trasferire ai suoi uomini, fatta eccezione per quelli che si sentono già grandi, completi. Come Icardi, e così mi spiego il suo ripudio. Il campione dei ripudiati? Robi Baggio: a Torino, a Milano, a Bologna fino a quando lo salvò Gazzoni. E così mi spiego perché Lukaku. Che non mi piace, ma so che Conte finirà per trasformare il rude ariete ubbidiente in uno sfasciadifese ragionante. Come quando Capello esibì i «quasi due metri » Vieira, Ibrahimovic e Trezeguet. Scommessa: con una difesa che già mostra le sue idee (confortate da Chiellini, Barzagli e Bonucci) , appena definito il centrocampo Conte può tentare di vincere lo scudetto. E convincere il popolo nerazzurro che aspetta solo di vincere. Non come. Prometto di interessarmi di Ancelotti quando avrà in mano il Napoli che gli ha promesso De Laurentiis: con Koulibaly, Lozano e Icardi – e se gli piace davvero Insigne – potrebbe anche lui vincere e convincere. Agli estetisti lascio il dubbio più fascinoso del torneo: Marco Giampaolo che già nelle prove esalta Boban e Maldini. E Sacchi. Cosa posso opporre io, modesto scriba, a tanta scienza? Solo che Giampaolo mi ha sempre ricordato Zeman. Per il bene del Milan mi auguro che sia cambiato.