Il fascino discreto dello sguardo protetto

Sempre di moda, l’occhiale da sole dà mistero. Ma le lenti devono prima di tutto salvaguardare dai raggi solari

di Francesco Gerardi

«NESSUN uomo ti farà sentire protetta e al sicuro come un cappotto di cachemire e un paio di occhiali scuri», sosteneva Coco Chanel con la consueta dose del suo inconfondibile e pragmatico cinismo femminile. Ma, in fondo, aveva ragione lei. E non c’è forse alcun altro accessorio personale e di abbigliamento che abbia avuto la stessa (ormai secolare) fortuna e lo stesso ubiquitario e unanime successo degli occhiali da sole. Dalle celebrità della cultura, della politica e dello spettacolo fi no all’uomo della strada, dagli anziani ai giovanissimi: non c’è praticamente nessuno che non si sia fatto ritrarre dietro a un paio di lenti scure, che vestono lo sguardo,fanno looke, ovviamente, proteggono dai raggi Uv. Ma quanti e quali sono i tipi di occhiali da sole in commercio e, soprattutto, come bisogna sceglierli? Il primo e più generale criterio è quello di concentrarsi prioritariamente sulla qualità delle lenti: ricordiamoci sempre che ancor più che un accessorio di moda ed estetico, gli occhiali da sole devono proteggerci dai raggi solari dannosi. Inoltre, in molti casi, le lenti degli occhiali da sole assolvono anche al compito di lenti correttive per la vista. Una volta defi nite le lenti che più soddisfano la nostra visione e si adattano meglio ai nostri scopi, potremo dedicarci alla scelta della montatura, che è la componente degli occhiali che più risponde alle logiche e ai dettami della moda e del look, grazie al vastissimo assortimento di materiali, forme e colori presenti oggi sul mercato. Le lenti possono essere sostanzialmente di due tipi: di vetro o di plastica. Le prime sono più resistenti ai graffi ma anche più pesanti, mentre la plastica è un materiale più resistente agli urti e più leggero, ma è anche più spessa e ha un indice di rifrazione minore. Per quanto riguarda i fi ltri, poi, ce ne sono di svariati tipi. I fi ltri polarizzanti sono quelli che, appunto, polarizzano la luce: ossia ne riducono i piani di oscillazione fi ltrando i raggi che provengono da superfi ci come la neve o l’acqua. Il risultato è una migliore visibilità. I fi ltri Uv sono invece quelli che trattengono la radiazione ultravioletta. Il grado della fi ltrazione è indicato dalla sigla Uv seguita da un numero che designa la massima frequenza della luce fi ltrata (espressa in nanometri). I fi ltri colorati sono quelli che fi ltrano alcune frequenze corrispondenti a determinati colori e, infi ne, c’è la famosa ‘specchiatura’, che è utile in condizioni di luce molto intensa come quella presente in alta montagna e si ottiene applicando alla lente uno straterello rifl ettente.


Occhio alla luce blu, vero killer della vista
I dipendenti del pc possono correre ai ripari

Abbiamo testato la schermatura ottica: riduce davvero stanchezza e affaticamento

di Daniela Laganà

OCCHI PROTETTI? Sì, ma non solo dal sole. Il vero killer del nostro sguardo oggi rischia di essere la luce blu, cioè quella emessa da schermi di pc, tablet, smartphone e tv. Senza dimenticare le comuni lampadine a Led. Questa forma di radiazione elettromagnetica dello spettro del visibile, compresa tra i 380 e i 500 nm, può risultare dannosa proprio a causa della lunga esposizione (oltre le 6 ore al giorno) ai dispositivi digitali, spesso aggravata anche dall’abitudine di passare continuamente da uno schermo all’altro a distanze ravvicinate. Uno stress visivo che può provocare rossore, irritazione, astenopia, mal di testa ma anche insonnia, perché la luce blu è in grado di inibire la produzione di melatonina, responsabile dell’equilibrio sonno-veglia. Tra i disturbi più frequenti c’è poi la sindrome da occhio secco, dovuta alla minor frequenza dell’ammiccamento (battito di ciglia) e alla conseguente minor lacrimazione e lubrifi cazione dell’occhio. Come difendersi dall’aggressione della luce blu, che nel lungo periodo può provocare patologie gravi come la maculopatia? Senza dover rinunciare alla possibilità di restare connessi h24, una soluzione di Francesco Gerardi può essere l’uso di occhiali studiati ad hoc per schermare selettivamente tali lunghezze d’onde luminose. In circolazione ne esistono sia con lenti chiare per gli ambienti chiusi sia con lenti fotocromatiche, capaci cioè di diventare all’occorrenza occhiali da sole. Non è necessario avere problemi di vista per indossarli: le lenti possono essere non graduate, come quelle che abbiamo utilizzato noi per testare l’effi cacia di questo dispositivo. Premesso che l’effetto può variare da persona a persona e che è sempre bene rivolgersi a un ottico per scegliere il modello più adatto alle proprie esigenze, il risultato dopo un mese di prova è decisamente positivo. Certo, all’inizio può risultare diffi cile abituarsi agli occhiali se, come noi, non li si porta quotidianamente, quindi tenetene conto se pensate di farli indossare soprattutto ai vostri bambini. Il sacrifi cio però sembra valerne la pena: a fi ne giornata l’occhio risulta meno stanco e affaticato anche dopo ore e ore di pc, Whatsapp, social e puntate di Game of Thrones. Tuttavia, che si decida o meno di adottare questa soluzione, resta sempre valido il consiglio di un uso moderato dei dispositivi elettronici e di fare pause programmate per garantire agli occhi un po’ di riposo.


AVVERTENZA

L’etichetta è d’oro
Quando manca la qualità è dubbia

Una scriteriata esposizione ai raggi Uv può essere responsabile di tutta una serie di problemi per i nostri occhi. Per questo la qualità delle lenti è un elemento cruciale. Il primo consiglio per l’acquisto degli occhiali da sole è quello di evitare l’acquisto di occhiali sprovvisti di etichetta con le informazioni e le garanzie sul tipo di lente (come prevede la legge). Anche se a volte la tentazione, visti i prezzi stracciati, è quasi irresistibile, dovremmo quindi astenerci dal mettere le mani sugli occhiali che vediamo esposti sulle bancarelle o che vengono venduti sulle spiagge. Teniamo presente che un paio di occhiali di qualità dovrebbe fi ltrare il 99% dei raggi UvB e il 95% di quelli UvA.

F.G.


Cibi di plastica e sapori chimici
Tutti i rischi delle confezioni

Vaschette, brick, pellicole, bottiglie sono prodotti in vari materiali, anche tossici. Meglio evitare Pet e Pvc e passare al vetro

di Francesco Gerardi

DA MOLTI decenni, nel mondo dell’industria e del commercio alimentari esiste un binomio quasi inscindibile: quello tra i cibi e i contenitori che li conservano. Vasche, vaschette, scatole, scatoloni, scatolette, bottiglie, recipienti, pellicole, vasi, brick e chi più ne ha più ne metta, e ciascuno, poi, disponibile nei materiali più vari: dalle plastiche all’alluminio, dall’acciaio al vetro fi no alla carta e al cartone. Ora, questo mare magnum di imballaggi non pone soltanto enormi e attualissimi problemi ecologici, ma solleva inevitabilmente importanti interrogativi dal punto di vista dei rischi per la salute: quanto sono sicuri i materiali del packaging alimentare? Quali dovremmo preferire e quali evitare? Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza. Anche perché gli allarmi e le raccomandazioni lanciati da autorevoli istituti, enti e associazioni di tutto il mondo, negli ultimi anni, non sono certo mancati, come ad esempio quello dell’American Academy of Pediatrics, che ha sconsigliato di dare ai bambini alimenti conservati nella plastica perché contiene sostanze pericolose. E proprio il discorso sulla plastica, anzi sulle plastiche, dato che ne esistono tante dal punto di vista chimico, è il primo da affrontare e quello più corposo. È infatti il materiale sintetico per eccellenza e, da quando è stato inventato, la sua presenza nelle nostre vite è diventata sempre più massiccia, fi – no a invaderle letteralmente. Nella storia delle scoperte scientifi che e tecnologiche, il capitolo sulle materie plastiche occupa uno spazio non indifferente e peraltro il ruolo giocato dall’Italia non è certo secondario: fu il chimico Giulio Natta, insignito del Nobel, a inventare il polipropilene isotattico, commercializzato col nome di Moplen. Tornando agli alimenti, tra le più usate c’è il Pet, ossia il polietilene tereftalato, che costituisce la maggior parte delle bottiglie di plastica in commercio. La pericolosità del Pet è oggetto di dibattito, ma di certo si sa che è pericoloso a temperature superiori ai 70 gradi centigradi, quando diventa capace di liberare sostanze come l’antimonio, l’acetaldeide e la formaldeide. Un’altra plastica alimentare è il Pvc, il polivinilcloruro, con cui sono realizzate ad esempio le vaschette per gli affettati e la pellicola trasparente. Il principale pericolo conosciuto del Pvc sono gli ftalati, composti molto persistenti e rischiosi, in grado di interferire con il sistema endocrino e con altri organi. Poi c’è il polistirolo che, se scaldato, rilascia lo stirene, una molecola pericolosa sempre a danno del sistema endocrino. I consigli sono semplici, anche se non sempre comodi e immediati da mettere in pratica: ma un po’ di organizzazione e di pazienpiombo za potrebbero risparmiarci guai alla salute. È preferibile acquistare acqua in bottiglie di vetro. Se non ci è possibile, almeno cerchiamo di evitare che i raggi del sole raggiungano e surriscaldino le bottiglie. Vietato lasciarle in auto sotto al sole o usarle per conservare liquidi caldi, come tè o brodo. Non scaldare mai il polistirolo ed evitiamo di comprare alimenti in Pvc: meglio quelli sfusi o in confezioni che riportano la dicitura ‘senza Pvc’.


LIMITI DI LEGGE

E la carta riciclata ha residui di colle e inchiostri

Carta e cartone abbondano nel packaging alimentare. Se la carta è di pura cellulosa vergine, di rischi non ce n’è. I problemi possono esserci con la carta riciclata, dal momento che potrebbe contenere residui di sostanze come inchiostri, colle, eccetera. La legge italiana stabilisce dei limiti precisi: occorre almeno il 60% di cellulosa per i cibi secchi e il 75% per quelli umidi. Poi c’è il celebre Tetra Pak, materiale misto, fatto di carta e di Pet: qui i rischi, nonché gli accorgimenti, sono gli stessi delle bottiglie in plastica e il pericolo maggiore è rappresentato dal calore.


Alluminio alla larga da pomodoro, agrumi e salumi

Pericolo chimico legato a sale e acidità
Danni accertati al sistema nervoso

PER QUANTO riguarda l’alluminio, la scienza ci dice che la sua tossicità, in particolare per il sistema nervoso centrale, non è in dubbio. È sì meno tossico di mercurio, cadmio e pimbo, ma è molto più persistente. Anche il Bft, l’istituto federale tedesco per la valutazione dei rischi, ha realizzato una ricerca sulla migrazione dell’alluminio delle vaschette per gli alimenti. Che fare? Intanto è consigliabile non usare l’alluminio a contatto con alimenti acidi o salati, come ad esempio il limone, il pomodoro o i salumi, perché per ragioni chimiche hanno un maggiore potere estrattivo. Lo si può usare per confezionare alimenti in frigorifero, ma a temperatura ambiente è bene farlo, invece, per un massimo di 24 ore. In più c’è anche un rischio per le pellicole che spesso rivestono i metalli come l’alluminio nel campo alimentare: si tratta di fi lm plastici per evitare il contatto con i cibi che spesso contengono il temibile bisfenolo A.

F.G.